Ti faccio un check later perché domani sono game over for all

Fate una pausa, lasciate stare gli status su Facebook e prendetevi qualche minuto per scorrere i profili su LinkedIn. Complice la crisi galoppante, su questo social dedicato ai professionisti, i curriculum ormai sono sempre più accattivanti. Ci si mette in mostra per i recruiter di tutto il mondo ed è tutto un proliferare di problem setter, problem solver (ma chi sei, mr Wolf?!) e storyteller (cantastorie, narratore o imbonitore?). Un esercito di ex sbarbatelli (compreso chi vi scrive, ovviamente) cresciuto guardando le serie tv americane, indossando Nike stringate e i 501 della Levi’s, facendo il verso ai manager della Grande Mela come Michael J. Fox e Gordon Gekko, pronti a tutto per sbarcare oltreoceano. O sotto la Madonnina. Come si riconoscono? Gli yuppies degli Anni 80 avevano l’orologio sul polsino ma non è cambiato nulla. Anche oggi il successo è apparenza e si misura a partire dal gergo che testimonia l’appartenenza al branco. Soprattutto a Milano dove hanno persino chiamato un quartiere City Life ed è tutto uno skyline, una vera experience. Perché tutto in inglese suona meglio, anzi, è decisamente cool.

Del resto oggi ci si cura del brand, andando a caccia dei like degli influencer (dai libri ai ristoranti, senza remissione di peccato) con il terrore di venire giudicati out dai figli millennial, guardando i cookingshow e i talent solo per twittare, sperando di entrare in trending topic. Come se contasse davvero qualcosa. I neologismi ci braccano ad ogni angolo, basta alzare le antenne: chiamami adesso, in real time, ti aspetto in standby, stasera andiamo ad una business dinner, ma forse è too much, preferirei un light catering, un finger food, decisamente wellness oriented.

A Milano (soprattutto) fatturare è un mantra: lavoro full time senza un break sempre in pole position, ti faccio un check later, sorry questa settimana sono overwhelmed (impegnato) dobbiamo raggiungere il break-even e seguire la community day-by-day però domani lasciami stare, sono g.o. Game over for all. D’accordo le lingue sono importanti, ma la sensazione è che spesso si finisca per scimmiottare Guido Nicheli, il cummenda di Vacanze di Natale, ostaggio di un fake-english, (o chiamatelo weblish, l’inglese del web) che storpia le parole, cercando il giusto mood, parlando solo per hashtag. Proprio come quei divorziati che improvvisamente mettono su jeans colorati, polacchine, prendono un cane e il gel nei capelli. Il cosiddetto dress code, il giusto outfit per fare matching su Tinder. Per questo poi all’estero nessuno ci capisce e finiamo per fare cricca con gli altri italian ad ogni latitudine.

Abbiamo scelto un approccio ilare, ma il problema esiste davvero, tanto che l’Accademia della Crusca pochi giorni fa ha lanciato l’allarme: il nostro italiano sta soccombendo agli inglesismi. Non ci resta che lanciare un sos, attendere la notifica push e cercare una exit strategy. Sperando che il sommo Dante possa perdonarci. Sì, sarebbe bello che alla fine ci fosse un happy ending.

Buon compleanno Marx, libertario letto molto male

Marx è vivo e lotta insieme a noi. Lo slogan è un po’ scontato e forse abusato. Ma sorprendentemente vero. Nel duecentenario della nascita l’autore de Il Capitale e de Il Manifesto del partito comunista mantiene una attualità e una vitalità innegabili.

La scorsa settimana il quotidiano francese Le Monde gli ha dedicato un grande servizio che racconta la diffusione del marxismo negli Stati Uniti. Il Corriere della Sera gli dedica uno dei primi libri della nuova casa editrice, Solferino, curato da Antonio Carioti e in cui, nella prefazione di Ernesto Galli della Loggia si legge che “non bisogna sottovalutare la forza anche camaleontica delle idee, la loro capacità di adattarsi ai tempi, di trovare nuovi motivi per tornare prepotentemente sulla scena. Specie se si tratta di idee forti, forti in particolare nell’indicare quale sia il nemico da combattere (che poi sia quello giusto è tutt’altro discorso)”.

Quello che è stato “un rabbino mancato”, come scrive un rigoroso studioso di Marx, Marcello Musto, docente presso la York university di Toronto, si impone sulla scena più da morto che da vivo. Sicuramente grazie a uno studio talmente intenso da averlo fatto ammalare.

Marx studiò sempre e senza pausa, nonostante gli stenti, i figli che gli morivano in casa, nonostante “la quintessenza della merda” che dovette ingoiare. In vita pubblicò relativamente poco, accumulando appunti e quaderni, alla continua ricerca della perfezione con l’opera omnia, Il Capitale, completato solo nel capitolo primo e poi ricostruito da Engels dopo la morte dell’autore. Questa incompiutezza e la mole sterminata dei suoi scritti rende l’opera marxiana fresca e vitale nonostante il santino del socialismo reale che gli è stato cucito addosso.

