Martina prova la mossa: referendum tra gli elettori

Chiudere la porta al dialogo senza se e senza ma, oppure dire di sì, alzando l’asticella e il prezzo, in maniera da stabilire condizioni irricevibili? Matteo Renzi si prepara al “ritorno” (ovvero alla comparsata stasera da Fabio Fazio a Che tempo che fa) oscillando tra queste due opzioni. E consultandosi con quelli che gli stanno intorno. Anche se l’opzione del dialogo “inutile” sembra a ora la più probabile. “Il governo con i Cinque Stelle non si può fare”, continua a dire ai suoi collaboratori. Nonostante questo, tra i dialoganti c’è chi è pronto a scommettere che al di là delle apparenze stia trattando per arrivarci a un governo politico.

Ieri, intanto, Maurizio Martina prova a rivendicare un’autorevolezza che il segretario ombra gli disconosce ogni giorno. “Se la direzione del 3 maggio darà il via libera al confronto con i Cinque Stelle penso sia giusto che l’eventuale esito finale di questo lavoro venga valutato anche dalla nostra base nei territori con una consultazione”, è andato a dire ieri nello studio di Maria Latella, a Sky Tg 24. Una mossa decisa in autonomia, evidentemente per uscire dall’angolo, per provare a buttare il cuore oltre l’ostacolo, ovvero il muro ancora ostentato dall’ex premier. Tanto è vero che lascia aperta la possibilità che a votare non siano solo gli iscritti, ma gli elettori, in genere meno duri e puri. E poi apre pure a modifiche del Jobs act, legge intoccabile per Renzi, “se si tratta di applicare il salario minimo legale, che ancora non è applicato”.

La mossa non è stata concordata con l’ex segretario. Anche se i renziani non escludono la consultazione, visto che lo Statuto la prevede. E la loro convinzione è che qualsiasi cosa si andasse a chiedere di fare con i 5 Stelle, il 90% voterebbe no. Smentite sempre possibili, tanto è vero che nessuno rilancia l’idea del reggente. Anzi c’è un Davide Faraone, che in veste di ultrà osserva: “A forza di fare direzioni, assemblee, referendum per scegliere la linea forse facciamo prima a fare le primarie e sceglierci un segretario del Pd”. Ancora una volta, rimarca l’irrilevanza di Martina. E la minaccia: per Renzi il risultato del suo operato è negativo.

La convinzione prevalente è quella espressa da Matteo Richetti in un post su Facebook, ieri mattina: “Non avrei mai convocato una direzione per decidere se e con chi parlare. Per me la delegazione del Pd quella del M5S la deve incontrare”, la premessa. E poi la valutazione del dibattito in corso: “Vuoto psicodramma”. Dopodiché mette nero su bianco perché reputa che un confronto non porterà lontano: Pd e Cinque Stelle non sono d’accordo sulla premiership di Di Maio, ma anche su leggi fondamentali come jobs act e buona scuola. Conclusione: “Evitiamo di fare una direzione dove ci dividiamo sul ‘parliamo o non parliamo con il M5S’”.

Renzi concorda, tanto è vero che sta pensando di non presentarsi proprio in direzione. E quel che diventa più chiaro ogni ora che passa è che la direzione si svuoti di contenuti: al dialogo sono più o meno tutti pronti a dire di sì, ma sono i contenuti di quel dialogo sui quali il conflitto è aperto. Dunque, serve sostanzialmente a prendere tempo per chiudere la finestra elettorale.

Al Nazareno la convinzione è che Sergio Mattarella sia orientato a provare la carta del governo del presidente o quello di un governo di traghettamento, una sorta di esecutivo di minoranza, per fare la legge di Bilancio e la legge elettorale e andare al voto a inizio 2019. Con i voti del Pd? È presto per dirlo, ma finora i Dem si sono sempre detti pronti a rispondere a un’eventuale chiamata del Quirinale.

