Una serie di “punti” su cui impostare in confronto. La proposta di Di Maio al Pd è arrivata sul “Corriere della Sera” ieri, ma chiaramente parla alla direzione Pd di giovedì. In sintesi: 1. superare il fiscal compact; 2. incremento del Fondo sanitario nazionale e un piano di assunzioni per infermieri e medici; 3. ripristino dell’art. 18 come “misura ponte”, in attesa di una piena realizzazione del reddito di cittadinanza; 4.lotta alla mafia e alla corruzione, anche attraverso l’agente sotto copertura; 5. revisione del Regolamento di Dublino ed equa ripartizione dei migranti tra tutti i Paesi dell’Ue.
Renzi sbarra la strada 5Stelle: “La pagherete”
“Siamo seri, chi ha perso le elezioni non può andare al governo. L’incontro con i Cinque Stelle ci sarà, magari in streaming (come consigliato da Verdini, ndr), ma no a una fiducia al governo Di Maio. O M5S e Lega fanno il governo o scriviamo insieme le regole, legge elettorale e riforma costituzionale, perché dal 4 dicembre il Paese è bloccato”. Matteo Renzi, segretario dimissionario del Pd, uscito a brandelli dalle elezioni di due mesi fa, sceglie la poltrona di Fabio Fazio a Che tempo che fa (Rai1) per anticipare la direzione del Pd del 3 maggio e spegnere non solo ogni ipotesi di dialogo con il Movimento 5 Stelle – infrangendo dopo neanche un mese la prima promessa fatta da neo senatore (“Ora sto zitto per due anni”) – ma inasprendo ancora di più i malumori in casa Pd, dopo l’apertura del reggente Maurizio Martina (mai nominato in 30 minuti di intervista). E che ieri mattina aveva spinto Di Maio all’ennesimo appello al Pd sui temi di convergenza.
Punti che si sono trasformati in paletti in bocca a Renzi: “Il reddito di cittadinanza per me non sta né in cielo né in terra. Vogliono cambiare il Jobs act? Vadano dall’altro Matteo”, ha detto, criticando anche la teoria dei due forni M5s: “Franza o Spagna basta che se magna”.
Renzi ha poi portato avanti il suo copione: “Non possiamo rientrare dalla finestra come un gioco di palazzo o con decisioni dei caminetti romani. Ma il governo lo deve fare chi ha vinto. C’è disponibilità – ha sottolineato – a discutere sulle riforme, ma non siamo disponibili a due poltrone chi offrono o a diventare soci di minoranza della Casaleggio”. E la sua posizione, dice l’ex premier, è condivisa dalla maggior parte dei senatori dem: “Su 52 senatori Pd, almeno 48 devono votare a favore. Io di disponibili alla fiducia a Di Maio non ne conosco uno”. Anche l’ipotesi di Di Maio premier viene bollata come irreale: “Tanto di cappello a chi ha preso il 32%, ma non è il 51%”, ha poi incalzato Renzi aprendo alla possibilità a un esecutivo di scopo sotto la guida di Mattarella perché “non si può tornare al voto, per rispetto degli elettori e per fare iniziare davvero la terza Repubblica, perché con due Camere il ballottaggio non è possibile”.
Questo il la di Renzi, durante l’intervista-comizio, per tornare al giorno del referendum del 4 dicembre, che ha perso, rilanciando la necessità di intervenire sulla Costituzione e creare un governo del presidente: “Su questo si poteva fare un governo insieme. Da quel momento l’Italia non è più in grado di avere un sistema efficace ed efficiente. Ora serve un sistema semipresidenziale alla francese, un doppio turno sul modello dei sindaci”.
Il “non si passa” è stato commentato subito da Di Maio con un post su Facebook: “Renzi nel Pd decide ancora tutto. Noi ce l’abbiamo messa tutta per fare un governo nell’interesse dei cittadini. Il Pd ha detto no e la pagheranno”. Parole che passeranno per l’immediata richiesta del voto anticipato a giugno.
Ma mi faccia il piacere
Giovedì gnocca. “Ho preso meno voti di voi, ma avete visto quanta gnocca c’è in Forza Italia?” (Silvio Berlusconi, presidente FI, a un gruppo di militanti leghisti triestini, Libero, 29.4). Questa sì che si chiama convergenza programmatica.
Gonzi. “Questa contrapposizione ventennale tra berlusconiani e antiberlusconiani alla fine ha fatto molto male al Paese e al buon funzionamento delle istituzioni, impedendo anche vere riforme della giustizia… Questa contrapposizione ha dato anche vita ad antiberlusconiani di professione, che oggi diventano anti-qualcos’altro. Certamente questo tratto della sinistra girotondina non ha portato lontano e non ha fatto bene alla sinistra. E dall’inizio del governo Renzi abbiamo lavorato su questo punto nuovo di rottura, cioè superare la contrapposizione tra berlusconiani e antiberlusconiani” (Sandro Gozi, ex deputato Pd, Radio Radicale, 29.4). Bravo genio, continua così. E mi raccomando, iscriviti a Forza Italia.
Missione compiuta. “Renzi chiude ai 5Stelle: ‘Incontro sì, alleanza no. Scomparirebbe la sinistra’” (la Repubblica, 29.4). Gelosone: vuol farla scomparire tutta da solo.
Braccia rubate/1. “C’è chi chiude il forno, c’è chi cura l’orto” (Matteo Salvini, segretario della Lega, dopo che Luigi Di Maio ha chiuso le porte all’alleanza con lui e B, Instagram, 17.4). Una vocazione naturale: l’agricoltura.
