Mail Box

 

 

 

La reazione scomposta di Renzi alle critiche

Domenica esco di casa e c’è Renzi che passeggia con la moglie. Penso: “Come cittadino devo metterlo al corrente del mio disprezzo nei suoi confronti!”. Perciò lo saluto ed educatamente gli dico che si dovrebbe vergognare. Lui non solo ha il coraggio di chiedermi perché, ma prima che io possa rispondere tira fuori il cellulare, dicendo che avrebbe registrato tutto poiché anch’io stavo registrando (figuriamoci, ero in sella al motorino). Mentre “dibattiamo” sui soliti argomenti, Delimobil, Arabia Saudita, i vostri scoop (mi confida che vi ha querelato per 7 milioni di euro), Renzi esige sapere il mio nome e si mette a fotografare la mia targa. Quando chiedo lumi per questo suo fare intimidatorio, mi risponde che a me ci penserà la magistratura e che anzi: “Tenga le mani a posto!” (parlando gli ho toccato un braccio). A quel punto non ho potuto fare a meno di deridere lui e le sue querele. Non l’avessi mai fatto! La moglie diventa isterica e inizia a darmi del grillino (per lei senza dubbio il massimo dell’offesa), mentre Renzi chiama la scorta, che arriva con due macchine. E il tutto per difendersi da un cittadino che civilmente esprimeva il suo dissenso. Ma va a ciapà i ratt!

Alberto Agnello

 

Altro che Innominabile, paghino chi lo ascolta!

Ho la sensazione, a dire il vero basata sul nulla, che le conferenze per le quali Renzi viene lautamente pagato siano degli speech nei quali, oltre a pagare l’oratore, bisognerebbe pagare in qualche modo anche il pubblico che le sta a sentire considerata la pochezza di ciò che viene detto. Non potrebbe il Fatto analizzare alcuni di questi discorsi per vedere se questa sensazione ha qualche fondamento?

Pietro Volpi

 

Ottima idea!

M. Trav.

 

Chi festeggiò la nazionale adesso critica Puzzer

Ma tutti i personaggi che vanno in televisione a difendere la decisione di sanzionare Stefano Puzzer con il Daspo, associandolo al rischio di aumento dei contagi durante le manifestazioni in piazza senza distanziamento né mascherina, dove si erano nascosti in occasione dei festeggiamenti per la vittoria della nazionale di calcio? A pensar male verrebbe da ipotizzare che fossero in piazza a festeggiare, senza distanziamento né mascherina… né coerenza.

Gabriele

 

Compreso il Premier dei Migliori che autorizzò quella follia collettiva.

M. Trav.

 

Le assenze ingombranti nell’addio al carbone

L’accordo per l’addio al carbone entro il 2030 è storico, ma lascia l’amaro in bocca dal momento che tra i 40 Paesi che hanno aderito mancano Stati Uniti, Cina, Russia e India. Con queste premesse la vedo dura.

Gabriele Salini

 

Al principe d’Arabia preferiamo (il) Conte

Conte non parla con rancore. Parla di verità. Che continua a essere rivoluzionaria. Specie per chi è sceso in politica con rabbia e rancore per rottamare tutto ciò che non fosse lui e il suo cerchio magico. Per fortuna la sua obsolescenza programmata gli ha concesso poco tempo e ci ha evitato più danni di quelli che ha già fatto. Lasciamolo diventare principe d’Arabia. Noi preferiamo il nostro Conte.

Melquiades

 

Un piccolo chiarimento sull’utilità dei vaccini

Il direttore Marco Travaglio, rispondendo a un lettore, ha fatto intendere un po’ sardonicamente che importa ma non troppo che le persone si vaccinino, tanto i vaccinati rischiano al più un raffreddore.

Però non è proprio così: c’è sempre un 5-9 per cento (dati dell’Istituto superiore di sanità) di persone che pur da vaccinati (entro i sei mesi) rischiano l’ospedale, la terapia intensiva o la morte. E poi ci sono coloro che non possono vaccinarsi ma sono vulnerabilissimi. Quindi, al di là della battaglia sul vaccino obbligatorio o facoltativo, vaccinarsi non è mai solo un atto per se stessi. Che poi oggi parlino in tanti e dicano spesso cose contrastanti, è vero.

Mauro Ottonello

 

Caro Mauro, al contrario: penso sia importante che le persone si vaccinino, proprio per smettere di avere paura di chi non lo fa.

M. Trav.

Satira “Disegni, sui No vax mi hai deluso”. “Càpita, come in amore”

 

 

Buongiorno, ogni volta che penso di essermi giocato l’ultimo idolo della mia gioventù, se ne aggiunge un altro. Vabbè, fa parte della crescita.

Tweet deluso sulla striscia di Stefano Disegni (sui no-vax) pubblicata domenica

 

