Alfie, quando è lo Stato (non la Chiesa) a interferire nel diritto dei genitori

Dinnanzi al dolore indicibile dei genitori di Alfie Evans, “cittadino italiano”, l’idea di Stato diventa un mostruoso e spietato Leviatano del terzo millennio. Non è solo un pensiero emotivo, ma anche e soprattutto razionale.

Ha ragione Beppino Englaro, il papà di Eluana, quando spiega la fondamentale diversità di “interferenze” tra la sua vicenda e quella del piccolo di Liverpool, affetto da una patologia neurologica degenerativa non ancora conosciuta: “Entrambi entrano nel merito della domanda: chi deve decidere quando e come mettere fine alle sofferenze di chi non può esprimersi? Io sapevo cosa pensava Eluana e mi sono battuto perché potesse morire e perché la sua volontà fosse rispettata. E il governo inglese dovrebbe, al contrario, rispettare il desiderio dei genitori di Alfie di tenere in vita il figlio. Ma il problema è la legge”. La legge, appunto. Lo Stato.

E stavolta l’Italia, caso rarissimo, è stata protagonista al di sopra di ogni divisione politica, tentando di portare il piccolo Alfie a Roma per garantire questo diritto dei genitori annullato dai medici e dai giudici britannici. L’ha scritto bene Giorgia Meloni in una bella lettera al Foglio sabato scorso ringraziando i ministri Alfano e Minniti: “La decisione del governo italiano di concedere la cittadinanza italiana al piccolo Alfie e di combattere a livello diplomatico per dare una speranza a questo bimbo ci rende fieri di essere italiani”.

Alfie Evans avrebbe compiuto due anni il prossimo 9 maggio: è morto il 28 aprile. Le macchine per la respirazione e la ventilazione sono state distaccate il 24, quattro giorni prima, per effetto della decisione della Corte suprema britannica e contro la volontà dei genitori. Negato anche il trasporto in Italia. Un Leviatano crudele sino alla fine.

Papa Francesco si è detto “profondamente toccato” dalla morte ma sul Vaticano pesa la decisione della Chiesa inglese – dal primate d’Inghilterra e Galles (l’arcivescovo di Westminster) alla diocesi di Liverpool – che ha fatto come Ponzio Pilato e ha lasciato soli i genitori di Alfie. Un’altra ferita in questa vicenda tragicamente kafkiana fino al punto di non ritorno.

Ci scusi Salvini, ma a Napoli ci piace pure sulla pizza

Caro Coen, tu mi stuzzichi. Ero bello calmo, sfogliavo un bel libro su una città del Nord, Ferrara (Casa per casa di Sandro Abruzzese, edito da Rubbettino), scritto da un giovane autore meridionale, e tu mi pigli a pugni in faccia con lo slogan ”Più salame e meno kebab”. Che colossale stronzata! Dici che a coniarlo è stato il conducator leghista in visita ad Abbiategrasso. Ecco, abbiate pietà, siate pure razzisti e antimeridionali, ma almeno intelligenti. A noi giù al Sud il kebab piace, soprattutto quando si accompagna e si mischia al cibo di strada locale. Via Toledo, Napoli, un cartello annuncia la presenza di “Ali Babà, pizza e kebab”, o anche la pizza col kebab, e siccome nel negozio c’è Alì, non poteva mancare il babà, quello vero, bagnato col rum.

