Ultimo mistero Br: sparito il fascicolo su via Fracchia

Sparito. Il fascicolo sull’irruzione dei carabinieri nel covo delle Brigate Rosse in via Fracchia non c’è più. La Procura di Genova ha aperto un’inchiesta per furto.

Il procuratore Francesco Cozzi la ricostruisce così: “Un anno fa abbiamo ricevuto l’esposto del ricercatore Luigi Grasso che chiedeva di riaprire le indagini sull’uccisione del brigatista Riccardo Dura, morto durante il blitz. Abbiamo chiesto al Tribunale di prendere il fascicolo su via Fracchia, ma nel loro archivio non c’era più. Risultava consegnato nel 2016 all’archivio di Stato di Morimondo, nel milanese. Ma l’archivio ha detto che nemmeno loro lo avevano”.

Nessuno ne sapeva niente. E nemmeno si riesce a ricostruire se davvero il trasferimento vi sia stato e chi abbia trasportato le carte su un episodio tanto importante della nostra storia. Unico indizio un post-it appiccicato sullo scaffale dove il fascicolo avrebbe dovuto essere conservato a Morimondo: documento prelevato, è scritto, senza specificare da chi. Incredibile, ma vero. Racconta Cozzi: “L’esposto di Grasso chiedeva di riaprire l’inchiesta. Ma per occuparci dell’unico reato non prescritto, l’omicidio volontario, dovrebbero emergere elementi nuovi. E per valutare se ci sono dobbiamo prima valutare quali erano gli elementi vecchi”. Quelli, appunto, contenuti nel fascicolo sparito. Così la Procura ha dovuto ricostruire tutto da zero. Grazie ai carabinieri sono stati recuperati documenti conservati dall’Arma. Con la collaborazione dell’istituito di Medicina Legale si sono recuperate altre carte.

Ma una parte del materiale è irrintracciabile, come le perizie balistiche. Il lavoro dei pm rischia di essere monco. Comunque resta l’ombra del fascicolo sparito. Rubato oppure smarrito? Ipotesi ugualmente allarmanti. E nessuno aveva fotocopiato o scannerizzato il materiale. L’irruzione dei carabinieri in via Fracchia avvenne il 28 marzo 1980. Morirono 4 brigatisti. Fu lo spartiacque, l’inizio della fine delle Br e della colonna genovese.

L’esposto di Grasso – ricercatore universitario che nel 1979 venne accusato di terrorismo e negli anni successivi fu prosciolto – sosteneva che “quello di Dura è stato un omicidio volontario, venne ucciso con un solo colpo alla nuca”. Grasso aveva presentato l’esposto dopo una ricerca personale negli archivi giudiziari. In quegli atti c’è la ricostruzione dei fatti fornita da Michele Riccio, il capitano che guidò l’assalto, uomo di fiducia del generale Carlo Alberto dalla Chiesa al quale era stato affidato il compito di condurre la battaglia contro le Br.

Ma anche la Commissione Moro ha tentato di ricostruire la vicenda di via Fracchia: “Tutto nasce – ricostruisce Federico Fornaro, membro della Commissione – quando nel 2014 chiedemmo ai Ris di esaminare le audiocassette ritrovate in alcuni covi delle Br. Volevamo capire se sotto le ultime registrazioni fossero stati incisi altri messaggi precedenti. Ci furono segnalate due cose: un comunicato che annunciava la presenza del corpo di Moro a Genova, vicino alla caserma di Forte San Martino. E poi la registrazione dell’interrogatorio di una collaboratrice dei terroristi davanti ai carabinieri”.

Ma come facevano le Br ad avere la registrazione di un audio delle forze dell’ordine? Anche su via Fracchia, sostiene Fornaro, restano dubbi: “Risulta acclarato che i carabinieri, arrivati al covo, scavarono anche in giardino. I vicini dissero che furono portati via dei sacchi neri. Ma nei documenti ufficiali non si fa cenno del giardino”. Fornaro aggiunge: “Uno dei magistrati genovesi parlò dell’esistenza nel covo di documenti dattiloscritti di Aldo Moro. Ma fu smentito da altri inquirenti. Nell’elenco dei documenti sequestrati in via Fracchia risultano soltanto un paio di fogli su Moro”.

