“Cultura finanziaria”: il sito del governo che fa felici le banche

Come spendere 750 mila euro pubblici e fare un cattivo servizio ai risparmiatori. S’intende il portale web (in versione Beta) del Comitato governativo per l’educazione finanziaria (Edufin), da poco in Rete con un nome presuntuoso (www.quellocheconta.gov.it). Tutto parte dal crac del 2015 di Banca Marche, Etruria, Cariferrara e Carichieti e le perdite subire dai risparmiatori. Da allora, per ribaltare colpe e omissioni delle istituzioni, il governo s’è inventato che la causa non era la scarsa vigilanza, ma la loro ignoranza finanziaria e ha istituito appunto il comitato.

Articoli censurati. Sorvoleremo sulle ridicolaggini, come lo spacciare per consigli utili ovvietà del tipo: “Informati bene” o “Abbi cura dei tuoi soldi”. Già più grave che la sezione sulle “News” riporti solo articoli che gabellano per educazione finanziaria le campagne delle banche per spingere fondi, polizze ecc. La presidente Annamaria Lusardi, dall’America aveva detto che l’educazione finanziaria non dev’essere lasciata in mano loro. Arrivata a Roma si è italianizzata? Un articolo, per dire, spaccia per esempio virtuoso l’attività promozionale di Ubi Banca nel “vivaio di futuri giocatori della Juventus”. Ma l’obiettivo dei venditori è piazzare prodotti, non aumentare la cultura finanziaria. Se inesistente, potranno rifilare più facilmente il peggio. Il portale non riporta invece articoli d’informazione, e quindi nessuno di questo giornale, neppure quelli con “educazione finanziaria” già nel titolo.

In gabbia tutta la vita. Ma il peggio è come sono presentati i prodotti, vedi il primo degli “Strumenti assicurativi” cioè le polizze a vita intera: una formula insulsa finita nel dimenticatoio a fine Novecento e poi riesumata per intrappolare meglio i risparmiatori. Cancella la già scarsa trasparenza dei fondi comuni, sostituendoli con scatole nere quali le gestioni separate delle compagnie. Inoltre dai fondi comuni si può sempre uscire, da queste trappole no.

Detto in breve, un risparmiatore versa una somma a una compagnia, che la investe e a richiesta gliela restituisce con i guadagni e le perdite avute. Se muore, la dà agli eredi o altri beneficiari. Quindi contenuto assicurativo zero o quasi. Leggiamo invece che:

1) “È una polizza che tutela le persone care da indicare nel contratto”. Sembra la pubblicità del Mulino Bianco. Ma non sono mica queste le polizze di copertura per il caso morte. Al più c’è qualche bonus, ma di regola la compagnia restituisce solo la somma investita.

2) “Costituisce anche un salvadanaio personale al quale attingere in caso di necessità”. Mica vero, se per addirittura tre anni i soldi possono essere bloccati.

3. La sezione intitolata “Quali sono i rischi?” cita l’ipotesi marginale di “informazioni non vere sullo stato di salute”. Nasconde invece il rischio di perdite pesantissime per il cattivo andamento degli investimenti e di batoste in termini di potere d’acquisto.

Verità nascoste. Poco onorevole anche la parte sui fondi comuni. Decanta i famigerati piani di accumulo di capitale, spinge nelle braccia dei venditori, ma occulta che i prodotti in questione “distruggono ricchezza” (copyright Ufficio studi Mediobanca). Anche le schede su fondi pensione e piani pensionistici paiono scritte da un pubblicitario. Nascondono che sono tutti molto pericolosi, perché non tutelano contro l’inflazione, mentre il Tfr sì. Neppure una parola poi sulla crescente opacità dei prodotti decantati, partendo dai fondi comuni fino ai prodotti previdenziali.

Qui non sono le banche a fare finta educazione finanziaria, ci pensa direttamente il governo a spingere i prodotti peggiori. Ma il portale è stato prima visionato da chi rappresenta i consumatori in Edufin? O è stato confezionato da qualche agenzia pubblicitaria in area risparmio gestito? Lo stile è quello. I 750 mila euro che, spiegano fonti vicine ai consumatori, risulterebbero spesi per il portale e poco altro, potevano avere sorte migliore. Perché Edufin non mette online il dettaglio di quanto ha pagato, a chi e per cosa? Lo gradirebbero molto i contribuenti italiani. E pure i risparmiatori.