A essere convinto che invece Marx faccia rima con libertà è lo stesso Musto che respinge l’idea di una linea di congiunzione tra il pensatore di Treviri e il totalitarismo (tesi coltivata, sia pure con prudenza, da Hannah Arendt): “Marx assegnò un valore fondamentale alla libertà individuale” dice Musto al Fatto quotidiano. “Il suo comunismo è radicalmente diverso dal livellamento delle classi auspicato da tanti suoi predecessori e dalla grigia uniformità politica ed economica realizzata da molti suoi seguaci. Marx fu contrario a ogni tipo di socialismo di Stato e considerò essenziale, per ogni processo rivoluzionario, l’autoemancipazione dei lavoratori. La sua idea di società è, dunque, agli antipodi dei totalitarismi sorti in suo nome nel XX secolo. Marx fu il teorico dell’autogoverno dei produttori”.

Su questa ipotesi c’è un filone di pensiero che è rimasto minoritario nella storia del marxismo occidentale, battuto dal comunismo reale, ma che ha poi trovato nuovi spazi nella Marx Renaissance di inizio 2000 e che può essere sintetizzata nelle parole del filosofo francese Jacques Derrida: “Sarà sempre un errore non leggere, rileggere e discutere Marx”.

Come invitava Immanuel Wallerstein sulle pagine domenicali de La Lettura, leggere Marx significa leggere le sue opere. Da quali cominciare? “Partirei dai documenti più importanti redatti per l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, compresa La guerra civile in Francia, dice Musto, ai quali farei immediatamente seguire i capitoli più storici del Libro Primo de Il Capitale, che resta il testo principale per comprendere la teoria di Marx. La Critica del programma di Gotha è un testo breve quanto prezioso. Una buona selezione dai Grundrisse, soprattutto delle pagine sulla società post-capitalistica, potrebbe precedere alcuni articoli giornalistici pubblicati sul New York Tribune, in particolare quelli sulla crisi economica del 1857. Il Manifesto del Partito Comunista e i Manoscritti economico-filosofici del 1844 restano delle letture molto affascinanti, ma andrebbero affrontate con la consapevolezza che Marx sviluppò ulteriormente le proprie concezioni, dopo la loro stesura”.

Ma, al dunque, perché Marx resta attuale, cosa funziona di quel pensiero? Come scriveva il filosofo francese Daniel Bensaid “il rapporto tra capitale e lavoro resta un rapporto asimmetrico; il primo non potrà mai fare a meno del secondo, mentre il secondo può fare benissimo a meno del primo”.

Musto fa la stessa osservazione: “In un’epoca nella quale la classe capitalista torna ad appropriarsi, senza quasi alcuna opposizione, di enormi quantità di lavoro non pagato, Marx mostra, meglio di chiunque altro, che i lavoratori non ricevono l’equivalente di quello che producono. Ne Il Capitale, egli affermò che la ricchezza della borghesia è possibile solo mediate la ‘trasformazione in tempo di lavoro di tutto il tempo di vita delle masse’. Questa dinamica si manifesta ancora di più su scala globale”.

Nonostante il lavoro non sia più non solo quello dell’800 ma nemmeno quello del 900 e nonostante il camaleontismo del capitale, quel rapporto ineguale è tutt’ora vigente. Si può pensare che la soluzione risieda in un nuovo compromesso tra capitale e lavoro, ipotesi riformista forte, alla Sanders; oppure che il capitalismo vada abbattuto, ipotesi rivoluzionaria. Ma l’analisi di quella disparità resta tutt’ora in piedi. La storia recente ha dimostrato che non esiste “terza via”. Anche per questo Marx non sente il peso dei suoi duecento anni.

Nemmeno i bulli sono più quelli di una volta

Sta per ricevere un’insufficienza. Non ci sta e reagisce con una violenza inaudita, senza rispetto del professore e dell’istituzione che rappresenta: “Non mi faccia incazzare, mi metta 6”, urla una settimana fa un adolescente al docente che decide di non reagire, mentre i suoi compagni riprendono tutto con il cellulare. La vicenda è uno scandalo per l’Italia che sta ancora digerendo altre scene di bullismo. E a gran voce si invoca la scuola di una volta, quella sì che ha formato uomini e donne che sapevano rispettare le istituzioni e che non si sarebbero permessi di rompere l’alleanza insegnanti-famiglia. Ma nessuno ricorda il 1977? I giovani si sono odiati e hanno combattuto tra di loro e contro i professori che non accettavano quella nuova ideologia che passava anche per la richiesta del 6 politico. Una stagione tra le più controverse della Prima Repubblica di cui abbiamo chiesto conto a chi l’ha vissuta.

“Negli Anni 70 pensavamo di avere di fronte una vita fatta di opportunità, in cui l’ascensore sociale era mobile: i figli degli operai oggi sono diventati dei professionisti grazie a quella rivolta. Ci hanno offerto una chance e l’abbiamo saputa cogliere anche sdoganando il concetto di violenza. Quello che accade oggi non è paragonabile: i giovani si sentono privilegiati e tutelati, sanno che la scuola non serve a riscattarsi. Insomma come ha già detto qualcuno ‘meglio giocare a calcetto che mandare curriculum (il ministro Poletti, ndr)”, spiega Flavia Perina, ex deputata di Fli ed ex direttore del Secolo d’Italia. Lamette, coltelli, violenza fisica e psicologica erano all’ordine del giorno tra i banchi, “mentre si stava realizzando una rivoluzione dal basso che ha realizzato una profonda critica alle istituzioni”, aggiunge la Perina. Ma a un prezzo enorme: decine di morti e migliaia tra feriti e attentati.

