Friuli: l’ultima sfida tra Silvio e Matteo, che s’è già preso tutto

La differenza tra Forza Italia e Lega, qui in Friuli Venezia Giulia, si può vedere bene a Gorizia: il movimento di Silvio Berlusconi ha una sede elettorale che occupa due interi piani di un palazzo dove sventolano le bandiere di partito, mentre suona a pieno volume l’inno Meno male che Silvio c’è; la Lega invece ha, poco distante, un piccolo gazebo con due sedie e un microfono. Eppure l’apparenza inganna: quello che si vede e la musichetta che si sente sono ormai il passato.

Forza Italia era il primo partito del centrodestra nella regione, mentre la Lega qui non si era mai radicata davvero. Ora il vento è cambiato. Il partito di Matteo Salvini già alle politiche del 4 marzo, con il suo 25,8%, ha stracciato Forza Italia, che si è fermata al 10,7%. Oggi si vota di nuovo, per le regionali, e per Berlusconi potrebbe andare anche peggio: “Votate per Forza Italia, altrimenti i nostri alleati ci faranno fare cose che non vogliamo”, ha continuato a dire nel suo giro elettorale in regione. Un giro pieno di sorrisi, strette di mano e barzellette, che aveva come primo obiettivo quello di non far aumentare il distacco con il partito di Salvini. Domani sapremo se ha funzionato. Certo è che Forza Italia qui nel 2008 aveva il 34,7% e domani potrebbe scendere sotto il 10.

Massimiliano Fedriga, il candidato del centrodestra alla presidenza della Regione, ha continuato a sorridere a tutti, in campagna elettorale, sapendo di essere il favorito. Ha preso una rincorsa lunga, quando Forza Italia ancora pretendeva di candidare un suo uomo: prima Riccardo Riccardi, sconosciuto anche agli elettori forzisti, poi Renzo Tondo, vecchio socialista della Prima Repubblica che nella seconda è riuscito però a battere, nel 2008, il re del caffé Riccardo Illy, presidente uscente per il centrosinistra. Il leghista Fedriga già sfoderava sondaggi segreti Swg che dicevano: va meglio Fedriga, la Lega è più forte. Berlusconi ha resistito fino al 4 marzo: poi, davanti ai risultati delle elezioni politiche, ha dovuto arrendersi. Ora Max Fedriga, leghista gentile ma molto salviniano, punta a raggiungere il 45 per cento dei voti, perché così scatta il premio di maggioranza che gli garantirà, secondo la legge elettorale regionale, di avere 28 consiglieri su 48. Sotto il 45, ne avrà comunque 26 contro 22, divisi tra Movimento 5 stelle e Pd. Già, il Pd: Sergio Bolzonello, il candidato del centrosinistra, in campagna elettorale ha fatto finta di non sapere che per lui non c’è speranza, brindando “alla vittoria” anche dopo il comizio finale in piazza Cavana, a Trieste.

Il suo partito nel 2008 raccoglieva nella regione il 31,3% dei consensi. In dieci anni ha dimezzato gli elettori e assottigliato le percentuali, finendo al 18,7 del 4 marzo, dietro non solo alla Lega (25,8%), ma anche al Movimento 5 stelle (24,6%). La paura è che oggi questo risultato si ripeta, con il temuto sorpasso da parte del candidato Cinquestelle Alessandro Fraleoni Morgera, ricercatore universitario che pure è rimasto quasi invisibile, tra il Bolzonello che ha tentato di presentarsi come il continuatore di Debora Serracchiani senza però i suoi difetti, e il Fedriga che continuava a ripetere a ogni comizio e a ogni tv: “Serracchiani è scappata a Roma, io che a Roma potevo fare il ministro ho scelto invece la mia terra e la mia gente”.