Brigitte Macron: “Melania ostaggio alla Casa Bianca, in realtà è uno spasso”

Obbligata dalle misure di sicurezza, Melania Trump è molto più “prigioniera” della Casa Bianca di quanto lo sia Brigitte Macron all’Eliseo. “Ha molte più costrizioni di me, Melania non può far nulla, non può neanche aprire una finestra della Casa Bianca, non può uscire. Io vado in giro tutti i giorni per Parigi”, ha confidato la première dame francese a Le Monde, al suo ritorno dal viaggio di Stato in Francia. È proprio a causa di tutte queste costrizioni, sostiene Brigitte, che Melania appare impassibile nelle occasioni ufficiali, malgrado abbia in realtà un carattere allegro: “Abbiamo lo stesso senso dell’umorismo, insieme abbiamo riso molto”.

Grosso guaio al museo, i dipinti sono falsi

È una di quelle brutte notizie che nessun museo o collezionista al mondo vorrebbe mai ricevere: scoprire di possedere un falso.

Ad un piccolo museo del sud della Francia è andata anche peggio, poiché i responsabili hanno scoperto che non un quadro, ma bensì la metà della collezione era costituita da copie grossolane o falsi. É successo a Elne, un paesino di neanche novemila abitanti della regione Occitania, poco lontano da Perpignano e dalla frontiera con la Spagna.

Una delle ricchezze di questa località è il museo dedicato a Étienne Terrus, un pittore vicino agli impressionisti, a Corot e Cézanne in particolare; era amico di Matisse ed era apprezzato da Derain. È anche considerato un precursore della corrente Fauves. Maillol diceva che nessuno dipingeva all’acquerello come lui. Terrus era nato a Elne nel 1857 e vi era morto a 65 anni. Per tutta la vita dipinse i paesaggi della sua terra. Il museo a suo nome ha aperto le porte nel 1994 con una collezione di 140 opere. Poi, di recente, in occasione di lavori di ristrutturazione, la terribile scoperta: 82 quadri, più della metà, attribuiti a Terrus, non sono stati dipinti da lui.

Ad accorgersene e dare l’allarme è stato il critico d’arte Eric Forcada che per il museo di Elne aveva cominciato a curare una mostra temporanea in programma per il prossimo ottobre. Consultando le foto delle opere della collezione, lo storico dell’arte ha cominciato a dubitare del livello stilistico di alcuni dipinti.

Ad un certo punto poi si è accorto che in uno dei quadri, una veduta locale, figurava un edificio che ancora non era stato costruito ai tempi dell’artista.

È stata dunque riunita una commissione di esperti per studiare tutta la collezione. La vicenda è finita persino su BBC News e ha rapidamente fatto il giro dei siti delle testate di tutto il mondo. I media francesi sono attoniti. Per il sindaco del comune, Yves Barniol, si tratta di “un vero e proprio disastro”.

La collezione era stato via via arricchita con l’acquisizione tra il 1994 e il 2010 di numerose opere, disegni e dipinti, da parte del comune. Altri erano doni o prestiti.

Il danno totale potrebbe ammontare a 160 mila euro. “Mi metto al posto di tutte quelle persone che sono venute a visitare il museo, che hanno acquistato il biglietto e hanno visto dei falsi. È inaccettabile”, ha detto il sindaco che ha sporto denuncia per falso e truffa.

Dopo questa vicenda, la polizia ha cominciato a indagare su un vasto traffico di opere d’arte che potrebbe riguardare non solo Terrus, ma anche altri artisti locali.

L’ “angioletto” e le lacrime acide della politica italica

Quando muore un bambino, proprio per rispettare lo strazio della famiglia, di tutto si dovrebbe sentire il bisogno, tranne che imbastire cori da stadio. Queste sono state le reazioni italiche non appena si è saputo che Alfie non c’era più.

Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia: “Hanno vinto loro, quelli che Alfie lo volevano morto, subito, perché, evidentemente, costava troppo tenere le macchine accese per qualcuno che ha poche speranze di farcela. Non è la mia Europa quella che si accanisce contro una famiglia colpita dalla tragedia lacerante di un figlio gravemente malato”.

Il segretario federale della Lega, Matteo Salvini: “Buon viaggio piccolo e sfortunato Angioletto, un abbraccio ai coraggiosi mamma e papà. #Alfie. Perché non hanno permesso che venisse curato in Italia? Qualcuno aveva qualcosa da nascondere? Da papà e da politico provo rabbia e tristezza: mai più!”.

Il vicepresidente della Camera Lorenzo Fontana (Lega): “Se vacilla la tenuta dei fondamenti su cui la nostra civiltà è nata – quali la cura e la difesa della vita – vacilla la nostra stessa civiltà. Che Alfie possa perdonarci per non aver fatto abbastanza”. Più ‘sobrio’ il ministro degli Esteri, Angelino Alfano: “Addio piccolo Alfie. Ti abbiamo voluto bene”.

Il presidente del Veneto, Luca Zaia: “Il cosiddetto ‘mondo civile’ ha fornito l’ennesima prova di enorme inciviltà. Ciao Alfie, che la terra ti sia lieve…”.