A viverla una galassia di persone nelle quali, ieri come oggi, è prevalsa un’anima violenta, una specie di naja, di sicuro non ripresa dai video dei cellulari, ma silenziosa e coperta. Questa, infatti, la profonda differenza con 40 anni fa: oggi, stuoli di ragazzi bramano solo per quei quindici secondi di notorietà sui social, mentre allora per i ribelli “era l’unica strada da percorrere per fare la rivoluzione”.

Nel liceo classico Castelnuovo di Roma, al confine tra un quartiere rosso e uno nero, il 1977 è stato vissuto da Giuseppe Cederna, scrittore e attore, come “l’anno del cambiamento, durante il quale – tra violenze e proteste contro i “nemici” rautiani – i prof hanno sempre avuto autorevolezza del momento storico e ci hanno assecondato”. Ed anche chi stava dall’altra parte della barricata, e di botte ne ha prese assai dai rossi, rimpiange “i maestri con la bacchetta di legno”, commenta Umberto Croppi, assessore alla Cultura di Roma con Alemanno. “Noi – spiega – facevamo parte di un collettivo che si batteva per gli stessi ideali, che cercava risposte a un bisogno politico. Oggi, invece, i bulli sono solo l’affermazione dell’individualismo”. Si può quindi giustificare la violenza di un tempo? “Al liceo, come tutti, ho subito la stira (lasciare in mutande una persona). Ma era una forma iniziatica, un momento di socializzazione. Non si può paragonare a quello che accade oggi, dove i ragazzi sono disarmati perché nessuno gli fornisce degli strumenti di supporto”, risponde Croppi.

Quella che Vittoria Ronchey, ex insegnante e autrice di Figlioli miei marxisti immaginari (1975), definisce “una licenza alla violenza data ai giovani di allora, un lasciapassare travestito da politica. È passata l’idea che le botte erano lecite, erano una forma di espressione. Mentre i professori non erano in grado di reggere il confronto fisico e intellettuale con gli studenti. Il ruolo d’insegnante – racconta la Ronchey – era ricoperto perlopiù da donne che non avevano necessità di lavorare, visto che lo stipendio che percepivano era misero. Non avevano soldi per comprare libri e strumenti didattici. Tanto che i giovani si scagliarono contro quel sistema democristiano oscurantista richiedendo maggiori investimenti. Come punto di contatto tra le violenze degli Anni 70 e quelle di oggi – sottolinea la scrittrice – trovo proprio la carenza di insegnanti che credono ancora in questo mestiere: gli viene chiesto di fare gli impiegati tra mille scartoffie e di sopportare decenni di precariato con uno stipendio non adeguato. Oggi, solo con il carisma si può contenere la violenza”.

Ad aver vissuto sulla propria pelle quelle battaglie e quella violenza è Claudia Lama, figlia di Luciano, leader della Cgil dal 1970 al 1986 che nel ’77 fu contestato durante un comizio alla Sapienza da parte del movimento studentesco: ci fu un’aggressione violenta che costrinse il sindacalista a interrompere il comizio e ad abbandonare l’università. “Io ero un animale politico, ho creduto in quella rivolta. Era un atto di fede verso le nostre convinzioni. Mentre oggi – dice la Lama – lo scopo della violenza è individualizzato, è quello di un ragazzino annoiato che sopperisce così alla mancanza delle istituzioni”. Per tutti la scuola è al collasso e non si trova più in cima alle priorità della società. Non è, quindi, in grado di fronteggiare la devozione assoluta dei genitori nei confronti dei figli (unici), ai quali difficilmente si risponde con un rifiuto. “Non è un problema di istruzione, ma di educazione. La delegittimazione degli insegnanti ha definitivamente rotto l’implicito patto tra alunni e prof”, sottolinea Monica Guerra, pedagogista e ricercatrice alla Bicocca di Milano. “Difficile capire come erano davvero quegli anni. Si doveva essere o con o contro qualcuno e la violenza era prassi comune.

È così che noi giovani chiedevamo alla politica delle risposte”, commenta Silvia Giralucci, il cui padre Graziano fu ucciso nella sede di Padova dell’Msi dalle Brigate Rosse e che nel libro L’inferno sono gli altri ha raccontata la storia del docente universitario Guido Petter. Ex partigiano, nel ’68 sostenne la protesta studentesca, ma nel ’77 si pose contro il Movimento e contro gli autonomi: fu picchiato a colpi di chiave inglese sulla testa. “Ma quella lotta violenta ha avuto anche il merito di portare alla creazione dei rappresentanti di classe”, conclude.

Non c’è festa per i dannati della “gig economy”

Lavorare con lentezza”, come cantava nel 1974 Enzo Del Re, non è un lusso che possono permettersi Ali, Andrea, Bem, Cristina, Fabio e Lorella. Tra loro c’è chi ogni giorno trasporta merci e pacchi pesanti, chi monta in bici indossando uno zaino pieno di pizze, chi risponde a decine di telefonate di clienti arrabbiati e chi accoglie gli avventori di fiere ed eventi.