Ma attenzione a confondersi o a farsi fregare, perché a Napoli c’è un detto antico. Cito: “Ai voglia ‘e mettere rum, chi nasce strunz nun po addvintà babà”. La traduzione non è necessaria. Sempre da Napoli, ma a proposito di scuola e scuole. Monica Capo, insegnante e giornalista, ha scritto un post su Fb da segnalare. Ha raccontato della sua scuola di periferia e degli sforzi che insegnanti e dirigenti fanno per organizzare corsi pomeridiani. Cinema, teatro, giornalismo, insomma la risposta a chi si chiede sempre “ma la scuola che fa?”. L’istituto dove insegna Monica fa. Le risposte di alcuni alunni, però, ci propongono mille riflessioni. “Professoré, non posso venire, io di pomeriggio lavoro. Porto ‘o café”. “Io neppure, mi dispiace, vado ad imparare il mestiere dal barbiere”. “Io faccio la shampista…”. Sembra di sfogliare le tristi pagine de L’Oro di Napoli, libro che don Peppino Marotta scrisse nel 1947. Eppure il mio calendario segna l’anno del Signore 2018. Ma ai sovranisti di Abbiategrasso frega poco. Prima gli italiani. Viva il salame abbasso il kebab. Forse la spiegazione di tutto sta in quella frase sul babà. Sì, il nostro è un Paese pieno di falsi babà. Hai voglia a mettere rum!

“Più salame meno kebab”, il ventre molle della Padania

Caro Enrico, qualche giorno fa, all’esterno di un’edicola di Abbiategrasso – prossima sede della partenza di una tappa del Giro d’Italia, – c’era esposta una locandina de Il Giorno, che un tempo era considerato un giornale moderno e progressista. Ma che oggi cavalca senza briglia gli umori di una destra retriva e xenofoba: “Troppi stranieri, via ai corsi di difesa”, era lo strillo. Minuscolo, il furbo occhiello: “La polemica”. Senza specificare quale e quando. Per capirci, lo scorso anno ha vinto le elezioni locali Cesare Nai, capo di una lista del centrodestra ed amico di Salvini che la settimana prima del voto è andato ad abbracciarlo al gazebo della Lega abbiatense tra piazzetta Mussi e l’istituto Golgi, dove di solito si svolge il mercato settimanale: “Vogliamo una città ancora più bella, pulita, ordinata e sicura – disse Matteo – con la Lega e con Cesare Nai questo risultato si potrà ottenere”. Breve pistolotto seguito da un bagno di selfie… poi il conducator leghista ha assaggiato i prodotti locali e sentenziato: “Più salame meno kebab”.

A confermare l’impellente necessità dei corsi di autodifesa, c’erano altre locandine. Quella de La Libertà sfoggiava tre titoli, in caratteri di grandezza decrescente. Il primo: “Col trattore come ariete sul bancomat”. Sotto: “Viale dell’Uomo, cede la fognatura”. Terzo: “Lite tra ciclisti finisce a martellate”. Se ne desume che i due pedalatori dovevano essere italiani e non stranieri, altrimenti la notizia sarebbe stata “sparata” a tutto foglio… così vanno le cose, ormai, in terra di Padania, Grande Ventre (molle) della nazione, un’Italia ahimé sempre più senza dignità e senza memoria. Domani è il primo maggio. Mi viene in mente una vecchia vignetta di Altan, sulla condizione operaia, anni Settanta. Sesto San Giovanni, l’ex Stalingrado d’Italia. Ora di mensa. Un disincantato metalmeccanico legge il giornale: “Qui cercano di fotterci, Cipputi!”. L’occhialuto Cipputi, gli spaghetti che gli penzolano dalla bocca, bofonchia: “Proviamo a dirgli che abbiamo le mestruazioni”.

Salah al “Festival del pollo italico”

Tutti invitati al “Festival del Pollo Italico” in programma all’Olimpico, mercoledì 2 maggio, in occasione della semifinale Champions Roma-Liverpool che saluterà il ritorno in Italia di Mohamed Salah. In tribuna-Vip, solo posti in piedi: gli aspiranti al titolo di “Mister Pollo” sono infatti numerosissimi. Per chi si fosse perso i passi salienti dell’appassionante telenovela, ecco il riassunto delle puntate principali.

