L’azione redentrice: che l’uomo fiorisca appieno come la vite

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. (Giovanni 15,1-8).

Con il Vangelo di oggi torniamo all’ultima cena, nel cenacolo, nel pieno del discorso di addio. Uscito Giuda, la fine inesorabile si sta avvicinando e Gesù introduce i discepoli nella sua intimità e gliela fa comprendere mediante immagini significative e familiari. Domenica scorsa il buon pastore; oggi “la vite vera”! Quale potere evocativo ha per Israele questa allegoria dato che il popolo di Dio viene normalmente paragonato (si veda il canto poetico d’Isaia (1-7), alla vigna amorevolmente coltivata dal vignaiolo.

Ma il fatto nuovo è quanto Gesù asserisce di sé: “Io sono la vite vera”! E questo è l’ultimo dei sette detti giovannei retti da “io sono”! Aggiungendo, però, di essere la vite quella vera (alethiné) significa che solo lui produce i frutti attesi dal divino contadino. Egli incarna così la vera intenzione di Dio posta in Israele quale centro del suo piano salvifico, e dunque la fede in Gesù diventa la caratteristica decisiva per l’appartenenza al popolo di Dio. La nuova comunità, fatta di credenti sia giudei che gentili, è unita dalla fede in Gesù Messia!

Ma non comprenderemo appieno la novità di questa vite se non la leghiamo al secondo membro della frase: “e il Padre mio è l’agricoltore”, commovente e meravigliosa Presenza operativa di un Dio agricoltore! Si dà da fare attorno a questa vigna; taglia i rami secchi e appassiti togliendo via quanto è già avvizzito, lasciando solo i tralci. A tempo opportuno questo vignaiuolo interviene sulla vite con la potatura, rimuovendo con sapienza tralci minori, irrobustendo altri perché ricevano linfa e adeguato nutrimento per diventare più fruttiferi. La coltivazione feconda e la trepida attesa del vignaiuolo corrispondono alla sopportazione della potatura da parte della vite: rischierebbe di esaurirsi in pampini, in rigoglioso fogliame, in piccoli rami, impedendo alla linfa di raggiungere abbondante anche le parti più periferiche. Solo così si avranno grossi grappoli carichi di acini turgidi di prelibato liquore, il vino!

“Ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto”, questo è lo scopo primario dell’azione creatrice e redentrice di Dio: che l’uomo fiorisca in tutta la sua bellezza e pienezza di vita.

La metafora della vite e i suoi tralci mette al centro dell’attenzione il rapporto organico e vitale che Gesù intrattiene con i suoi discepoli, legame che sarà reso possibile in futuro tramite l’inabitazione dello Spirito Santo. Questo rapporto spirituale va alimentato se i discepoli di Gesù, i cristiani desiderano rimanere legati al loro Signore.

E perché non si abbia paura che questa relazione di ubbidienza sia qualcosa di deprimente o triste, Gesù dichiara al contrario che il fine del suo insegnamento è la gioia. Vuole, anzi, che la sua gioia abiti nei suoi discepoli e che sia piena!

Sappiano testimoniare al mondo la “gioia perfetta”, quella che deriva dalla vite vera, Gesù il Messia. Chiedete anche con cuore di figli, nel mio nome, perché “vi sarà fatto”.