Caro/a/altro (sei in buona compagnia), sono Idolo. Comprendo il tuo dolore. E con esso la tua rabbia. In amore non c’è di peggio di una fiducia mal riposta, calpestata, delusa. Lo so e mi scuso. Una strada che avevi immaginato di percorrere insieme, tu e Idolo, giorno dopo giorno fino a una vecchiaia serena in mezzo ai nipotini, viene annientata da una maledetta strip in cui Idolo sostiene che i no-vax abbiano la testa di travertino. Si rivela un Idolo che non conoscevi, alieno, lontano dai tuoi sogni più felici. Ma la storia che c’è stata tra noi, di cui non rinnego niente, è stata bellissima e merita sincerità. Io non sono l’Idolo che fa per te. Forse lo abbiamo sempre saputo e non ce lo siamo mai detto. Tu hai bisogno di un Idolo che ti voglia bene, ti stia vicino, ti dica sempre e con amore quello che ti fa piacere sentire. Con me non funzionerebbe, io sono un Idolo che non sa amare. Cose per te profonde, care, tutte tue, per me sarebbero stronzate stroboscopiche, finirei per mandarti a fare in culo un giorno sì e l’altro pure, la nostra relazione ne risentirebbe, diventerebbe un inferno. Credimi, se continuiamo ci faremo del male. Ti parlo col cuore: trovati l’Idolo giusto, uno che ti sia simile, metti su famiglia, vivi. E dimenticami. Dài, non sono neanche un buon Idolo, lo faccio senza convinzione, non ci credo, ai doveri di un bravo Idolo preferisco un birrone con gente non irreprensibile. Non voglio neanche bambini. Finirebbero per idolatrarmi pure loro, sai che palle. E piglierei a calci nel culo quelli che si travestono da deportati, una cosa che a te magari piace, perché devo frustrarti? Un altro/a deluso/a (perdonami, noi Idoli siamo poligami) mi ha scritto che una volta attaccavo la Democrazia cristiana e adesso difendo il governo. Probabilmente tu sarai d’accordo, mentre io mi chiedo che cazzo c’entri Andreotti con un virus. Vedi? Non possiamo proseguire, dobbiamo separarci. Dovrei concludere con un “restiamo amici” come fanno le persone civili, ma quando penso a miei cari amici non vaccinati e morti, mi stai veramente sul cazzo e non posso, non voglio mentirti. Addio. Non preoccuparti per me, continuerò, da solo nel mondo, in qualche modo ce la farò.

Stefano Disegni

Le gag di dave Chappelle: l’amica Daphne Dorman e il sogno di Kevin Hart

I sei show del comico Dave Chappelle su Netflix hanno suscitato le proteste della comunità LGBTQ+ e delle associazioni per i diritti civili a causa delle loro gag transfobiche e omofobiche. Oggi concludiamo la rassegna di quelle gag, e da domani ci dedicheremo alla recensione meticolosa. Saranno 12 puntate, perché la cosa ci riguarda: guardate le destre al Senato che esultano per la bocciatura del Ddl Zan: bit.ly/3mjnNfQ.

CHAPPELLE: “Una delle persone più belle che abbia mai incontrato era una trans di San Francisco… Daphne Dorman… Una trans bianca che rideva di gusto a tutto ciò che dicevo. Soprattutto le battute sulle trans, molto sconcertanti… Siamo andati tutti nel backstage e stavamo solo bevendo, parlando di stronzate e ridendo, e Daphne ha rubato la scena, ha fatto pisciare tutti dal ridere… Mi guardo intorno e penso: ‘Oh mio Dio, è divertente’. L’ho presa da parte, ho detto: ‘Sei divertente. Non l’avrei detto quando eri sul palco. Sbagli alcune cose, ma posso aiutarti. Quando sono a San Francisco, perché non apri il mio spettacolo? Ti darò dei consigli e vediamo se riesci a risolvere questa cosa.’. Mi fa: ‘Dici sul serio?’ E io: ‘Sì.’ E lei mi stringe forte, mi abbraccia. E io l’ho respinta violentemente, perché sono transfobico. Le ho detto: ‘Confini, stronza!’ Quando è uscito Sticks and Stones, molte persone della comunità trans erano furiose con me, e a quanto pare mi hanno smerdato su Twitter. Non me ne frega un cazzo, perché Twitter non è un posto reale. E la cosa più difficile da fare per una persona è andare contro la propria tribù se non è d’accordo con la propria tribù, ma Daphne l’ha fatto per me. Ha scritto un tweet che è stato molto bello: ‘Colpire dall’alto al basso qualcuno richiede che tu pensi che sia inferiore. Io conosco Dave, e lui non lo fa. Non colpisce dal basso all’alto, non colpisce dall’alto al basso, dice battute, ed è un maestro nel suo mestiere.’ Questo è quello che ha detto. Bellissimo tweet, bellissima amica. Ci è voluto molto coraggio per difendermi in quel modo, e quando lo ha fatto la comunità trans l’ha attaccata su Twitter. Per giorni si accaniscono su di lei, e lei ha la meglio, perché è divertente. Ma sei giorni dopo quella notte meravigliosa che vi ho descritto, la mia amica Daphne si è suicidata. Oh sì, questa è una storia vera. Non per le battute. Non so se è stato per gli attacchi che le hanno fatto, non so cosa stesse succedendo nella sua vita, ma scommetto che attaccarla non ha aiutato… Leggo il suo necrologio e scopro che aveva una figlia… Mi sono messo in contatto con la sua famiglia e ho creato un fondo fiduciario per sua figlia perché so che è tutto ciò che a Daphne importava davvero. E non so cosa abbia fatto per lei la comunità trans, ma non mi interessa, perché sento che non era della loro tribù, era della mia. Era una comica, nella sua anima. La figlia è molto giovane, ma spero di essere vivo quando compirà 21 anni perché le darò io stesso quei soldi. E per allora sarò pronto a dirle quello che non sono pronto a dirle oggi. Dirò a quella ragazzina: ‘Ragazza, conoscevo tuo padre. Ed era una donna meravigliosa.’”

