“Tutti soddisfatti, ma ora Tokio è sulle spine”

Il documento finale seguito all’incontro tra Kim Jong-un e Moon Jae-in rappresenta il percorso da seguire per i futuri colloqui tra le due Coree.

“Quanto leggiamo nella dichiarazione, indica come ci sono più aree grigie che punti chiaramente definiti. Tuttavia si tratta di un importante punto di partenza che stabilisce le fondamentali regole del gioco”, afferma Lorenzo Mariani, ricercatore all’Istituto Affari Internazionali (Iai) di Roma ed esperto di Cina e penisola coreana. Lo storico riavvicinamento ha importanti implicazioni geopolitiche in estremo oriente e non solo. Gli effetti si estendono a Giappone e Cina.

“C’è grande preoccupazione a Tokyo, tagliata fuori da questo processo e senza attori internazionali di cui fidarsi, se non il poco affidabile Trump, per portare avanti i propri interessi nazionali – continua Mariani – Pechino invece è quieta e soddisfatta per la realizzazione di quello che favoriva da tempo. La Cina non aveva certo bisogno di Pyongyang irrequieta né di una tensione della penisola che attirava inevitabilmente l’attenzione di Washington. Per il gigante asiatico, adesso è tempo di multilateralismo ed espansione economica”.

L’incontro tra i leader coreani facilita anche il vertice tra Donald Trump e Kim, che potrebbe tenersi entro l’estate. È pur vero, nota ancora il ricercatore, che l’incognita è tutta nelle intenzioni dell’amministrazione Usa. L’attuale consigliere per sicurezza nazionale, John Bolton, si è sempre detto favorevole al cambio di regime in Corea del Nord, anche con l’aiuto della Cina, né ha mai escluso la possibilità di un attacco preventivo contro Pyongyang.

Se si è detto favorevole al dialogo, è solo per smascherare Kim, che ha suo avviso sta bluffando. Non meno ostile al dialogo con il regime nordcoreano è Mike Pompeo, fresco di nomina a Segretario di Stato e che insieme proprio a Bolton ricopre un ruolo chiave nelle strategie di sicurezza della Casa Bianca.

“Lo stesso Mike Pompeo, pur contrario alla distensione, ha visitato nei mesi scorsi la Corea del Nord”, osserva Carlo Trezza, ex ambasciatore a Seul e consigliere Iai in materia di disarmo e non proliferazione nucleare. Trezza giudica positivamente il formale impegno alla denuclearizzazione, così come l’impegno per la pace. “Da 65 anni tra le due Coree c’è solo un armistizio, che vale per giunta soltanto per il confine terrestre e non per quello marittimo”, ricorda. Il fattore esterno si chiama accordo sul nucleare iraniano, in scadenza entro le prossime settimane.

Cosa accadrebbe se saltasse l’accordo con Teheran, come lo stesso Trump ha più volte ventilato?

“I nordcoreani potrebbero dubitare a ragion veduta di chi, preso un impegno, cambia idea. Tuttavia esistono pressioni sia della Cina che della Corea del Sud affinché questo non accada – ragiona l’ex ambasciatore – dato che la credibilità Usa è a rischio, è possibile prevedere che la parti proveranno a raggiungere un’intesa, magari iscrivendo l’accordo in un vero e proprio trattato dal valore giuridico”.

Quella faida “atomica” del mondo in blocchi

Nella Guerra del Vietnam, che ha tracciato un solco nella seconda metà del XX secolo americano, gli Stati Uniti persero 58 mila uomini. Nella Guerra di Corea, ne persero 54 mila: una cifra analoga, in un conflitto molto più breve: durò dal 1950 al ’53, mentre il Vietnam andò avanti una dozzina d’anni. Eppure, il Vietnam è ovunque nella memoria americana; la Corea quasi ne è assente. Colpa – forse – del cinema, perché, pellicole di propaganda a parte, la rivisitazione della guerra di Corea produsse nel 1970 Mash, dove la scena dell’ospedale da campo è quasi da operetta, tranne quando si entra in camera operatoria. È un po’ come se la filmografia sul Vietnam cominciasse dal 1987, da Good Morning Vietnam, mentre Il Cacciatore (1978), Coming Home (1978), Apocalypse Now (1979) raccontano, quasi in diretta, con crudezza, una guerra appena finita e il drammatico impatto sulla gioventù che ne fu protagonista.