Guai ai vincitori

L’altra sera, a Otto e mezzo, mi è capitata una cosa tanto rara quanto inaspettata: ho imparato qualcosa da un politico. Nella fattispecie, dal presidente del Pd Matteo Orfini. Più lo sentivo parlare e più capivo perché l’unico governo possibile dopo il 4 marzo, quello fra 5Stelle e Pd (l’altro, quello 5Stelle-Lega, è impraticabile per l’indissolubilità del matrimonio fra B. & Salvini), probabilmente non nascerà mai. Almeno finché il Pd resterà quello che è: perché i suoi dirigenti non hanno ancora capito quel che è accaduto il 4 marzo, anzi non si sono neppure posti il problema. Da quattro anni perdono rovinosamente tutte le elezioni – circoscrizionali, comunali, regionali, referendarie e politiche – e non si domandano mai il perché. O, casomai se lo chiedano, si rispondono che non è colpa loro, ma degli elettori che hanno sbagliato a votare. Dunque vanno severamente puniti, nella speranza che capiscano la lezione e la volta successiva imparino a votare meglio. Il che naturalmente non accade, la qual cosa incattivisce ulteriormente i vertici del Pd che, sempre più asserragliati e isolati nel loro bunker, si rafforzano nell’idea balzana di avere ragione, allargando vieppiù il fossato che li separa dai barbari che non li capiscono, in un cupio dissolvi che non finirà mai. O meglio: finirà quando l’ultimo elettore cambierà partito o passerà a miglior vita. È proprio per evitare di estinguersi dopo un rovescio elettorale che, nelle democrazie vere, i partiti licenziano il leader sconfitto, lo sostituiscono con uno davvero nuovo, dotato di pieni poteri per cambiare radicalmente linea politica rispetto a quella bocciata dagli elettori. Perché ciò possa accadere, i partiti devono essere “scalabili”, con regole di democrazia interna che lascino sempre aperto un canale di collegamento fra la base e i vertici e consentano in qualunque momento la sostituzione del gruppo dirigente. Queste regole il Pd sulla carta le ha, con uno Statuto che prevede le primarie sia per gli organi dirigenti, sia per i candidati a cariche elettive. Infatti ha cambiato 8 volte segretario: Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani, Renzi, il reggente Orfini, ri-Renzi e il reggente Martina. Ma Renzi quelle regole le ha svuotate dall’interno, con vari colpi di mano culminati nella notte delle candidature, quando compilò personalmente le liste nominandosi i parlamentari senza passare per le primarie. Perciò oggi il Pd non esiste più: è il PdR, è cosa sua, almeno quanto lo è FI (il partito padronale per eccellenza) per B. e molto più del M5S e della Lega (non proprio due modelli di democrazia interna) per Di Maio e Salvini.

Perciò sono ridicoli i sondaggi pro o contro l’intesa col M5S fatti da Renzi fra i passanti: perché, statisticamente, meno di un passante su 5 vota Pd; perché, mentre lui cestinava il programma del Pd di Bersani votato dal 25,5% degli elettori per copiare quello di B., non gli veniva mai in mente di interpellare la base (se l’avesse fatto, non sarebbe sceso al 18,7%); e soprattutto perché ai neoparlamentari del Pd non importa una mazza dell’elettorato, visto che devono il seggio e lo stipendio a Renzi e a nessun altro. Infatti, nonostante le dimissioni da segretario, il figlio di babbo Tiziano continua a menare le danze e il torrone da dietro le quinte. Organizza riunioni con i fedelissimi e il presidente (a proposito: perché un perditore seriale come Orfini è ancora presidente?) nell’azienda privata del capogruppo Marcucci all’insaputa del segretario reggente Martina. E tutti attendono il suo Verbo stasera da Fazio per capire se l’Italia avrà un governo o tornerà al voto. Tant’è che, giustamente, qualcuno comincia a dire che sarebbe più onesto se ritirasse le dimissioni e tornasse a fare il segretario alla luce del sole, anziché nell’ombra. Se fossimo in Francia, in Gran Bretagna, in Germania, o negli Usa, il leader sconfitto sarebbe scomparso dalla circolazione, passerebbe il tempo a tenere conferenze (casomai qualcuno fosse interessato ad ascoltarle) e il partito avrebbe già voltato pagina: con una seria e severa analisi della sconfitta, con una radicale inversione di rotta, con un nuovo leader e un nuovo gruppo dirigente incaricati di interpretare la nuova linea e le nuove alleanze.