*Arcivescovo di Camerino- San Severino Marche

Classe dirigente, i giudici in declino come tutti gli altri

Non sorprende che le critiche alla magistratura si concentrino su quella inquirente. Quando una Procura della Repubblica accusa un potente, il coro garantista dispiega un’energia proporzionale all’influenza del sullodato potente su editori e direttori di giornale. Sorprende invece che in un Paese in drammatico declino – che si sta facendo una rassegnata ragione della galoppante mediocrità (tecnica e morale) di politici, imprenditori, banchieri e alti burocrati – i magistrati e solo i magistrati mantengano la presunzione di infallibilità. Se tutti ammettono che l’Italia è largamente corrotta, sarà lecito chiedersi quanta corruzione ci sia tra i magistrati penali, civili, contabili e amministrativi? Si obietterà che non si può sparare nel mucchio. È giusto. La corruzione si diffonde in modo molecolare, trovando la sua strada tortuosa nelle reti invisibili di singoli mascalzoni o incapaci, incistati nelle istituzioni dove lavorano fianco a fianco con una maggioranza di bravi e onesti. I quali tacciono perché, quando sanno, non hanno le prove oppure scelgono la strada della vigliaccheria o della pigrizia. Rimane il fatto che nei palazzi di giustizia accadono ogni giorno cose inenarrabili o semplicemente discutibili senza che nessuno fiati, perché appunto si discutono solo le sentenze che condannano persone vicine a chiari interessi politici o affaristici.

Sei mesi fa, nel processo Mose, l’avvocato Corrado Crialese è stato condannato a venti mesi per millantato credito. Il dominus del Consorzio Venezia Nuova Piergiorgio Baita riferì ai pm di avergli dato un sacco di soldi per corrompere giudici del Tar e del Consiglio di Stato. Secondo il tribunale, Crialese millantava, non corrompeva nessuno e teneva il denaro per sé. Baita ricordava una causa persa nonostante i soldi dati a Crialese ma, uomo di mondo, ipotizzava che gli altri avessero dato di più.

Due giorni fa sono stati rinviati a giudizio per ostacolo alla vigilanza l’ad di Ubi (terza banca italiana) Victor Massiah e il presidente Andrea Moltrasio, insieme ad altre 28 persone. Gli imputati si dicono innocenti e brandiscono come prova la sentenza con cui il Tribunale civile di Brescia un anno fa ha annullato una sanzione Consob per gli stessi fatti. Ma, se si legge la sentenza, si nota un certo fumus di acrobaticità nell’argomentare che non aver comunicato al mercato le decisioni prese dopo non è una colpa perché il mercato poteva ben tenere per buone le decisioni prese e comunicate prima. Continua intanto lo psicodramma della Roma-Latina. La gara per la costruzione della nuova autostrada è ferma da anni perché l’Anas l’ha aggiudicata al consorzio Sis che non ha indicato a quanto del contributo statale a fondo perduto avrebbe rinunciato. Ha però scritto nella sua offerta che l’avrebbe preso tutto per restituirlo con gli interessi a fine concessione, tra il 2044 e il 2056. Così gli hanno fatto vincere la gara assumendo che Sis non prendeva un solo euro di contributo. La cordata perdente ha fatto ricorso al Tar che ha dato ragione a Sis (lo stesso che, ricordava Baita, aveva battuto Crialese). Il Consiglio di Stato da sei mesi rinvia una decisione che sembrerebbe ovvia. È lecito chiedersi se la giustizia amministrativa sia sempre ben amministrata?

Ieri sul Sole 24 Ore Stefano Elli ha raccontato che, nel processo alla “banda del 5 per cento” di Mps, il Tribunale di Siena ha dichiarato “non utilizzabili tutti gli atti d’indagine successivi al 21 giugno 2014” (due anni di lavoro!) perché i pm (quelli del caso David Rossi, per capirci) hanno sbagliato i termini della richiesta di proroga delle indagini. Forse, oltre ai diritti degli imputati, qualcuno dovrebbe occuparsi dei diritti del popolo italiano in nome del quale…

Insegnanti e altri destini del bullismo

Si è discusso di ragazzi che strattonano l’insegnante e a volte lo picchiano o lo feriscono. E qualcuno (Michele Serra) ha subito introdotto un argomento che avrebbe dovuto provocare un dibattito molto più grande, non solo dissenso.

A Serra hanno fatto notare che essere violenti non è un tratto tipico dei ragazzi di brutte scuole e di vite secondarie. Gli è stato detto che la sua frase aveva squilibrato in modo classista un discorso molto più complicato e con tutti i punti-chiave di responsabilità fuori posto. Ora è vero che raramente gli studenti del Visconti di Roma o del Parini di Milano picchiano i loro professori in classe e come spettacolo, mentre ci dicono che in certe scuole tecniche (molte conferme a Roma) il bullismo dei ragazzi contro i poveri adulti mandati a insegnare nelle loro classi-ghetto sembra alquanto frequente e in aumento.