Il deputato della Lega Alessandro Pagano: “Mi auguro che Alfie sia ricordato come merita, anche dalle Istituzioni italiane essendo pure figlio nostro. Sarebbe bello ad esempio se, per la semifinale di Champions League all’Olimpico, Roma e Liverpool giocassero col lutto al braccio o, comunque, fossero protagonisti di un gesto per la vita e per la pace, in un momento in cui purtroppo siamo costretti a commentare solo morti e violenze”. Amen.

Alfie addio, il suo esercito sparge ancora fake news

“Al nostro bambino sono spuntate le ali intorno alle 2:30 di questa notte. I nostri cuori sono spezzati. Grazie a tutti per il sostegno“. E poi: ”Il mio gladiatore ha deposto il suo scudo”. È con due post sul gruppo Facebook Alfies Army Official, l’Esercito di Alfie, che Kate e Thomas Evans hanno annunciato la morte di Alfie, nelle prime ore di sabato e dopo c cinque giorni dal distacco dal respiratore, all’Ospedale Alder Hey di Liverpool, dove era ricoverato dal dicembre 2016 per una gravissima patologia neurodegenerativa.

Mentre scriviamo il gruppo, nato nel giugno scorso per dar voce alla battaglia degli Evans, conta 877.121 membri. Decine di migliaia di persone, in queste settimane decisive, sono rimaste incollate agli ultimi aggiornamenti, pronti a sostenere la famiglia, a condividerne i post, a diffondere petizioni per mandare Alfie a casa o consentirne il ricovero in Italia. Ma anche a rilanciare teorie cospirazioniste, certezze senza base scientifica, retroscena senza fondamento.

Negli ultimi giorni, nel Regno Unito i post su Alfie sono stati i più condivisi sul social, secondi solo a quelli sulla nascita del terzogenito di William e Kate – amara concomitanza fra l’inizio di un bambino privilegiato e la fine di uno condannato. Meccanismi di diffusioni virali ormai noti e ampiamente dibattuti, stavolta con un elemento in più, secondo la ricostruzione di Matt Reynolds di Wired UK: il cambiamento dell’algoritmo di Facebook, che da gennaio scorso garantisce maggiore visibilità ai post di amici, familiari e gruppi rispetto a quelli esterni al proprio circolo privato, come gli organi di informazione.

Reynolds racconta il punto di vista di Adele Worrall, una dei ‘soldati’ di Alfie, che non aveva sentito parlare del caso prima di imbattersi in un post dell’Alfie’s Army condiviso da un cugino. Da allora la donna, originaria di Liverpool, ha cambiato la sua foto profilo con una di Alfie in ospedale, accanto a quelle dei propri, sanissimi, gemellini. Ieri l’ha sostituita con una più recente, in cui il bimbo, abbandonato sul lettino con gli occhi chiusi, ha le alii e l’aureola da angelo. I moderatori sono intervenuti più volte per bloccare tentativi di disinformazione o propaganda (pro-life o di altro tipo) condivisi nei commenti. Commenti monitorati dalle forze di polizia dopo gli insulti e le minacce di morte allo staff dell’ospedale.

In una vicenda così dolorosa, con tante parti interessate e una contrapposizione così aspra fra Fede e Ragione e fra Stato e Famiglia, le strumentalizzazioni sul corpo di Alfie sono state molte, e il social sembra averle amplificate. Ora resta la commozione e la richiesta di silenzio. Sul sito dell’Alder Hey ieri i medici hanno scritto: “Vogliamo esprimere la nostra partecipazione dal profondo del cuore al dolore della famiglia. È stato un viaggio devastante per loro. Ora chiediamo sia rispettata la loro privacy e quella dello staff dell’Alder Hey”. Lo aveva chiesto anche Tom Evans, giovedì sera, quando ancora si sperava che Alfie avesse il tempo di tornare a casa.

Ma la vita breve e sfortunata del bambino, e la sua morte cosí partecipata, potrebbero dare l’impulso decisivo per una legge a suo nome che riconosca ai genitori l’ultima parola sulle terapie somministrate ai figli.

“I diritti dei genitori non dovrebbero essere ignorati o liquidati come irrilevanti da ospedali e corti di giustizia, che credono di sapere cosa è giusto e hanno il potere, il denaro e le risorse per sopraffare famiglie che vogliono solo salvare i propri figli” sostiene il promotore, l’europarlamentare indipendente Steven Woolfe: ha l’appoggio pubblico degli Evans e, fra gli altri, anche di Connie e Chris Gard, i genitori di Charlie, che della battaglia per il proprio bambino portano ancora le cicatrici.