In Germania Schulz ha perso le elezioni sulla linea “mai più con la Merkel” e ora l’Spd ha un altro leader. In Francia i socialisti si sono estinti e ora la sinistra è quella radicale di Mélenchon. In Gran Bretagna il blairismo ha fallito e ora il Labour è quello rosso fuoco di Corbyn. Nel caso del Pd, ora che gli elettori hanno bocciato per l’ennesima volta la lunga sudditanza al pensiero (si fa per dire) berlusconian-confindustriale, la soluzione naturale sarebbe un ritorno ai valori del centrosinistra: politiche sociali e ambientali, lotta alle diseguaglianze, all’evasione, alla corruzione, alle mafie, ai conflitti d’interessi, rinegoziazione di alcuni trattati europei. Valori molto simili, se non sovrapponibili, a quelli dei 5Stelle, che renderebbero molto più facile, se non obbligata, un’intesa di governo col M5S. Invece, più elezioni e più voti perde, più il Pd si convince di non avere sbagliato nulla. Tant’è che Rosato, la sua più alta carica istituzionale (è vicepresidente della Camera, in omaggio alla sua strepitosa legge elettorale), confessa di sentirsi “incompatibile con i 5Stelle ma non con B.”. Orfini afferma che “Di Maio e Salvini sono uguali”, mentre vuoi mettere B. e Verdini. E i renziani ripetono che, se mai si siederanno al tavolo col M5S, sarà solo per far contento Mattarella. E a patto che Di Maio si cosparga il capo di cenere, rinneghi le critiche al governo Renzi e plauda al Jobs Act, alla Buona Scuola e alle altre porcate dell’ultimo quinquennio. A pentirsi e a fare autocritica devono essere i vincitori, non gli sconfitti.

Derby d’Italia, vent’anni dopo Iuliano

La rovesciata di Simy e la sassata di Koulibaly hanno ucciso il “solito” campionato per consegnarne alla cronaca, e forse alla storia, un altro. Questa sera, Inter-Juventus. Domani, Fiorentina-Napoli. Un punto, uno solo, divide la tiranna dai golpisti. Snodi cruciali, nervi tesi. Il derby d’Italia capita a vent’anni esatti dalla madre di tutti i rigori “virtuali”, il tamponamento Iuliano-Ronaldo. Mancano quattro giornate e se Allegri si gioca lo scudetto, Spalletti rincorre quella zona Champions che le romane presidiano con fierezza. Tifosi senza memoria hanno occupato Vinovo invitando la squadra a tirare fuori gli attributi. Persino Buffon, nell’ennesimo comizio, ha invocato il ritorno alla “cattiveria” e alla “brutalità sportiva” del passato, manifesto vintage di un mondo che non vuole arrendersi. E il gioco? Non uno che ci pensi, che ne parli. Perché il problema è proprio questo. Il gioco. Non il carattere. Sembra quasi che il rigore del Bernabeu abbia fissato un confine: fin lì una Juventus quadrata, reattiva; da lì una Juventus isterica, molle. I fantasmi di Higuain e Dybala si aggirano inquieti. Non che l’Inter scoppi di salute – prigioniera com’è dei gol di Icardi e Perisic: o loro o nessuno – ma ha registrato la fase difensiva e trovato la rampa di lancio che le serviva: Brozovic-Rafinha. Sarà una sfida aperta, spasmodica, nel solco di una rivalità che Calciopoli ha innalzato a guerra di religione.

Scenderà in campo, il Napoli, conoscendo il risultato della capolista. I titolarissimi scalpitano. Sarri, che al Franchi ha raccolto due pareggi, dovrà governare l’entusiasmo dilagante; Pioli, gli ultimi spiccioli di Europa League.