La Guerra di Corea fu il conflitto più aspro, l’unico confronto armato diretto, della Guerra fredda tra Usa e Urss: i morti sono stimati a 2.800.000, oltre un milione di militari, oltre un milione e mezzo di civili – un milione al Nord, mezzo al Sud –. Stime, perché la Corea del Nord non ha mai fornito dati ufficiali. La guerra scoppiò nel 1950: la Corea del Nord, comunista, attaccò la Corea del Sud, alleata degli Stati Uniti. Complice l’aventino sovietico, la risposta dell’Onu fu rapidissima: su mandato del Consiglio di Sicurezza, gli Usa, affiancati da altri 17 Paesi, intervennero militarmente nella penisola per fermare l’avanzata comunista. Dopo grandi difficoltà iniziali, le forze alleate, comandate dal generale Douglas MacArthur, l’uomo della sconfitta del Giappone, respinsero l’invasione e proseguirono l’avanzata invadendo a loro volta gran parte del Nord. A questo punto, intervenne nel conflitto la Cina comunista, che allora non sedeva all’Onu, mentre l’Urss inviò in gran segreto forze aeree. Colte di sorpresa, le truppe alleate ripiegarono, perdendo tutto il territorio conquistato. Il conflitto si arrestò sulla linea del 38º parallelo dove continuò con battaglie di posizione e sanguinose perdite per altri due anni fino all’Armistizio di Panmunjom, che confermò la divisione della Corea.

La guerra si fermò anche perché la situazione strategica globale era, nel frattempo, mutata: l’Urss, che s’era appena dotata della bomba atomica nel 1950, aveva consolidato il proprio arsenale. E l’idea che era balenata a MacArthur, e che gli costò la destituzione da parte del presidente Truman, d’usare le armi nucleari divenne anche strategicamente impraticabile. Così, la penisola cominciò un’allucinante esperienza di oltre mezzo secolo: divisa da una frontiera ‘demilitarizzata’, che è, però, la più militarizzata a questo Mondo; appesa a un armistizio che non è mai divenuto pace; e avviata su due percorsi opposti, il Sud verso la democrazia e lo sviluppo economico, il Nord dentro una dittatura comunista senza crescita e senza benessere.

Adesso che la pace appare possibile, se non vicina, i ricorsi storici suggeriscono cautela: l’incontro tra Kim e Moon è il primo dal 2007 tra i leader dei due Paesi, ma è il terzo in assoluto dopo quelli del 2000 e del 2007, nel segno della sunshine policy, cioè del riavvicinamento avviato nel 1998 dal presidente sud-coreano Kim Dae-Jung e proseguito dal suo successore Roh Moo-hyun, mentore politico dell’attuale presidente.

Nei due casi precedenti, il protagonista nordcoreano era Kim Jong-il, padre dell’attuale Kim, terzo d’una dinastia comunista inaugurata con la guerra da nonno Kim Il-sung. Vicini alla pace, dunque, ci si è già arrivati. E nel 2000 Bill Clinton progettò di meritarsi il Nobel per la Pace con una missione in Corea del Nord: non se ne fece nulla.

Adesso, il contesto tutto intorno alla Corea è molto diverso dall’inizio degli Anni Cinquanta, ma è ancora riconoscibile. La Cina e la Russia restano gli interlocutori privilegiati del Nord, che è rimasto comunista anche nell’economia, mentre Pechino ha sposato capitalismo e liberismo, e Mosca un simulacro di democrazia. E gli Stati Uniti sono sempre garanti del Sud e del Giappone, che, però, tra loro due non hanno ancora superato i traumi della Seconda guerra mondiale – gli stessi che segnano i rapporti tra Tokyo e Pechino –.

Negli ultimi dieci anni, le battute d’arresto sulla via della pace non sono state solo funzione dei ghiribizzi dei Kim e delle loro ambizioni nucleari e missilistiche. A Seul, ci sono stati presidenti ‘neo-nazionalisti’; con Trump, Xi, Putin e Abe, insieme a Moon ed a Kim, il mix al tavolo della pace sarà quello giusto?

55 anni per fare la pace. Luna di miele tra le Coree

Il passetto di Kim Jong-un per varcare il confine tra le due Coree, salendo una sorta di gradino, potrebbe presto rivelarsi “un grande passo per l’umanità”, se le promesse di pace scaturite dall’incontro a Panmunjom tra i leader delle due Coree, Moon Jae-in (Sud) e Kim Jong-un (Nord) saranno mantenute. Gli stessi protagonisti hanno ieri profuso retorica nei discorsi (ma c’era pure emozione): ”Inizia una nuova storia e un’era di pace”, “La guerra è finita, siamo della stessa famiglia”.

Un evento inimmaginabile pochi mesi or sono, a fine 2017, quando venti di guerra spiravano intorno alle penisola coreana.

Anche se Kim non ha giocato l’asso pigliatutto che tiene in serbo per l’incontro, a inizio giugno, con il presidente Usa Donald Trump: il disarmo nucleare totale e immediato. Che concederà, eventualmente, come atto finale di un negoziato da intrecciare lungo una timeline di reciproci ‘cedimenti’: man mano che la Corea del Nord fa passi indietro, Usa e Onu riducono le sanzioni e concedono aiuti umanitari e finanziari.