Devono tutti essere veloci, attenti, efficienti; alcuni di loro anche gentili e sorridenti, perché il cliente deve restare sempre soddisfatto. Se non ci si adegua, quella è la porta: tutti sostituibili, quindi tutti ricattabili. Il mercato del lavoro è cambiato, insieme con le nostre abitudini, e a farne le spese sono anche loro, sei persone normali che hanno imparato a scoprire il lato oscuro della gig economy, la cosiddetta “economia dei lavoretti”, ma anche del commercio low cost e, più in generale, della frammentazione dei processi produttivi che caratterizza il nostro momento storico. Domani Primo maggio, festa dei lavoratori, sarà tutto un promanare a reti unificate di retorica e buone intenzioni: credere a quelle parole sarà un altro lusso che questi non potranno concedersi. Anche perché per alcuni di loro la festa del lavoro sarà in realtà un giorno come gli altri.

 

200 ore dietro il basso prezzo di un abito Zara

Ali (nome di fantasia) viene dal Pakistan e ha solo 25 anni, ma ne può vantare già sette di esperienza come magazziniere della logistica di Zara, il noto marchio di abbigliamento con negozi in tutto il mondo. Oggi è dipendente di una cooperativa che ha sede a Reggello, vicino Firenze, e per fortuna almeno domani potrà riposarsi. Ma non c’è da stare allegri, perché da mercoledì tornerà alla vita di sempre, fatta di turni molto duri e diritti concessi con il contagocce. “Sono pagato a seconda di quanto tempo passo al lavoro – racconta sforzandosi di parlare bene italiano – Prendo solo 6,50 all’ora, quindi per mettere su uno stipendio decente sono costretto a fare anche più di 200 ore in un mese. Non mi pagano le ferie e nemmeno le giornate di malattia”.

I vestiti che vengono stoccati in quei capannoni finiscono poi sugli scaffali dei punti vendita, dove vengono venduti per poche decine di euro. Chi li compra è contento così, chi li ha trasportati molto meno. Nel polo fiorentino sono quasi tutti pachistani e bengalesi e alcuni di loro hanno chiesto aiuto al sindacato di base SiCobas, che la scorsa settimana ha infatti organizzato uno sciopero per sostenerli.

 

Tuodì, la rivolta contro il turno 5-17

Un altro marchio noto per i bassi prezzi è il Tuodì, la catena di supermercati presenti soprattutto nell’Italia centrale. Il gruppo proprietario del discount, tra l’altro in crisi dall’estate scorsa, ha applicato il concetto di parsimonia anche verso i suoi fornitori. Anche in questo caso, i servizi di logistica sono appaltati all’esterno a un consorzio di cooperative. Nel magazzino presente nella periferia di Roma lavorano quasi 200 persone, in netta maggioranza africani, che due mesi fa si sono ribellati per le condizioni definite massacranti. “Fino a febbraio – racconta Ben (nome di fantasia) – avevamo un’altra coop con la quale in alcuni casi, arrivavamo a fare anche 11 o 12 ore in un solo turno. In pratica dalle cinque di mattina alle cinque del pomeriggio”.

Anche in questo caso è intervenuto il SiCobas, che ha scritto all’Ispettorato del lavoro parlando di irregolarità nelle buste paga: “Non c’è un sistema di timbratura – si legge – quindi le ore di lavoro ordinario retribuite sono continuamente contestate”. Oggi l’appalto è cambiato – nella logistica i frequenti cambi di cooperative sono la regola – e le cose sembrano andare un po’ meglio. “Adesso facciamo otto ore – spiega – e ci stanno applicando il contratto nazionale di riferimento, ma prima di stare tranquilli aspettiamo di vedere le prime buste paga”.

 

Amazon, i “cartellini verdi” a chiamata

È la logistica, insomma, uno dei settori che più di tutti nasconde storie come queste. Alcune sono poco conosciute, altre invece sono riuscite a ottenere la ribalta nazionale. È l’esempio del grande centro Amazon di Città San Giovanni, in Provincia di Piacenza, dove lo scorso novembre si è tenuto lo sciopero del Black Friday per chiedere una migliore organizzazione dei turni.

In questo stabilimento lavorano 4 mila persone, la metà delle quali con contratti interinali. A quest’ultima categoria appartiene un ragazzo che noi chiameremo Andrea. Ha iniziato da più di un anno, ma ancora oggi vede il suo rapporto rinnovato a volte anche di mese in mese. Per otto ore al giorno, si occupa di caricare grossi scatoloni contenenti i pacchi che i clienti “Prime” potranno ricevere praticamente il giorno successivo alla data dell’ordine online. I ritmi di lavoro li detta un algoritmo, e allora bisogna essere svelti, perché così i responsabili saranno contenti e si potrà ottenere la proroga. “Noi precari siamo chiamati cartellini verdi – spiega Andrea – mentre quelli a tempo indeterminato sono blu. Io spero di ottenere la stabilizzazione, ma ancora non ho capito come fare a convincerli”.