È inedito il boom della Lega di Salvini, in una regione in cui l’autonomismo e il friulanismo hanno radici più antiche del partito di Umberto Bossi, eppure non sono mai riusciti a diventare un movimento di massa. Il centrodestra, qui, era Berlusconi. La slavina del 2018 che ha spompato Forza Italia e fatto trionfare la Lega è dimostrata dal grafico che pubblichiamo in questa pagina. Mostra i comuni conquistati dai diversi partiti. Ebbene: tra Salvini e Berlusconi è 155 a 0. Forza Italia non è prima nemmeno in un solo municipio, mentre la Lega lo è in 155 dei 215 comuni. Conquista l’intero Friuli, salvo poche eccezioni, mentre la Venezia Giulia si colora del giallo Cinquestelle, con il movimento di Luigi Di Maio primo in 51 municipi, da Trieste a Gorizia, da Duino a Muggia, fino alla ex “rossa” Monfalcone, città operaia sprofondata nella crisi.

Al Pd, che un tempo se la giocava con Forza Italia, restano le briciole. È primo in soli otto comuni, tra cui Udine (con il 22,8%, davanti al M5S con il 21,3% e alla Lega con il 20,5%): una buona notizia per i dem in una città che vota anche per il sindaco. Il Pd schiera Vincenzo Martines, che dovrà tuttavia riuscire a battere un centrodestra che, come coalizione, è avanti anche nel capoluogo friulano.

In un solo comune, Valvasone Arzene, è primo (con il 36%) il Patto per le Autonomie, lista civica che schiera oggi il quarto candidato alla presidenza della Regione, quel Sergio Cecotti ex leghista, ex presidente della Regione, ex sindaco di Udine con il centrosinistra, professore universitario estroso e geniale, che dice di essere l’ultimo del “benandanti”, i saggi della tradizione contadina raccontati dallo storico Carlo Ginzburg che, osteggiati dall’Inquisizione, proteggevano i villaggi e il raccolto dei campi dall’intervento malefico delle streghe.

“Simbolo, Isoardi e altre ritorsioni: ecco perché Salvini non mollerà B.”

Gigi Moncalvo è un giornalista di lungo corso, che conosce molto bene la Lega. Dal 2002 al 2004 ha anche diretto La Padania. “Quando diressi il giornale della Lega chiesi il licenziamento di Matteo Salvini”.

Perché?

Perché falsificava i fogli presenza. Vale a dire che non si presentava al lavoro, ma firmava ugualmente la presenza.

Oggi è un leader politico.

Senza dubbio, però a sovranità limitata.

Cioè?

Cioè che non può staccarsi da Berlusconi, neanche se lo volesse. E lo avrebbe potuto fare dopo le consultazioni al Quirinale, dopo la pantomima di Berlusconi al suo fianco. Però non può liberarsene.

Perché vuol essere il leader di tutto il centrodestra?

No, perché sono vincolati da un vecchio contratto.

Un contratto? Spieghi.

Siamo nel 2000, alla vigilia delle elezioni. Berlusconi capisce che senza la Lega di Bossi perderebbe ancora, come nel 1996. Allora decide di perdonarlo, anche se non si fida più di lui.

E allora cosa fa?

Porta Bossi da un notaio, in via Abbondio Sangiorgio a Milano, e fa mettere nero su bianco un accordo a tempo indeterminato.

Che prevede cosa?

Che Berlusconi rinuncerà a tutte le cause civili fatte negli anni alla Lega, quando lo insultavano con cose tipo “mafioso” o “piduista”… Borghezio girava con un documento, evidentemente falso, della polizia cantonale del Ticino nel quale si diceva che Berlusconi fosse un trafficante di droga. Secondo: appianare i tanti debiti della Lega, soprattutto quello contratto per la sede faraonica di via Bellerio.

E in cambio Berlusconi cosa chiede?

La proprietà del simbolo della Lega Nord, quello con il guerriero con lo spadone, vale a dire Alberto da Giussano. Con questo atto notarile la Lega non potrà più presentarsi col suo marchio alle elezioni politiche senza allearsi con Forza Italia. E infatti da allora non sono mai andati alle elezioni separati.

Un atto firmato da Bossi, forse non vale più…

No, vale ancora, perché a firmarlo non furono i privati cittadini Berlusconi e Bossi, ma le due entità giuridiche che rappresentavano, ossia il presidente pro-tempore di Forza Italia e il segretario pro-tempore della Lega Nord.