Moon e Kim sono d’accordo a lavorare insieme per ‘denuclearizzare’ la penisola e rimuoverne le armi atomiche – la manciata forse posseduta dalla Corea del Nord e quelle Usa stazionate nelle basi al Sud -; ed entro fine anno vogliono trasformare in pace l’armistizio del 1953. C’è chi pensa che l’incontro di ieri definisca il tono di quello di giugno tra Kim e Trump. Ma, quasi certamente, questo è il vertice che più conta per la gente della penisola: questa è l’alba della loro pace. I Grandi del Mondo apprezzano; Trump esulta, attribuendosi meriti non suoi, ché se fosse per lui starebbe ancora giocando con Kim a chi ha il bottone nucleare più grosso.

In un giorno carico di gesti simbolici, Kim III è divenuto il primo leader nord-coreano a varcare il confine sud-coreano: i due precedenti vertici Nord-Sud, a inizio XXI Secolo, s’erano svolti entrambi a Pyongyang. Kim non è parso per nulla goffo e impacciato: sorridente, gioviale, passata la frontiera, dopo una stretta di mano e uno scambio di battute, ha invitato Moon, prendendolo per mano, a seguirlo dall’altra parte: quattro passi simbolici nel Nord e, poi, insieme, di nuovo al Sud. I colloqui – presente la sorella, Kim Yo-yong, una delle artefici di questo momento – la cena con le signore, l’albero della pace piantato, i segnali del disgelo ovunque: tutto nello scenario della frontiera più militarizzata di questo mondo, il confine che corre sul 38° parallelo, dentro una striscia di terra demilitarizzata.

“Sono venuto per porre termine a una storia di confronto”, afferma Kim, che, dopo la firma della dichiarazione congiunta e prima del commiato, con tanto di abbracci, accetta di parlare alla stampa – una prima assoluta -. Poi riparte, scortato da un servizio di sicurezza formato da 12 ‘gorilla’ che riscuotono successo sui social.

Il vertice di ieri s’incastona in una sequenza d’incontri frutto della diplomazia olimpica che, complici i Giochi d’Inverno in Corea del Sud a febbraio, ha avviato una fase di distensione, dopo un anno passato dal Kim e da Trump a prendersi a neppur troppo metaforiche pallate, test nucleari e missilistici da una parte, manovre e sanzioni dall’altra. Ma il lieto fine non è acquisito: l’imprevedibilità e l’impulsività dei due protagonisti sono un’ipoteca sulla pace.

Lo strano incrocio tra “Loro” e “Novecento”

Le coincidenze non sono solo coincidenze, diceva il grande romanziere Alberto Ongaro. E forse non è solo una coincidenza che il restaurato Novecento di Bernardo Bertolucci e il neonato Loro di Paolo Sorrentino si incrocino in questi giorni nelle sale, due treni che viaggiano in direzioni opposte fermi alla stessa stazione. Un vecchio Orient Express e un Frecciarossa alta velocità, così lontani e così vicini. Due film d’autore a vocazione dichiaratamente politica, due modi di rappresentare il proprio tempo. Bertolucci affresca il secolo scorso come quello delle lotte di classe, delle ideologie, delle utopie legate a un nuovo ordine sociale. Le speranze degli umili, l’arroganza dei signori, le contraddizioni di tutti. Quarant’anni dopo, Sorrentino punta il teleobiettivo sull’unico fine superstite della politica. Tanto è corale Novecento, quanto è solipsistico Loro. Basta ideologie, solo un’ossessione: il potere. Non Berlusconi in sé, ma il “Berlusconi in me”, in loro, in tutti; l’irresistibile campo gravitazionale emanato dall’arcitaliano perfetto, la presa del potere delle Tv nell’immaginario durata vent’anni, fino alla deriva funebre e lubrica del B. terminale. Il passaggio dal Secondo al Terzo millennio, in fondo, è anche il passaggio dal grande al piccolo schermo: l’ideale si è fatto carne. Addio Novecento, non ti si fila più nessuno. Tutto il cinema di Sorrentino ruota –letteralmente – attorno al mostruoso. Ma stavolta il millenniun gli ha dato una bella mano.

La critica radicale del presente: l’eredità di Marx

Non saprei dire quanti altri giovani della mia generazione misero in soffitta Karl Marx dopo aver letto l’articolo Esiste una teoria marxista dello Stato? che Norberto Bobbio pubblicò nel 1975 su Mondoperaio, e ripubblicò nel 1976 nel libro Quale socialismo?, ma sospetto siano stati molti.

La risposta di Bobbio era netta: negli scritti di Marx e di Friedrich Engels, “una vera e propria teoria socialistica dello Stato non esiste”. A nulla valsero le centinaia di pagine scritte dagli intellettuali ‘organici’, come si diceva allora, al Partito comunista per confutare Bobbio e salvare Marx. Se Marx non aveva fornito una teoria dello Stato, come poteva essere guida intellettuale di un partito che aspirava a guidare lo Stato democratico?