Stagione 2013-2014. Josè Mourinho, che allena il Chelsea, ha appena vinto il suo girone di Champions League ma invece di festeggiare chiede ad Abramovich un favore: l’acquisto del 21enne attaccante egiziano del Basilea, Mohamed Salah, che gli ha rovinato la festa. Il Chelsea ha vinto infatti tutte le partite tranne due, quelle col Basilea, entrambe perse per i gol dell’illustre Carneade. Poiché ogni desiderio dello Special One è un ordine, il 23 gennaio 2014 Salah passa al Chelsea per 15 milioni.

Josè è soddisfatto, ma l’egiziano trapiantato a Londra appare timido, spaesato; ha forse bisogno di ambientarsi ma il Chelsea non ha tempo e Mou nel frattempo si è invaghito di Cuadrado, un colombiano che gioca nella Fiorentina, e un anno dopo Salah convince Abramovich ad acquistarlo per 30 milioni più il prestito per 6 mesi indovinate di chi?, proprio di Salah. Ma c’è di più: la Fiorentina ottiene il diritto, dietro pagamento di 1 milione entro il 30 giugno, di tenersi Salah un anno in più e di acquistarlo poi definitivamente per 15; senonché l’ad viola Mencucci, uomo di fiducia di Della Valle, firma una scrittura privata in cui si legge che ciò potrà avvenire solo previo consenso scritto di Salah.

Arriva il 30 giugno, la Fiorentina paga 1 milione al Chelsea ma l’egiziano dice che se ne va: lui non ha mai dato il consenso scritto a restare. Nasce un pandemonio. La Fiorentina sospetta che dietro Salah ci sia l’Inter; che a gennaio aveva già tentato di ingaggiarlo (preferendogli poi Shaqiri, pagato al Bayern 15 milioni) e che adesso, disfattasi di Saqiri con la stessa velocità con cui Mourinho al Chelsea si è già liberato di Cuadrado, gli sta facendo una corte spietata con continue, asfissianti telefonate dell’allenatore Mancini. La Fiorentina manda una lettera di diffida all’Inter (“scorretta”, “contro il fair play”, “deve essere retrocessa”), il dg nerazzurro Fassone, oggi al Milan, si spaventa: e ad approfittarne è la Roma che si accorda col Chelsea per acquistare Salah in due anni (5 milioni per il prestito e 15,5 per la proprietà definitiva) e rifila Ljajic all’Inter, con Mancini che tenta il suicidio. La Fiorentina però non si dà per vinta: si appella prima alla Fifa, che le dà torto, poi al Tas di Losanna, che le ridà torto. Intanto Salah gioca bel bello nella Roma che nell’estate del 2017 ha il problema, come ogni anno, di vendere un pezzo pregiato per via del fair play finanziario. Il Liverpool le offre 42 milioni più 8 di bonus: per la Roma, che aveva pagato Salah 20,5, è una plusvalenza di 21,5 + 8. Detto e fatto. Con tanto di cin cin e pasticcini.

La storia sapete tutti com’è finita. Sono passati 9 mesi e Salah, miglior calciatore della stagione, è valutato oggi dai 200 ai 250 milioni. Fiorentina, Inter e Roma potevano tenerlo, o farlo proprio, per un piatto di lenticchie: invece nisba. Ma niente paura: si consoleranno mercoledì sera al “Festival del Pollo Italico”.

Un altro mondo è possibile. Storie di chi ci prova (e ce la fa)

Sulle colline intorno a Firenze, Roberta Zivolo riassume in tre parole la sua seconda vita: “Riuso, riduco, riciclo”. A Milano cercava il benessere in una società meno ingiusta: visto che non era come voleva, ha deciso di inventarlo in un posto “dove io diventa noi”. San Cresci, in Valcava, ecovillaggio nascente tra gli ulivi secolari della tenuta storica dei banchieri di Caterina de’ Medici, è l’utopia concreta di un’imprenditrice che semina entusiasmo e passione alla ricerca di un nuovo equilibrio con la terra e la natura. In una società che fa fatica a sognare, lei immagina che sia possibile un’altra vita, in cui praticare la solidarietà spontanea e la gestione partecipata dell’agricoltura naturale, rianimando un antico borgo abbandonato e denunciando con l’esempio un modello sbagliato: il nostro. Roberta Zivolo è una vulcanica visionaria con i piedi per terra e la testa nel futuro. Dice che stiamo sperperando il patrimonio di civiltà che altri, prima di noi, ci hanno lasciato. “Nelle città respiriamo polveri nocive per i polmoni e il cuore, beviamo diossina infiltrata nelle falde e mangiamo chimica, ignorando le regole della sana agricoltura”. In sintesi: bisogna cambiare, abbandonare le regole dell’economia incivile, vivere meglio come suggeriva sant’Agostino (…).