“L’Atomica era un deterrente, non c’è mai stata”

Venerdì è stata la giornata più bella della mia vita” esclama Massimo Urbani, il primo coordinatore residente della Cooperazione Italiana e console nella Repubblica Democratica Popolare di Corea. “Finalmente è finita la guerra” dice Urbani, medico di San Benedetto del Tronto, esperto di cooperazione internazionale, sbarcato nel 1996 dalla luce dell’Africa (Camerun) a Pyongyang, con un incarico umanitario assegnato dall’Unione europea.

Quella stretta di mano tra Kim Jong-un e Moon jae in al 38° parallelo è stato un gesto memorabile?

Più che memorabile, perché gli eventi storici sono unici. Questa è la terza volta che si incontrano, sono tre generazioni che il popolo coreano è diviso. Ieri mi hanno colpito le facce di tutti gli attori, erano tutti emozionati, c’era gioia nei loro visi. Dopo 60 anni è finita una guerra. Questo vuol dire serenità, armonia per un popolo. Lo dico come medico: è stato come vedere un malato uscire dal coma.

Eppure quest’incontro studiato in tutti i dettagli sembrava uno show. Propaganda spettacolare?

Pyongyang è una città buia, non c’è niente, lugubre. Una giornalista della France Presse ieri ha detto che a Pyongyang non sapevano nulla dell’incontro tra i due leaders. Non è vero. Può essere che alcuni cittadini non fossero informati.

Come è iniziata la sua esperienza in Corea del Nord?

Dirigevo dei progetti dell’ospedale Fatebenefratelli in Camerun, da Bruxelles mi chiesero se volevo andare in Corea. Era il 1996 e non sapevo neanche dove fosse la Corea del Nord, ma dissi di sì e partii con la mia famiglia.

Primo impatto?

Avevo 55 anni, fu come tornare in Italia da bambino, nell’Italia dei valori, dove si credeva nel lavoro. Tutti ci guardavano. Eravamo gli unici bianchi. Ma fu un’esperienza bella, grazie alla serietà e la bravura di tutte le persone che partecipavano ai progetti. Andammo per le alluvioni e poi mori Kim Il Sung, il grande leader. Ma i progetti della Comunità europea, poi quelli dell’Unicef furono portati a termine, fu riconosciuto il nostro lavoro, anche nella ricostruzione dell’ospedale di Hoeryong. Oltre 30 milioni di euro sono stati spesi in tutta la nazione.

Quanto è durata la sua esperienza ?

Andai via nel 2007, ma torno sempre per avviare altri progetti. La cooperazione italiana continua con gli aiuti agroalimentari.

Nel 2008 lei ha scritto un testo dicendo che i bimbi coreani non hanno bisogno solo di cibo, ma di libri, di giocattoli, di aria pura, non più di colpevolizzazioni.

I bimbi hanno bisogno di pace. Ho passato dieci anni con loro al buio, al freddo, in silenzio. Per anni si è parlato dei bimbi coreani affamati, sono state pubblicate quelle immagini struggenti di bimbi impauriti, che marciavano a passi di guerra, ma loro sono come tutti i bambini che vogliono correre, giocare, divertirsi, ed è questo che bisogna capire. Emulavano i padri in guerra. Mi ha sempre colpito la grande dignità di questo popolo, lo spirito di sopportazione.

Finita la guerra, addio all’atomica?

L’atomica era un deterrente, non è mai esistita. Quelle prove erano dei razzi che partivano da una foresta. Si diceva che alcuni missili potessero arrivare fino a Parigi, mi sembrano tutte fake news. In Corea del Nord c’è ancora tutto il sistema elettrico e idrico da mettere a posto. Chi non sa, non vede.

Nucleare iraniano, è Macron l’arma segreta di Trump

I giornali francesi hanno con un certo piacere messo in evidenza nelle ultime ore la differenza di accoglienza che Donald Trump ha riservato a Emmanuel Macron e a Angela Merkel, a Washington a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro.

Per il primo si è trattato di un viaggio di Stato di tre giorni, con tanto di cena di gala e discorso al Congresso, di sguardi complici e pollici alzati. Per la seconda la visita si è limitata a un breve pranzo di lavoro. I due leader sono apparsi cordiali, ma freddi. Eppure lo scopo dei due viaggi era lo stesso: tentare di trovare una soluzione alle divergenze sul nucleare iraniano, con la scadenza del 12 maggio che si avvicina.

Data ultima che Trump ha concesso all’Europa per “riparare le gravi lacune” dell’accordo di Vienna del 2015 – quello invece applaudito dal suo predecessore, Barack Obama – che blocca per dieci anni il programma iraniano di arricchimento dell’uranio in cambio di una riduzione delle sanzioni economiche internazionali. Il “peggiore mai firmato dagli Stati Uniti” agli occhi di Trump.