Come facciamo a sapere se quel documento esiste davvero o no?

Ci sono tante testimonianze, la più significativa è quella dell’eurodeputato Francesco Speroni che raccontò a Radio Radicale, qualche anno fa, dell’esistenza di questo documento. Poi c’è un documento dell’ex tesoriere di Forza Italia, Giovanni Dell’Elce, che scrive, su carta intestata di Forza Italia, alla Banca di Roma, allora guidata da Geronzi, per concedere una fideiussione di 2 miliardi di vecchie lire alla Lega Nord. Di questo ne scrisse anche Mario Calabresi su Repubblica anni fa, prima di dirigerla.

Berlusconi spese tutti questi soldi solo per un marchio?

Lui è uomo di marketing, sa quanto valgono. Pensa che quando scelse “Forza Italia” esisteva già, era di una trasmissione di Odeon Tv condotta da Maurizio Mosca, Walter Zenga e Fabio Fazio. Bene, per avere il marchio assunse Maurizio Mosca a Mediaset, perché il marchio “Forza Italia” l’aveva depositato lui.

Torniamo all’accordo.

Sì, una volta firmato arriva il risvolto comico: natale del 2000, Berlusconi con famiglia invita ad Arcore Bossi con famiglia. Perché? Per fare un giuramento solenne tra le due famiglie. Una sorta di rito per sancire l’accordo raggiunto. Me lo raccontò Bossi.

Ma poi Salvini lo ha un po’ cambiato quel marchio…

Non c’entra, se vuole usare Alberto da Giussano deve rispettare quel contratto. Altrimenti è plagio, punto. E comunque è noto che negli ultimi giorni sono accadute delle cose importanti che rinsaldano l’asse tra Berlusconi e Salvini.

Quali?

Due giorni fa la Rai annuncia che la prossima conduttrice del programma di Antonella Clerici La prova del cuoco sarà la fidanzata di Matteo Salvini, Elisa Isoardi. Per me questo non è un fatto di poco conto.

Cose più concrete?

Quando giorni fa Di Maio denunciava il fatto che Salvini fosse continuamente attaccato dai programmi giornalistici di Mediaset diceva il vero. Ora non accade più.

Dunque anche se Salvini dovesse trionfare in Friuli non cambierà niente con Berlusconi?

No, perché non può. E alle elezioni anticipate andranno ancora insieme.

La conta del centrodestra. Oggi si pesano FI e Lega

L’abbraccio a Trieste fra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi è l’immagine più forte della campagna elettorale dei giorni scorsi, in vista del voto di oggi in Friuli Venezia Giulia: l’idea di mostrare che il centrodestra rimarrà compatto, comunque vada oggi. Ma la partita che si gioca alle regionali ha inevitabilmente anche un forte riflesso nazionale, nella persistente incertezza della formazione del governo. La Lega punta a un risultato che le permetta di ottenere una nuova spinta, per rivendicare un ruolo di forza innanzitutto all’interno del centrodestra. E anche, eventualmente, per riaprire il dialogo con il Movimento Cinque Stelle.

“Domenica scorsa abbiamo vinto in Molise, ora vediamo di vincere in Friuli Venezia Giulia e di mantenere gli impegni presi – ha detto Matteo Salvini – Riproverò fino in fondo a dare un Governo che risponda alle emergenze di questo Paese, altrimenti è più serio andare a votare”. “Il centrodestra è pronto a formare un governo con il M5S – ha aggiunto ancora Salvini – senza veti, senza insulti, scendendo dagli altari, non ci sono persone infallibili né divinità”. E il voto friulano è un banco di prova importante, dal quale Salvini punta ad uscire rinforzato, nei confronti sia degli alleati sia degli avversari. Non a caso nei giorni scorsi Silvio Berlusconi aveva detto che un risultato negativo di Forza Italia avrebbe favorito la Lega: “Il rischio – aveva detto – è che i leghisti se ne approfittino per imporci le loro visioni quando saremo al governo insieme”. Il centrodestra ha concluso venerdì la campagna elettorale in Friuli Venezia Giulia in tre posti diversi: “Se ci dividiamo è perché così ci vedono più persone – ha rassicurato la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni – Non ci sono problemi tra noi e lo diranno i risultati delle elezioni in Friuli”. Anche Licia Ronzulli, fedelissima dell’ex Cavaliere, interviene sul tema: “Se due persone stanno per lasciarsi si trovano a bere insieme? – dice a proposito del brindisi di venerdì sera tra Salvini e Berlusconi – Le notizie che ci danno un giorno sì e l’altro pure in procinto di dividerci sono polpette avvelenate: vogliono solo indebolirci”.