Per contratto, deve lavorare tre giorni alla settimana, mentre negli altri due è a disposizione e può essere chiamato. In questo modo, Amazon ha ottenuto la flessibilità di cui ha bisogno stipulando un rapporto che di fatto è a chiamata: nei periodi di picco – per esempio attorno alle feste natalizie – chiede più giornate, negli altri mesi lascia a casa i suoi dipendenti.

 

Tutta la vita davanti, dieci anni dopo

Lo stress, l’ansia, la fatica non sono concetti conosciuti solo da chi svolge mansioni manuali. Lorella lo sa bene, avendo lavorato per sedici anni in un call center, fino a quando anche lei, insieme ad altri 1.665 colleghi, è stata travolta dal grande licenziamento di Almaviva a Roma. Oggi è disoccupata da un anno e mezzo, la sua storia è un assurdo percorso a ostacoli. “Ho iniziato nel 2001 con un co.co.co. – dice – e solo nel 2007 sono stata stabilizzata come part-time a quattro ore. Ho dovuto lavorare duro per passare a sei ore”.

Ogni giorno con le cuffie indossate a rispondere a decine di chiamate di clienti scontenti: “Il nostro compito è lasciarli soddisfatti e fare in modo di chiudere la telefonata in soli quattro minuti. Un’impresa impossibile, io lavoravo sulla commessa Eni, se dall’altra parte c’era un signore anziano, in quattro minuti non riuscivo nemmeno a fargli leggere il codice cliente sulla bolletta”. Le prestazioni, però, dovevano essere alte, perché da quello dipendeva la promozione. Nel 2012, poi, sono iniziati i guai: la crisi, con annesso inizio degli ammortizzatori sociali che hanno ridotto gli stipendi già bassi. Un limbo durato fino a fine 2016, quando è arrivato il licenziamento. Ora Lorella è inserita da un anno e mezzo in un progetto di ricollocazione previsto dal governo e dalla Regione Lazio, ma i primi corsi di riqualificazione inizieranno solo in questo mese. “Mi hanno proposto di formarmi nel settore della comunicazione – aggiunge – ma a 53 anni non me la sento di concorrere con i trentenni laureati in questa materia. Adesso preferirei un corso di giardinaggio”.

 

Arcipelago hostess, professioniste fantasma

Il mondo delle hostess, degli steward e dei promoter è poco esplorato, ma anche questo è fatto di precarietà estrema, di contratti brevi che espongono a un ricatto velato. Qui c’è un’alta percentuale femminile, le troveremo anche domani ad accoglierci nelle fiere o a promuovere prodotti nei centri commerciali.

Per candidarsi bisogna passare tramite agenzie che selezionano le ragazze e le “forniscono” alle aziende. Cristina è una mamma che vive a Como; dopo la maternità, per rimettersi in gioco, ha risposto a un annuncio. “Sono quattro anni che un giorno mi ritrovo a promuovere i biscotti di un’azienda, un altro giorno i giocattoli di un’altra”. Un contratto vero e proprio per queste figure non c’è, così le agenzie ci mettono un po’ di fantasia. “A volte ci inquadrano come prestatrici di lavoro autonomo, altre con contratti da dipendenti per pochi giorni o al massimo pochi mesi”. Rapporti interinali, intermittenti, ritenuta d’acconto e chi più ne ha più ne metta, insomma. Sui compensi vige il libero mercato: “Non c’è un minimo di riferimento. Io mi propongo sempre di non accettare mai meno di 50 euro a giornata. Ma magari le studentesse che lo fanno giusto per guadagnare qualcosina ne accettano anche 38, meno di cinque euro all’ora. Non puoi trattare sulla paga, rischi di non essere più richiamata”. Ferie e malattie retribuite neanche a nominarle, e a volta si rischia anche la beffa: “Alcune agenzie – sottolinea Cristina – ti costringono a pagare penali se disdici la tua presenza a un evento meno di sette giorni prima. Però se sono loro a dirti all’ultimo che non servi più, non ti indennizzano”. Pagamenti a volte tre mesi dopo l’evento, in alcuni casi anche di più: è per questo che le ragazze si sono organizzate con un gruppo Facebook, per condividere le esperienze e segnalare le agenzie poco serie.

 

Una vita sui pedali a rischio della vita

I social network come forma di condivisione e organizzazione di lavoratori è una formula sperimentata anche dai rider che consegnano il cibo a domicilio per aziende come Foodora, Just Eat, Moovenda, Glovo e Deliveroo. È per quest’ultima che ha lavorato Fabio, nome inventato, che ha trent’anni e vive a Milano. “Mi pagavano 5,60 euro come fisso orario e 1,20 euro a consegna. Quindi era a fortuna, se ne riuscivi a fare tante, guadagnavi di più. Dovevi sperare che il ristorante al quale eri assegnato non facesse ritardo nella preparazione”. Turni e retribuzioni decise dall’azienda, peccato che questi lavoratori risultano lavoratori autonomi sul piano formale. Se il cliente esprime un giudizio negativo, la responsabilità ricade sul rider che su questo viene valutato in una classifica. Dunque bisogna andare come un Girardengo, ma stare anche attento a far arrivare il cibo intatto alla meta. “A Milano – aggiunge Fabio – c’è quasi un incidente al giorno, ma questi non vengono catalogati come infortuni sul lavoro, non interviene l’Inail. È una zona grigia, l’azienda ha fatto un’assicurazione sanitaria integrativa che riconosce rimborsi entro i massimali, ma nemmeno i ragazzi sanno a quanto ammontano”.