Miguel Gotor, anche lui membro della Commissione Moro, aggiunge: “L’ipotesi che in via Fracchia vi fosse una parte dell’archivio Moro è più che una suggestione. Il magistrato genovese parlò di dattiloscritti, ma le sue affermazioni non ebbero seguito”. Cozzi comunque precisa: “Nei fascicoli spariti non c’era nulla di Moro”.

Morti sul lavoro: la Francia è al primo posto, l’Italia seconda

Il numero maggiore di infortuni e di morti sul lavoro tra i paesi dell’Unione europea si registra in Francia. Seguono Italia e Grecia. Il quadro emerge dai dati pubblicati dall’Eurostat, relativi al 2015, in occasione della giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro. Gli incidenti totali, secondo le tabelle dell’Istituto di statistica, sono stati 2,4 milioni, di cui 3.497 mortali. Per quanto riguarda gli infortuni nel loro complesso, è la Germania a risultare il Paese dove si registra il maggior numero di incidenti (705.079), seguita dalla Francia (465.887) e dalla Spagna (312.542). L’Italia è al quarto posto con 239.385 infortuni. Per gli infortuni mortali, invece, la Francia sale al primo posto, con 528 lavoratori deceduti. Qui, al secondo posto si posiziona l’Italia con 480 vittime e poi la Germania con 420 vittime. Quarta la Spagna con 310 morti.

In Italia, secondo i dati raccolti dall’Inail, nei primi tre mesi del 2018 ci sono state 212 denunce di casi mortali, 22 in più rispetto alle 190 del primo trimestre del 2017 (+11,6%).

Stop alternanza il 1°maggio: vincono gli studenti

L’alternanza scuola-lavoro il primo maggio? No, è una data di festa e vogliamo dedicarla ad altro”. Con una protesta a colpi di video su Facebook, un gruppo di studenti di un liceo classico napoletano si è opposto al tirocinio obbligatorio durante la giornata dei lavoratori. E ha vinto. La mobilitazione, sfociata in un sit-in con tanto di cori e striscioni, ha spinto la scuola e l’ente ospitante – il museo Pio Monte della Misericordia – ad annullare la convocazione: martedì i ragazzi del liceo classico Giuseppe Garibaldi di Napoli saranno liberi.

Il Pio Monte della Misericordia è un ente benefico nato nel 1602 e custodisce un dipinto di Caravaggio: collabora da anni con il liceo, motivo per cui – una volta approvata la legge sulla “Buona Scuola” del governo Renzi, che introduce l’alternanza scuola lavoro – i due soggetti hanno deciso di approfittarne per avviare un progetto. A parteciparvi, una classe quarta che ha svolto presso il Pio Monte della Misericordia circa 40 ore di stage (su 200 totali previsti dalla norma). Formazione, poi parte pratica: tutti i ragazzi hanno svolto il ruolo di guida museale in gruppi di due. Nelle settimane scorse, però, gli è stato comunicato che il primo maggio, dalle 9 alle 17, avrebbero dovuto essere “in servizio”. Parte dei componenti della classe ha quindi diffuso alcuni video sui social network e promesso che avrebbe manifestato indossando i cartellini con scritto “alternanza scuola-sfruttamento”. La scuola ha fatto sapere loro che li avrebbe puniti, così i ragazzi hanno cambiato strategia. Ieri pomeriggio, durante l’alternanza, i ragazzi di altre due scuole hanno manifestato fuori dai cancelli dell’ente come forma di solidarietà (il Pio Monte, in risposta, ha chiuso ai visitatori). A organizzare il sit-in sono stati gli stessi studenti che alcune settimane fa, domenica delle Palme, erano in una situazione simile: obbligati al tirocinio al Fai nel giorno festivo, avevano indossato i badge con la frase “questo non è formativo”.