“Kevin Hart ha sognato per tutta la vita di presentare gli Oscar, e quando finalmente ha ottenuto il lavoro gliel’hanno portato via! Non è giusto. Non l’hanno ucciso: Kevin è uno robusto… LBGTQ, L-M-N-O-P-Q-Y-Z, è finita. Non dirò altre battute su di voi finché non saremo entrambi sicuri che stiamo ridendo insieme… Tutto quello che chiedo alla vostra comunità, con tutta l’umiltà, per favore, smettete di colpire dall’alto al basso la mia gente. Grazie mille e buona notte”.

(11. Continua)

 

Calenda scambia il diritto di cronaca con la “privacy”

Per questa rubrica il diritto di critica è sacro. Per questo non ci siamo adombrati quando ieri abbiamo sentito Carlo Calenda definire “barbarie” la pubblicazione, da parte nostra e di altre testate, del contenuto di alcuni atti, regolarmente depositati, su Matteo Renzi e la fondazione Open.

Calenda sulla libertà di stampa ha un’opinione che non condividiamo. Ma lui, così come la sottosegretaria Irene Tinagli (Pd) e il numero due di Fratelli d’Italia, Guido Crosetto, portatori di punti di vista analoghi al suo, hanno tutto il diritto di esprimerla. Allo stesso tempo, però, Calenda ha un dovere. Un dovere che è comune a tutti coloro i quali ci governano o ambiscono a farlo. Non dire il falso e soprattutto conoscere le leggi dello Stato. Perché, se si affermano cose non vere e s’ignorano le regole che nelle democrazie liberali regolano i rapporti tra eletti ed elettori, si dimostra di essere inadeguati a garantire i diritti dei cittadini. Per questo ci ha fatto sobbalzare sulla sedia ascoltare Calenda, laureato in Giurisprudenza, mentre sosteneva che “quello che sta succedendo ogni giorno sui giornali è illegale” e aggiungeva addirittura che la cronaca giudiziaria sull’indagine su Open dimostra come “stiamo demolendo lo Stato di diritto”.

In attesa di capire come Calenda si sia laureato con 107 alla Sapienza, siamo quindi felici di rammentargli una semplice nozione. Cosa si può e non si può pubblicare lo stabilisce l’articolo 114 del Codice di procedura penale che al comma 7 recita: “È sempre consentita la pubblicazione del contenuto di atti non coperti da segreto”. Che significa? Vuol dire che una volta depositate, il giornalista, se non si è ancora a processo, ha il diritto di spiegare cosa c’è nelle carte. Non le può riprodurre integralmente (cosa che nessuno ha fatto), ma può raccontarle.

In democrazia è importante che ciò avvenga. Almeno per due ragioni. La prima è garantire il controllo dell’opinione pubblica sull’attività della magistratura. E Calenda dovrebbe saperlo visto che lui stesso ieri ha testualmente affermato: “Siamo di fronte a un’inchiesta che, per il momento, da quello che vediamo sui giornali è totalmente nulla”. Una presa di posizione secondo noi criticabile, ma che sarebbe stata impossibile se tutto fosse stato segreto. La seconda ragione è legata al diritto-dovere di cronaca. I cittadini, se una notizia è rilevante, devono poterla conoscere. Non importa se non riguarda un reato. È importante invece che i fatti e le condotte riportate abbiano un interesse pubblico. Ed è impossibile negare che l’elenco dei finanziatori di Renzi lo abbia. Non solo perché proprio Renzi, in passato, aveva consigliato a tutti di diffidare da chi con la politica era diventato ricco, ma anche perché il primo frutto di questa vicenda è stata l’apertura di un dibattito politico per varare una norma che, come accade all’estero, vieti ai parlamentari di accettare consulenze e interventi a pagamento. Invocare la privacy non ha senso. La Corte europea dei diritti dell’uomo e il Garante hanno più volte affermato che la privacy del personaggio pubblico è attenuata rispetto a quella dei governati proprio in funzione del potere di controllo degli elettori sugli eletti. Certo, comprendiamo che a un parlamentare la cosa possa non fare piacere. Ma queste in democrazia sono le regole del gioco. Sono i principi a cui ci atteniamo convinti che, quando si racconta il potere, la miglior definizione del nostro mestiere sia quella data da Horacio Verbisky: “Giornalismo significa diffondere qualcosa che qualcuno non vuole che si sappia. Il resto è propaganda”.

 

Rivoluzione. Chi lavora non può essere povero: lo Stato intervenga

Uno speciale caso di strabismo, fa in modo che ci sia una parte della società poco indagata, poco vista, poco raccontata, insomma di cui non ci si occupa, e sono quelli che fanno la guerra tutti i giorni coi prezzi, la spesa, l’affitto e i salari da fame. È un fenomeno italiano piuttosto noto, quello dei lavoratori poveri, da poco certificato dalla Fondazione Di Vittorio: cinque milioni di italiani guadagnano meno di diecimila euro lordi all’anno. Il limite, insomma, a un passo dalle sabbie mobili e della soglia di povertà. È una popolazione che non ha narrazione, che non si vede nei telegiornali, nelle serie, non è presente nella politica. Quando si parla di poveri, in generale, è per fargli il culo, perché non corrono a lavare i piatti al mare in agosto, o perché sono assistiti, o svogliati, o fancazzisti che ai miei tempi, signora mia… Ecco.

Tutto il racconto del proletariato italiano sta qui, dileggio e insulto, per non dire dell’equiparazione ormai diretta tra percettore del reddito di cittadinanza e “furbetto”, un’equazione accettata dai media con soddisfatta nonchalanche, e passiamo ad altro. In generale si sentono grandi allarmi, ma non ci si muove molto. Le file, per usare una metafora nemmeno tanto metaforica, si allungano.