Qui però ci sono due strade che sono state abbandonate o non notate nel fervore dell’epoca web di attaccare e sbranare una teoria provocante, specialmente se di autore noto. Una strada ci porta attraverso una montagna di fatti di cronaca, verso una moltiplicazione della violenza giovane fra giovani (discoteche e aggressioni in strada). L’uso della parola “branco” per descrivere il gruppo di aggressione, a volte, ma secondariamente, di furto, e impegnato nella violenza sulla coetanea aggredita o attratta come amica, ci racconta di una vera e propria pratica della violenza giovane come modo abituale di agganciare qualcuno che sembri isolato o più debole e dove l’uso di armi letali (soprattutto coltelli) è naturalmente incluso.

Un’altra strada, su cui pure la cronaca ci ha dato parecchi segnali, è la notizia del branco giovane che aggredisce gli adulti, quando il branco giudica gli adulti e la loro pretesa di autorità un ingombro. Il caso tipico avviene sui treni (controllori e capotreno) e sugli autobus (autisti) e non sono esclusi episodi di aggressioni a guardie giurate e – più raramente – a poliziotti. Prima di soffermarci sulla domanda delle possibili ragioni dalla parte del “branco”, è bene seguire per un momento le vittime.

Sono tutti personaggi deboli di un mondo debole, che sembra avere perduto non solo autorità ma senso, identità e forza fisica. E che non detengono alcun potere riconosciuto. In un mondo popolato (e governato) da giganti del grande spettacolo (calcio, musica e alcune forme di cinema e di dominio della scena alla Fabrizio Corona) tutti gli altri non contano niente e corrono rischi, a meno che siano e restino al di fuori dell’orizzonte visivo del branco, oppure vivano scortati.

Quanto ai ragazzi, essi si portano addosso la strana storia che stanno vivendo, protagonisti di un mondo nuovo e squallido senza potere (neppure un potere a cui i nuovi arrivati potrebbero sottomettersi) e senza indicazioni o ragioni di percorso. Se non sai chi sei, non sai dove vai e non sai perchè, la possibilità di una rissa è una buona divagazione e un buon esercizio, e poi si vedrà. E l’aggressione violenta, lo stupro e la ripetizione (come conferma) del gesto violento già compiuto, dà una illusione di identità labile ma migliore del niente. Continuiamo a dirci che il mondo della cultura non ci dà alcun aiuto per trovare un filo, almeno un filo di interpretazioni di fatti tanto ripetuti e sgradevoli. Non è vero. Viviamo in una stagione aperta da Pasolini con il film Le 120 giornate di Sodoma e, ai nostri giorni, narrata da Roberto Saviano ne La paranza dei bambini. Il primo ci dice che c’è un potere che impone e ottiene violenza senza porsi dei limiti e senza incontrare ostacoli. Il secondo ci dimostra che si sta verificando una offerta di vite giovani a un potere (che molti di noi chiamano criminalità) che vede nella vita breve e violenta una forma di santità o, comunque, la cosa giusta.

È a questo punto che ci rendiamo conto che forse è troppo tardi per trovare una via d’uscita. Riprendete in mano l’elenco degli aggrediti e umiliati dal branco. Sono persone e funzioni e classi di persone che non contano nulla. La loro area sociale si è indebolita. Solo quella degli insegnanti di scuole tecniche di second’ordine? E allora come spiegare la violenza ai medici (donne, se possibile, perché l’umiliazione sia clamorosa), ma anche professionisti di ogni tipo a cui viene ritirato ogni rispetto, avvocati e giudici, se il risultato non piace.