La sfida dei leader europei era di convincere il presidente americano a non stracciare l’accordo e solo l’“amico” Macron, soprattutto dopo il recente intervento militare comune in Siria contro l’uso delle armi chimiche da parte di Bashar Al-Assad, sembrava poter pesare su Trump. Invece il capo dell’Eliseo è tornato a Parigi a mani vuote.

Ieri il giornale on line Mediapart sottolineava anzi che non solo Macron non ha ottenuto alcun “risultato diplomatico” ma che “sul nucleare iraniano è andata anche peggio” poiché “contrariamente al resto d’Europa, ha accettato il principio di un nuovo accordo, come voluto da Trump, col rischio di aggravare la destabilizzazione del Medio Oriente”. Insomma Macron ha fatto per Mediapart uno “spettacolare passo indietro” in poche ore.

In un’intervista alla tv americana Fox News, registrata prima della partenza per Washington, il presidente francese aveva detto infatti: “Non c’è un piano B sul nucleare iraniano”. Invece due giorni dopo ha proposto a Trump di rinegoziare l’accordo mostrando un’inaspettata apertura nei suoi confronti. Pare senza informare Angela Merkel che si preparava a sua volta a partire per Washington. “Un’iniziativa concepita appositamente per non perdere la faccia?”, si chiedeva Le Parisien. “Macron sta rubando a Merkel il posto della star n Europa?”, domandava Le Point. L’accordo più “globale” di cui Macron parla includerebbe anche il dopo-2025 e delle tematiche rimasti fuori tre anni fa, come la questione dei missili balistici dell’arsenale iraniano. Mentre Macron si ritaglia un ruolo di mediatore privilegiato con Trump, l’Europa non sembra interessata a riaprire faticose trattative sull’Iran: “L’accordo deve essere preservato”, ha detto Federica Mogherini, capo della diplomazia europea.

In missione delicata negli Usa, Angela Merkel, più ferma del collega francese, non ha ottenuto nulla di più. E anzi ha ammesso che l’accordo così come è “non è perfetto”.

In Iran, il presidente Rohani ha ironizzato sull’intesa Macron-Trump: “Vogliono prendere una decisione su un accordo concluso a sette. Con che diritto?”.

Intanto, Teheran si prepara ad un’eventuale uscita degli Stati Uniti dall’accordo del 2015. Ieri il capo della diplomazia iraniana, Mohammad Javad Zarif ha sottolineato i legami forti con Mosca: “Tenendo conto delle misure che potrebbero essere prese e delle aspettative negative riguardo al comportamento di alcuni firmatari dell’accordo – ha detto Zarif in un colloquio col collega russo Sergei Lavrov – sarà molto utile il dialogo tra noi sulla questione, quindi continueremo il dialogo e la cooperazione con la Russia”.

Mail Box

 

In caso di ritorno al voto ci sarà l’accordo M5S e Lega

Diciamoci la verità: nessuno sperava che facesse solo il parlamentare. Matteo Renzi ha una missione da compiere: riportare il Pd al 10%. È arrivato a metà del suo compito.

Alle prossime elezioni raggiungerà il suo obiettivo e questo perché non ha ancora capito che se si torna a votare, e si tornerà a votare, la tendenza è un grande rafforzamento di Salvini e un consolidamento del Movimento 5 Stelle.

E quindi ci sarà la strada spianata per un accordo di governo. Sempre che Salvini si sganci, e credo che lo farà, dalla coalizione di centrodestra. Fideiussioni a parte.

Ezio Marino

 

Mussolini preso a bastonate: la gazzarra si poteva evitare

Certo, a Macerata potevano risparmiarsi la “genialata” della pignatta mussoliniana, iniziativa di pessimo gusto sicuramente, come poteva, l’onorevole Alessandra Mussolini, evitare l’indegna gazzarra da lei inscenata davanti al sindaco della cittadina marchigiana. Ora, pretendere le scuse “istituzionali” per aver “offeso la famiglia Mussolini (nientemeno!)” per una goliardata, discutibile ma innocua, non fa riflettere la focosa nipotina di cotanto nonno (e tutti i nostalgici che gli hanno dato ragione) su quante scuse la suddetta famiglia dovrebbe continuamente chiedere agli eredi delle vittime del regime, dei soldati mandati a morire e delle devastazioni subite dal Paese a causa delle scelte di “nonno-duce”? Fossi nella nota eurodeputata non sarei tanto fiero del cognome che porta, Mussolini è il maggior responsabile della peggior catastrofe che il popolo italiano ha subito nel corso della sua storia, le sue colpe non giustificano certo il libero dileggio (la “pietas” va riconosciuta anche ai miserrimi), ma il rispetto non lo si può pretendere, va guadagnato, e se si ha qualcosa da dire lo si fa senza arroganza e supponenza.