L’appello dei Dem di Roma: “Dite no ad accordo con Di Maio”

L’hanno sottoscritto oltre cento persone, per dire un secco no a un accordo con il M5S. È l’appello-manifesto diffuso ieri sul web, firmato da segretari municipali e di circolo, eletti nell’assemblea cittadini e semplice iscritti del Pd di Roma. “Diciamo No – si legge nel testo – non per gli insulti pesantissimi di questi anni che ha ricevuto la nostra comunità, ma perché il programma del M5S, come è stato approvato e poi modificato, non ha nulla in comune con il Partito democratico e con quello che rappresenta”. Per questo, i dem della Capitale chiedono a tutti i membri della direzione nazionale del Lazio di votare No nella direzione del 3 maggio, “e di lanciare invece una nuova stagione, non ancorata a vecchi schemi del passato, che possa portarci alle prossime elezioni ad avere di nuovo la fiducia della maggior parte dei cittadini Italiani. Perché “se ci troviamo in questa situazione e se la maggior parte dei cittadini non ci ha dato fiducia, è perché abbiamo sbagliato e da questo, da una nuova proposta del nostro partito, dobbiamo ripartire”.

Cento sfumature di 5Stelle. Favorevoli e contrari al Pd – La mappa del M5S

Il filo rosso è la cautela, che molto spesso sconfina nello scetticismo. Ma anche nel monolite a 5Stelle esistono angoli e facce diverse. E addirittura parvenze di correnti: che si interrogano, sulla molto eventuale intesa con il Pd.

E ci sono innanzitutto gli ortodossi, un mare piatto da mesi ma ora di nuovo increspato, dove spiccano i molti contrari a un accordo con la Lega. Parlamentari come i campani Paola Nugnes e Luigi Gallo, rispettivamente senatrice e deputato. Legatissimi al presidente della Camera Roberto Fico, che prima di salire sul più alto scranno di Montecitorio ogni quarto d’ora ammoniva: “Mai con il Carroccio”. Ora invece tace di istituzionale silenzio. Ma la miccia di una trattativa con i dem l’ha accesa lui, quello di sinistra. Tutta un’altra la storia di chi tifa per un’intesa con Matteo Salvini. E in prima fila c’è il senatore di Varese Gianluigi Paragone, anni fa vicedirettore di Rai Due con la benedizione della Lega. Pontiere naturale, con il Carroccio.

Ma ottimi uffici con Salvini e soci può vantarli anche Riccardo Fraccaro, questore “anziano” alla Camera e dimaiano doc; l’ultimo a chiedere al segretario della Lega di strappare con Berlusconi, un paio d’ore prima del post con cui Luigi Di Maio ha chiuso (ufficialmente) il forno con il Carroccio. Ma tra quelli che vogliono riaprirlo c’è pure il capogruppo in SenatoDanilo Toninelli: l’uomo delle riforme, spesso brusco con i dem. Poi ci sono i mediatori. Come Alfonso Bonafede, guardasigilli in pectore in un governo Di Maio. L’uomo che tutti vogliono contattare e che tutti sa ascoltare. E ha buone orecchie anche il giornalista Emilio Carelli, uno che per sua stessa ammissione “Berlusconi lo conosce benissimo”. Quindi, ambasciatore con Forza Italia. Tanto che è stato lui in un’intervista al Messaggero a precisare che Mediaset è una risorsa per il Paese. Ma ora bisognerebbe confidare nel Pd. Ipotesi per cui tifano il deputato pugliese Giuseppe Brescia, molto attivo sui temi dell’immigrazione, e la capogruppo in Regione Lazio Roberta Lombardi, che porta avanti un accordo di programma con il governatore dem Nicola Zingaretti. Più tenue e dubbiosa la propensione del senatore Nicola Morra. Mentre l’ortodosso Carlo Sibilia, oltre a preferire il Pd, si è segnalato per aver punzecchiato su Facebook Di Maio (che non l’ha presa bene).