Un vasto bradisismo ha colpito chiunque svolga una funzione che, d’ora in poi, non è più riconosciuta e non vale niente. Leader di pezzi del corpo politico italiano che salutano Orban e Le Pen cercando di farsi vedere bene mentre lo fanno, ci dicono che in tanti sono pronti a non contare nulla pur di esercitare la violenza per conto terzi.

Il futuro è già cominciato.

“Senza disabili gravi avremmo più soldi”: bufera su Musumeci

“Se non ci fossero stati i disabili gravissimi, le famiglie non avrebbero avuto un colpo in fronte e noi avremmo potuto disporre di qualche decina di milioni di euro in più, per collocarli in settori attualmente carenti di disponibilità finanziaria”: così il presidente della Regione Nello Musumeci in Assemblea regionale, dove da due giorni è in corso l’esame della manovra finanziaria. Contro il governatore si scagliano M5S e Pd: “Parole da far gelare il sangue”, “una frase che non deve neppure essere pensata”. Il governatore ha provato a replicare: “Non c’è alcun caso disabili. L’unica cosa è che la Regione in passato spendeva 270 milioni di euro”.

Esplode una fabbrica di fuochi pirotecnici: feriti due dipendenti

Due boati hanno scosso ieri la cittadina di San Severo di Foggia. C’è stata infatti un’esplosione nella fabbrica dei fratelli Del Vicario che si trova in contrada Casone. Si tratta di un’azienda nota in Puglia per le attività pirotecniche e la partecipazione a numerose feste. Due i feriti: il più grave – che potrebbe essere trasferito nel reparto “Grandi Ustionati” dell’ospedale Perrino – è il fratello del titolare della società. Meno grave l’altro ferito, un dipendente della ditta, ricoverato anche lui all’ospedale “Masselli Mascia” di San Severo. Dopo le due esplosioni non si sarebbe verificato l’incendio di cui si è parlato ieri, se non di piccole proporzioni. Sull’incidente indagano i carabinieri. “Siamo vicini – ha dichiarato il sindaco, l’avvocato Francesco Miglio – ai titolari dell’azienda, agli operai, alle loro famiglie in questo momento bruttissimo e assai triste: l’esplosione è stata fortissima e avvertita da tutti in città. In questo momento ci preme portare i sensi di grande solidarietà di tutta l’Amministrazione”. Non è la prima volta che si verificano simili incidenti. Il 20 ottobre scorso nella fabbrica di fuochi d’artificio PiroDaunia sempre di San Severo, ci fu un’esplosione e morì un operaio di 54 anni.

Dal Pisano a Brindisi, ancora bullismo nelle scuole: un 17enne punta una pistola giocattolo contro il prof

Dalla Toscana alla Puglia. Dopo gli episodi finiti sulle cronache, nuovi casi di bullismo nelle scuole. In provincia di Pisa, un ragazzo di 17 anni ha puntato una pistola giocattolo alla testa del proprio professore che lo aveva rimproverato per la sua indisciplina. Aver spiegato all’insegnante che si trattava di uno scherzo, non gli ha risparmiato la sospensione. E i guai giudiziari: è indagato per violenza privata continuata, minacce e ingiuria. Il presunto atto di bullismo risalirebbe a gennaio, come rivelato da La Nazione. A Pesaro, invece, in una classe quarta della scuola professionale Benelli, c’è stata un’aggressione di due studenti, uno dei quali brandiva un accendino mentre l’intera classe urlava di dare fuoco al docente e l’altro lo spintonava.

La scena è stata ripresa. A riportare la notizia è Qn. La preside sarebbe venuta a sapere dei fatti solo pochi giorni fa, dopo aver ricevuto un video su whatsapp inviatole da un conoscente, riconoscendo il docente, che non aveva denunciato, l’aula e i ragazzi. Il consiglio d’istituto ha sospeso fino alla fine dell’anno scolastico i due ragazzi e anche la classe con l’obbligo di frequenza. Più recente quanto avvenuto a Brindisi. Venerdi, un gruppo di adolescenti è stato identificato dalla Polizia dopo una segnalazione al 112 per una aggressione ai danni di un loro coetaneo. I poliziotti hanno verificato l’eventuale presenza di segni di colluttazione e hanno ascoltato i giovani: finora gli accertamenti non consentono di confermare l’ipotesi dell’aggressione ma l’attività continua.