Non pare che nella manovra finanziaria, ci siano molte tracce di attenzione per questa numerosa genìa dannata, ma in compenso qualche briciola per chi sta meglio. Se la revisione dell’Irpef sarà quella annunciata – quella del famoso “tagliamo le tasse” che tutti sbandierano – non c’è molto da brindare: si limerà qualcosa tra i 28 e i 55 mila euro, cioè chi guadagna ventottomila euro l’anno niente, e chi si avvicina ai cinquanta risparmierà meno di 500 euro all’anno. Poco, ma soprattutto sempre lì, ai piani medio-alti dei contribuenti.

Dunque, abbiamo un problema: periodicamente si puntella un po’ la classe media, diciamo la borghesia produttiva, il lavoro garantito, e dall’altra si dimentica sistematicamente il lavoro che più si è espanso negli ultimi decennio, quello intermittente, a chiamata, casuale, a singhiozzo, insomma una massa indistinta e molto numerosa di lavoratori che di garanzie ne hanno pochissime o niente del tutto. Non è un settore in cui possa intervenire la politica fiscale, giusta obiezione, perché la platea dei lavoratori poveri non è quasi soggetta a tassazione. Ma proprio per questo la faccenda è un po’ più impegnativa: non si tratta di regalare soldi, ma di disegnare bene dei diritti, e forse proprio per questo la politica se ne sta alla larga.

La vera polarizzazione, qui e ora, è quella tra redditi accettabili e redditi troppo bassi, con buona pace delle vecchie terminologie novecentesche, e però, uh, che sorpresa: riecco la borghesia e riecco il proletariato. Non so dove possa portare questa annosa faccenda dal punto di vista politico, ma insomma, le differenze sociali troppo marcate si sa che generano insoddisfazione e incazzatura. Dunque lì, lì ai piani bassi, serve più che altro un ridisegno complessivo delle modalità di lavoro e di salario, un certificato statale che chi lavora – almeno chi lavora! – non sia povero, il che tra l’altro ripristinerebbe non solo un minimo di giustizia sociale, ma distenderebbe i nervi i tutti. Forze politiche che prendano sul serio questa battaglia e la portino al centro della scena non ce ne sono, non conviene, non fa fine, forse non sono considerati voti appetibili, non fanno opinione, non sono moderati, non hanno sotto il braccio l’agenda Draghi, quindi non vanno bene.

 

Come combattere i reati di chi usa “criptovalute”

La diffusione esponenziale della circolazione delle valute virtuali (monete elettroniche o cripto valute) su piattaforme informatiche (exchange), nelle quali si incrociano domanda e offerta, rappresenta una realtà planetaria che interagisce con le economie e le società di numerosi Paesi e assicura sistemi di pagamento e trasferimenti di valori ingenti nell’ordine dell’equivalente di miliardi di dollari giornalieri. Si tratta di valute private, che identificano la rappresentazione digitale di valore, non sono emesse dalle Banche centrali o da autorità pubbliche, possono essere utilizzate per finalità di investimento o come mezzo di scambio per l’acquisto di beni o servizi. A mero titolo esemplificativo si citano: Bitcoin, Ethereum, Libra, Zcash, Monero. Plurime investigazioni, che ho coordinato e che sono in essere, hanno rivelato come soggetti dediti al crimine – imprenditori stranieri collettori di risorse di provenienza delittuosa, intermediari finanziari e acquirenti di sostanze stupefacenti – anche inseriti in contesti di criminalità organizzata – utilizzino tali strumenti per la loro idoneità ad assicurare l’anonimato del titolare effettivo delle transazioni, l’assenza di territorialità e rapidissimi trasferimenti da un exchange all’altro ubicati in Paesi europei e in paradisi fiscali di altri continenti. Il riferimento è: ai pagamenti mediante Bitcoin di partite di stupefacente importate; ai meccanismi truffaldini che hanno imbrigliato nelle loro maglie migliaia di investitori e alle conseguenti bancarotte; alle attività di riciclaggio realizzate mediante l’impiego di contante tracciato e non tracciato, con conseguente evasione ed elusione fiscale, investito in cripto valute dirottate verso exchange stranieri, poi trasferiti in altre piattaforme sino a far perdere le tracce.