Braccia rubate/2. “Mi dedico alla filatelia. Sto curando una mostra per il centenario del primo bollo stampato a Fiume il 2 dicembre 1918” (Carlo Giovanardi, ex ministro ed ex parlamentare Dc, Ccd, Udc per 7 legislature, dopo aver ricevuto una liquidazione di 315 mila euro, il Fatto quotidiano, 22.4). Finalmente 315 mila euro ben spesi.
Il pensatore. “A Di Maio lo dico in un linguaggio che lui potrà capire: ‘Se starebbe coi piedi per terra fosse meglio. Così credo che si vadi a sbattere’” (Maurizio Gasparri, senatore FI, Twitter, 19.1). Chissà la fatica che ha fatto a sbagliare tutti quei verbi.
Tutto chiaro. “La neolingua che si impone in certi contesti dà anche l’idea di come in assenza di novità straordinarie si debba usare il lessico per significare lo stato dell’arte attuale. Tutto preventivato” (Nicola Morra, senatore M5S, Maratona Mentana, La7, citato da nonleggerlo.it, 19.4). Brematurata. Con scappellamento a destra.
Fraulein Wald. “Grande Bolzano! Vittoria per la squadra di hockey sul ghiaccio nella finale del campionato multinazionale #EBEL 2018 contro Salisburgo. Congratulazioni a tutta la squadra!” (Maria Elena Boschi, deputata Pd eletta a Bolzano, Twitter, citato da nonleggerlo.it, 20.4). Come si dice in tedesco “ma va a ciapà i ratt”?
Curriculum. “La tv ce l’ho nel Dna. Racconto storie italiane senza giudicare. Il primo show l’ho proposto a Mediaset senza dire che era mio. Mi hanno conosciuta così: devi guadagnarti tutto” (Luna Berlusconi, figlia di Paolo e nipote di Silvio, produttrice televisiva, La Stampa, 26.4). La ferocia della meritocrazia.
Tremenda vendetta. “La condanna dei carabinieri è la vendetta di Totò Riina. La presunta trattativa Stato-Mafia. È una sentenza assurda: il generale Mori, l’uomo che ha inferto colpi decisivi ai Corleonesi, sarebbe colpevole di averli aiutati a delinquere”! (Fabrizio Cicchitto, ex P2, ex Psi, ex FI, ora centrosinistra, Libero. 23.4). Così impara a non perquisire il covo di Riina: tiè!
Pareri. “Il Fatto quotidiano e Marco Travaglio… hanno scoperto che in una sentenza un giudice esprime, al riparo dell’immunità professionale, un proprio parere su Silvio Berlusconi, definendo il Cavaliere un ‘delinquente’. Bene, da allora ogni due per tre piazzano la parola ‘Delinquente’ … al posto di ‘Berlusconi’… Delinquente è l’opinione non richiesta di un magistrato…” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 29.4). Per la verità si tratta di una sentenza definitiva emessa da 3 giudici di Tribunale, 3 di Corte d’appello e 5 di Corte di Cassazione, che condannano irrevocabilmente Berlusconi per frode fiscale con una “naturale capacità a delinquere”. Ma nel Codex Sallustianus è un parere, anzi un’opinione, per giunta non richiesta. I giudici prendano buona nota: d’ora in poi solo sentenze su richiesta dell’imputato.
Il titolo della settimana/1. “Renzi scarica i grillini: sono una baby gang” (il Giornale, 26.4). “Berlusconi: ‘Cinque stelle come Hitler’” (ibidem). E questi sono i moderati.
Il titolo della settimana/2. “Tocca cancellare le sciagurate elezioni del 4 marzo” (Giuliano Ferrara, Il Foglio, 26.4). E possibilmente le elezioni, punto.
Cambio di stagione
Successo da vomito a Los Angeles per “Suspiria” di Luca Guadagnino
Un successo da vomito. Black Swan incontra L’esorcista. Ossa schiantate, pelle strappata: mi sono sentita davvero male”. “In una scena Dakota Johnson controlla il corpo di un’altra donna che danza. Il corpo della donna si spezza in due. È fatta letteralmente a pezzi. Sputi, piscio, sangue”.
Sono solo alcuni dei commenti della stampa di fronte alle prime immagini di Suspiria, il (non) remake del classico di Dario Argento del 1977 diretto da Luca Guadagnino. Dopo l’exploit – plauso critico, consenso di pubblico, quattro nomination e una statuetta agli ultimi Oscar – di Call Me By Your Name, il regista italiano estende la sua dimensione internazionale cambiando drasticamente lo spartito: il romance omosessuale lascia spazio all’horror, che si preannuncia quale uno dei più efferati, radicali e disturbanti degli ultimi anni. Almeno a dar retta alle reazioni sortite al CinemaCon di Las Vegas, dove una clip di Suspiria ha fatto sfaceli: light lunch con insalata di quinoa e crostatine di cioccolato bianco, Guadagnino che chiede a giornalisti e addetti ai lavori se hanno finito di pranzare, ma – scrive Vice – “quello che stava per mostrare si sarebbe rivelato l’equivalente cinematografico di due dita cacciate in gola”.
Quali sono le immagini incriminate? Mentre una ballerina piroetta in una stanza, i suoi movimenti si ripercuotono rovinosamente su una collega, il cui corpo si contorce fino allo spasmo e ancor più, riducendola a un mucchietto di ossa rotte, urina, sangue e fluidi corporei, alcuni dei quali, appunto, condivisi dalla platea. Se la protagonista Dakota Johnson, che ritrova Guadagnino dopo A Bigger Splash, ha confessato al CinemaCon come “Suspiria mi ha ridotto uno schifo a tal punto da dover andare in terapia”, gli spettatori si son tolti il peso più drasticamente, tra tavoli precipitosamente abbandonati, tovaglioli gettati a terra e conati diffusi – magra consolazione, era un pranzo leggero.