“Agli studenti – spiegano dal museo – viene offerta l’occasione di confrontarsi con i visitatori nel racconto del monumento, senza assumere mai alcun ruolo sostitutivo o integrativo rispetto al personale dipendente, che anzi assume il maggior carico di ‘guidare’ gli studenti alla ‘guida’ dei visitatori”. Qui c’è un’incongruenza con il racconto fornito al Fatto da alcuni studenti che sostengono di aver fatto da guida in maniera autonoma e non affiancando i dipendenti del museo.

Pensata come un modo per avvicinare l’istruzione al mondo del lavoro, l’alternanza ha finora prestato il fianco a molte proteste, soprattutto da parte di chi ritiene che non sempre sia formativa e a volte nasconda utilizzo di manodopera gratuita da parte delle imprese. Una posizione che un mese fa è stata assunta da uno studente di Carpi tramite un post su Facebook: gli è costato un 6 in condotta per punizione.

Comunque, il Collettivo autonomo studenti Garibaldi precisa che la sua protesta non è né contro la scuola (alcuni docenti sono infatti al loro fianco) né contro l’ente benefico. Il loro gesto dimostrativo è contro l’alternanza scuola-lavoro in sé.

Lo svolgimento dello stage nei giorni festivi è del tutto regolare alla luce delle norme: a gennaio, infatti, è stata approvata la Carta dei diritti e doveri degli studenti in alternanza, che ne permette lo svolgimento “anche durante la sospensione delle attività didattiche”. Proprio quel comma è stato particolarmente attaccato dall’Unione degli Studenti, perché era già chiaro che avrebbe reso regolare una serie di casi, come per esempio i tirocini estivi presso le imprese del turismo e della ristorazione.

“Questo è un Paese ingiusto in un mondo guidato da ricchi”

I libri hanno molte vite e mille virtù, alcune delle quali davvero salvifiche, soprattutto perché è sulle gambe dei libri che corrono le idee. E allora va salutata con gioia, ottimismo e speranza la nascita di un festival letterario a Taranto: debutta giovedì nel bellissimo Castello Aragonese la “Fiera della letteratura del Mare – Taranto due mari di libri”: tra gli ospiti ci sarà anche Stefano Benni, che giovedì presenterà Prendiluna, il suo romanzo che è uscito esattamente un anno fa.

Lei è emiliano: che rapporto la lega a Taranto?

Sono della montagna emiliana da parte di padre, e molisano da parte di madre. Sono felicemente un meticcio. Sono stato molte volte in Puglia e mi sono sempre sentito (per metà) a casa.

Come la musica anche la letteratura può aiutare una città “sempre concentrata e allo stesso tempo distratta dall’industria, sempre concentrata e allo stesso tempo distratta dall’industria, sospinta tra opportunità e problemi, lavoro e crisi”, come sostengono gli organizzatori?

La cultura può aiutare l’intelligenza di tutti molto più della politica, e ci vogliono intelligenza e sensibilità per affrontare una situazione contraddittoria e difficile come quella di Taranto. Non esistono soluzioni magiche, ma strade possibili, e la cultura aiuta a vedere queste strade.

Martedì anche a Taranto si terrà il concerto del Primo Maggio. Evento che, arrivato alla quinta edizione, ha il merito di accendere ulteriormente i riflettori sulla vicenda dell’Ilva, dove sembra insanabile il conflitto tra diritti, tra lavoro e salute.

Il conflitto tra lavoro e salute è vecchio come il mondo, dalla civiltà agricola alla rivoluzione industriale fino al capitalismo selvaggio. Taranto è in una situazione particolarmente difficile, ma non insanabile. Basta aver veramente voglia di ascoltarsi.