Messo da parte Marx, cercammo altri maestri che potessero aiutarci a credere nel socialismo senza essere marxisti. Trovammo per nostra fortuna Carlo Rosselli e il suo Socialismo liberale che proprio Bobbio aveva curato in una bella edizione Einaudi del 1973. La prima pagina di quel libro aveva il valore di una rivelazione o di una conferma di quanto già pensavamo, vale a dire che il limite maggiore della teoria sociale e politica di Marx era la pretesa (rafforzata e popolarizzata dal buon Friedrich Engels) di essere dottrina scientifica : “L’orgoglioso proposito di Marx fu quello di assicurare al socialismo una base scientifica, di trasformare il socialismo in una scienza, anzi nella scienza sociale per definizione […] Doveva avverarsi, non poteva non avverarsi; e si sarebbe avverato non per opera di una immaginaria volontà libera degli uomini, ma di quelle forze trascendenti e dominanti gli uomini e i loro rapporti che sono le forze produttive nel loro incessante svilupparsi e progredire.”

Rosselli capì che il Manifesto del Partito comunista aveva immensa forza d’ispirazione perché era profezia travestita da scienza: “Quale pace, quale certezza dava il suo linguaggio profetico ai primi apostoli perseguitati! “

Ma già agli inizi del Novecento, dopo la disputa sul revisionismo aperta dal libro di Eduard Bernstein, uscito nel 1899 (che Laterza ha pubblicato in traduzione italiana nel 1974 con il titolo I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia), i più intelligenti giudicarono la scienza di Marx del tutto incapace di spiegare la realtà economica e sociale, e non trovarono più né conforto né guida nella profezia ormai irrigidita in stanche formule ripetute meccanicamente. Eppure, molte pagine di Marx, soprattutto del giovane Marx, offrono ancora, se le leggiamo senza i vecchi condizionamenti ideologici, elementi per una teoria dell’emancipazione sociale.

La lettera che Marx spedisce ad Arnold Ruge da Kreuznach, nel settembre del 1843, poi pubblicata nei Deutsch-Französische Jahrbücher del 1844, ad esempio, è un testo che ci insegna i lineamenti di una critica sociale e politica intransigente: “Costruire il futuro – scrive Marx – e trovare una ricetta valida perennemente non è affar nostro, ma è certo più evidente ciò che dobbiamo fare nel presente: la critica radicale di tutto l’esistente”. Critica radicale perché senza riguardi, senza paura né dei suoi risultati né del conflitto coi poteri attuali. E ci insegna che la lotta per la libertà e per la giustizia deve essere in primo luogo lavoro paziente di educazione delle coscienze: “Indi il nostro motto sarà: riforma della coscienza, non con dogmi, bensì con l’analisi della coscienza mistica, oscura a se stessa, in qualunque modo si presenti (religioso o politico)”.

L’emancipazione politica e sociale non era per il giovane Marx risultato di tendenze oggettive della storia, ma conquista di coscienze emancipate che sanno riscoprire il sogno o la profezia di giustizia che l’umanità ha coltivato in varie forme nella sua lunga storia: “così si vedrà che da tempo il mondo sogna una cosa, di cui deve solo aver la coscienza per averla realmente. Si vedrà che non si tratta di tracciare una linea fra passato e futuro, ma di realizzare le idee del passato. Si vedrà infine come l’umanità non inizi un lavoro nuovo, bensì attui consapevolmente il suo antico lavoro”.

Nello stesso fascicolo (l’unico che vide la luce) Marx pubblicò anche un’Introduzione a Per la critica della Filosofia del diritto di Hegel, dove sostiene che il proletariato è la sola classe sociale che emancipando se stessa emancipa l’intera società e che la filosofia può trovare nel proletariato “le sue armi materiali”. La filosofia (ovvero gli intellettuali) è dunque la “testa di questa emancipazione”; “il suo cuore è il proletariato”. Due illusioni nobili, queste del giovane Marx, ma pur sempre illusioni.

Il proletariato, allora come oggi, è una classe oppressa e umiliata, ma resta una classe particolare che nella sua storia ha lottato e sofferto per finalità di emancipazione generale, ma ha anche sostenuto demagoghi autoritari. Attribuire al proletariato il semplice ruolo di cuore e forza materiale dello sforzo di emancipazione e agli intellettuali quello di cervello, significa aprire la strada, come la storia ha abbondantemente dimostrato, a freddi professionisti della rivoluzione e del governo, incapaci di condividere le sofferenze e le speranze degli oppressi e dunque pronti a diventare non compagni di lotta, ma nuovi dominatori.