Per un horror, si capisce, sono applausi a scena aperta: ancor prima del trailer, Suspiria ha fatto centro, issandosi sulla vetta dei film più attesi dell’anno, e non solo nel genere d’appartenenza. Nel cast l’aficionada Tilda Swinton, Chloe Grace-Moretz e Mia Goth, musiche di Thom Yorke dei Radiohead, la Johnson interpreta una ballerina americana che raggiunge una prestigiosa accademia di danza in Europa: accadimenti sovrannaturali e omicidi aberranti la getteranno nel terrore, e al contempo la spingeranno a indagare l’oscura storia della scuola.
Targato Amazon Studios, l’eterodosso remake dovrebbe sbarcare al cinema in autunno e l’anteprima alla 75esima Mostra di Venezia (29 agosto-8 settembre) è da considerarsi più che probabile: hype già fuori controllo, red carpet stellare, l’occasione è ghiotta, last but not least per siglare la pace tra il regista e la critica italiana, che dopo tante stroncature ha promosso CMBYN.
Anche perché Suspiria promette di essere film assai più complesso di quanto palesato a Las Vegas: “È un omaggio al potentissimo choc – ha dichiarato Guadagnino a Movie Mag di Rai Movie – che l’originale di Argento mi diede a 14 anni, e insieme il mio film più personale, in cui radicalizzo, spero in maniera terminale e compiuta, il concetto di maternità”.
“A Panda piace il meglio della Rete che l’ha salvato dall’estinzione”
Correva l’anno 2008. La Rete era un luogo virtuale (quasi) felice, gli hater erano poca cosa e gli influencer adolescenti erano ancora in fasce. “Panda è arrivato all’improvviso – afferma al telefono Giacomo Keison Bevilacqua, romano e classe ’83 – era il 22 maggio e mi barcamenavo fra diversi progetti creativi quando è arrivata l’ispirazione mentre guardavo un film, Il favoloso mondo di Amelie. Quella leggerezza mi ha entusiasmato”.
Bevilacqua, dieci anni or sono era già un nome noto nel mondo creativo, firmando testi per pubblicità, televisione e videogiochi e soprattutto era l’autore di diverse storie di Dylan Dog e John Doe: “No, non era il momento per fare altro – confessa – ma ho deciso di aprire un blog (apandapiace.com) perché volevo una boccata d’aria fresca. Io faccio parte della vecchia scuola del fumetto, ero abituato a lavorare alle tavole e consegnare, per poi attendere mesi solo per avere un responso. Invece Panda è stata una rivoluzione. Pubblicavo una illustrazione al giorno e i lettori interagivano, commentavano e influenzavano il mio lavoro in modo diretto”. Critiche ne ha ricevute? “Anche i troll erano diversi, alla fine mi incoraggiavano ad andare avanti”.
Avanti veloce, in dieci anni sono successe tante cose. Panda è diventata una web-comic premiata dal pubblico, approdando alla carta, protagonista di numerosi libri a fumetti nonché merchandising vario (“ho declinato tante richieste, Panda riflette i miei ideali e andava protetto”) sino ad approdare su La7 con dei cartoni animati (“ho seguito i tutorial da zero per farli, è stata una sfida vinta”). Adesso, per il suo decimo anniversario Bevilacqua ha voluto creare un volume celebrativo A Panda piace… questo nuovo libro qui (Feltrinelli Comics, pp. 128 a colori, 16 euro) che sarà in vendita dal 10 maggio ma è già disponibile in anteprima al Comicon – Salone Internazionale del Fumetto – che si tiene a Napoli sino all’1° maggio. “Questo volume è nato con l’idea di offrire al lettore una pausa dal caos frenetico della rete. Invito ad aprire a caso il volume, ficcando il naso fra le illustrazioni. Ho voluto spostare su carta dei momenti felici realizzando una sorta di cloud cartaceo, una tregua dallo stress quotidiano”. Fra le pagine del volume una rassegna di vignette inedite, accompagnate da rivisitazioni di cavalli di battaglia del personaggio, travestimenti celebri e un’inedita storia a fumetti che fa da prologo ed epilogo. E inoltre, spazio agli ospiti d’eccezione, gli storici amici di Panda provenienti dal mondo delle strisce e degli albi cartacei: Sio, Zerocalcare e Leo Ortolani. (Proprio quest’ultimo – in esclusiva per il Fatto – ha commentato: “Grazie a Giacomo Keison Bevilacqua, il processo di estinzione del panda si è fermato. Da dieci anni. Panda che piacciono, poi. Panda quattro per quattro, panda in grado di scalare il gradimento dei lettori che lo hanno sempre visto come uno di loro. Così la sua festa è anche un po’ la nostra, dai. Auguri a tutti, quindi, per il nostro decennale con Panda!”).
Dieci anni e non sentirli, dunque. Ma come sarà il futuro? “questo libro è un nuovo inizio per Panda e se andremo avanti sarà solo merito della risposta dei lettori a questa svolta. Vorrei che da adesso in poi Panda fosse protagonista di nuove storie lunghe, non di singole vignette”. Ma intanto Giacomo Keison Bevilacqua è sempre al lavoro (ricordiamo che ha firmato anche i graphic novel Il suono del mondo a memoria e Lavennder) e a fine maggio partirà “Caldaie” il progetto creato con Michele, Zerocalcare: “È nato una sera con una lunga conversazione su Whatsapp che alla fine abbiamo postato. Sono sicuro che ci divertiremo ma in realtà non sappiamo nemmeno noi cosa ci starà dentro. E nel frattempo sono presissimo da Attica, una saga che sto creando per Sergio Bonelli Editore che sarà una vera sfida ai lettori”.