Pronostici: più Inter che Juventus, più Napoli che Fiorentina.

Iniesta lascia. Addio al BarÇa

Il blaugrana Andres Iniesta lascia il Barcellona dopo 22 anni, 6 nelle giovanili e 16 in prima squadra. Lo ha annunciato, in lacrime, lui stesso. “È qualcosa su cui ho riflettuto a lungo – ha detto – a livello personale e con la mia famiglia. Dopo 22 anni qui non potrei più dare il meglio di me stesso”. Per l’addio la pur ampia sala stampa di San Joan Despì era strapiena, a salutarlo si sono presentati i famigliari, il presidente, i dirigenti e tutti i giocatori meno due: Luis Suarez e Leo Messi, ma non per distacco, solo per repellenza rispetto agli addii. Iniesta è uno dei calciatori più vincenti della storia, con ben 31 titoli.

La favola di Albissola dai banchi del pesce alla (quasi) Lega Pro

Dici Albissola e pensi al Leicester. Serie D, girone E, a due giornate dalla fine guida la classifica – più 2 sulla Sanremese – l’Albissola, comune lillipuziano in provincia di Savona. La squadra, come si dice, è “padrona del proprio destino”. Vincendo entrambe le gare – senza badare alle mille possibili subordinate – salirebbe in Lega Pro, quindi tra i professionisti. Sarebbe il terzo campionato vinto di fila. Niente male per una neopromossa, che ha messo dietro di sé club molto più ambiziosi e ricchi come Sanremese, Ponsacco, Viareggio, Massese, Montecatini, Forte dei Marmi Savona, e perfino due piazze che rimandano all’ex premier Renzi: la Rignanese (ci ha giocato) e lo Scandicci (dice di rappresentarlo in Senato). L’attore protagonista di questo film è mister Fabio Fossati.

La sua storia somiglia molto a quella di altri “maestri” che di sera coltivavano la loro passione (allenare), mentre di giorno facevano altro, tipo… lavorare. Per dirne due: Sacchi (rappresentante di scarpe) e Sarri (impiegato al Monte dei Paschi). “Paragoni illustri ma immeritati – dice Fossati – io ancora non ho fatto davvero niente. Certo, la trama della storia è simile, ma solo quella”. Solo che porta a Genova, zona porto, dove Fossati, fino a poco tempo fa, gestiva il banco del pesce ereditato dal padre: “Sveglia alle 3:45, alle 5 si apre la vendita all’ingrosso a rivenditori, ristoranti e grossa distribuzione. Dalle 9 alle 10, infine, si vende al pubblico, che acquista pesce magari non pulito come in pescheria, ma risparmia qualche euro”.

Se tra breve vedrete Fossati intervistato su Sky, non meravigliatevi, che qualche competenza l’ha dimostrata: “Il mio settore era quello del pesce azzurro, alici, sardine, pagelli. Vendere casse di acciughe mi dava gioia, mi considero un bravo venditore, oltre che un buon allenatore. Uno era il lavoro, l’altro la passione, che coltivavo di pomeriggio”. Nella vita il tempismo è, se non tutto, tanto. Tutto sta a decidere quando mollare l’uno per dedicarsi all’altra. “Io l’ho capito tre anni fa, quando ho venduto la mia quota a un socio e mi sono dedicato alla carriera di allenatore. La leggenda personale, insomma quella roba lì. Senti qualcosa dentro e devi assecondare il cuore, modulando respiri e pensieri. Al resto ci pensa il campo, anche a modo suo. In questi anni mi ero anche illuso credendomi ‘arrivato’, ho preso squadre sempre in corsa, lo scorso anno rimasi a spasso e solo chi è del mestiere, sa quanto si soffre”.