Si è parlato molto del “voto parassitario” di un sud assistenzialista attratto dal reddito di cittadinanza. Che cosa ne pensa?

L’idea di un voto del nord “puro” e di un voto del sud “pilotato” è una delle bugie più facili del razzismo.

Il lavoro è il centro della nostra Costituzione, posto all’articolo 1 come fondamento della Repubblica. Un’affermazione che oggi sembra totalmente svuotata di significato visto che tutti i dati restituiscono una situazione di precariato e disoccupazione allarmante: secondo Eurostat siamo penultimi in Europa dopo la Grecia. Senza dire che aumentano anche i lavoratori poveri, cioè coloro che nonostante uno stipendio non arrivano alla fine del mese.

Non fatemi fare il politico. Io descrivo la vita degli umili e degli sconfitti. Non ho miracoli da invocare, ma voglio che si parli ogni giorno di ingiustizia, perché questo è un Paese ingiusto in un mondo comandato da un migliaio di ricchi.

A Taranto incontrerà i lettori parlando di Prendiluna, che poi è la vecchia maestra protagonista di un libro in cui si fondono la chiave comica e drammatica: come giudicherebbe secondo lei questa escalation di violenza e aggressività nelle scuole?

Queste cose ci sono sempre state, anche quando io ero scolaro, ci pestavamo ogni giorno. Oggi se ne parla di più, e questo va bene.

In un asilo eliminata la festa della mamma e quella del papà

Abolite le feste del papà e della mamma in favore della festa della famiglia considerata più inclusiva e non discriminatoria nei confronti delle nuove famiglie con genitori dello stesso sesso. Questa la scelta all’asilo “Chicco di Grano” nel quartiere Ardeatino a Roma. Per l’associazione Articolo 26 e per alcuni genitori di altri bambini dell’asilo però la decisione di eliminare le tradizionali feste è una “discriminazione al contrario presa dopo le pressioni di una coppia omosessuale” e sulla vicenda hanno inviato un reclamo al municipio. Municipio che, dicono dall’associazione, ha difeso la scelta della scuola “facendo intendere che le due secolari celebrazioni sono ideologiche e divisive e quindi ormai da cancellare con una più inclusiva festa delle famiglie”. La querelle va avanti da settimane. Nella Capitale già nel 2015 c’era stata una situazione simile nella scuola dell’infanzia “Contardo Ferrini”, nel quartiere Trieste. Sul caso è intervenuto il senatore di Forza Italia, Marco Siclari: “Se avere un padre e una madre significa discriminare qualcuno – ha detto –, significa che dobbiamo fare una legge per impedire a una madre e a un padre di tenersi per mano per strada: qualcuno potrebbe sentirsi offeso”.

Figli di coppie gay, nuovo caso a Roma. Ora tocca ai giudici

Dopo Napoli e Torino, un nuovo caso a Roma: il Comune della Capitale ha trascritto l’atto di nascita della figlia di una coppia omosessuale senza che la decisione fosse imposta da un Tribunale. La bambina, nata in Canada grazie all’utero in affitto, avrà dunque due papà con pieni diritti e doveri. La svolta, secondo Alexander Schuster, il legale che ha seguito la vicenda, è arrivata grazie a una pronuncia dello scorso febbraio della Corte d’Appello di Roma su un caso simile. Questa volta, ha spiegato l’avvocato, il Comune ha scelto di non attendere la decisione della Corte – alla quale di solito fanno ricorso i genitori omosessuali per farsi riconoscere i figli – e di procedere con la trascrizione.

L’episodio ha un precedente nella Capitale: nel 2015 la giunta di Ignazio Marino aveva accolto spontaneamente la richiesta di due donne di riconoscere l’atto di nascita della loro figlia nata in Argentina. Da allora, in mancanza di una legge specifica, sono sempre state la giurisprudenza e le amministrazioni locali a stabilire le linee guida. Ma ci sono dei precedenti.