Ascoltandolo parlare si ha la netta sensazione che Bevilacqua non si prenda mai una pausa e lui conferma al volo: “Questo lavoro è divertentissimo e altrettanto faticoso. L’amicizia con Leo, Sio e Zerocalcare è preziosa per questo motivo, condividiamo sia le critiche che i successi, la tensione e le gioie. Dieci anni or sono Panda è nato in un momento bello della Rete e mi ha insegnato a godere dei momenti semplici della vita, adesso sono finalmente sceso a patti con l’ansia, ma ho una gran paura di annoiarmi. E in questo lavoro, una cosa è chiara: chi si ferma è perduto”.
“Il mondo dello spettacolo mi ha fatto schifo da subito. Ha isolato me e Battisti”
Lo stereotipo a casa Pappalardo non passa; così come la terza persona singolare o le classiche prese di distanza tra soggetto e uomo di spettacolo, tra palco e realtà. Lui è uno solo. È proprio Adriano Pappalardo, con gli attrezzi ginnici appesi sulle porte di casa (“mi alleno sempre”), un’irruenza fanciullesca “che in questi anni mi ha causato vari problemi professionali. Però chi se ne frega”; o quando riprende la moglie perché tenta di smussare qualche ricordo su Mina o Battisti, “nooooo! Vado senza filtri”. Poi mentre parla di James Brown (“il mio mito”) può all’improvviso alzarsi in piedi e cantare, proprio alla James Brown, con botte clamorose di diaframma e il collo taurino che esplode. La moglie Lisa lo guarda, lui sorride: “Stiamo insieme da 48 anni, lei è tutto”.
Pappalardo da bambino.
Identico a come sono oggi, un capellone in jeans e scarpe sportive, nato in un paesino del profondo Salento. Da sempre ribelle.
Puro Dna.
A scuola pensavano avessi la puzza sotto al naso, invece ero solo molto padrone di me, delle mie parole, dei miei gesti, dei miei obiettivi. Io volevo cantare e recitare, così mi piazzavo davanti allo specchio e provavo le mosse, mentre mio padre gridava in dialetto: ‘Cosa fa questo figlio di puttana invece di studiare?’.
Preoccupato.
Ogni tanto ero costretto a dormire a casa dei miei nonni, e comunque non aveva tutti i torti: alle medie mi hanno bocciato due volte, così in quarto ginnasio ero alto un metro e ottanta, e con tanti chili di muscoli.
Bullizzato, mai.
Qualcuno mi sputava sulla schiena.
Metafora o realtà?
Tutte e due, e non me ne accorgevo, era sempre mio padre a raccogliere i mugugni e le prese per il culo del paese, poi le riportava a casa.
Ha mai frequentato una scuola di canto?
Una sola volta, ma dopo dieci minuti, e all’ennesimo ooooooohhh, ho stoppato il maestro: ‘Che rottura!’
Il suo è sempre istinto.
Sì, e il mondo dello spettacolo l’ho desiderato da sempre, ma dopo otto anni di professionismo ho capito la realtà.
Qual è?
È pieno di falsi, meschini, arrivisti, leccaculo e ruffiani.
Mezze misure, mai.
Le sfumature non mi interessano, e l’unica persona che mi può giudicare è mia moglie. Basta. Solo lei.
Lisa…
Incontrata nel 1972 a Milano dentro gli uffici della mia etichetta: insieme al padre gestiva una grossa agenzia di cantanti, in scuderia big come Johnny Dorelli e Bruno Lauzi. Ed era bellissima, anzi lo è ancora, e mi piace sempre tanto, sessualmente attivi.
Complimenti.
Appena la vedo, l’invito a cena; lei rifiuta: ‘Sono con un’amica’. ‘Allora mi aggiungo a voi’. Dopo pochi giorni stavamo insieme: ‘Con te invecchierò’, le mie prime parole.
Ottimo intuito.
Sempre insieme. La portavo con me pure quando andavo in bagno per la cacca… (Interviene la moglie: ‘Dai! Non puoi raccontare anche questo’) E perché no?
Appiccicati.
Con gli altri del gruppo che mi prendevano per il culo, mi indicavano le altre donne: ‘Guarda quante ne stai perdendo’. A me non importava, senza Lisa non riuscivo già a vivere (continua la moglie: ‘Si fidava solo di me, anche in sala d’incisione’)
Il suo collo è enorme…
Però io canto con il diaframma, mica con la gola (e ricomincia a cantare), altrimenti non avrei retto tutti questi anni. I primi tempi alla RCA ho fuso più di un microfono, li foderavano per salvarli.
Conosceva l’inglese?
Zero. Inventavo quasi tutte le parole, improvvisavo, avevo un linguaggio tutto mio.
Tipo Alberto Sordi in “Un americano a Roma”.
Affascinavo con il ritmo, la voce e la fisicità. Una sera in Puglia, alla fine di un concerto, arrivano tre musicisti statunitensi per stringermi la mano, nel frattempo cantava Patty Pravo, ospite d’onore, eppure il pubblico la fischiava e scandiva il mio nome. Lì ho pensato: ‘Io sfondo’.
Così è andata…
Mica subito, ho continuato a suonare in giro per la regione, quasi ogni sera, fino a quando mi nota Maurizio Arcieri (leader dei New Dada): ‘Vieni a Milano, ti presento Claudio Fabi (papà di Niccolò)’. Accetto, ovvio. Arrivo, canto, lui mi rivolge un paio di domande, poi aggiunge: ‘Torna a casa e aspetta mie notizie’.