In estate arriva la chiamata non del Real Madrid, ma dell’Albissola. Obiettivo unico: la salvezza. Prima di iniziare si dimette il direttore sportivo. Il girone di andata si chiude con un filotto di sconfitte e a metà classifica. Il mercato di gennaio manda via quattro tra titolari o quasi, e porta quattro tra svincolati e riserve. Il mix, pensa te, si rivela vincente: “Non so cosa sia successo, so che abbiamo iniziato a vincere. L’entusiasmo è la benzina ideale di un gruppo. Il sogno nel cassetto era un posto nei play off, anche l’ultimo, da acciuffare per i capelli. Una promozione nei professionisti, sinceramente, nemmeno immaginato”.

Per chi ha iniziato la carriera nel Borgorosso, seconda categoria che fa molto Alberto Sordi, un buon viatico. Ma si vive giorno per giorno.

In un’intervista, l’allenatore del Liverpool, Jürgen Klopp, ha detto: “Non voglio allenare la squadra più forte del mondo, voglio batterla”.

Fossati sorride: “È il sentimento di un vincente che crede nei suoi principi di gioco e sa di poter tirare fuori il massimo dai suoi calciatori. Emozione distillata, purissima”.

Mamma mia! Gli Abba sono tornati (e hanno pure inciso due nuovi brani)

Mamma mia, here they go again!, è il caso di dire. Gli Abba, storico gruppo scandinavo degli anni 70, tornano insieme con due nuovi brani, dopo 35 anni di assenza dalle scene. Con un post sulla loro pagina Instagram il gruppo svedese dà il grande annuncio del ritorno: “Tutti noi quattro sentivamo, dopo 35 anni, che sarebbe stato bello riunire le forze e ritrovarci in studio. Lo abbiamo fatto ed è stato come se il tempo non fosse passato e ci fossimo presi solo una piccola vacanza. Un’esperienza entusiasmante”. Da questa sessione di registrazione del quartetto sono usciti due brani: una delle canzoni è I Still Have Faith In You e sarà pubblicata a dicembre.

Le voci di una possibile reunion aleggiavano già nel 2000, quando un consorzio anglo-americano che voleva riformare gli Abba per un tour di cento concerti in giro per il mondo, offrì alla band svedese un miliardo di dollari. Gli Abba rifiutarono e il ritorno alla ribalta fu un nulla di fatto.

Iconici per i loro costumi coloratissimi, come le tutine in calzamaglia, apogeo della moda anni 70, e per i videoclip curati fin nel dettaglio da loro stessi, nei dodici anni di carriera – dal 1970 al 1982 – i fab four della Scandinavia si sono guadagnati la fama di “intramontabili del pop” grazie a successi come Voulez-vous, Gimme Gimme Gimme, Dancing Queen, e Mamma mia!, brano che ispirerà prima il musical e successivamente il film con protagonista Meryl Streep. A coronare il tutto, il 15 marzo 2010 gli Abba sono stati inseriti nella Rock and Roll Hall of Fame.

Tu non sai chi è NICOLA. In un film la storia del santo venerato in tutto il mondo

Sulle tombe dei baresi, al cimitero, è più facile trovare statue di San Nicola che immagini della Madonna. Come pure, qualsiasi barese emigrato nel mondo quando torna a casa fa visita alla mamma, alle vecchie zie, agli amici e pure al santo. È con orgoglio che lo si mostra ai forestieri, ai “pellegrini”. Non soltanto perché la basilica nel borgo antico è uno straordinario esempio di romanico pugliese e perché là intorno si mangiano le migliori “sgagliozze” (frittelle di polenta) del mondo, ma anche e soprattutto perché lui – “U’ gnor”, in omaggio al volto scuro della statua che lo rappresenta – è uno di famiglia. Non è un santo, ma è il santo. Mille anni fa, il 9 maggio 1087, una sessantina di marinai arrivarono a Bari con le sue ossa, rubate dalla cittadina turca di Myra. La città pugliese era caduta in disgrazia dopo bizantini e normanni, e quello era un modo per ricominciare a contare. Tradizione vuole che proprio quell’impresa ispirò al papa Urbano II l’idea della prima crociata. Ma quanti baresi oggi conoscono la storia, quella vera, di Nicola da Myra? Quanti saprebbero dire con esattezza perché un santo ecumenico è diventato niente di meno che Babbo Natale (Santa Claus)?