In questo saggio, nato in un contesto segnato da appassionati dibattiti su religione e emancipazione sociale (ben documentato dalla recente biografia scritta da Gareth Stedman Jones, Karl Marx. Greatness and Illusion, Harvard University Press, 2016) Marx ha consegnato alla storia la sua celebre critica dell’alienazione religiosa: “L’uomo fa la religione, e non la religione l’uomo. […] Essa è la realizzazione fantastica dell’essenza umana, poiché l’essenza umana non possiede una realtà vera. La lotta contro la religione è dunque mediatamente la lotta contro quel mondo, del quale la religione è l’aroma spirituale. La miseria religiosa è insieme l’espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l’oppio del popolo”. Sarebbe facile osservare che la religione, in particolare la religione cristiana, ha sostenuto importanti esperienze di liberazione politica e sociale. Ma dalla critica alla religione, Marx trae due conclusioni di straordinario valore morale e politico: la prima consiste nel principio che “l’uomo è per l’uomo l’essere supremo”; la seconda nell’“imperativo categorico di rovesciare tutti i rapporti nei quali l’uomo è un essere degradato, assoggettato, abbandonato, spregevole”. Un principio e un imperativo da riscoprire in questo nostro tempo che ha completamente perso l’idea stessa, e anche la speranza, dell’emancipazione sociale.

Libertà di stampa ad alto rischio: Italia sotto accusa

“La democrazia deve essere il regime della verità, nel senso della piena possibilità della conoscenza dei fatti da parte di tutti”

(da “Il diritto di avere diritti” di Stefano Rodotà – Laterza, 2012 – pag. 224)

La libertà, avverte un celebre aforisma, si apprezza quando si perde. Ma allora, in genere, è troppo tardi per difenderla e riconquistarla. E così è anche per la libertà di stampa, ma al giorno d’oggi forse sarebbe meglio dire libertà d’informazione: cioè diritto dei cittadini a essere informati in modo completo e corretto, più che diritto dei giornalisti, blogger o citizen journalist di informare (o disinformare) gli altri.

Nell’era delle fake news e della post-verità, il giudizio dell’ultimo Rapporto 2018 di Reporters sans frontieres che colloca l’Italia al 46° posto nella classifica mondiale sulla libertà di stampa lancia un allarme su cui converrà riflettere. È vero che, rispetto alla graduatoria dell’anno scorso, il nostro Paese migliora e guadagna sei posizioni. Ma resta pur sempre staccato dai maggiori partner europei.

C’è tuttavia un nuovo dato politico che emerge da questa ricerca internazionale. E deriva dal fatto che, come si legge testualmente, “numerosi addetti dell’informazione sono sempre più preoccupati a causa della recente vittoria alle elezioni legislative di un partito, il Movimento 5 Stelle, che spesso ha condannato la stampa per il suo lavoro e che non esista a comunicare pubblicamente l’identità dei giornalisti che lo disturbano”. O che vengono addirittura respinti dalle riunioni o assemblee dei pentastellati, aggiungiamo qui, com’è accaduto recentemente al collega Jacopo Iacoboni della Stampa di Torino.

Lungi da noi la tentazione di fare una difesa d’ufficio della categoria. Da quando i giornalisti si sono lasciati omologare all’establishment o alla cosiddetta casta, la professione è andata via via perdendo autonomia, indipendenza, autorevolezza e credibilità. Colpa, in primo luogo, degli editori e dei loro top manager che hanno progressivamente ceduto il passo a interessi estranei, di natura economica, finanziaria o industriale. Prova ne sia l’infausta maxi-fusione denominata “Stampubblica” che provoca ora l’avvicendamento al vertice editoriale tra Monica Mondardini e Laura Cioli, sancendo definitivamente il passaggio dell’ex Gruppo L’Espresso sotto l’egida della Fiat.

Ma la situazione precaria della libertà di stampa in Italia è anche colpa dei CinqueStelle, come sostiene il Rapporto 2018 di Repoters sans frontieres? Vale a dire delle incognite e delle preoccupazioni suscitate dal loro atteggiamento, spesso pregiudiziale, discriminatorio e intollerante, nei confronti dei giornalisti? O meglio, del reiterato tentativo di delegittimare un’intera categoria (o quasi) agli occhi dell’opinione pubblica?

Chi ricorda quando, ancora fino a poco tempo fa, i rappresentanti del Movimento si rifiutavano di andare in televisione o di farsi intervistare; insultavano in blocco i “servi e pennivendoli” o addirittura arringavano le folle contro i giornalisti (Alessandro Di Battista), al limite dell’istigazione a delinquere, sarebbe incline a ritenere che questa campagna denigratoria può aver contribuito in effetti a screditare ulteriormente la professione. La fine della libertà comincia dalla libertà di stampa. E a parte il fronte del conflitto d’interessi su cui militiamo in prima linea da sempre, bisogna riconoscere che le ultime esternazioni del candidato-premier Luigi Di Maio su Mediaset e sulla Rai rischiano di apparire equivoche e intimidatorie.