Finalmente.
Ho atteso un anno, mio padre furioso, io giù di morale, per questo lo richiamo: ‘Adriano, vieni qui appena puoi’.
Altra chance.
Mi accompagna in una saletta prove, si piazza al pianoforte: ‘Canta Yesterday’…
Sempre all’Alberto Sordi.
Sempre. Però neanche arrivo all’inciso, e si apre una porticina: compare una capoccia tanta (e allarga le braccia) con al collo un foulard.
Lucio Battisti.
Neanche saluta, e attacca con una battuta in stile-Battisti: ‘Ammazza, pensavo fosse Lavezzi con la voce, e sono corso qui per gridare al miracolo. Chi è questo?’ Uno dei miei, risponde Fabi. ‘No, lo mettiamo sotto contratto noi’.
Subito “scippato”.
Il contrario: Lucio se ne va, Fabi mi guarda soddisfatto: ‘Ci siamo riusciti’. Da lì non ho capito niente, per due mesi il mio cervello è andato in pappa, a casa non ci credevano.
Dal paesino alla metropoli.
Mi sono sentito perso, quella realtà non mi calzava, e poi mi ostinavo a restare un terruncello incontaminabile.
Ancora oggi.
Quando mi incazzo esce il salentino stretto.
Insomma, Milano.
Alcun rapporto con la città, una sera per rimorchiare mi sono finto americano: ‘Drink? Sorry, io non parla molto bena italiano’.
Funzionato?
Siamo finiti a letto, mentre se gli avessi detto ‘vengo da Copertino’ avrei passato un’altra sera in bianco.
Però era entrato nel giro musicale giusto…
Quello dopo il mio primo successo, nel frattempo non avevo una lira, per sopravvivere mio padre trovò degli amici di Lecce, anche loro scannati e con il bagno sul balcone, dai quali trovavo un piatto caldo; poi arrivò mio fratello e con il suo stipendio da barista recuperavamo qualcosa.
E ha inciso “Una donna”.
Ventimila copie vendute; quando Battisti fondò la sua etichetta, il giorno della presentazione schierò i suoi cavalli: Nannini, Bennato, Lauzi, poi indicò me: ‘Questo animale si chiama Adriano Joe Pappalardo: l’anno prossimo vi darà filo da torcere’.
Lucio Battisti.
In realtà non lo conosce nessuno, a parte sua moglie, Mogol, me e Lisa.
Neanche Mina?
Con Mina aveva molti meno rapporti di quanto tutti possono immaginare.
Voi due amici da subito?
Il rapporto con Battisti si salda dopo il mio secondo singolo, È ancora giorno, 800.000 copie vendute, primo in classifica, e davanti a Lucio: ‘Aoh, a Pappafico – mi chiamava così – e ‘mo basta, hai rotto’
Nel gruppo di artisti della RCA c’era Renato Zero…
All’inizio lo scansavano, lo prendevano in giro, perenni battute e illazioni. Ricordo una serata a Roma, durante la quale Renato si presenta vestito di soli veli, con Dalla che scoppia a ridere, De Gregori schifato, sussurra: ‘Vi prego, non me lo fate vedere’. Mi scoccio, lo abbraccio e ci scattiamo una foto.
Si saranno ricreduti.
Anni dopo ritrovo Dalla in RCA, e reduce da un concerto di Zero. Era stravolto: ‘Non ho mai visto il pubblico impazzire così per un cantante’.
“Ricominciamo”.
È stata la vera svolta, e pensare che a Ennio Melis (celebre discografico) neanche piaceva, dopo il primo ascolto inizia a smontarla, nota su nota, frase su frase.
Un successo giunto dopo un periodo buio.
Anni nei quali ero diventato trasparente, rifiutato dai giornalisti. Una mattina in ufficio becco Mara Maionchi, le chiedo il motivo di tanta ostilità, e lei: ‘Di te non frega un cazzo a nessuno’ E me lo dici così?
Donna diretta.
Non contento insisto, e lei: ‘Ora te lo dimostro’. Alza il telefono, chiama Vesigna (direttore di Tv Sorrisi e Canzoni). ‘Gigi, mi pubblichi una recensione al disco di Pappalardo?’ E lui: ‘Te l’ho detto mille volte, non ci interessa!’.
E lei?
Mi sono sentito morire: la realtà, nitida, senza veli si era materializzata. Da quel giorno mi sono glissato.
E dove è andato?
Con i soldi da parte, circa 300 milioni, abbiamo acquistato una barca a vela e siamo partiti per il giro del mondo.
Battisti non la difese?
Era su un altro pianeta, in piena crisi sentimentale; una crisi lunga più di un anno, e vissuta fuori di casa, poi lo andò a recuperare la moglie con l’aiuto di Mogol.
Dicevamo: la svolta con “Ricominciamo”.
Mica subito. L’allora patron del Festivalbar, Vittorio Salvetti, non la volle per la competizione. Quando esplose, fu costretto a chiamarmi: ‘Vieni come ospite d’onore?’ E allora gli ospiti erano solo stranieri. ‘A una condizione: voglio un posto in prima fila per mio padre’. Alla fine dello spettacolo, papà arriva in camerino, e con gli occhi rossi non trattiene un ‘sono orgoglioso di te’.
Le hanno mai chiesto di cambiare cognome?
Mogol voleva, Lucio no: ‘Giulio, ma lo vedi com’è? Ha il collo taurino, gli occhi piccoli da scimmia, suda come un cavallo, è grosso come un minotauro, come lo cambi? Va bene Pappalardo’.