Un caso a parte è Alessandro Di Battista, il big che si è fatto di lato. La coscienza critica, che ha inveito contro Silvio Berlusconi quando tirava aria di un suo appoggio esterno a un governo a 5Stelle. E che ora nutre molti dubbi sull’accordo con i dem, perché lui il patto lo voleva con un Pd de-renzizzato. Ma tanto la partita la gestirà il candidato premier Di Maio. Condannato a provarci comunque: con tutti.

Bancarotta, Soru indagato per il crac editoriale dell’Unità

Un’altra tegola per Renato Soru: è indagato per bancarotta fraudolenta aggravata, in merito al crac della società che ha pubblicato il quotidiano L’Unità dal 2008 al 2015. Soru – ex governatore della Sardegna, patron di Tiscali ed eurodeputato del Pd – allora era anche il maggiore azionista della società editrice del quotidiano fondato da Antonio Gramsci. L’ipotesi dei magistrati è che Soru abbia trasferito azioni di sua proprietà, per un valore di circa tre milioni di euro, tra due società – la Nuova iniziative editoriale (Nie) e la Nuova società editrice finanziaria (Nsef) – che in tempi diversi hanno controllato il giornale fondato da Antonio Gramsci. Sempre secondo i magistrati, non ci sarebbe stata un’autentica ragione economica nell’operazione. L’intento era di alterare i bilanci per creare finti aumenti di capitale e futuri crediti. Soru ieri ha commentato su Facebook la vicenda: “Ritengo di poter dimostrare facilmente la totale infondatezza dei fatti di cui sono stato accusato e pertanto chiederò di essere sentito al più presto possibile”.

Centrosinistra, ecco le primarie (pensando al dopo-Raggi)

Al di là del risultato, le primarie del centrosinistra che si sono svolte ieri a Roma per la scelta dei candidati presidenti nei Municipi III e VIII fotografano un Pd in grande affanno. In questi territori si tornerà alle urne il 10 giugno, dopo la caduta di entrambe le giunte a causa di contrasti interni alla maggioranza pentastellata. Due episodi traumatici per il M5S che hanno riacceso le speranze delle opposizioni a Virginia Raggi, ma anche rianimato le loro divisioni interne. Determinando tra le altre cose un’affluenza di poche migliaia di persone. Dopo la débâcle alle municipali di Ostia, dove i dem hanno preso poche centinaia di voti in più di Casapound, il partito si è spaccato sulla corsa per l’ex circoscrizione III, quella del Nomentano. La candidata ufficiale era Paola Ilari e per lei nelle scorse settimane si sono mossi addirittura il reggente nazionale Maurizio Martina e il presidente Matteo Orfini. Il principale concorrente: Giovanni Caudo, docente di Urbanistica a Roma Tre ed ex assessore nella giunta di Ignazio Marino, sostenuto dalla sinistra, da numerosi intellettuali ma anche da diversi eletti Pd in Campidoglio e in Regione. Non è un mistero che la candidatura di Caudo sia un primo passo del percorso che potrebbe sfociare in una sua futura corsa al Campidoglio, affiancato da quella società civile che non si riconosce né nel partito renziano, né nella timida opposizione alla giunta Raggi portata avanti finora dal gruppo dem. Per il Municipio VIII di Garbatella, invece, a sfidarsi sono stati: Enzo Foschi, ex consigliere regionale; e il giovane Amedeo Ciaccheri vicino ai movimenti per i beni comuni. Foschi è da sempre vicino al governatore del Lazio Nicola Zingaretti, Ciaccheri è legato al suo vice Massimiliano Smeriglio. Ma se il secondo si è speso concretamente per il suo pupillo, Zingaretti – alle prese coi delicati equilibri in consiglio regionale e l’ipotesi di scalata al Pd – ha osservato la partita sostanzialmente in silenzio.