“C’è un detto secondo cui Dio organizzava le riunioni con i santi e Nicola arrivava sempre in ritardo: ‘Quello perde tempo con il suo popolo’, borbottava il Padreterno”. Antonio Palumbo è un regista barese (già autore di Varichina, tra i cinque finalisti ai Nastri d’Argento nel 2017). Come tutti i suoi concittadini, conosce bene la festa di tre giorni, 7/8/9 maggio – religiosa ma anche molto, molto pagana – che viene dedicata al santo. “L’idea mi è venuta nel 2010, volevo raccontare la mia città – spiega al Fatto –. E da dove dovevo partire se non da lui? Mi dissero che c’era un tal Padre Cioffari, un domenicano, tra i cinque esperti mondiali del santo. Fu lui ad aprirmi un mondo”. Anzi il mondo, letteralmente. Palumbo si è messo in marcia e, con la telecamera in mano, sta ricostruendo il mito. “Quella di Bari è la punta dell’iceberg. Nicola è venerato in tutto il mondo. In Olanda, per esempio, paese luterano, la festa di novembre viene trasmessa in diretta dalla televisione nazionale”. Per un’unica falange del santo rubata a Bari e conservata a Nancy e in particolare in un piccolo borgo di nome Saint Nicholas de Port, nella regione francese della Lorena, i festeggiamenti durano due settimane, con tanto di sfilata di carri, 300 mila persone e un “villaggio dei bambini”. Ma che c’entrano i bambini con San Nicola (e quindi come e perché ha origine Babbo Natale)?

Si racconta che il santo fece ricomporre le carni e resuscitare tre fanciulli, che un oste criminale aveva ucciso, fatto a pezzi e dato in pasto ai suoi clienti (le tre palle dell’iconografia sacra). E poi che lui, figlio di ricchi mercanti, donò la dote a tre ragazze in età da marito, che altrimenti sarebbero diventate prostitute. “Una persona forte che protegge i più deboli – prosegue il regista –, bambini, prostitute, commercianti, marinai. Tutte figure che hanno un viaggio da fare”. Nicola – Cozze, kebab e Coca Cola è il titolo del suo, di viaggio cinematografico, che partendo da Bari, con il supporto della Oz Film di Francesco Lopez, ha già toccato Belgio, Francia, Olanda, Russia. Non basta: “Dobbiamo ancora andare a New York, Atlanta (sede della Coca Cola) e poi in Turchia, dove tutto è cominciato. È lo stesso santo a chiedermelo: ‘Ogni emigrante torna prima o poi a casa. Anche io’”. E i viaggi costano. Per questo Palumbo ha attivato un crowdfunding (www.indiegogo.com): “L’Apulia Film Commission ci ha finanziato con 31 mila euro, l’Olanda ce ne ha dati altri 15 mila. Ne mancano altrettanti e abbiamo deciso di rivolgerci ai fedeli”. “E al ministero, no?” chiede U’ Gnor in un video che sta diventando virale. “San Nicola, lo sai, per quello servirebbe un miracolo”.

Droni, non ci sono paragoni. Anzi sì: il doppione italiano per fare un favore agli arabi

Da giovedì 25 aprile l’Italia è ufficialmente in guerra con se stessa. Una guerra dell’aria, conseguenza anche di uno degli ultimi colpi di coda della ministra della Difesa Pinotti. Giovedì al salone dell’Aeronautica in corso a Berlino è stato presentato con gran spolvero il modello in grandezza naturale del European Medium-Altitude Long-Endurance Remotely Piloted Aircraft (Male Rpas), velivolo a pilotaggio remoto, alias drone, frutto di un programma congiunto di Italia, Francia, Germania e Spagna, nato da un accordo firmato nel 2015 anche dalla Pinotti. La stessa che, tre mesi fa, ha mandato al Parlamento una richiesta di parere relativo a un velivolo di classe identica e medesima categoria che dovrebbe esser prodotto dalla ligure Piaggio Aero. Costo del programma: 766 milioni per 10 sistemi con conclusione nel 2030. Aereo analogo ma distinto dal velivolo presentato a Berlino. E che inevitabilmente mette in competizione Piaggio Aero con Leonardo, il colosso della difesa e dell’elettronica, partner invece del progetto europeo.