Mara Maionchi.
Ci vogliamo bene, e ci pizzichiamo da sempre: con lei delle liti incredibili, una volta mi ha picchiato con la cinta dei pantaloni.
Pappalardo fermo.
E che dovevo rispondere?
No, ci mancherebbe.
Pochi giorni fa mi ha detto: ‘Meritavi molto di più’.
È vero?
Non ho mai vissuto solo per la musica, mi piace, è vero, ma a modo mio; sono andato avanti da solo, i compromessi li ho lasciati agli altri.
Battisti ha prodotto due suoi album degli anni Ottanta.
Ci ritroviamo per caso a Roma, gli chiedo di ascoltare un pezzo che mi aveva proposto Mario Lavezzi, quindi vado a casa sua: ‘Ti piace?’ ‘No, mi fa schifo. Perché non te li scrivi?’ ‘Sei matto? Non sono capace’. ‘Provaci, ma prima ascolta i Talking Heads’.
Da James Brown a David Byrne.
Ci provo pure, e con il mio primo pezzo corro da Lucio, lui mi sorprende: ‘Capolavoro!’.
Lei incredulo.
Pensavo che mi stesse prendendo per i fondelli.
Da quel momento siete diventati indivisibili.
Insieme tutti i giorni, e per due anni. Abbiamo condiviso ogni situazione, ogni passione, compresa quella per la vela: un giorno abbiamo attraversato il lago di Bracciano in windsurf, partiti il pomeriggio, tornati la sera. Al rientro le nostre mogli erano tra il terrorizzato e l’avvelenato.
Colpa sua, lo ammetta.
Lucio amava l’avventura, e aveva già attraversato l’Italia a cavallo insieme a Mogol; con me trovava il coraggio di affrontare i suoi limiti, in particolare il mare, le immersioni, o anche solo la corsa.
Battisti non aveva un fisico sportivo.
Era proprio chiatto, però l’ho allenato e alla fine è arrivato a correre dieci chilometri.
I due album di quegli anni.
Dischi complicati, nati dalle mie emozioni, sotto il volere di Lucio e con la collaborazione di grandi professionisti come Greg Walsh (produttore e musicista inglese); commercialmente dei flop assoluti.
Come mai?
La RCA non ci credeva, li pubblicò solo per imposizione di Lucio; lui dettava legge e non si capacitava dell’insuccesso: ‘Siamo sempre il solito Paese che ama uno come Baglioni’.
Battisti non lo apprezzava?
Per carità. Su di lui dava giudizi pesantissimi, gli stava realmente sulle palle.
In “Oh! Era ora” collabora con Pasquale Panella…
Scoperto negli sgabuzzini della RCA, è lui ad aver scritto il testo di Signorina; appena completata la porto da Lucio, lui l’ascolta, impazzisce e da lì nasce la loro collaborazione.
Rapporto Mogol-Battisti…
Mix perfetto: Lucio amava ciò che Giulio viveva in prima persona e che poi riportava nei testi; quei brani sono quasi tutti autobiografici.
Un esempio…
Dopo aver incontrato una puttana di notte, Giulio ha scritto Anche per te, stessa cosa in Mi ritorni in mente. Mogol era un grande donnaiolo, uno fissato.
E poi?
Il momento di rottura è arrivato con l’avvento di Grazia (moglie di Battisti): lei è stata decisiva, su Lucio esercitava un ascendente fortissimo; è stata sempre lei a non mandarlo più in televisione.
Verità o leggenda: Battisti non amava i fan.
Li odiava a morte; è stato vittima del suo stesso mito.
Dopo questi due dischi, diventa attore.
Una sera vado da Costanzo per promuovere Oh! Era ora, e mi presento vestito con lo smoking e degli ortaggi come accessori. Il giorno prima Lucio si era raccomandato: ‘Rispondi con frasi senza senso, spiazza tutti’. Va bene. A un certo punto Costanzo si scoccia: ‘Ma cosa dici?’ E mi piazza in piedi, in castigo.
Lei in castigo?
Ero incavolato, volevo andare via, eppure resisto, ma con il viso nero e le mani isteriche. Qualche giorno dopo ricevo una telefonata di Sergio Corbucci: ‘Mi sei piaciuto’.
In “Rimini Rimini” è protagonista di scene cult con Laura Antonelli.
Gran donna, grande stile, mi piaceva già dai tempi di Malizia, e per le riprese Lisa decise di seguirmi (‘Meglio non lasciarlo solo’, specifica la moglie).
Ha quasi sempre interpretato ruoli da duro o da killer…
Anche qui il caso ha giocato in prima persona: ho un provino, nell’attesa vedo una ragazza della produzione in difficoltà con un tubo, non riusciva a svitarlo. Mi avvicino. Do una mano. Scatta una molla e parte un chiodo che mi taglia il sopracciglio: quattro punti di sutura. Torno sul set, mi siedo davanti al regista e non parlo. Ero incazzato come un animale. Quel primo piano mi ha aperto un’altra strada professionale.
Quella del killer…
Perché dentro di me c’è un killer nascosto, se dessi retta al mio istinto primordiale, sarebbero sfracelli.