Lunedì scorso Chiara Appendino, sindaco di Torino, ha registrato per la prima volta come figlio di due madri un bambino nato in Italia, mentre poche ore dopo a Gabicce Mare, nella Marche, il primo cittadino Domenico Pascuzzi ha riconosciuto una coppia di gemelli figlia di due padri. Prima ancora una decisione simile era stata presa dal sindaco di Milano Beppe Sala e poi da quello di Napoli, Luigi De Magistris. Atti spontanei ben più rari rispetto al numero di decisioni imposte ai municipi dai tribunali. “Bisogna distinguere – sottolineano dalla Rete Lenford, associazione che riunisce avvocati esperti di diritti lgbt – i casi in cui una coppia omosessuale ha un figlio riconosciuto all’estero e ne chiede la trascrizione nell’anagrafe italiana e quelli in cui il bambino nasce in Italia, come accaduto di recente a Torino”. Nel primo caso, non essendoci una legge ad hoc, i tribunali hanno dato interpretazioni diverse delle norme vigenti. “Alcuni giudici – spiegano dalla Rete – ritenevano che riconoscere figli di coppie omosessuali fosse ‘contrario all’ordine pubblico’, uno dei criteri che può negare la trascrizione di certificati redatti all’estero”.

E allora ecco i rifiuti alle coppie: a Venezia, a Milano, ma anche nella stessa Torino che oggi fa notizia per il motivo opposto. Dall’altra parte decine di riconoscimenti, come quello della Corte d’Appello di Trento che lo scorso febbraio ha concesso il pieno status di genitore anche al padre non biologico di due gemelli nati all’estero. Adesso un punto fermo sulla questione dovrebbero metterlo le sezioni unite della Corte di Cassazione, chiamate a decidere proprio sul caso di Trento e sulla corretta applicazione del criterio dell’ordine pubblico.

Ma come cambiano le cose se il bambino nasce in Italia? Come successo a Torino, i sindaci possono decidere di iscrivere all’anagrafe i minori, “forti di una giurisprudenza – sostengono gli avvocati di Rete Lenford – che sempre più esalta una genitorialità basata sulla volontà più che sulla biologia”. In altre parole, se una coppia omosessuale accede alla fecondazione eterologa all’estero certificando la propria identità di genitori, potrà chiederne il riconoscimento anche in Italia. Un quadro ancora complicato che ricalca quanto avvenuto per le unioni civili omosessuali, a cui soltanto la legge Cirinnà del 2016 ha dato dignità legale.

Prima di allora uno stallo alla messicana, con i Comuni che provavano a fare a modo loro e i prefetti che, su indicazione del governo, intimavano ai sindaci di fare dietrofront. Negli anni 90 molte città italiane avevano attivato registri per le coppie di fatto, consentendo anche alle unioni omosessuali di accedere ai servizi comunali (come, ad esempio, la graduatoria per gli alloggi popolari) da cui prima erano esclusi.

E mentre diversi Paesi europei allargavano i diritti alle coppie omosessuali, consentendo il matrimonio anche a cittadini residenti in un altro Stato, sempre più coppie con in mano un certificato di nozze straniero si presentavano agli uffici dei Comuni italiani per chiedere che fosse trascritto e fossero dunque riconosciuti loro gli stessi diritti dei coniugi etero. Su questa spinta ben 327 Comuni si sono dotati di registri per le unioni omosessuali prima che entrasse in vigore la legge Cirinnà.

Sulla discrezione dei sindaci ha provato però a intervenire Angelino Alfano, all’epoca ministro dell’Interno, che con una circolare dell’ottobre 2014 aveva invitato i prefetti “a rivolgere ai sindaci formale invito alla cancellazione delle trascrizioni” procedendo “all’annullamento d’ufficio degli atti illegittimamente adottati”. Ordine rispedito al mittente per mano del Tar e del Consiglio di Stato, che accogliendo i ricorsi di alcune coppie omosessuali hanno più volte stabilito l’illegittimità dell’intervento del Viminale.