Ci vuole il coraggio di qualche rinuncia, e non è poco. “Ma a San Cresci anche il poco può essere tanto”, spiega. Ci vuole la capacità di chiamarsi fuori, e la possibilità di farlo. “Intendo dire che bisogna essere ricchi? Non è così. Nella mia vita ho sempre cercato di dare un senso alle cose, di vedere il buon vivere come un traguardo che se vogliamo possiamo raggiungere. Un giorno ho deciso che volere è potere; nel mio caso è anche un dovere”. Biografia e destino si intrecciano in una svolta che sposa ecologia, filosofia, Rudolf Steiner e biodinamica. Per 35 anni Roberta ha sfacchinato tra schede meccanografiche, software e organizzazione aziendale. È partita dal quartiere milanese di Baggio, si è fatta le ossa come aiuto parrucchiera, scuole civiche serali, sveglia alle cinque, tram, lavoro, studio, poi programmatrice d’azienda, la partita Iva, il salto nell’impresa. La sua azienda, Progetto 2000, ha ricevuto un premio per il valore sociale. Su 80 dipendenti 75 sono donne, ma il primato è un altro: zero contenziosi sindacali e l’obiettivo riuscito di conciliare lavoro e famiglia: “Quest’azienda l’ho immaginata io, è cresciuta nel rispetto delle persone, si entra e si esce con un sorriso”. (…). Ferie e orari sono sacri. “Le donne hanno una vita complicata, bisogna avere rispetto per il loro tempo. A chi andava in vacanza dicevo: tornate in tre”.

Le hanno dato retta: negli anni sono nati 120 bimbi. “Dare la possibilità alle donne di pensare a un figlio è stata una scelta. All’epoca nelle società di informatica facevano firmare una lettera di dimissioni in bianco: in caso di gravidanza, fuori”. Per l’azienda non si è risparmiata. “Anche venti ore al giorno. Facevamo outsourcing, dovevamo stare sul mercato e resistere alla concorrenza”.

Sei anni fa lo strappo. “Ho sentito il desiderio di una nuova missione. Lavorare come matti non è vivere bene. Vuol dire rinunciare a tanto, sacrificare anche gli affetti. Così ho detto a mio marito: ‘Io e te da grandi che cosa facciamo?’”. Lui, Bruno Dei, è un affermato commercialista, (…). Un giorno gli passa davanti una proposta: “Mettono all’asta la vecchia proprietà dei Gondi, passata al Conservatorio delle Ancille, 12 mila mq di campagna abbandonata…”. Roberta c’è andata. “Era tutto in malora. La natura si era ripresa ogni cosa, i predatori dell’arte il resto. Ho detto: ‘Facciamo rivivere l’antico borgo, recuperiamo le case coloniche, portiamo qui altri sognatori’. E suo marito? “Camminiamo nell’ignoto”, dice. Ma condivi de tutto. “Adesso siamo i ripopolatori di San Cresci”. Ai nipotini non vuole lasciare eredità avvelenate, contaminate, destinate all’autodistruzione. “La nostra alternativa ha un valore molto più alto: si chiama ‘ben vivere’”. (…).