Si tratta di una nuova frontiera per il crimine. Il nostro Paese è all’avanguardia in Europa. Dispone, infatti, di norme adeguate per la punibilità delle condotte, quali ad esempio, i delitti di riciclaggio, di autoriciclaggio, di frode informatica e di usura. Ha assoggettato a norme antiriciclaggio gli exchange, le piattaforme elettroniche che consentono di operare attraverso le c. d. criptovalute, permettendo la conversione delle valute aventi corso legale in valute virtuali e viceversa. Il vigente d. lgs. 231/2007, novellato dal d. lgs 4 ottobre 2019, n. 125, reca le definizioni di “valuta virtuale” e di “prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale”, nonché l’individuazione di questi soggetti tra gli operatori non finanziari destinatari degli obblighi antiriciclaggio. È stata estesa l’applicazione delle disposizioni previste per i cambiavalute ai prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale, prevista l’iscrizione dei predetti prestatori di servizi in una sezione speciale del registro dei cambiavalute tenuto dall’Organismo agenti mediatori (Oam, con i commi 8-bis e 8-ter del d. lgs. 90/2017, inseriti nell’art. 17-bis del d.lgs. 141/2010). Con il decreto legislativo n. 125 del 2019, il governo ha apportato integrazioni e correzioni al d. lgs. 231/2007 in materia antiriciclaggio, anche con la prospettiva di recepire la quinta direttiva europea (Ue 2018/843) intervenuta su aspetti specifici della disciplina di prevenzione del riciclaggio. In tale ambito sono stati estesi gli obblighi antiriciclaggio. Il pur lodevole sforzo non appare ancora adeguato a far fronte alle esigenze investigative di trasparenza, di rapida acquisizione delle informazioni sugli operatori che investono e di celere esecuzione dei provvedimenti di sequestro. È fondamentale poter accedere alle informazioni inerenti ai titolari effettivi dei portafogli digitalizzati e di coloro che effettuano gli scambi e i trasferimenti a livello europeo e mondiale per scoprire chi si cela dietro. La collaborazione internazionale – che si basa, sulla scorta della mia esperienza, su richieste di rogatoria e sull’ordine di investigazione (Oei) in ambito Ue, ovvero sul ricorso al supporto di Eurojust e dell’Unità di Investigazione Finanziaria (Uif della Banca d’Italia e sulle strutture omologhe esistenti negli altri stati Fiu) per l’espletamento di attività pre rogatoriale – non è sempre facile da ottenere e, quando si ottiene, è spesso tardiva. Un nuovo impulso potrebbe derivare dalla Procura europea di nuova costituzione. Necessita, invero, una legislazione sovranazionale condivisa e vincolante per aggiornare la regolamentazione al progredire dell’attività criminosa. Sarebbe utile una centrale unica europea per censire gli exchange che gestiscono le piattaforme, raccogliere i dati identificativi degli operatori sia in entrata sia in uscita, prevedendo un obbligo, adeguatamente sanzionato, di comunicare alle Agenzie delle Entrate di ogni Paese o autorità analoghe i dati identificativi (comprensivi di codice fiscale) per il loro inserimento nell’Anagrafe dei Rapporti, sia dei clienti nazionali sia di quelli internazionali.

 

Repubblica, dalle 10 domande ai 500 cavalli

Si era tutti in attesa di conoscere i contenuti della Repubblica dei cavalli, il portale web del giornale fondato da Eugenio Scalfari interamente dedicato alle vicende equine. Una scelta editoriale apparentemente bizzarra, ma che comincia a farsi un po’ più chiara dopo gli articoli di esordio. Parafrasando un triste motto del ventennio: molti cavalli, molte marchette. La prima ha una firma prestigiosa: Francesco Bei, vicedirettore di Repubblica e responsabile di quella dei cavalli, intervista Nicole Berlusconi. Una storia struggente e una protagonista illustre: è la nipote dell’ex presidente del Consiglio. La giovane – apprendiamo – ha fondato una onlus “che si occupa dei cavalli maltrattati, torturati, affamati da proprietari e allevatori senza scrupoli”. Il titolo spiega tutto: “Progetto Islander, così Nicole Berlusconi ha tratto in salvo 500 cavalli”. Il nome Islander è quello della sua “prima cavalla da salto”. Più che una onlus pare un agriturismo privato: “Teniamo una settantina di cavalli. Dieci sono miei, alcuni adottati tra quelli salvati dall’associazione. Poi teniamo a pensione anche 25 cavalli di clienti privati. Abbiamo 43 ettari a disposizione, è un paradiso, e lo spazio non manca. Ma non ci sono solo cavalli, c’è un po’ di tutto: asini, mucche, cani… È una vera azienda agricola”. Repubblica ha saltato l’ultimo fosso: dalle 10 domande a Berlusconi ai 500 cavalli di sua nipote, ci sono 30 anni di lunghissimo oblìo.

Manovra sparita. Chigi: “Non serve un nuovo Cdm”

Ealla fine arrivò la velina: “Il disegno di legge di Bilancio è stato approvato formalmente dal Consiglio dei ministri nella riunione di giovedì 28 ottobre. Per questo motivo non si rende necessario alcun nuovo passaggio o esame in Cdm. Lo precisano fonti di Palazzo Chigi”. La previsione di un nuovo Consiglio dei ministri per approvare la manovra sparita da due settimane era stata avanzata dal Sole 24 Ore e poi ripresa dalle agenzie di stampa, che addirittura davano la riunione convocata per oggi. E invece no, non ce n’è bisogno, fa sapere Mario Draghi, che evidentemente tra l’ammettere di aver fatto un pasticcio – e di avere un ministro dell’Economia e relativo staff di qualità non eccelsa – e maramaldeggiare con le parole ha scelto la seconda opzione.

Se, per capirci, il ddl Bilancio “è stato approvato formalmente” il 28 ottobre – e peraltro senza la dicitura “salvo intese”, che in sostanza significa che qualche particolare va ancora sistemato – allora perché ieri mattina il premier ha partecipato a una riunione sulla manovra? “Il tavolo di questa mattina era legato ad alcuni elementi di dettaglio di modifiche che la legge di Bilancio propone per il reddito di cittadinanza”, ha spiegato dopo qualche ora il ministro Stefano Patuanelli, uno dei partecipanti. Addirittura si sarebbe deciso di modificare, rispetto al testo approvato, l’età necessaria per andare in pensione col programma “Opzione Donna” (58 anni anziché 60). Ma, soprattutto, se la manovra è stata approvata “formalmente” perché è sparita da 14 giorni? Pare che a Palazzo Chigi trattino l’avverbio “formalmente” come fanno con le leggi e i regolamenti della Repubblica, con una certa larghezza. Tocca allora ribadirlo per la terza volta quest’anno, come peraltro abbiamo fatto quasi tutti gli anni scorsi: questo modello di legiferare è di fatto illegittimo. E ancora: il ritardo – 22 giorni oggi – sul termine di arrivo del ddl Bilancio in Parlamento (20 ottobre), stabilito da una norma primaria, ha l’effetto di comprimere in modo rilevantissimo la possibilità per le Camere di approfondire e modificare la manovra (facile previsione: si inizia in Senato e quindi Montecitorio non toccherà palla).