Anche domani, Primo Maggio, sarà per loro un giorno lavorativo, ma i movimenti Deliverance Milano e Strike Raiders hanno deciso di scioperare e sfilare in corteo dalle 14:30 partendo dalla stazione di Milano Centrale. Almeno durante la manifestazione, potranno concedersi il piacere di pedalare senza fretta.

“La sinistra rimedi con M5s agli errori fatti sul lavoro”

“Qualsiasi governo con il M5s dovrà mettere al centro il recupero della dignità del lavoro. E la sinistra ha oggi un’occasione storica per chiudere una stagione di errori”. In vista del 1° maggio, il ministro del Lavoro in pectore dei 5Stelle, Pasquale Tridico, 42 anni, professore di Economia del lavoro a Roma Tre, traccia il bilancio di un ventennio di politiche sbagliate, sperando in una svolta. “Non sono un militante, ma un tecnico prestato alla politica”, premette questo economista keynesiano di sinistra, naturalmente incline a guardare con interesse al dialogo con il Pd.

Come si può recuperare la “dignità del lavoro”?

Recuperando salari e stabilità del posto perdute in questi anni; riducendo le diseguaglianze, oggi ai livelli più alti tra i Paesi avanzati. La disoccupazione al Sud è al 25%, a livello nazionale è all’11; 3 milioni di inattivi scoraggiati: una Repubblica “fondata sul lavoro” non può permetterselo.

Come si è arrivati a questo?

È stato un ventennio disastroso. L’Italia ha scelto di competere svalutando il lavoro. Il contesto europeo non ha aiutato, lo dico da europeista: all’interno del cambio fisso dell’euro, con mobilità dei capitali, limitazione alla politica fiscale e indipendenza della politica monetaria nelle mani della Bce, un Paese viene spinto verso la facile leva delle politiche del lavoro, e ci si è accaniti. Il tessuto produttivo, fatto al 90% di piccole imprese, è andato avanti senza innovare sfruttando il più basso costo del lavoro. La conseguenza? Crollo della produttività, milioni di precari e salari stagnanti da 20 anni. Altri Paesi hanno tutelato meglio i lavoratori col modello della “flexicurity”.

Come se ne esce?

Pensando al lavoro del futuro, qualificato, ben retribuito e a maggiore apporto tecnologico. Ma in Italia servono dei passi indietro

In che senso?

Rimediare agli errori. Finora i governi, a partire dal pacchetto Treu del ’97 hanno aumentato la flessibilità in entrata; il Jobs Act l’ha aumentata pure in uscita e la liberalizzazione del lavoro a termine con il decreto Poletti ha ulteriormente precarizzato le condizioni dei lavoratori. Se nel 2017 abbiamo avuto 4 contratti nuovi su 5 a termine, è chiaro che l’obiettivo del Jobs Act, creare lavoro stabile, non è stato centrato e bisognerà intervenire. Lo dico da tecnico. Le ricerche scientifiche, anche del mio amico Andrea Roventini, ci dicono che le imprese investono in capitale umano se i lavoratori sono più stabili. Questo aumenta la produttività, con investimenti mirati e rispettosi dell’ambiente, come l’altro collega e amico, Lorenzo Fioramonti suggerisce.

Per il Pd il Jobs Act è intoccabile. Farete voi un passo indietro?

La negoziazione non spetta a me. Il M5s vuole reintrodurre l’articolo 18 per ridare dignità ai lavoratori. Abolirei pure il decreto Poletti. Ma la riforma ha anche cose buone, come la Naspi. Apprezzo anche la strategia dietro Industria 4.0. Il Rei è un punto di partenza che si può far convergere verso il reddito di cittadinanza. Anche sulla critica al Fiscal Compact c’è convergenza. Si dovrebbe spingere verso un sussidio di disoccupazione europeo che limiterebbe gli squilibri macroeconomici. Nel Pd alcuni, come Cesare Damiano, vogliono alzare le tutele dal licenziamento illegittimo. I margini ci sono: la sinistra riparte dialogando.

Cos’altro si può fare?

Il lavoro stabile si stimola con gli investimenti, soprattutto al Sud, dove ci sono i principali problemi, e dove bisogna indirizzare almeno il 34% delle risorse ordinarie come dice la Svimez. Il governo uscente ha recuperato questa buona norma, ma gli investimenti restano bassi, al 28%. Anche sulle tutele ai lavoratori della Gig economy c’è convergenza. Noi proponiamo un salario minimo di 9 euro l’ora per le categorie non coperte dalla contrattazione nazionale. E bisogna ridurre l’orario di lavoro a parità di salario nei settori più automatizzati, con sconti fiscali alle imprese, stimolando la produttività con investimenti e incentivi alle assunzioni dei giovani.

Finora il Pd con il M5S ha condiviso solola critica al sindacato.