Sono gli ultimi di una serie di episodi. Era il 10 aprile, quando a Lucca, in classe dell’istituto tecnico commerciale “Francesco Carrara”, alcuni studenti hanno minacciato la professoressa di italiano e storia. Mentre a Lecce, è stato fatto un video ad un ragazzo bullizzato, la cui maglietta veniva usata come cancellino.

L’assessore condannato se ne va. E torna dopo un mese

“Non sono un politico di professione. Sono un tecnico prestato alla politica. Ho anticipato la fine del mio mandato per non essere oggetto di strumentalizzazione politica”.

“Chapeau”. Questo hanno pensato in molti il 29 marzo scorso quando l’assessore al Bilancio del Comune di Cosenza, Luciano Vigna, ha formalizzato le dimissioni dopo la condanna in appello per bancarotta nel processo “Tesi”. Ma appena venti giorni dopo la situazione è cambiata. Da assessore allo staff del sindaco il passo è breve. Con una condanna sulle spalle, il passo è anche veloce. Incassate le dimissioni di Vigna, infatti, con tanto di delibera di giunta pubblicata il 20 aprile, il primo cittadino di Cosenza Mario Occhiuto non ce la fa a rinunciare al suo fedelissimo e lo nomina “addetto” alla sua segreteria. Vigna supporterà il sindaco di Forza Italia “nel monitoraggio dell’attuazione del programma amministrativo” e nei “rapporti con l’Anci”. Alle casse del Comune costerà quasi 30 mila euro l’anno, poco meno di quanto costava da assessore.

Per il senatore calabrese del Movimento 5 Stelle Nicola Morra, “quello che sta accadendo al Comune di Cosenza non conosce vergogna. Sembra una rincorsa al saccheggio della città”. E annuncia un’interrogazione parlamentare e una segnalazione all’Anac.

Tornando a Vigna, nel decreto di nomina, il sindaco Occhiuto fa riferimento al suo “curriculum” e, soprattutto, “alla sua notevolissima competenza”. Per intenderci, un collaboratore messo lì perché gode dell’estrema fiducia del primo cittadino. Una fiducia evidentemente superiore ai dubbi che si potrebbero nutrire nei confronti di un condannato, in appello, per bancarotta.

Le pressioni di D’Alfonso per il silenzio su Bussi

C’è un altro tassello da inserire nel mosaico di uno dei processi più controversi degli ultimi anni: quello sulla mega-discarica di Bussi sul Tirino (Pescara). E riguarda il presidente della Regione Abruzzo, nonché neosenatore del Pd, Luciano D’Alfonso. Un processo che, dopo le rivelazioni del Fatto pubblicate nel maggio del 2015, vede oggi incolpato in sede disciplinare al Csm Camillo Romandini, il presidente della Corte d’assise che, nel dicembre del 2014, emise il primo verdetto di assoluzione e prescrizione, poi ribaltato in appello, per i 19 imputati di avvelenamento delle acque e disastro ambientale. Romandini è sotto inchiesta per le presunte pressioni – archiviate in sede penale – sulle giudici popolari alle quali, durante una cena, aveva detto che, se avessero condannato per dolo gli ex dirigenti Montedison, sarebbero state chiamate a risarcire i danni in caso d’assoluzione in appello. Ipotesi non prevista dalla legge.