Pd-M5S, ci vuole un’intesa strategica alla Berlinguer

Aprire o no al Movimento 5 Stelle? Personalmente la vedo così. Se hai perso le elezioni il tuo pensiero non può essere scollinare il mese, ma capire in quale capitolo della storia sei precipitato. Questo è il limite più grande di ciò che non è accaduto a urne chiuse. Una riunione del Pd il 12 marzo e poi la scelta di rinviare. Si è rinviata l’assemblea nazionale per non sovrapporla alle consultazioni. Non si è più riunita la direzione, lo si farà il 3 maggio a due mesi dal voto. Soprattutto non si è scavato nelle pieghe del risultato. Cosa è accaduto al Nord, tra gli operai attratti dalla Lega? Cosa ha cambiato la geografia del Mezzogiorno con quella chiazza gialla da Roma a Lampedusa?

Ora, è evidente che senza questo coraggio il primo riflesso è aggrapparsi alla tattica. Capire le mosse degli altri e regolarsi di conseguenza. Quelli si impaludano perché non riescono a trovare i numeri per un governo? Ci si può limitare a passeggiare sulle loro contraddizioni, magari contando sulla volontà del capo dello Stato di evitare nuove elezioni. Uno può definirlo un atteggiamento spregiudicato e avrebbe qualche ragione.

Però esiste l’alternativa. Che contempla due requisiti. Uno temporale. Non si ragiona del prossimo mese, ma della prossima fase. L’altro riguarda l’ambizione delle decisioni, nel senso che la bussola cessa di essere la tattica e diventa la strategia. Pare un sofisma? Non è così. Una strategia investe la visione che una forza politica elabora del contesto dove si trova. Risponde a una domanda sui rapporti di forza destinati a imporsi sulla scena del mondo, nel caso nostro del Paese dopo il 4 marzo e dell’Europa dopo la crisi.

È sempre rischioso scomodare il passato per motivare l’attualità. Ma solo per capirci, un esempio di strategia fu la reazione di Berlinguer ai fatti del Cile. Quel prendere atto che neppure il 51 per cento avrebbe garantito una transizione democratica all’Italia degli anni 70. Se alziamo lo sguardo, una strategia fu quella di Helmut Kohl quando impose la riunificazione tedesca, garantendo a Washington l’appartenenza della nuova Germania alla Nato, offrendo a Mosca aiuti finanziari in cambio della fusione con la Ddr e rinunciando al Deutsche Mark per compensare le ansie francesi su futuri squilibri. Ora, possiamo collocare la discussione su una possibile intesa tra 5 Stelle e Pd in vista di un nuovo governo, a un’altezza simile?

A dirla tutta pare difficile, e non solo per la caratura dei protagonisti. È che la natura del confronto per come si è svolto sinora non evoca scenari storici, ma calcoli più modesti. Lo stesso affidare una bozza di contratto a pregevoli esperti più che alimentare sogni di alta politica rinvia a fusioni societarie. Detto ciò credo sia inutile per entrambi – Pd e 5 Stelle – confinare la verifica alla sola tattica. Lo scrivo perché resto convinto che il giudizio non possa risultare da una battaglia agitata a colpi di tweet, hashtag e battute.

Al centro andrebbe posta una questione diversa: l’idea che avanziamo noi sullo sbocco da dare alla paralisi. Impostata così la discussione dentro il Pd potrebbe assumere una piega diversa muovendo dalle priorità che ci diamo. Per quanto mi riguarda sono allarmato da un governo a trazione leghista o dove quella cultura sia destinata a occupare un peso decisivo. Da uomo di sinistra lo considero un rischio e quindi non faccio il tifo per l’alleanza tra Salvini e Di Maio.