Chi aiuta i giudici e chi scrive per frenarli

Paolo Mieli è persona colta e stimabile e quando scrive va sempre letto con attenzione. Nel recente “Il processo (infinito) allo Stato” (Corriere della Sera, 25 aprile), afferma che la sentenza sulla trattativa con la mafia ripropone il problema dello “Stato” e di un senso comune ostile. Tema delicato. Spiace non condividere aspetti essenziali del testo. Scrive: da Piazza Fontana “si è creduto di individuare lo zampino dello ‘Stato’ dietro qualche colpa di questo o quel funzionario… Ma nomi riconducibili ai ‘massimi vertici’ non ne sono venuti fuori. Mai”. È l’assunto iniziale, dopo il quale afferma che il direttore del Fatto sbaglia, sulla Trattativa Stato-mafia, perché dai suoi testi si dovrebbe dedurre che la sentenza di Palermo “punta il dito accusatore contro Amato e Ciampi, i quali, ‘si piegarono’” alla Trattativa.

Di più: poiché “i regali a Cosa Nostra” continuarono sotto i governi di centrodestra e centrosinistra – dice – “anche Berlusconi e Prodi sono sistemati”. Tutto si può dire tranne che l’editoriale non sia brillante. Lo stile tuttavia non veicola sempre la verità. Mieli capisce, a un certo punto, che la sua particolare ricostruzione dei fatti – non ci sono prove di responsabilità politiche per Portella della Ginestra (1947), il piano Solo (1964), Piazza Fontana (1969) – cozza contro il celebre testo di Pier Paolo Pasolini (che accusa anche se non ha le prove) e decide di fare i conti, dopo Travaglio, col poeta. Infatti. Dopo il dovuto omaggio, sottolinea gli effetti negativi del suo articolo: “Forse non immaginava, Pasolini, che la magistratura italiana avrebbe annoverato una gran quantità di ‘pasoliniani’ i quali… non avrebbero esitato a puntare l’indice contro ‘alti vertici dello Stato’, senza poi sentirsi in obbligo di circostanziare le accuse”. È così? A noi risulta che in tanti processi le accuse (e le sentenze) siano molto circostanziate. Eccome! In ogni caso, l’editoriale difende un’astratta idea di Stato; e critica duramente quanti – giornalisti, scrittori, magistrati – hanno indicato una realtà meno idilliaca. Mieli compie una grande operazione giustificazionista di tutti i politici, contro chi “parla senza prove”: ecco così bacchettati il direttore del Fatto, Pasolini e (aggiungo) Eugenio Scalfari – denunciò il piano Solo sul quale, ancora una volta, Mieli minimizza. Ora, presentati in chiave negazionista i fatti, cosa resta? Resta l’amaro in bocca di vedere una grande penna del giornalismo italiano ridimensionare decenni di stragi impunite. Neanche il sospetto, il timore, il dubbio – almeno quello – che le stragi siano impunite proprio perché i mandanti erano/sono molto in alto e con troppe coperture; neanche il dubbio che – dopo i pentiti di mafia – manchino i “pentiti di Stato” perché “nessun ministro della Giustizia, dell’Interno e della Difesa ha mai voluto indagare su quel che accadde dietro le quinte delle stragi”; neanche il ragionevole dubbio che per stanare il livello politico – “i mandanti ‘esterni’ alla mafia” – ci sia bisogno del forte sostegno dell’opinione pubblica, dei giornali e non di articoli che, sia pur con stile, invitino a sopire, tacere.

Per cercare la verità persone come Nino Di Matteo rischiano la vita. Ogni giorno. Nel libro Collusi (Rizzoli), il magistrato ricorda l’incontro col collaboratore di giustizia Cancemi: “Dottore, lo sa cosa mi ripeteva Riina? ‘Senza i rapporti con il potere, Cosa Nostra sarebbe solo una banda di sciacalli’. Se non lo capite, non potrete mai contrastarla” (p. 20). Ho scoperto in quella occasione – dice Di Matteo – “il vero volto della mafia”: la sua potenza sta nel legame con la politica. Ecco. Il legame con la politica: con la sentenza di Palermo comincia a emergere qualcosa, bisogna aiutare i magistrati ad andare avanti, non scrivere per frenarli. Noi preferiamo chi denuncia – e i poeti che “vedono” e anticipano i tempi – ai giornalisti che, anche dopo una sentenza, rifiutano di guardare la realtà.

La scuola non rende uguali poveri e ricchi

L’Amaca del 20 aprile di Michele Serra ha suscitato un dibattito, purtroppo un po’ confuso, che vorrei semplificare. Lo spunto era un episodio di umiliazione verbale e ostentata a fini spettacolari (video in Internet) di adolescenti verso un professore, in una scuola tecnica. Secondo Serra, tali episodi hanno più probabilità di avvenire nelle scuole frequentate da ceti meno abbienti per reddito, cultura ed educazione. I loro studenti non sono “più cattivi” di per sé, ma vittime delle condizioni socio-economiche che li sfavoriscono nell’acquisizione di cultura e educazione.