Va invece tutelato. È stato fondamentale nell’emancipazione dei lavoratori e l’evidenza empirica mostra che laddove è stato indebolito, salari e protezioni sono calati e le disuguaglianze sono aumentate. Non a caso gli Usa hanno avuto l’aumento più alto delle disuguaglianze.

Il Pd pare avere già chiuso al dialogo…

La sinistra sembra aver abbandonato il suo mondo di riferimento. Negli ultimi decenni, i partiti operaisti si sono spostati verso la tutela dei ceti più ricchi, trascurando le classi meno abbienti. Ma oggi il Pd ha l’opportunità di rivedere alcune posizioni grazie al M5s che ha riportato il lavoro, la povertà, la disuguaglianza e il Sud al centro del dibattito. Sono il bagaglio culturale della sinistra, le sue battaglie. Si possono recuperare, come ha fatto Corbyn in Inghilterra dopo il blairismo. Molti hanno accostato il M5S al Pci di Berlinguer e a Pertini, che vedevano nella dignità del lavoro e nella questione morale il fondamento della Repubblica. È un’occasione storica, non sprechiamola.

Il “porco del Nobel” ha molestato addirittura la principessa di Svezia

Giù le mani dalla principessa. In Svezia lo scandalo molestie sessuali all’Accademia che assegna il premio Nobel per la letteratura si allarga tanto da mettere a rischio quest’anno, per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, l’assegnazione del premio. Il fotografo francese al centro del caso è adesso accusato di aver “palpeggiato” addirittura la principessa Victoria, erede al trono.

La notizia è dello Svenska Dagbladet, che cita tre testimoni. Il fatto risale al 2006, durante un evento all’Accademia. Stando alla ricostruzione della stampa Jean-Claude Arnault, sposato con una dei membri dell’Accademia, ha palpeggiato la principessa soccorsa dall’intervento di una delle sua assistenti che si è “lanciata sul fotografo e lo ha allontanato con la forza”. La famiglia reale non ha commentato le accuse ma ha pubblicato un comunicato di sostegno generale al movimento anti-abusi #metoo.

Proprio sulla scia della campagna lanciata negli Usa dopo il caso Weinstein, lo scorso novembre Arnault è stato accusato da diciotto donne di averle aggredite o violentate tra il 1996 e il 2017, accuse negate dall’uomo. Lo scandalo ha provocato una serie di dimissioni nell’Accademia. Tre membri hanno lasciato subito dopo che l’organizzazione ha votato contro la rimozione dall’incarico della moglie del fotografo, la poetessa Katarina Frostenson. Di lì a poco anche quest’ultima è stata costretta a lasciare seguita dalla presidente dell’Accademia, Sara Danius.

Lo scandalo rischia di cancellare o posporre l’edizione di quest’anno del premio per la letteratura. La decisione sarà presa il 3 maggio.

B. o non B.? Salvini sfoglia la margherita del Friuli V. G. e fa una scenata a Di Maio

Con quale percentuale vincerà oggi le Regionali in Friuli Massimiliano Fedriga conta (contro di lui Sergio Bolzonello del Pd e Alessandro Fraleoni Morgera del Movimento 5Stelle rischiano di fare gli sparring partner), ma ancor più conta quanto peseranno Lega da una parte e l’alleato Forza Italia dall’altro. Berlusconi rispetto al 2008 è sicuro della botta: aveva il 32,7%, rischia di finire sotto il 10.

Per Salvini quella che si presenta dunque è la possibilità di confermare la leadership nel centrodestra a suon di voti. Ma l’ipotesi “divorzio” da B. – negata platealmente come è ovvio – davvero non decolla. Il segretario del Carroccio infatti è costretto a guardare come finirà il dialogo tra Dem e pentastellati, dopo che il tentativo Casellati per il “triangolo impossibile” M5S-centrodestra unito si è schiantato sul mastice che Forza Italia è riuscita a tenere sul Carroccio. E ieri Salvini infatti ha finito per attaccare, senza mai citarlo direttamente, Di Maio per la sua lettera-appello al Partito democratico: “Noi i programmi non li cambiamo in corsa, abolire l’infame legge Fornero sarà la nostra priorità. Gli italiani meritano rispetto non altro che governi con il Pd”.

Da parte sua Berlusconi è tornato a proporre – dalle colonne del Corriere della sera – un governo di centrodestra che cerchi appoggi direttamente in Parlamento. Un governo di minoranza “in Europa non sarebbe una novità, solo in Italia sembra una cosa strana, se fallisce il dialogo fra 5 Stelle e Pd non ci sarebbe nulla di anomalo in un governo di centrodestra – ha detto Berlusconi – che va in Parlamento a chiedere il consenso delle altre forze politiche o almeno l’astensione”.

L’ipotesi – piantata sul “no e poi no” di B. al ritorno anticipato alle urne – vede Forza Italia e Fratelli d’Italia allineati, ma nemmeno la Lega sembra del tutto contraria. Come non viene affatto scartato il sì alla soluzione “governo del presidente”. Tutto dipenderà dall’esito del confronto Pd-M5S.

“Preferisce l’Italia giù nel baratro. Ma contento lui…”

“Prendiamo atto che il signor Renzi non è capace di nessuna elaborazione. Annuncia di mantenere un potere politico e che lo eserciterà”. Gianfranco Pasquino non sorride, anzi.