Urge, a quanto pare, ricapitolare di nuovo cosa serva per definire “approvata formalmente” una legge in Consiglio dei ministri, unico organo legittimo dell’azione di governo (questo non è un premierato, se non “de facto”, direbbe Giancarlo Giorgetti). Allora, la legge dice che il Consiglio dei ministri “determina la politica generale del governo e l’indirizzo generale dell’azione amministrativa. Esso delibera, inoltre, su ogni altra questione relativa all’indirizzo politico”. Insomma, l’intera azione dell’esecutivo è legittima solo se passa per un voto del Cdm. E come deve avvenire questo voto? Il Dpcm che regola il funzionamento del Consiglio prescrive che “tutti i ministri” ricevano “almeno 5 giorni prima della convocazione” i testi che saranno discussi e che “almeno due giorni prima” vengano esaminati in una riunione preparatoria (pre-Consiglio). Se questo non avviene “nessuna questione e nessuna proposta (…) può essere inserita nell’ordine del giorno”. Riassumendo, il voto dei ministri dev’essere informato e puntuale su ogni aspetto del testo: anche se è una pratica comune a tutti i governi da molti anni, resta illegittimo votare un ddl per titoli o all’ingrosso – soprattutto se è il Bilancio dello Stato, andrebbe aggiunto – e poi scriverlo dopo in dettaglio, al Tesoro, attraverso interlocuzioni riservate.

Dopo un lavoro evidentemente sciatto del Tesoro nella preparazione della manovra, Draghi – avendo fatto la figuraccia di far sparire il testo per due settimane – poteva almeno salvare la forma ripassando in Consiglio dei ministri. Non ha voluto o non ha potuto farlo: forse non sa che in molte attività umane la forma è la cosa.

Rdc, le idee degli esperti (che Draghi non userà…)

La situazione è paradossale e illumina il cortocircuito che avvolge la più importante misura anti-povertà della storia italiana. Il governo Draghi ha appena inserito nella manovra (ancora fantasma, come leggete a destra) una stretta al Reddito di cittadinanza pochi giorni prima che una commissione governativa di massimi esperti consegnasse le sue proposte per rivedere il sussidio. Risultato: nella legge di Bilancio sono state inserite modifiche perfino peggiorative su punti che la commissione bolla già come “palesemente assurdi e inutilmente punitivi”.

“Ci sarebbe piaciuto che fossero state prese in considerazione le nostre proposte e soprattutto i nostri dati – spiega la sociologa Chiara Saraceno, che coordina la commissione – Quella in manovra, invece, non è una riforma. Sono stati solo irrigiditi ulteriormente i controlli e le condizioni di accesso”. Se mai il governo vorrà, le proposte potranno essere inserite nel passaggio parlamentare della manovra, che però si annuncia assai compresso visti i ritardi, a non dire dell’ostilità del centrodestra e dei renziani alla misura in sé.

La commissione è stata istituita dal ministro del Lavoro Andrea Orlando a marzo. Presieduta da Saraceno, ne fanno parte – tra gli altri – alcuni dei maggiori esperti della materia: Cristiano Gori, docente a Trento, lo studioso di disuguaglianze Maurizio Franzini, il capo della direzione Studi e Ricerche dell’Inps Daniele Checchi e la responsabile dell’ufficio Politiche sociali della Caritas, Nunzia De Capite. Il punto di partenza è che il Rdc – 580 euro al mese in media finiti a 1,57 milioni di famiglie (3,8 milioni di individui) nel 2021 per una spesa totale di 8 miliardi – è una misura fondamentale, “vittima di una narrazione che non ha alcun fondamento nell’evidenza empirica”, spiega Saraceno. Ha però dei difetti di costruzione che vanno migliorati per potenziarla.

Le proposte variano dall’aumento del beneficio alle famiglie numerose a minori paletti per gli stranieri fino a una modifica alla “congruità” delle offerte di lavoro per spingere ad accettare anche contratti di brevissima durata. Elemento, quest’ultimo, che dominerà nei riassunti della grande stampa.

Stranieri. Oggi il requisito per accedere al Rdc è 10 anni di residenza in Italia, di cui gli ultimi due “continuativi”. Questa soglia, che risente del diktat leghista ai tempi del governo gialloverde, non ha eguali in Europa ed è a rischio bocciatura della Consulta (che sul tema si è riunita ieri). La proposta è portarlo ai 5 anni necessari a ottenere il permesso di soggiorno di lungo periodo. L’effetto sarebbe di inglobare 68mila famiglie di stranieri oggi escluse (costo: 300 milioni).