La vicenda diventa nota nel 2015 quando le notizie pubblicate dal Fatto provocano l’apertura di un’inchiesta penale a Campobasso (Romandini viene archiviato) e il procedimento disciplinare ora in corso. Il punto è che già due mesi prima, tra febbraio e marzo 2015, il presidente D’Alfonso cerca di mettere in contatto una delle giudici popolari con la pm che aveva istruito il processo, Anna Maria Mantini. D’Alfonso la contatta sul suo telefono cellulare, spiegandole che un giudice popolare vuole riferirle qualcosa sul processo. Una richiesta irricevibile e poco gradita, poiché, da pm titolare del processo, non aveva alcun titolo per discutere dell’argomento con i giudici. E così la pm Mantini respinge al mittente la proposta. Ma perché mai D’Alfonso, presidente di Regione e quindi parte civile nel processo, cerca di mettere in contatto un giudice popolare con la pm? È già a conoscenza delle anomalie che riguardavano il processo? E, ricevuto il diniego della pm, si attiva, in qualità di presidente, affinché il giudice popolare contatti l’autorità competente, invece che la pm Mantini? Abbiamo rivolto queste domande al presidente D’Alfonso con un sms ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta.

Di certo D’Alfonso compare spesso nei momenti più delicati di questa vicenda. È sempre D’Alfonso, infatti, a discutere con Romandini, prima della sentenza, dell’andamento del processo: Romandini – secondo una ricostruzione pubblicata dal giornale locale Il Centro – gli riferisce che, a suo avviso, i pm s’erano mostrati “competenti” e gli avvocati degli imputati erano stati “efficaci”. Affermazioni che lo stesso D’Alfonso riporta ai pm titolari del processo – Mantini e Giuseppe Bellelli – i quali valutano, senza però ricorrervi, di ricusare Romandini.

Nei racconti di alcuni testimoni, infine, l’avvocato dello Stato Cristina Gerardis, pochi giorni prima della sentenza in questione, riferisce a cena di aver saputo, proprio da D’Alfonso, che sul processo “circolavano” tre milioni di euro. Il Fatto, precisando che la Procura di Campobasso ha escluso qualsiasi ipotesi corruttiva sulla sentenza, ricostruisce l’episodio e chiede a D’Alfonso di fornire la sua versione. La risposta arriva con un sms: “Oltre la smentita! Si guadagnerà un fruttuoso contenzioso civile!”. Al momento non ci risulta però d’essere stati citati in giudizio. Ma possiamo rilevare un ulteriore dettaglio. Quel 9 dicembre 2016, nella ricostruzione che il Fatto è in grado di documentare, mentre la notizia sta andando in pagina, il governatore abruzzese telefona all’avvocato Gerardis, che in quel momento è direttore generale della Regione Abruzzo. Le chiede di smentire l’episodio al nostro giornale. Gerardis si sente “aggredita” verbalmente dalla telefonata, confiderà d’aver temuto di “essere buttata fuori” e di dover difendere la propria “incolumità anche professionale”. Ma non smentisce. Ha sempre sostenuto che avrebbe parlato dell’argomento soltanto dinanzi a un magistrato. E non risulta che sia mai stata sentita. Anche su questo episodio – senza alcun risultato – abbiamo chiesto a D’Alfonso di fornire la sua versione.

Rapina finisce male: un uomo di 65 anni muore asfissiato

Una rapina a Sant’Elpidio a Mare (Fermo) finisce nel peggiore dei modi. Un uomo di 65 anni è morto asfissiato dopo esser stato rapinato da tre persone nel magazzino dell’impresa di pompe funebri di cui era titolare insieme al fratello. I due sono stati legati e imbavagliati. Intorno alle 17 uno dei due, Sergio Marilungo, 72 anni, è riuscito a liberarsi e a chiamare i carabinieri, ma si è accorto che il fratello Stefano non respirava più. Sul luogo sono intervenuti i carabinieri e i mezzi di soccorso della Croce Azzurra. La ricostruzione dell’episodio non è ancora definita, dato che Sergio Marilungo, il fratello superstite è sotto choc: ha riportato alcune ferite non gravi. Il fatto è avvenuto in una palazzina in via Adige: le abitazioni dei due fratelli sono al primo piano, mentre il magazzino della loro attività si trova al piano terra. Secondo una prima ricostruzione, Sergio e Stefano Marilungo sarebbero stati anche picchiati dai rapinatori prima di essere legati e imbavagliati. Non si conosce ancora l’ammontare del bottino, che però non sarebbe elevato. La ricostruzione dell’aggressione e le cause della morte dell’imprenditore sono al vaglio dei carabinieri.