Mauro Chiostri

 

Il 1° Maggio è la festa di tutti i lavoratori, anche a partita Iva

Nel clima esasperato del sistema Italia, chissà per quale strano preconcetto, il primo maggio è considerato la festa dei lavoratori, intesi come dipendenti e non dei lavoratori come lo sono coloro che configurano il vario arcipelago delle partite iva.

È una inspiegabile anomalia culturale che contribuisce a marcare la divisione e la reciproca diffidenza tra due importanti categorie produttive che paradossalmente stanno subendo lo stesso dramma economico: il lavoro che non c’è.

Gli oscillanti umori del mercato del lavoro confermano un quadro generale per niente rassicurante: a ripetuti annunci di ripresa economica, seguono improvvise frenate e nuove recessioni con imprese in crisi e conseguenti licenziamenti.

Predomina la precarietà, un fenomeno sociale che comporta lo stravolgimento del concetto stesso del lavoro come lo abbiamo inteso fino ad oggi, in quanto ne determina una evidente involuzione per ciò che riguarda i livelli della qualità e della sicurezza.

Intanto si amplifica l’attività corrotti-corruttori che oltre a portarsi via la ricchezza devastando l’economia, lascia uno strascico di tragici lutti con suicidi e morti sul lavoro.

Per ridare dignità al lavoro è determinante riavvicinarsi alla Costituzione e ai suoi valori già ben definiti, basta saperli applicare senza ambiguità.

Silvano Lorenzon

 

Il Pd ora ha l’opportunità per ridare slancio al Paese

A valle delle ultime consultazioni, si evidenzia come il Pd sia sempre più l’ago della bilancia per superare la situazione di stallo istituzionale.

Penso che il Partito democratico possa intraprendere tre strade: andare a nuove elezioni, seguire una linea di opposizione “ostile” per destabilizzare il M5S, o seguire una linea di opposizione “costruttiva” unendosi al M5S intorno a un accordo di programma per il Paese.

Nelle prime due ipotesi il Pd sancirebbe la sua estinzione. Nel caso di nuove elezioni il consenso degli elettori subirebbe una probabile flessione in favore del M5S e Lega. Un approccio tattico di opposizione ostile produrrebbe verosimilmente gli stessi effetti, non potendo passare inosservato agli occhi degli italiani che necessitano di un governo operativo e stabile.

La terza è la sola soluzione “win win” che garantirebbe continuità all’esistenza del partito, che potrebbe così non solo provare a rimettere insieme i propri pezzi, ma guadagnare anche nuovo consenso passando alla storia come la prima opposizione costruttiva della storia della Repubblica.

Una strada a mio avviso quasi forza alla luce del momento di urgenza in cui si trova il Paese e non solo.

Il mondo sta cambiando troppo in fretta e ci sta ponendo dinnanzi a sfide troppo importanti per essere trascurate.

L’Italia non può permettersi il lusso di stare ferma a guardare. È arrivato il momento di agire e dare risposte concrete al Paese, mettendo da parte l’orgoglio e i vecchi rancori.

Unità e senso di responsabilità comune sono gli ingredienti essenziali per poter vincere queste stesse sfide insieme.

Mi auguro che il Pd sappia cogliere quest’opportunità per contribuire a dare nuovo slancio al partito e al Paese.

L’alternativa è che B. faccia un passo indietro lasciando spazio di manovra alla Lega, per la quale nuove elezioni rappresenterebbero un rischio… o forse un’opportunità, nella misura in cui i risultati per Forza Italia consentano alla Lega di delegittimare definitivamente B. e fare quindi l’alleanza con M5S.

Lorenzo Babini

Il patto d’affari tra Veneto e Mafie

Invece di gingillarsi fra gli stand di Vinitaly, i leader politici accorsi a Verona il 15 aprile avrebbero potuto fare un salto a pochi chilometri di distanza, a Povegliano, dove era appena andato in fiamme un deposito dell’azienda di smaltimento rifiuti Sev 2.0.

Un rogo probabilmente doloso, come quelli che punteggiano il Veneto “babbo”: roghi di cartiere (la Rivalta di Brentino Belluno, il 14 aprile), cinema (il Cinergia di Rovigo, l’8 dicembre), depositi di materiale industriale (la Furegon di Mestrino, il 28 marzo; la MillDue di Riese, il 4 gennaio), centri carni (Mira, nel giugno 2017), ancora depositi di rifiuti (a Fossò nel 2016; a Rossano Veneto nel marzo 2017; a Vidor il 18 agosto 2017; a San Donà di Piave, il 23 aprile; una ventina in due anni). Che il business della monnezza sia oggetto di loschi traffici è noto da tempo, almeno a chi ricordi il caso del padovano Franco Caccaro, in società dal 2005 al 2011 con Cipriano Chianese (condannato a Napoli a 20 anni per mafia e disastro ambientale), o quello del padovano Sandro Rossato, in affari con la famiglia calabrese Alampi per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, o quello del veneziano Stefano Gavioli, ben inserito nella gestione camorristica dei rifiuti di Napoli. Di queste devianze ha fatto le spese anche il territorio, martoriato dalle discariche abusive, e dai rifiuti tossici intombati financo nel materiale edilizio usato per i piloni dei cavalcavia.