Famiglie. I meccanismi di calcolo del Rdc (reddito singolo entro i 6mila euro, 9.630 di Isee familiare) e le sue “scale di equivalenza” per calcolare l’importo in base al numero dei componenti favoriscono i nuclei di un solo individuo e penalizzano le famiglie numerose e con minori. Per dare l’idea, tra le famiglie che pure hanno un Isee sotto soglia, quelle numerose escluse dal beneficio sono ben il 38% del totale, che sale al 50% se con minori. La proposta è di ridurre la soglia di accesso per i singoli (da 6mila a 5.400 euro) e aumentare i coefficienti delle scale di equivalenza. Al di là dei tecnicismi, il risultato sarà di inglobare più famiglie numerose e con minori tra i beneficiari. A parità di risorse, questo significa, che i nuclei più piccoli o con figli maggiorenni prenderanno un po’ meno. Il problema non si porrebbe con un aumento dei fondi, che però non è appannaggio della commissione, che si limita ad auspicare che siano poi i livelli locali a integrare la somma. In caso di decadenza dal beneficio di un componente, poi, bisognerebbe evitare che decada per l’intero nucleo familiare.

Affitto. Oggi il sussidio è di 500 euro massimi più una componente fino a 280 euro per l’affitto. Anche qui, la proposta è parametrare questa seconda voce al numero di persone del nucleo, per non svantaggiare le famiglie numerose.

Patrimonio. L’idea è di superare la soglia rigida di patrimonio “mobiliare” (6mila euro per singolo individuo), perché basta superarla di un euro per perdere il sussidio. La proposta è non fissare una soglia rigida e rendere il Rdc dipendente dal patrimonio mobiliare, considerando una parte di quest’ultimo (al di sopra dei 4mila euro) come reddito disponibile. Contestualmente si potrebbe alzare l’attuale tetto (30mila euro) del patrimonio immobiliare difficilmente liquidabile (concedendo sconti ai genitori separati se la casa è rimasta all’ex coniuge con i figli).

Lavoro/1. Oggi i criteri penalizzano la ricerca di lavoro perché il percettore che lo trova si vede decurtato il sussidio in misura pari all’80% dell’incremento di reddito. In sostanza: se il reddito da lavoro aumenta di 100 euro, l’assegno del Rdc diminuisce di 80. La proposta è di portare il taglio a 60 e senza limiti di tempo, ma fino a quando non si raggiunge la soglia dell’esenzione fiscale (8.174 euro annui per i dipendenti, 4.800 per gli autonomi). La parte eccedente tale soglia viene scalata al 100% dal sussidio.

Lavoro/2. L’aspetto più delicato riguarda le offerte di lavoro. Saraceno ieri ha ricordato che la maggior parte dei beneficiari non è “occupabile”, e di quelli che lo sono solo il 30% è stato convocato per firmare un patto per il lavoro (che non vuol dire averlo trovato). La narrazione dei “divanisti” non ha riscontro nei dati. Spesso i beneficiari hanno qualifiche bassissime e poca esperienza: riattivarli è la cosa più importante. Per questo gli esperti aprono all’idea di considerare “congrue” anche offerte di lavoro di breve durata – tre mesi o, in casi particolari e in deroga, anche di un mese – purché rispettino i minimi contrattuali di settore (non sempre dignitosi, peraltro). Oggi sotto una soglia di retribuzione di 858 euro mensili, l’offerta si può rifiutare, ma questo taglia fuori le occupazioni a tempo parziale usate nei settori a basse qualifiche (edilizia, turismo, ristorazione, logistica, etc.). La proposta è parametrare la retribuzione all’orario di lavoro, che per essere ritenuto “congruo” dovrebbe essere pari al 60% dell’orario a tempo pieno previsto dal contratto di settore (e non più almeno all’80% dell’ultimo contratto avuto com’è ora). Quello che gli esperti considerano inaccettabile (“palesemente assurda e inutilmente punitiva”) è invece la previsione che la seconda offerta di lavoro possa arrivare anche a 250 km di distanza e senza limiti alla terza. Per loro va fissata a 100 km e basta. La legge di Bilancio, invece, prevede il taglio dell’assegno al primo rifiuto e l’assenza di vincoli geografici dalla seconda offerta (rifiutata la quale il sussidio si perde).

Incentivi. Il ddl Bilancio concede la possibilità di ottenere il sussidio alle aziende che assumono beneficiari del Rdc anche a tempo parziale e a termine. Per la commissione, invece, l’orario deve essere a tempo pieno e il contratto comunque non inferiore a un anno.

Norme punitive. Gli esperti chiedono di rimuovere alcuni paletti “paternalistici”, per usare le parole di Saraceno: via l’obbligo di spendere l’intero importo entro il mese e i vincoli al suo utilizzo.

Come si vede, le proposte prefigurano una riforma organica e servono a potenziare la misura. Solo che arrivano dopo la stretta operata in manovra (che non ne riprende nessuna) e sotto la pressione di Confindustria e destra: “Ci sono modifiche che hanno una valenza di buon senso e possono essere recepite rapidamente” mentre “su altre, con valenza politica più impattante, le forze politiche faranno le loro valutazioni”, ha detto il ministro Orlando. “Questo lavoro ha un senso non puramente di studio solo a condizione che i decisori politici ne facciano uso”, si legge nel rapporto. E qui si capisce già come andrà a finire…

Sistema De Luca in testacoda: ora la “Città del Sole” è infetta

inviato a Salerno

Rosa o spina? Fiore o zucca? In poco più di quattro settimane, Salerno, la città del Sole di Vincenzo De Luca nel cui cemento ha incardinato il suo vasto programma, è divenuta la ferita infetta, il luogo del malaffare, il centro di gravità permanente della clientela aggregata per censo e bisogni. Salerno è d’un tratto apparsa come un “sistema”, paradigma delle eccellenze clientelari e l’inchiesta nella quale si contorce duplica quella che subì Roma e che fu soprannominata Mafia Capitale.