Non trovo statistiche per suffragare questa osservazione di Serra. Forse ci sono, ma purtroppo è raro che includano dati sul reddito delle famiglie e sul livello di istruzione dei genitori (spesso un tabù, in Italia). Nella bella inchiesta “Comportamenti violenti nelle scuole” della Onlus Cittadinanza attiva, scolari e professori vedono nel “carattere” la causa principale delle violenze. “Condizioni sociali”, invece, è una delle altre otto cause nominate, ma senza percentuali.

Purtroppo molti commenti sono stati non sulle discriminazioni sociali e sulle loro conseguenze sulla violenza nelle scuole, ma su Serra, o sulla “sinistra” tout court. Processare il messaggero invece che argomentare sul messaggio ha così offuscato quest’ultimo. Il risultato è stato addensare il fumo ideologico che da un ventennio impedisce alla società di riconoscere le differenze di classe sociale e le loro conseguenze sui comportamenti. La “scuola di classe”, è quella che negli anni Sessanta Don Milani e i suoi scolari della scuola di Barbiana denunciavano nella Lettera a una professoressa. Ma parlare di scuola di classe ora è una tabù.

Per aiutare a capire il messaggio di Serra consideriamo uno strumento ideologicamente neutro, una bilancia pesa persone, invece che una (inesistente) bilancia pesa-bullismo. Studi rigorosi rilevano in sempre più Paesi che il peso medio pro capite dei poveri è superiore a quello dei ricchi: l’obesità ai poveri, la fitness ai ricchi. Il cibo-spazzatura (a buon mercato e ipercalorico) prodotto dalle fabbriche dei ricchi deve pur essere smaltito da qualcuno. Per esempio dai poveri. Altrimenti i ricchi non potrebbero esserlo e pagarsi sport e diete per pesare meno e vivere più a lungo dei poveri. C’è una forte correlazione tra povertà, obesità, le relative malattie, e la minor longevità, come indicano gli studi Obesity and poverty paradox in developed countries e Poverty and Obesity in the US .

L’obesità non è trasversale alle classi. E credo che le “obesità mentali” siano altrettanto poco trasversali. Per esempio le “obesità mentali” indotte dal diverso uso dei media: durata, qualità, nocività, potenziale di intossicazione dell’uso di Internet. Di conseguenza, ritengo che non lo sia nemmeno l’influenza di questi sull’educazione e il comportamento delle persone.

Secondo uno studio in Corea, la performance scolastica è associata positivamente a un maggiore uso di Internet per fini scolastici, ma negativamente al suo uso per fini non scolastici. Un altro studio ha un titolo eloquente: The Rich See a Different Internet Than the Poor (I poveri vedono un’Internet diversa da quella dei ricchi).

Se ci fossero misurazioni della durata e della qualità degli accessi a Internet dei figli dei ricchi e dei poveri (di soldi e di cultura) presumo che il numero di ore quotidiane e la buona o cattiva qualità degli accessi on-line e del “gaming” non risulterebbero distribuiti ugualmente tra le classi sociali. Niente di nuovo: da studi passati è nota la correlazione tra la durata della esposizione dei bambini alla Tv e la povertà delle famiglie.

Se è vero che tutti mangiamo e tutti (o molti) accediamo a Internet, non lo facciamo tutti nello stesso modo, nella stessa quantità, con la stessa capacità critica. E queste differenze non sono casuali tra individui, ma riflettono in buona parte (nella media) le differenze di ricchezza materiale e culturale.

Anche per l’Internet-spazzatura” e il “gaming” la fitness culturale è dei ricchi, l’obesità culturale dei poveri. Se ci fosse un censimento degli adolescenti patologicamente obesi e patologicamente Internet-dipendenti, vi aspettereste la stessa percentuale tra i ricchi e tra i poveri?

Questa distribuzione iniqua è solo una delle distribuzioni inique di quasi tutti i beni e i mali in una società di classi capitalista. Per ridurle, ci sono due modi. Primo, parlarne senza tabù. Secondo, rimboccarsi le maniche perché lo Stato crei forti correttivi sociali ed ecologici (all’estero la chiamano “economia eco-sociale di mercato”). Lo mettiamo nel programma del prossimo “contratto di governo”?

 

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Fa troppo caldo in primavera e la colpa è anche di tutti noi

Molti si rallegrano per queste giornate, ottime per “ponti” e gite e si continua a parlare di “bel tempo”. La verità è che in alcune zone del centro-sud il livello di precipitazioni primaverili è stato scarsissimo. Le piogge di aprile sono state prossime allo zero. Anche in alcune aree del Nord Europa (Germania, Polonia) si parla già di “ondate di calore”. Sarebbe meglio parlare di caldo “indotto”, che noi stessi abbiamo provocato e continuiamo ad alimentare con le nostre scelte, in nome del profitto. Gli esperti dicono che sarebbe inarrestabile anche se smettessimo di pompare gas serra in atmosfera, non bruciando più combustibili fossili ed eliminando gli allevamenti intensivi. Ma anche se cresce l’allarme, non succederà nulla di tutto questo. Anzi, si continuerà a usare carbone e petrolio e si cercheranno altri giacimenti con tecniche invasive come il “fracking”.