Benché negata da molta politica e da una maggioranza dei veneti cullati nell’idea di una presunta diversità morale, la penetrazione della criminalità organizzata in Veneto è assodata anche a livello parlamentare, grazie alla relazione della commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi, e alle denunce del deputato pd Alessandro Naccarato. Per raccontare il fenomeno ci sono almeno due modi. Quello più semplice (seguito da Mafia a Nordest di L. de Francesco, U. Dinello e G. Rossi, Rizzoli 2015, che parla anche del Friuli) segue la parabola cronologica che parte dal soggiorno obbligato al Nord di alcuni boss sin dagli anni ’70, e giunge alle contiguità mafiose della mala del Brenta (la sanguinaria banda di Felice Maniero, anni ’80 e ’90), fino al ritrovamento dei libri contabili del mandamento dell’Acquasanta di Palermo nel doppio fondo delle cassette del pesce che arrivava ogni settimana a Mestre al boss Vito Galatolo.

Ma è tempo di tracciare un quadro non solo giudiziario del fenomeno: è quanto fa, con documentazione e sobrietà davvero mirabili, il libro di G. Belloni e A. Vesco, Come pesci nell’acqua (Donzelli 2018). Si osserva che gruppi riconducibili al crimine organizzato mirano a inserirsi nel tessuto locale tramite l’innesto di singole attività illecite, piuttosto che non a prendere il controllo del territorio in modo diretto. A Verona la presenza di famiglie ’ndranghetiste data dal lucroso spaccio di eroina degli anni Ottanta, in tempi più recenti i clan sono giunti (memorabile il servizio di Report del 2014) ad avere un’interlocuzione diretta con la politica – sono comprovati i contatti della famiglia calabrese Giardino, condannata per estorsione truffa e usura, con un assessore della giunta di Flavio Tosi, per la cui elezione erano stati mobilitati pacchetti di voti. Tuttavia, nemmeno in area scaligera è stata avviata una coerente opera di conquista del monopolio su certe attività produttive, come invece avvenuto in zone dell’Emilia o della Lombardia.

In molti casi non si può parlare di una vera attività estorsiva o vessatoria da parte dei clan su soggetti sani: soprattutto in ragione della recente crisi economica, è stata proprio una fetta dell’imprenditoria veneta a inseguire capitali per evitare il fallimento delle aziende, anche quando ciò comportava la perdita del loro controllo reale. Quando il campano Mario Crisci, dominus della società Aspide, epicentro di un sistema di usura in vigore nel padovano degli anni 2000, dichiara in tribunale di aver trovato in Veneto una humus fertile per attività illecite, non cerca di condividere le proprie responsabilità penali (verrà poi condannato a 20 anni in quello che rimane l’unico processo veneto di stampo camorristico): Crisci si riferisce a un tessuto di evasione ed elusione fiscale, di piccola illegalità diffusa e tollerata anche a livello politico, nelle cui maglie l’incursione delle organizzazioni criminali è stata facile. Qualche pestaggio, qualche incendio, qualche nome di boss lasciato cadere ad hoc: il resto lo hanno fatto le smagliature di un mercato sempre più “sregolato” e attento al profitto di breve periodo. Lo stesso mercato che ha accompagnato, cieco e muto, Veneto Banca e la Popolare di Vicenza dentro l’abisso.

Come altro spiegare l’ascesa del calabrese Antonio de Martino capace di imporre in pochi mesi un lucroso progetto immobiliare al Lido di Venezia? O il caso di Angelo Pitarresi, che esibiva a Conegliano la propria ricchezza derivata da un lucroso traffico illegale di lavoratori immigrati che gli imprenditori locali reclutavano a prezzi stracciati senza porsi troppe domande. E le fortune del “commercialista” parmense Paolo Signifredi, condannato per associazione mafiosa nel 2016, che aveva cumulato incarichi in 69 imprese di varie province del Veneto ed era diventato esperto in fallimenti pilotati per conto della ’ndrangheta, intrattenendo stretti rapporti con il clan Grande Aracri al centro dell’inchiesta Aemilia. Questi casi sono emblematici di un elemento ormai costitutivo della penetrazione mafiosa in Veneto: il passaggio attraverso mediatori, facilitatori, notai spesso insospettabili e ben inseriti nel contesto locale, dediti al riciclaggio e alla speculazione distruttiva, ovvero all’acquisizione con soldi sporchi di imprese in difficoltà, messe poi in liquidazione per fagocitarne il patrimonio.