La seconda necessità è nel porre il capo dei 5 Stelle dinanzi a una responsabilità che finora ha scansato. La declino così. Quel modo di procedere nelle settimane passate – “offro un contratto alla Lega o al Pd” – era irricevibile per una ragione di sostanza rimasta ignorata o quasi. Il punto è che l’Europa è attraversata da un conflitto palese tra sovranisti e non. Con la novità che i rapporti di forza tra le due culture si sono ribaltati. Sovranisti sono i governi di gran parte dell’Est Europa, alcuni si affacciano al Nord e l’idea di un governo in Italia condizionato da quella impostazione assumerebbe un rilievo simbolico.

L’ambiguità della leadership mostrata in quel passaggio è stata rivolgersi a due forze – noi e la Lega – alternative sul terreno della collocazione internazionale dell’Italia. Col rispetto dovuto al professor Della Cananea, materia questa estranea alle tabelle sinottiche sulle convergenze dei programmi di ciascuno e che attiene piuttosto alla concezione del ruolo, della funzione del tuo Paese. Insistendo sul contratto da firmare con questi o quelli “perché a noi interessa risolvere i problemi degli italiani” temo che Di Maio abbia mancato di spiegare dove il primo partito uscito dalle urne vuole portare l’Italia. Verso Visegrad o in direzione di principi che con quel quartetto nulla hanno a che fare? Gli vorrei dire che chiarire il tema vuol dire occuparsi esattamente dei problemi degli italiani, perché da lì deriveranno le risposte in materia di lavoro, integrazione al reddito, circolazione di merci e persone, politiche di sicurezza e accoglienza, contrasto alla povertà.

Ora, se da sinistra vogliamo evitare la saldatura tra parte della destra e il primo partito del Paese, e se insieme a questo pensiamo sia fondamentale ancorare quella forza a una cultura europeista e contraria alle spinte xenofobe in pieno assalto del continente, aprire il dialogo sulla base dei nostri principi forse può accendere una luce. Non so dire quali e quanti frutti questa impostazione possa dare. Come Martina vedo la difficoltà, so che le differenze pesano e so quale influenza hanno i sentimenti delle persone che rappresenti. Ma proprio per l’altezza dell’ostacolo penso che la sola via sia innalzare a nostra volta il livello delle motivazioni che spingono la principale forza della sinistra a misurarsi con una prova del genere. Aggiungo che saremmo stati più forti se dopo la sconfitta avessimo aperto il confronto con quei pezzi di società che abbiamo lasciato per strada e hanno scelto la via del disimpegno o della fiducia ad altri. Civismo organizzato, forze sociali e sindacali, un tessuto associativo, lavoratori delusi, la sinistra può affrontare passaggi difficili se ritrova il consenso della sua gente. Meno di questo e resteremo prigionieri delle nostre pochezze. Ma così facendo mancheremmo a un appuntamento. Non con la storia, quella per fortuna cammina anche senza di noi. No, mancheremmo all’appuntamento con le ragioni di una politica indirizzata al bene comune. Tutto qui, ma forse non è poco.

Verdini ha nostalgia di Renzi e gli chiede di “risvegliarsi”

“Il bell’addormentato nel bosco della politica potrebbe pure (e forse dovrebbe) risvegliarsi”. Non è una versione alternativa di una favola, ma un riferimento a Matteo Renzi. Lo sostiene non uno dei fratelli Grimm, ma Denis Verdini.

L’ex braccio destro di Berlusconi in Forza Italia, che ha poi sostenuto Matteo Renzi durante l’ultima legislatura, lo ha scritto sul Tempo, il quotidiano di cui è diventato editorialista: il Pd, scrive, senza Renzi non andrebbe “da nessuna parte”. L’ex segretario del Pd può essere il jolly della partita politica, capace di “scompaginare ancora i giochi, sfidando i Cinque Stelle a un nuovo streaming di fronte agli italiani, questa volta sul programma di governo, difendendo le scelte che hanno fatto bene e non male all’Italia (dalla riduzione fiscale degli 80 euro, alle agevolazioni per le assunzioni, alla buona scuola) e rilanciando sul campo avversario”. In diretta con gli elettori e rivolgendosi a Di Maio “potrebbe riprendere la massima di Gordon Gekko, il cattivo di Wall Street: ‘Facciamo un patto: tu smetti di dire bugie su di me, che io smetto di dire la verità su di te’”.