Si aspettava questa performance?

Mi aspettavo che almeno la smettesse di manipolare il sistema francese, che non è un ballottaggio tra partiti ma un doppio turno tra candidati. Se a Renzi piace tanto la Francia si ricordi che è una Repubblica presidenziale con un sistema elettorale adeguato. Che il referendum del 4 dicembre avrebbe rafforzato la possibilità di formazione di un governo è una balla che sarebbe meglio non sentire più.

Nessuna possibilità di un accordo Pd-M5S dunque…

Renzi ha deciso di stare all’opposizione, si augura che gli altri falliscano o che addirittura non riescano a formare un governo. Tutto costituzionalmente corretto ma politicamente evanescente.

Renzi dice: “Noi abbiamo perso, loro hanno vinto. Quindi tocca a loro”. Sbaglia?

Come ho detto, la sua posizione è costituzionalmente corretta, tuttavia avrei voluto domandargli che cosa effettivamente augura al popolo italiano. A me pare evidente che lui si auguri un governo Lega-5Stelle o addirittura un governo di centrodestra. Come a dire, facciamo quattro passi nel baratro, così gli elettori capiranno in quale guaio siamo finiti e torneranno da me… Ecco, questa non è la mia opzione. Bisogna evitare il baratro, anche perché è falso che tra le due forze politiche ci sia più incompatibilità di quanta non ce ne sia tra Lega e 5S.

Renzi ha ancora in mano il Pd secondo lei?

Se non ha in mano il partito, sicuramente ha in mano i parlamentari, grazie al Rosatellum. E poi, questa storia che la sua azione è stata impedita dall’opposizione interna ha stufato. Non capisce che perdere un pezzo del tuo partito è un suo fallimento personale.

Cosa accadrà ora?

Ci vorrebbe un astrologo. È evidente che il presidente della repubblica voglia un governo e tenterà in ogni modo di far decantare le tensioni. Il Movimento 5 Stelle o rilancia con la Lega oppure si passa inevitabilmente a un premier incaricato di centrodestra. Il tempo delle esplorazioni è finito. E poi vorrei dire un’ultima cosa…

Dica.

Renzi ha citato Roberto Ruffili (senatore Dc ucciso dalle Brigate rosse nel 1988, ndr) ricordando correttamente le sue parole, secondo cui il cittadino deve essere arbitro. Ma quelle parole erano indirizzate alla creazione di una cultura della coalizione. Io credo che sarebbe un bene andare a vedere le carte, cercare i punti di accordo. Ma questo a quanto pare difficilmente accadrà.

“Non digerisce mai le sue sconfitte, è sempre lo stesso”

“Ho visto un Renzi doc, nel senso che è ancora fermo all sconfitta del referendum del 4 dicembre. È evidente che le sconfitte le digerisce molto male…”. Lucia Annunziata sorride dopo lo show di quello che lei chiama “il ritorno dell’ammazzatutti”.

Lucia Annunziata, dunque è delusa dal Renzi visto da Fazio?

No, mi limito a constatare che siamo ancora lì alle stesse tematiche, è quello è il problema. Non c’è evoluzione nel suo discorso, proprio non è ancora entrato nel clima.

Quante probabilità ha il Pd di dialogare davvero con i 5 stelle dopo ieri sera? Pochino a occhio…

Zero. Direi che le possibilità stanno a zero. E tutta questa disponibilità a scrivere le regole insieme è abbastanza fuorviante, perché per scrivere le regole bisogna che un governo ci sia, ma se non c’è…

Insomma, altro che segretario dimissionario del partito democratico…

Renzi non è mai andato via, questo è evidente dal giorno in cui ha posticipato l’assemblea del partito. Da Fazio abbiamo visto il Renzi di sempre, che un po’ attacca, un po’ ironizza e un po’ si difende. È fermo, le ferite delle sconfitte non gli passano mai, è ancora al dicembre 2016, vuole ancora una rivincita…

Ma poteva andare diversamente?

Avrebbe potuto seguire una strategia più sottile, giocare di specchi, questo governo lo facciamo nascere, non lo facciamo nascere. Invece ha subito sottolineato che qualsiasi alleanza è irrealistica.

Secondo lei tra i due elettorati di Movimento 5Stelle e Pd ci siano punti di contatto?

La mia opinione è che Renzi su questo ha ragione, i due elettorati non sono pronti, c’è stata per anni una divisione forte e sanguinosa. Per l’elettorato del M5S Renzi e il Pd sono peggio di Berlusconi, anche banalmente per una questione di età. Per i più giovani – e sono tanti – berlusconi è il pleistocene.

L’altro forno Lega-5Stelle – considerando però sempre la variante Berlusconi – è ancora praticabile? Che poi è quello che sembra desiderare da matti proprio Renzi…

C’è sicuramente ancora più di una possibilità. Sono elettorati più omogenei, almeno secondo la mia opinione. Gli italiani li hanno votati, provino a governare insieme e vediamo cosa accade. Questo Paese è sopravvissuto a vicende assai peggiori.

Quindi Renzi ha ragione?

Non vedo male il fatto che non si butti, sarebbe una finzione. Io in politica amo i processi chiari. Queste consultazioni lo sono state.