Pare quasi che alla Difesa ci siano un dottor Jekill e un mister Hyde che operano l’uno all’insaputa dell’altro, anzi uno contro l’altro. Com’è possibile che un ministero privo di grandi risorse possa impegnare 3/4 di miliardo per un clone di un programma che è, tra l’altro, molto più avanti in termini di sviluppo? La spiegazione sta probabilmente in qualche segreta promessa fatta dall’Italia agli sceicchi di Abu Dhabi, proprietari al 100% della Piaggio tramite la Mubadala Development Company. Gli arabi puntano da anni all’acquisizione di velivoli militari a pilotaggio remoto e la Piaggio Aero gli consentirebbe di aggirare anche alcuni ostacoli derivanti dalle normative internazionali su tali velivoli militari. Sono così interessati a quelli della Piaggio da aver deciso di scorporare e vendere (favoriti i cinesi) il settore dei velivoli civili, mercato in espansione. Da qui forse la scelta della ministra Pinotti di “dimenticare” di aver firmato due anni prima l’accordo per l’aereo europeo. Amnesia aiutata anche dall’avvicinarsi delle elezioni, poi clamorosamente perse dal Pd? La Pinotti è ligure, la Piaggio Aero è in Liguria e 2 più 2 di solito fa 4. Il problema è che ora ci troviamo due conti da pagare. Per due aerei che fanno la stessa cosa.

Pasionario per il potere: “Sarò io il nuovo premier”

Il rivoluzionario più radicale diventerà conservatore il giorno dopo la rivoluzione”. Se la frase di Hanna Arendt è vera, gli armeni lo scopriranno il 1° maggio, festa dei lavoratori: è quando il Parlamento di Erevan si riunirà in sessione straordinaria per nominare un nuovo premier dopo le dimissioni di Sarkysian. “O sarò io primo ministro con il sostegno della gente, o non ci sarà alcun primo ministro in Armenia”, ha risposto Nikol Pashinyan .

Era il direttore del giornale Haykakan Zhamanak, Tempo armeno. Prima è stato un giornalista poco celebre, poi un avvocato poco illustre. Infine un politico d’opposizione marginale, ricercato dalla polizia per le proteste del 2008. Prima di diventare Nikol Pashinyan il “pasionario” e capopopolo, Pashinyan andava in giro con la faccia perfettamente rasata, capelli corvini e composti, camicia abbottonata fino al collo.

Ora veste verde mimetico, sotto i capelli ormai bianchi ha una faccia scura da vecchio comandante “barbudos”, sguardo pece. Nelle ultime due settimane è diventato “candidato del popolo”, liberatore della “nuova Armenia”. L’uomo che per le strade di Erevan le donne baciano come un martire anti-corruzione, l’uomo con cui gli uomini vogliono farsi selfie, un fuoco dopo l’altro, ha acceso la Capitale all’inizio di aprile. Alla fine dello stesso mese dice “chiedo a tutti gli armeni dalle prime ore del primo maggio di inondare strade e piazze, compresa quella del Parlamento”.

Il primo enigma di Erevan è la piazza non violenta, in un paese che conosce bene il colore del sangue. Il secondo è la metamorfosi di Pashinyan, il terzo è il futuro del paese. Intanto le bandiere sono ancora nei pugni, la protesta si fermerà solo quando l’uomo di cui le strade urlano il nome, che ha dato inizio a tutto questo, diventerà premier.

Pashinyan piace a Saakashvili, ex presidente georgiano, ex governatore di Odessa, ex uomo in fuga sui tetti di Kiev per evitare l’arresto ucraino: “aArmeni, popolo fiero, avete mostrato al mondo cos’è la dignità”.