Orfini al bivio: bugiardi o imbecilli?

Orfini, Orfini… questo nome non ci è nuovo. Ah, sì: l’altra sera l’asserito presidente del Pd era in Tv a Otto e mezzo a propalare alcune delle fake news del repertorio post-elettorale renzista (di quelle russe, prima e dopo le elezioni, nemmeno l’ombra; in compenso, dopo il 4 marzo un rosario quotidiano di fandonie, menzogne, manipolazioni messe in bocca da Renzi ai più televisionari dei suoi gregari, hai visto mai il risultato del 18,7% sia ancora migliorabile).

Orfini non ha mancato di dedicare una battuta alla frottola ormai leggendaria secondo la quale “gli italiani ci hanno messo all’opposizione”, come se sulla scheda elettorale ci fosse una casella apposita (il sospetto che quelli che non li hanno votati speravano che non arrivassero nemmeno al 3% e che andassero proprio a casa non li sfiora nemmeno).

L’altra, sostenuta con particolare veemenza dall’esangue Orfini, è quella secondo la quale ci troviamo nello stallo attuale perché la legge elettorale che precedeva il Rosatellum, l’Italicum, “è stata bocciata dal referendum”. Eh… Che pazienza. Come ormai anche i sassi sanno, il referendum riguardava la riforma costituzionale toscana (riduzione del numero dei parlamentari, riforma del titolo V, abolizione del Senato elettivo e sua sostituzione con un circolo ricreativo per amministratori locali con immunità) e non affatto la legge elettorale, come infatti si sgolava di argomentare un imbarazzante Renzi con Zagrebelsky (!) che in un confronto tv denunciava i pericoli del “combinato disposto” tra le due.

Senti Orfini: “Quella legge è caduta per effetto del referendum… Viene eliminato dalla Corte Costituzionale il ballottaggio nel momento in cui perdiamo il referendum e c’è il bicameralismo”.

Ovviamente è falso: la Consulta ha dichiarato incostituzionale l’Italicum nella parte relativa al ballottaggio con queste motivazioni: “Se è vero che… il turno di ballottaggio fra le liste più votate ha il compito di supplire al mancato raggiungimento, al primo turno, della soglia minima per il conseguimento del premio, al fine di indicare quale sia la parte politica destinata a sostenere, in prevalenza, il governo del Paese, tale obbiettivo non può giustificare uno sproporzionato sacrificio dei principi costituzionali di rappresentatività e di uguaglianza del voto, trasformando artificialmente una lista che vanta un consenso limitato, ed in ipotesi anche esiguo, in maggioranza assoluta”. Quindi il ballottaggio è incostituzionale in sé, perché trasforma artificialmente la minoranza in maggioranza. A Orfini batte la palpebra perché sa che sta dicendo una bugia (consigliamo magnesio) e per tenere il punto s’inventa uno scenario fantasy con inversione spazio-temporale (un hysteron proteron tipo il ““Moriamo e lanciamoci in mezzo alle armi” dell’Eneide).

Ma se anche fosse vero che la vittoria del No ha rotto le uova nel paniere di una legge costituzionalissima che lo precedeva, Orfini si rende conto che sta confessando che lui e i suoi compagni statisti hanno fatto un legge elettorale valevole solo per la Camera, dando per scontato l’esito di un referendum che doveva ancora tenersi? (Il che è talmente stupido e assurdo che in una certa misura coincide con la verità). Gli conviene che continuiamo a prenderli per bugiardi, perché tra il credere alla loro buona fede e il vederli come totali imbecilli è un attimo.