“Il Bunga Bunga? Una fogna. Berlusconi schiavo dell’ego”

Sabina Began non è mai stata una delle papi-girl, lei era la favorita, era l’ape regina delle feste berlusconiane. Non ha mai negato la sua storia d’amore con Silvio, anzi, per lui si è tatuata sul piede le iniziali “SB”, per lui dichiarò il “bunga bunga sono io”, per lui è finita nei guai insieme a Gianpi Tarantini, accusati entrambi nel processo “Escort” di reclutamento della prostituzione. La raggiungiamo al telefono, è in Bosnia.

Che fine ha fatto l’Ape regina?

Mi sono dedicata allo studio. Dopo il processo, sono andata in Malesia per studiare il Corano, i Profeti e la lingua araba. Il Corano mi ha aiutata molto, mi ha guarita, mi ha aperto il cuore. Prima cercavo amore nella direzione sbagliata, negli uomini. Quando ami Dio invece non sbagli mai.

Tutto questo per chiudere con il passato, con una storia iniziata il 29 agosto 2005 – giorno del suo primo incontro con Silvio Berlusconi – e finita dieci anni dopo con una condanna per sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione. Qual è stato il giorno che non rivivrebbe?

Non posso rinnegare quello che ho vissuto, il passato però mi ha portato a essere quello che sono ora. Ho chiesto perdono a Dio, a me stessa e alle persone alle quali ho fatto del male. Non sono una santa, ma ho sofferto. Se avessi fatto una vita normale, forse oggi sarei addormentata.

A portarla da Berlusconi in Sardegna fu Flavio Briatore, negli anni l’ha ringraziato o gliel’ha rinfacciato?

Non sono arrabbiata con Flavio, non posso dare colpe se non a me stessa.

Una volta però disse: “Se potessi tornare indietro, non dedicherei nemmeno cinque minuti a Silvio”…

Provo compassione per lui, gli auguro di trovare la luce. Non basta essere ricchi per saper vivere bene.

Lei si sentiva fidanzata con Berlusconi? Cosa glielo faceva credere?

Ero innamorata, non lo vedevo come un traditore. Una volta in elicottero mi disse che non riusciva a provare nessun sentimento verso gli altri e che io invece gli avevo toccato il cuore.

Nel film di Sorrentino, “Loro 1”, l’attore che interpreta Berlusconi dice: “La verità è il frutto del tono con cui dici le cose”. Sembra piuttosto aderente al personaggio reale…

Non mi piace chiamarlo bugiardo, diciamo che diceva una cosa e la girava come a lui faceva piacere. Tipo un cantautore. Stava a me abboccare o meno: oggi avrei riso di alcune cose a cui allora invece credevo.

Lei a un certo punto disse di aspettare un figlio da Silvio e di averlo poi perso. Era un momento buio, era una sua proiezione, era disperazione, era vero, cos’era?

Ho tentato. Lui era pieno di donne e io non avevo più rapporti con lui, non mi facevo toccare, avevo fatto morire quella parte vitale di me. Le mie orecchie hanno dovuto ascoltare e i miei occhi vedere cose che mi hanno fatto molto soffrire. Mi ero pentita di avergli giurato amore eterno, ho pregato Dio di sciogliere quel giuramento. Lui voleva restare in qualche modo, mi ha proposto di fare una fecondazione assistita. Non è andata.

Berlusconi desiderava un figlio da lei, dice la verità?

Sì. Ma è andata come è andata, non posso dire se sia stato un bene o un male, Dio ha deciso per me.

Quando lei è entrata nella sua vita c’era la moglie Veronica e poi è arrivata Francesca Pascale. In mezzo mille altre, dalla Minetti a Noemi. Si è mai chiesta perché Francesca è diventata la fidanzata ufficiale di Silvio e lei no?

Lei è arrivata quando io me ne sono andata, proprio dopo la vicenda del bambino. Io non l’ho conosciuta e dico per fortuna…

Nel 2005 Silvio era ancora sposato. Ha mai conosciuto Veronica?