Piace al blogger leader dell’opposizione russa Novalnij, “è un esempio da replicare”: Sarkysian come Putin, nel paese controllava tutto, “dalle banche al calcio, dai media alle Forze armate”.

Ma non piace al premier a interim del suo paese, Karen Karapetyan: “che vuol dire candidato del popolo? Non conosco nessun paese dove il primo ministro viene scelto in questo modo. Esistono le elezioni”. Con Karapetyan, il barbudos voleva un dibattito “non dietro le quinte, ma davanti agli occhi del popolo”, ma Karapetyan ha rifiutato i negoziati pubblici.

Chiusa tra Georgia al nord, Turchia a ovest, Iran a sud, Azerbaijan a est, – con cui è in guerra per il Nagorno-Karabakh – l’ex repubblica sovietica vive quella che Pashinyan ha battezzato “rivoluzione di velluto”. Forse sarà come quella delle rose in Georgia, o arancione come a Kiev.

Non è ancora chiaro, ma questo si sa: a Mosca non piacciono le rivoluzioni a colori. Pashinyan ha detto alla folla “che la Russia non interverrà”, il presidente Armen Sarkysian ha chiamato Putin, che ha chiesto “moderazione”. Mosca non ha ancora fatto un passo, l’asse armeno rimane al momento allineato al Cremlino, che ancora silente, cauto osserva ciò che accade: è caduto l’autocrate a Erevan, ma forse il posto non rimarrà vacante a lungo.

La vittoria del timido studente ribelle

Il successo del summit tra le due Coree, concordano gli osservatori, è soprattutto merito dell’abilità diplomatica e della volontà di dialogo del presidente sudcoreano Moon Jae-in. Sessantacinque anni, avvocato dei diritti umani di formazione, leader del centrosinistra e secondo presidente cattolico del Paese, Moon è figlio di rifugiati del Nord, scappati durante la guerra conclusa proprio nell’anno di nascita del futuro politico. Primo di 5 figli di una famiglia modeste origini, da bambino seguiva la madre che per sopravvivere vendeva uova nella città portuale di Busan, dove la sua famiglia si è stabilita, mentre il padre lavorava in un campo di prigionieri di guerra, come ricorda Moon nella sua autobiografia.

Gli studi universitari in Legge gli offrono la prima occasione di attivismo politico: neppure ventenne, guida una protesta studentesca contro l’autoritario Park Chung Hee, presidente-padrone della Corea del Sud per circa un ventennio e padre della futura presidente Park Geun-hye, destituita lo scorso anno in seguito a un caso di corruzione e attualmente in carcere.

Moon pagherà allora con un breve passaggio in tribunale e in cella, anche se nelle aule giudiziarie sarebbe poi tornato come avvocato e difensore dei diritti umani. Quando nel 1987 si tengono le prime elezioni libere, con Roh Moo-hyn, amico e socio nello studio di Busan, si mette alla testa del movimento democratico. È solo nel 2003, quando Roh viene eletto presidente, che Moon diventa primo consigliere, o come dicono alcuni “l’ombra di Roh”. Non smentendo la sua fama di uomo timido e defilato avrebbe dichiarato in seguito: “Non mi sentivo a mio agio. Volevo tornare a fare l’avvocato”. Sarà un evento drammatico come il suicidio nel 2009 dell’amico Roh, in seguito alle accuse di corruzione, a convincerlo di farsi carico di quella eredità politica. “La mia vita sarebbe stata diversa se non l’avessi incontrato. È lui il mio destino”, scrive ancora nell’autobiografia. Moon si presenta alle presidenziali del 2012, perdendo di misura contro Park. Cinque anni dopo, il 10 maggio 2017, giura da presidente. Dopo gli annunci concilianti lo scorso gennaio da parte del suo omologo nordcoreano, arrivano le Olimpiadi invernali ospitate dal Sud con la clamorosa benedizione di Pyongyang. Con l’incontro di ieri, si realizza quel riavvicinamento che è da sempre al centro dall’agenda politica di Moon, forse proprio perché figlio di rifugiati del Nord.