L’eterno schema Ponzi: chi arriva ultimo si fa male
“Non ho mai pensato che potesse essere un truffatore. Sulla sua fiducia ci avrei messo la mano sul fuoco. E, pure ora che me la sono bruciata, non riesco ancora a capire come gli abbia potuto affidare tutti i miei risparmi. La mia vita è finita e l’angoscia di non avere più nulla mi sta rovinando anche la salute”. Marco, neo pensionato 67enne di Modena, è una delle oltre 50 vittime cadute nelle grinfie di Alessandro Ansaloni, finito agli arresti domiciliari lo scorso ottobre per truffa continuata ed aggravata nonché per autoriciclaggio. L’ex consulente finanziario, radiato dalla Consob, è ritenuto responsabile di un maxi raggiro da almeno 5 milioni di euro ai danni di risparmiatori, famiglie e imprenditori ai quali garantiva facili guadagni da investimenti inesistenti. I dettagli si trovano nelle carte dell’inchiesta ribattezzata “Tebaldo”, dal nome del creatore della truffa, Carlo Tebaldo Ponzi, un italiano sbarcato in America nel 1903, e che Bernard Madoff alla fine del 2007 ha trasformato nella più grande frode finanziaria. E più di recente utilizzato dal “Madoff dei Parioli” per una analoga truffa ai danni di personaggi dello spettacolo, sportivi ed esponenti dell’alta borghesia romana.
“Lo schema Ponzi (o piramidale o catena di Sant’Antonio) – spiega la Guardia di finanza – è un sistema attraverso il quale un intermediario, promettendo lauti guadagni, riesce a convincere un numero inizialmente limitato di investitori ad affidargli notevoli somme di denaro che, in parte, vengono poi utilizzate per corrispondere finti interessi e aumentare l’appetibilità dell’investimento, dando il via a un circolo vizioso in grado di attirare nuovi clienti, a loro volta remunerati con le provviste fornite dai precedenti. Il tutto avviene senza alcun reale investimento in titoli, cosicché il promotore, una volta accumulato un patrimonio sufficiente ai suoi scopi, possa far perdere le proprie tracce lasciando alle proprie vittime ingenti perdite economiche”. Un sistema che, insomma, funziona fino a quando continuano a entrare nuovi clienti. O si viene arrestati.
“Quello che colpisce è che esistano ancora troppi risparmiatori che sembrano non conoscere la storia del Gatto e della Volpe di Pinocchio. Credere che si possano ottenere rendimenti, e pure costanti, fra lo 0,5% e il 10% al mese è a dir poco da ingenui. Questi investimenti non sono il campo dei miracoli, non si può mai credere”, scrive Vivaslan, un utente di uno dei tanti blog italiani dedicati alla finanza online commentando un’altra truffa, che segue lo schema piramidale, esplosa a fine marzo e che coinvolge circa 4mila clienti che avrebbero affidato alla Venice Investment Group risparmi per ben 75 milioni di euro in poco più di due anni. Peccato che Fabio Gaiatto, il responsabile della società finanziaria specializzata nel mercato di scambio di valuta estera, sia ora iscritto sul registro degli indagati per truffa, appropriazione indebita e violazione della legge bancaria. I suoi clienti sono terrorizzati. “Tramite il passaparola ho scoperto questa società e, dopo aver riempito online alcuni moduli, ho ricevuto un contratto con le credenziali per accedere e iniziare a vedere i primi guadagni. Che in principio sono arrivati puntuali ogni mese”, racconta un risparmiatore. Che aggiunge: “L’interesse giornaliero era dell’1%, poi sempre meno, finché ho perso tutti i soldi”. Una sorpresa? Non per Consob, che già nell’aprile del 2016 ha messo in guardia i risparmiatori che “la società Venice Investment Group Ltd non è autorizzata alla prestazione di servizi e attività di investimento in Italia” e nel luglio scorso ha stangato Gaiatto con una multa di 15 mila euro. Dal canto suo la società rigetta le accuse e a fine mese, l’ex broker comparirà in tribunale per chiarire la sua posizione e spiegare dove sono finiti gli investimenti.
Luigi Einaudi diceva che “il risparmiatore ha orecchie d’elefante, cuore di coniglio e gambe di gazzella”. Evidentemente si sbagliava, visto che il successo delle sòle finanziarie non deriva solo dalla scaltrezza dei truffatori ma, spesso, dal comportamento dell’investitore che, accecato dalla bramosia di guadagno, non si sofferma a chiedersi la ragione dei lauti interessi promessi.
E si continua così a cadere nella trappola dello schema Ponzi. Basta pensare che a maggio 2016 la famosa società Herbalife (multinazionale americana degli integratori dietetici) per non chiudere i battenti ha dovuto patteggiare una condanna a 200 milioni di dollari di risarcimento per i consumatori ingannati dal suo sistema di distribuzione sulle vendite che era a struttura piramidale. Da allora è tornato tutto nella legalità grazie a una sottile differenza giuridica che fa di un investimento una truffa o una vendita. Spieghiamo meglio: mentre nel sistema Ponzi il guadagno avviene esclusivamente in base alla capacità di introdurre nuovi affiliati, con l’ultimo che resta fregato, il multi-level marketing (quello attuale di Herbalife, ma anche di numerosi prodotti di cosmesi e integratori) è una forma di vendita diretta in cui si vende direttamente ai consumatori attraverso la loro rete di conoscenze o attraverso il passaparola. In altre parole, c’è un’effettiva attività di vendita accompagnata dalla presentazione di altre persone. In Italia i sistemi piramidali sono vietati dalla legge n. 173 del 2005, che sanziona i promotori e gli organizzatori delle attività in questione con l’arresto da sei mesi a un anno o con l’ammenda da 100 mila a 600 mila euro.