Mai.

Che idea si era fatta allora?

Lui mi diceva che stava male, che si stavano separando, che tra loro non c’era più nulla da tanto tempo…

Questo è più che un cliché, è il solito copione…

Effettivamente (ride)…

Ha mai desiderato occupare il posto di Veronica?

Sì, ma non avrei preso il “suo posto”, avrei voluto “quel posto” dopo di lei.

Le piace Veronica?

Ho molto rispetto per lei, è la madre dei suoi figli. La rispetto anche come donna, devi essere forte e coraggiosa per stare con lui. Lei lo è stata.

Vivere nel lusso però è una bella consolazione.

Credo che lei sappia che, per quanti soldi tu possa avere, stare con un uomo che ti ama e che ti rispetta è un’altra cosa…

Quindi siamo dalla sua parte?

Silvio ha sbagliato a farsi scappare la madre dei suoi figli per centomila donne vuote… lei però non ha combattuto per tenerselo.

Lei che ha vissuto da vicino quel mondo e quei comportamenti, come si spiega in un uomo così astuto quella compulsione sessuale che lo ha esposto a situazioni a dir poco imbarazzanti (al netto dei processi)?

In arabo si dice nafs: l’ego. Lui ha un ego talmente grande che si sentiva e forse si sente ancora Dio. Un faraone. È schiavo del suo ego che ha preso il sopravvento sulla sua vita.

Chi le faceva più tristezza, se gliene faceva: lui o “loro”, cioè le ragazze che si offrivano in cambio di soldi o vantaggi?

Tutti, ma ognuno ha le sue colpe. Ognuno di noi fa quello che vuole, ma poi deve pagare un prezzo.

Perché lei si ritiene diversa dalle altre?

Per me è stato un amore folle che è durato 9 anni, soffrivo, piangevo, spaccavo tutto, ma poi accettavo qualsiasi cosa pur di stare con lui.

Come fa una donna innamorata ad accettare e favorire un harem come quello che aveva messo in piedi Berlusconi? Lei stessa gli portò diverse ragazze “per il piacere dei suoi occhi”, disse. Questo le è costato una condanna a 16 mesi per favoreggiamento della prostituzione.

Sono caduta nella fogna per la mia debolezza. Mi pento di me stessa e della mia debolezza.

Berlusconi le ha regalato una bellissima casa nel centro di Roma. Perché?

È stato un regalo d’amore, io so cosa aveva nel cuore, ma non posso convincere gli altri di questo, se non ci credono.

Ma allora non poteva regalargliela direttamente senza quella girandola di bonifici a società farlocche?

Non so, è stata un’idea di Ghedini.

Il film di Sorrentino l’ha visto?

Ancora no, sono in Bosnia.

Saprà certamente che uno dei protagonisti è ispirato a lei e, per quanto ogni personaggio sia la sintesi di tante figure insieme, quello suggerito dalla sua storia è una escort di alto bordo, interpretata da Kasia Smutniak. Le è dispiaciuto oppure nel racconto cinematografico ci sta?

Perdono le persone che hanno usato una falsa immagine di me, che non corrisponde alla verità e che non è emersa in nessuna carta processuale. Li perdono, ma voglio fare solo una domanda agli sceneggiatori e al regista: come vi sentireste voi se un giorno qualcuno si ispirasse alla vostra storia, interpretandola in modo non vero e offensivo? Perché oggi le cose vi vanno bene, ma domani?

Un’ultima domanda: quanto erano burine quelle cene eleganti?

Non ti puoi aspettare nulla dalle persone incoscienti.