Per spiegare il suo modello di bene comune, Roberta Zivolo mostra un dépliant in cui la mappa di San Cresci è punteggiata da cartelli che rappresentano le fasi della vita. C’è la casa della nascita naturale, dove il parto può essere accompagnato dalla musica del sitar, dolce come la tecnica antica del professor Leboyer, che addirittura faceva nascere i bambini in una piscina; c’è la casa della salute, che non è un ospedale ma un luogo di rinascita fisica e psicologica; l’albergo termale, che sfrutta le acque calde di venti sorgenti e rispetta i bisogni della pelle; la scuola, aperta sulla valle, che qui si avvicina a Barbiana e alle suggestioni di don Lorenzo Milani; i laboratori artistici, dove creare e sviluppare progetti per prodotti di nicchia; la casa della migliore età, per unire l’esperienza degli anziani con l’entusiasmo dei giovani. Intorno, querce secolari, ulivi, forni per il pane, allevamento libero.

Un ecovillaggio è un progetto ardito, economicamente rischioso, concretamente avventuroso. Roberta, Bruno e chi ha già aderito a un futuro in autonomia, libertà e condivisione non ha esitazioni o dubbi. È una sfida possibile. Lei, sempre entusiasta, sempre sorridente e piena di energia, prepara le valigie. “Milano mi ha dato tutto, ma a un certo punto devi scegliere. San Cresci sarà un esempio per le generazioni che verranno. Se mi cercherete, presto mi troverete solo qui”.​

“Switched-On Bach”, poteva la classica rimanerne fuori?

Nel clima effervescente e sperimentale del ‘68, la musica classica non poteva rimanere immune dalla contaminazione con l’idea di futuro. Se tutto diventava pop, perché non poteva esserlo anche Johan Sebastian Bach? L’intero Concerto Brandeburghese n.3 è riletto da Walter Carlos (che diventerà Wendy e collaborerà con Kubrick per “Arancia Meccanica”) filtrandolo con lo strumento che segnerà gli anni a venire: il sintetizzatore Moog.

“Music from the big pink” la firma di Dylan sulla Band

A proposito di Dylan. Nel ’68 si prende una pausa, ma lascia la sua firma su questo album. Sua la copertina, sue tre canzoni in scaletta, e “sua” perfino la band. O meglio, LA Band. Con loro aveva affrontato due anni prima le platee folk inferocite che gli davano del Giuda, con loro aveva ricaricato le pile nel buen ritiro di Woodstock distillando musica americana nella sua forma più pura, quasi biblica. Un ritorno alla terra, dopo i voli lisergici del 1967.

“Eletric Ladyland”, la magia definitiva di Jimi Hendrix

Tutta la magia hendrixiana condensata in due vinili, testamento artistico della Experience (il trio con Noel Redding e Mitch Mitchell) ma pure di Jimi, che nei due anni di vita che gli rimarranno proverà a trovare nuove vie riavvicinandosi alle radici nere ma senza produrre un vero disco. Psichedelia ai massimi livelli, escapismo, escapismo e naturalmente la più bella cover di Dylan (“All Along the Watchtower”) di tutti i tempi.

“Tell Mama”, la regina senza scettro che non fu mai star

Meno celebrata della Franklin, ma forse l’unica che in quel momento poteva strapparle lo scettro di regina soul. Troppo fragile la psicologia e troppo complicata la vita di Etta James, per poter gestire una carriera da star. Ma la sua voce aspra, sofferta e travolgente ha pochissimi paragoni nella storia della black music e non solo. Questo disco registrato nei Muscle Shoals Studios in Albama rimarrà la vetta insuperata della cantante.

“Lady Soul”, Aretha Franklin vola altissima

La signora del soul vola altissima. Pubblica ben tre dischi, ma per quanto belli siano “Aretha Now” e il live “Aretha in Paris” è questo quello che spacca le classifiche e qualche milione di cuori. Tra canzoni scritte da lei (“Sweet Sweet Baby”) cover definitive (“People Get Ready”, “Chain of Fools, Groovin”) e l’hit donatale da Carole King (“You Make Me Feel Like A Natural Woman”. Ci sono anche le sorelle Carolyn e Erma e (in un brano) la chitarra di Clapton.