La retorica del far da sé, della svalutazione dello Stato in nome del privato, saldamente radicata nel Veneto guidato dalla destra, ha portato all’arretramento di istanze di controllo e direzione politica condivise. Quando la commissione Bindi conclude che in Veneto c’è “tanta omertà quanta al sud”, con la differenza che qui essa discende non già dalla paura ma da una comunanza d’interessi.

Per questo convince l’idea finale del libro di Belloni e Vesco, quella cioè di trattare, dopo tanti casi di mafia, lo scandalo del Mose di Venezia: una vicenda in cui la criminalità meridionale non c’entra, ma che ha rivelato un “sistema” del tutto omologo nei presupposti, anche se depurato dallo strumento della violenza. Nel Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico e monopolistico del più gigantesco investimento pubblico del Paese, si sono visti la concentrazione in poche mani dei poteri, l’abuso del project financing e della procedura d’urgenza senza gara, la creazione del consenso sociale (e culturale) attorno al progetto, la legittimazione (con appositi uffici) del nero e della mazzetta per oliare i controllori, la complicità degli imprenditori, l’assunzione dei figli degli amici, l’arruffianamento dei soggetti politici tradizionali, a cominciare dal presidente della Regione Giancarlo Galan.

È in questo laissez-faire di una società priva di ogni visione, che si annida il rischio più grande del Veneto futuro: non solo per ciò che si vede (l’urbanistica, i lavori pubblici, i rifiuti), ma anche – e forse soprattutto – per quanto riguarda l’invisibile, o indicibile, consapevolezza di sé.

La sinistra scomparsa non cercatela in un partito

 

“Il mutualismo esprime una solidarietà ‘contro’ lo stato di cose presente, ma esige anche una solidarietà ‘per’, fatta di risposte immediate a bisogni immediati. Il mutualismo è politico perché valorizza di nuovo ‘l’agire in comune’, la cooperazione non solo produttiva, ma morale, intellettuale, solidale su cui si è fondato il movimento operaio nella storia”.

Salvatore Cannavò Mutualismo. Ritorno al futuro per la sinistra (Alegre)

 

Nella chiacchiera infinita, compulsiva, inconcludente che affoga la politica e noi tutti, fa da sottofondo il piagnisteo, quanto mai vuoto e insopportabile, sulla fine della sinistra. In effetti, questo dicono i risultati del 4 marzo che nella somma tra Pd (sinistra?), Liberi e Uguali, Potere al Popolo e frammenti vari (a malapena il 23%) ci mostra un triste rigagnolo in mezzo alle secche là dove soltanto dieci anni fa scorreva ancora impetuosa l’acqua della passione e dell’impegno. Poi però scopriamo l’esistenza di una sinistra sommersa che come un fiume carsico agisce in profondità, invisibile agli sguardi superficiali. Non la troveremo nei talk show perché non di parole inutili è composta ma di vita reale. Se non ci credete nel libro di Cannavò, giornalista e manager del Fatto, già parlamentare della sinistra (che parte dalle ragioni storiche che hanno portato alla fine del movimento operaio) troverete la lista “virtuosa” di cooperative e aziende nate o recuperate sui principi e valori della mutualità. Una costellazione del “fare insieme”, dell’“agire in comune” composta da operai, agricoltori, manager. Collettività di lavoro che non si piangono addosso, che si danno da fare e che hanno riscoperto “la stessa capacità d’inventiva e innovazione di cui diedero prova gli operai e gli intellettuali della seconda metà dell’Ottocento”. Solo qualche esempio. Rimaflow, la fabbrica recuperata di Trezzano sul Naviglio – alle porte di Milano – avviata nel 2013, diventata una nuova cittadella operaia che ha puntato tutto su riuso e riciclo (carta e plastica, computer e cellulari, più un liquorificio sociale che produce il “Rimoncello” e l’“Amaro Partigiano”, tanto per essere chiari). San Rosarno (distretto delle arance). Sfrutta Zero (raccolta e distribuzione del pomodoro). Mondeggi bene comune (uliveti). Ex Asilo Filangeri (arte, cultura, spettacolo). E così via. Una miriade di esperienze che si muovono secondo un programma che rivendica un salario minimo legale, un reddito di base, il diritto a un nuovo welfare comune, autogovernato e modellato sui nuovi bisogni sociali. Fondamentali, naturalmente, “il carattere multietnico e multiculturale e il riconoscimento e la valorizzazione del lavoro femminile”. Cercate la sinistra scomparsa? È qui.