Tutta L’Italia di oggi nel paese di Pasolini

A Casarsa, il paese di Pasolini, paese tutto nuovo, la cosa più vecchia sono le vigne intorno al paese. Il Friuli è antico solo nelle ossa dei suoi contadini, il resto è villetta, capannone, traffico di gente che lavora, ragazzi davanti a un bar col bicchiere in mano. Qui c’è tutta l’Italia com’è adesso, solo un poco più silenziosa, triste come un silenzio domenicale. Pasolini è nella sua tomba a fianco alla madre. Nel suo paese pare compiuta la mutazione antropologica che ha messo le merci al posto del sacro. In altri posti pare esserci ancora lotta, pare che l’arcaico possa ancora risalire in superficie, qui la radice è ben essiccata: si lavora nel proprio lavoro, nella propria vita, negli svaghi, nel tempo perso, nell’amore, nell’andare in giro. La vita come la pensava Pasolini era un’ustione, un furore, un dannarsi. Casarsa sembra l’esatto opposto: le macchine sfilano sulla strada tra la chiesa e il Comune: si può comprare ogni tipo di profumo, di detersivo, si può andare in città o in montagna. Io a Casarsa non mi sento a mio agio. Mi mancano le curve, gli scalini, la ruggine, la porta coi colori di una volta, i cani per strada. Se un gatto uscisse per strada qui non avrebbe scampo. Penso a Pasolini e ai volenterosi che qui provano a tenerne viva la memoria: un’impresa disperata perché qui e altrove siamo tutti già morti per sempre, da sempre dimenticati.

Confalonieri incassa più di 3,5 milioni, solo 1,6 a Pier Silvio

Si confermano stabili gli “stipendi” per i vertici Mediaset: il presidente Fedele Confalonieri guadagna circa 3,5 milioni lordi l’anno, il vicepresidente e amministratore delegato Pier Silvio Berlusconi circa 1,6 milioni. A entrambi per il 2017 è stata assegnata una parte variabile anche per il conseguimento dell’utile (che è stato di 90 milioni contro il “profondo rosso” del 2016 causato dal mancato acquisto di Premium da parte di Vivendi): 107 mila euro per Confalonieri, 268 mila per Pier Silvio Berlusconi. È quanto emerge dalla relazione sulla remunerazione del Biscione allegata alla relazione finanziaria sul bilancio 2017, nella quale si specificano anche i diritti in azioni conseguite dai manager: al presidente sono andati 57.029 diritti in attuazione del piano a medio-lungo termine, che si aggiungono a 97.403 diritti attribuiti negli esercizi 2015 e 2016, all’amministratore delegato 142.572 diritti, che si sommano a 243.507 diritti attribuiti nei due esercizi precedenti. A entrambi non sono state assegnate “una tantum”.

Ecco chi sono i candidati

 

Massimiliano Fedriga
Il più giovane dei candidati (ha 37 anni), è il favorito, sostenuto dall’intero centrodestra (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia). Veronese di nascita e triestino di adozione, è fedelissimo di Matteo Salvini. Dal 2014 è stato capogruppo della Lega Nord alla Camera, dove è stato rieletto alle politiche del 4 marzo

 

Sergio Bolzonello
Il vicepresidente uscente ha governato cinque anni con Debora Serracchiani. È sostenuto dal centrosinistra, con il Pd ci sono altre liste locali, compresi gli sloveni della Slovenska Skupnost. Nato a Pordenone, di cui è stato due volte sindaco (nel 2001 e nel 2006)

 

Alessandro Fraleoni Morgera
Sostenuto dal Movimento Cinque Stelle, è stato l’unico candidato ammesso alle “regionarie”. Ha 48 anni, è nato a Roma ed è cresciuto a Bologna, dove si è laureato in Chimica industriale. Dal 2008 è ricercatore al dipartimento di ingegneria e architettura all’Università di Trieste.

 

Sergio Cecotti

Il Patto per le Autonomie schiera il professore universitario, ex leghista, ex presidente della Regione, ex sindaco di Udine con il centrosinistra, che sostiene di essere l’ultimo del “benandanti”, i saggi della tradizione contadina raccontati dallo storico Ginzburg che proteggevano i campi dalle streghe