Qui siamo un gradino sotto, ma la fatica della Procura della Repubblica appare già un successo annunciato: “L’inchiesta è stata condotta come Dio comanda e fa immaginare sviluppi corposi e un orizzonte inesplorato di illegalità”, annuncia Tommaso Siani, direttore de La Città, il quotidiano locale.

Nel testacoda del deluchismo ci finiscono però un po’ tutti i salernitani. “Salerno è De Luca, è il suo corpo ormai scolpito nella piazza fuori misura del Crescent, il padiglione urbano realizzato in riva al mare alla memoria delle virtù del conducator. Felicemente asservita e a lui devota, Salerno attende senza ansia e senza stupore, pronta a ripudiarlo e a tentare la salvezza col pentimento se le cose si metteranno male. Ma è un verbo per adesso obbligatoriamente coniugato al futuro”, avverte lo storico Aurelio Musi, che ha dedicato molto della sua passione narrativa alla città.

Il sistema, la ragnatela di servizi sociali che il Comune appaltava in modo illecito secondo l’accusa, è il foro d’entrata di quella piramide di interessi su cui si forgia il più longevo dei politici italiani. Escludendo Ciriaco De Mita, novantenne ancora in attività ma ristretto nella sua natia Nusco, e Clemente Mastella, che ora è nonno e può curare solo il feudo di Benevento, De Luca conosce il potere da più tempo di tutti i colleghi in attività. Quattro volte sindaco, due volte deputato, due volte presidente di Regione con un’opzione per il terzo mandato, se deciderà di cambiare lo statuto della Campania, cosa che può benissimo accadere, basta che lo voglia.

Il suo potere si misura in miliardi di euro. E per capire con quale imperiosa determinazione decide chi finanziare e quanto, è utile far rievocare a Stefano Caldoro, l’ex governatore, quel che accadde sei anni fa, poco prima che facesse le valigie da palazzo Santa Lucia: “Era in arrivo 1 miliardo per l’edilizia sanitaria. Avevo in animo di trasferire il secondo policlinico di Napoli a Scampia per dare alla periferia disperata un centro di eccellenza e liberare metri quadrati per la città affamata di case”. Di quel miliardo “per Salerno previdi comunque 110 milioni di euro, non spiccioli”. Con De Luca il mezzo miliardo di Napoli viene spostato quasi tutto nella città del Sole. A Salerno un nuovo entusiasmante Crescent della salute che sostituirà l’ospedale attuale. “Stanziati 450 milioni di euro, un’enormità per una città che non raggiunge i duecentomila abitanti”, accusa Caldoro.

Salerno ha bisogno di eterno carburante e De Luca ha ansia di prestazione. Trent’anni fa, quando prese possesso del palazzo di Città, mutuò dal compagno Lenin la parola d’ordine utile per far convergere i voti della borghesia impaurita dal comunista in arrivo: “Arricchitevi”. Intendendo che la sua amministrazione avrebbe aperto le porte agli appalti, alla ricostruzione di ogni angolo della città, insomma alla fortuna di grandi e piccini. Imprese e tecnici furono abbeverati da una fonte ineguagliabile di gare a introito variabile e sempre al massimo ribasso. Salerno crebbe veramente, si fece più bella e più pulita: “Non è vero che è una città che ha cambiato volto? Non è vero che abbiamo strutture, penso alla stazione marittima, di prima grandezza architettonica?”, chiede l’avvocato Matteo D’Angelo che un giro in municipio, da consigliere comunale, se lo fece all’inizio dell’avventura deluchiana per poi – deluso – tornarsene al suo lavoro. “Le accuse di familismo non riescono a scuotermi”. Votate e arricchitevi tutti. “Ha rifatto il centro storico che prima era una topaia e i valori immobiliari delle case hanno raggiunto vette inaudite, anche ottomila euro al metro quadrato. Li ha arricchiti veramente e tanti sono gli imprenditori fedelissimi della sua corte”, aggiunge il professor Musi.

La questione si rovescia se vista da Claudio Tringali, giudice in trincea e oggi, da pensionato, assessore alla Trasparenza dell’attuale giunta comunale guidata da Enzo Napoli (al quale è giunto un avviso di garanzia): “Si può negare l’esistenza di un vasto e radicato consenso popolare che permane, mai scalfito? Io non ho alcun imbarazzo a far parte della giunta, rendo un servizio alla città”.

Il sistema, oppure il feudo, o ancora la corte. Il reticolo degli ingaggi senza gara per lavori pubblici alle cooperative sociali definisce l’idea – scrive la gip Gerardina Romaniello nella ricostruzione puntigliosa del declino del diritto nella città del rovescio – di una pratica antica di almeno un ventennio. Isaia Sales su Repubblica ha contato nell’era deluchiana 48 (quarantotto!) società partecipate capaci di dare una poltrona a 308 consiglieri di amministrazione e 184 revisori dei conti. Più di cinquecento persone, metà delle quali “provenienti dalla direzione provinciale del Pds”.

Il partito che De Luca sputacchia a ogni occasione, ma del quale è nervo ottico anche attraverso la postazione del figlio Piero, vicepresidente dei deputati, con l’altro erede, Roberto, che pure ha visto una poltrona di assessore comunale. Dal Pd nemmeno un commento, neanche un po’ di stupore. De Luca ha spiegato ai suoi: “Se decidi di fare politica e non sei disposto a prendere dieci avvisi di garanzia è meglio che te ne vai a casa. Hai sbagliato mestiere”. Amen.