Maldestro intervento inguaia il “reduce” della Diaz

Non si è fatto male nessuno, non seriamente almeno. Ma la gestione dell’ordine pubblico in via Verdi a Firenze, dove la polizia ha bloccato decine di persone che stavano raggiungendo la manifestazione di piazza Santa Croce, non è piaciuta al giudice che si è occupato dei quattro arresti eseguiti. Uno degli arresti non è stato convalidato. E il giudice ha trasmesso gli atti alla Procura “per le valutazioni in ordine alla condotta di Lucio Pifferi”, che non è un manifestante ma il vicequestore Lucio Pifferi, primo dirigente della Polizia di Stato e stimato capo della Digos di Firenze.

I manifestanti, appartenenti all’antagonismo fiorentino, sostengono che stavano andando in piazza Santa Croce, sia pure in gruppo e con striscioni e cartelli. La polizia li ha fermati: “Signori, questa è una manifestazione non autorizzata”. E loro hanno risposto con un coro: “Siamo tutti antifascisti”. È cominciato un tafferuglio, nulla di drammatico ma anche nei video prodotti dai difensori dei quattro arrestati –ragazzi sui 25-30 anni, uno con il megafono, un altro con la cassa per l’amplificazione – si vede qualcuno che usa l’asta di un cartello a mo’ di bastone contro i poliziotti. “Del pari si nota – scrive però il giudice Franco Attinà nella sua ordinanza – un agente di polizia (con casco indosso) sferrare più colpi di manganello in un momento e in un luogo in cui non pare ve ne fossero i presupposti”.

Attinà rileva che, in una situazione non difficilissima, gli agenti “non hanno compiuto le tre intimazioni previste dalla legge”, limitandosi a una. Non solo. Scrive il giudice: “È stato il funzionario ad avvicinarsi ai manifestanti” e “non pare potersi ritenere” che “la condotta dei manifestanti abbia impedito le necessarie intimazioni”. Il quarto arrestato, quello con l’amplificazione, “sarebbbe stato arrestato – scrive il giudice in base al verbale di polizia – per la violenza posta in essere per opporsi a un viceispettore che stava cercando di sequestrargli lo zaino contenente la cassa; in particolare avrebbe spintonato l’agente, si sarebbe afferrato alla sua mano, così provocando lesioni, finché anch’egli veniva ammanettato”. Ma secondo il video visionato dal giudice “emerge viceversa che – mentre il gruppo di manifestanti stava indietreggiando – un funzionario di polizia (identificato nel dottor Pifferi) pronunciava la frase: ‘Forza. Questo con la cassa, via” e iniziava a tirare ripetutamente il predetto, provocando tra l’altro la reazione dei manifestanti circostanti”. Ma che fa? È il capo della Digos, un dirigente esperto, quello che dovrebbe avere più sangue freddo e invece provoca reazioni? Il giudice conclude che “la condotta dell’ufficiale di polizia non era volta – se non in via secondaria – al sequestro dello strumento (la cassa che aveva nello zaino), ma soprattutto all’arresto del soggetto e in ogni caso realizzava una ingiustificata limitazione della libertà personale”. Così non ha convalidato il quarto arresto, a differenza degli altri tre, ha rimesso tutti in libertà in vista del processo per resistenza, violenza e lesioni a pubblico ufficiale e ha chiesto ai pm di occuparsi del vicequestore.

Pifferi 17 anni fa partecipò alla sanguinosa perquisizione conclusa con oltre 60 feriti e 93 arresti illegali alla scuola Diaz di Genova, al G8 del luglio del 2001. Non è stato mai indagato, a differenza di altri anche più alti in grado che furono condannati per le famose bottiglie molotov e altri falsi. E sa benissimo che alla polizia, anche in frangenti ben più complicati del 25 aprile a Firenze, conviene rispettare le regole.