Meglio ricordare che la difesa più efficace sta nel comportamento del risparmiatore: si deve sempre confrontare il rendimento promesso con quello offerto dagli intermediari tradizionali (ad esempio banche o assicurazioni); diffidare dagli investimenti “a rischio zero”; acquisire una conoscenza quanto più possibile estesa dei prodotti offerti attraverso la lettura della documentazione disponibile che va sempre richiesta; effettuare i pagamenti attraverso strumenti tracciabili; meditare a fondo prima di coinvolgere amici e parenti nello stesso investimento in quanto ci si potrebbe trovare incolpevolmente complici della truffa.
Il Corsera oscura il processo Ubi
Si possono immaginare i patemi che venerdì attraversavano il Corriere della Sera. Il Gup di Bergamo aveva rinviato a processo il vertice di Ubi banca, a partire dall’ad Massiah e dal presidente Andrea Moltrasio, insieme a 28 banchieri, tra cui il presidente emerito di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli. Il Corsera ieri l’ha derubricata a notizia economica (pagina 45), non meritevole della prima pagina. Magari è un caso, ma Bazoli è, per così dire, uomo storicamente assai caro a via Solferino. Nelle sue mani, gli piace ricordare sempre, sul letto di morte Gianni Agnelli gli affidò i destini del Corsersa. E dall’alto di Intesa, banca creditrice, ha vegliato sui destini di Rcs, fino a pilotarla nelle mani di Urbano Cairo nell’estate 2016. La notizia viene riportata con un titolo che dà conto della versione di Bazoli (“sempre corretto e trasparente”) ma non di cosa sono accusati gli imputati. Parliamo dei vertici in carica della terza banca italiana, peraltro assai cara alla vigilanza, accusati di aver diretto il patto di sindacato occulto che ha garantito ai due gruppi di potere, bergamasco e bresciano, un dominio assoluto sull’istituto. Il pezzo iniziava così: “L’inchiesta ‘non doveva iniziare, perché non c’è alcun elemento penale rilevante’. Così, a margine delle arringhe, commentavano gli avvocati dei vertici di Ubi…”. Di cui nei titoli non compare il nome.
Diesel, Fiat Chrysler è campione di emissioni
Auto a gasolio: se ne vendono sempre meno (lo scorso anno, in Europa i volumi sono cresciuti solo in Italia e Danimarca), ma continuano a nuocere alla salute, mentre l’effetto Dieselgate sembra ben lontano dal risolversi. Secondo una stima della società PA Consulting, ad esempio, FCA è il costruttore più lontano dai valori limite di emissioni di CO2 fissati dall’Ue per il 2021 e rischia 1,3 miliardi di multa. Tanto che il gruppo non produrrà più auto a gasolio dal 2022.
I numeri. Nonostante la contrazione delle vendite (la quota dei veicoli a gasolio in Europa è scesa al 44,8% nel 2017), un’analisi dell’European Environmental Agency (EEA) spiega come lo scorso anno, dopo una progressiva riduzione dal 2010, le emissioni di CO2 della flotta circolante siano cresciute di 0,4 g/km. Sul dato incidono infatti i volumi di suv e crossover con propulsori a gasolio: le CO2 della flotta diesel sono così schizzate a 117,9 g/km contro i 116,8 g/km del 2016. La media complessiva è quindi salita a 118,5 g/km. Un problema se si tiene conto che nel 2021, il limite europeo scenderà a 95 g/km. L’analisi, poi, smentisce il mantra dei costruttori, soprattutto tedeschi, secondo cui senza la tecnologia diesel gli obiettivi di abbattimento delle CO2 non si possono raggiungere. Tuttavia, almeno con i nuovi diesel, come ha confermato anche un test dell’Adac, l’Automobil Club della Germania, le case automobilistiche sono in grado di rimanere sotto i parametri del nuovo e più severo ciclo di misurazione reale.
Smaltimento. Resta però il problema dei veicoli più datati. Negli Stati Uniti, quasi 300 mila vetture del gruppo Volkswagen coinvolte nel dieselgate sono ferme e stoccate in 37 grandi aree dove il personale si occupa della loro manutenzione in attesa che venga trovata una soluzione per riportarle sul mercato. In Europa, invece, le macchine con sistemi di abbattimento dei gas di scarico obsoleti continuano a essere vendute ed esportate. Ad esempio in Bulgaria, paese la cui situazione è stata esaminata dall’associazione Transport & Environment perché ha la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea. È stato rilevato che, in media, le sole auto a gasolio commercializzate nel 2017 in Bulgaria inquinano 12 volte quanto ammesso dalle norme comunitarie per le macchine nuove. Le sempre più rigide disposizioni sulle emissioni valgono infatti solo per le auto di nuova immatricolazione. Nel 2017, i diesel usati esportati dagli stati dell’Ue verso la Bulgaria sono stati più di 35 mila, cioè più dell’intero mercato dell’auto nuova. Più della metà dei diesel riciclati nel paese è in strada da oltre 10 anni. E una parte dei veicoli a gasolio più recenti è priva del filtro antiparticolato, introdotto con il 2011.
Italia – Bulgaria.Secondo la T&E, poi, “la maggior parte delle auto proviene dall’Italia” e sulla base delle elaborazioni dell’associazione, FCA è mediamente il costruttore più inquinante d’Europa (Volkswagen, al contrario, il più virtuoso). “La necessità di misure europee comuni per evitare che i diesel di seconda mano vengano scaricati nei paesi dell’Europa centrale e orientale è evidente”, si legge nell’analisi Dirty diesel haeding Est.
Insomma, dopo il dieselgate il gasolio ha perso appeal (anche se non in Italia), ma secondo la T&E 37 milioni di veicoli in Europa (il 12% del parco circolante) montano motori diesel inquinanti. Che si stanno progressivamente spostando verso est.