Viene la pelle d’oca a pensare a cosa potrà accadere nei prossimi mesi estivi. Con queste premesse c’è da temere che assisteremo attoniti al ritorno della siccità africana e degli incendi e si parlerà di piromani. Eppure è evidente che, se anche qualche folle o criminale scoccherà la scintilla, i veri piromani siamo noi tutti con i nostri comportamenti e il consumismo che ci è “imposto”.

Mario Frattarelli

 

I prof sono in ginocchio ma non per gli studenti

“Professore, in ginocchio! Non hai capito chi comanda qui?”. Giusto, professore, dare la punizione più alta agli studenti che ti hanno umiliato rivolgendoti queste frasi. Ma tu sai che quei ragazzi bulli hanno sollevato il velo e che tutto nasce da più lontano. Professore, in ginocchio! E lo sei, in ginocchio: davanti a chi ti costringe, a 64 anni, ancora a lavorare con degli adolescenti, a chi, ogni paio d’anni, confeziona dall’alto improbabili riforme della scuola la cui unica costante è l’aumento delle incombenze burocratiche, a chi ti dà, dopo dieci anni, un aumento di 40/50 euro netti e devi pure dirgli grazie. Non ha capito chi comanda qui? Comanda il cliente della scuola-azienda, l’esperto che ti viene a dire come migliorare non la relazione didattica, ma i risultati delle prove Invalsi, il dirigente scuola-buonista con le sue assunzioni dirette (bypassando le graduatorie pubbliche) e il suo bonus premiale discrezionale (bypassando ogni trasparenza). È il nuovo che avanza, professore, e tu non puoi farci niente. Puoi solo cercare conforto nel pensiero che ancora esistono paesi civili dove si comprende la difficoltà, la fatica, l’impegno continuo che il tuo lavoro richiede, dove nessuno chiamerebbe te e i tuoi colleghi fannulloni e nullafacenti.

prof. Paolo Petrocelli

 

DIRITTO DI REPLICA

Egregio direttore,

Le scriviamo in qualità di difensori di fiducia di Massimo Ciancimino. Con estrema sorpresa, conoscendo la sua grande preparazione e conoscenza dei fatti oggetto del processo “Trattativa Stato-mafia”, abbiamo letto una grave inesattezza nel suo editoriale del 25.04.2018 dal titolo “Smacchiare il Gattopardo”.

Infatti, nell’articolo Lei scrive relativamente al nostro assistito “Se i pm di Palermo sono riusciti a ricostruire un pezzettino di verità giudiziaria sui retroscena delle stragi del 1992-’94 è innanzitutto grazie alla collaborazione degli uomini di mafia – da Brusca a Spatuzza a Ciancimino jr. – pentiti per convenienza o rimorso (…)”. Ebbene, accomunare Massimo Ciancimino agli uomini di mafia è errato, specie dopo la sentenza della Corte di Assise che ha assolto il Ciancimino dall’accusa di concorso esterno con la più ampia formula liberatoria, ovverosia perché il fatto non sussiste. Mentre ovviamente essere figlio di un politico mafioso non è una colpa né autorizza a chiamare qualcuno “uomo di mafia” e ad associarlo a Cosa Nostra. Allo stesso modo Massimo Ciancimino non è un pentito, non è mai stato un collaboratore di giustizia, né aveva qualcosa di cui pentirsi o tantomeno una convenienza a parlare. D’altronde è un fatto che Massimo Ciancimino oggi si ritrovi in carcere perché ha reso dichiarazioni non solo in chiave eteroaccusatoria ma anche autoaccusatoria proprio nell’ambito di questo processo per il quale ha pagato e sta pagando un prezzo altissimo.

Quindi, se proprio non gli si vuole riconoscere il suo apporto fondamentale per la ricostruzione di questo pezzetto di verità giudiziaria, per aver permesso di portare per la prima volta sul banco degli imputati uomini delle istituzioni insieme a boss mafiosi e per le condanne degli imputati di violenza o minaccia a corpo politico dello Stato, è almeno doveroso riportare i fatti correttamente, specie dopo una sentenza che come detto lo assolve dal concorso esterno e contemporaneamente ne stabilisce la credibilità in merito alle dichiarazioni da lui rese sulla trattativa.

Avv. Roberto D’Agostino, Avv. Claudia La Barbera

 

Gentili avvocati, ho scritto che quel “pezzettino di verità giudiziaria sui retroscena delle stragi del 1992-‘94” è anche merito di Massimo Ciancimino, e voi mi accusate di “non riconoscere il suo apporto per la ricostruzione di questo pezzetto di verità giudiziaria”? Massimo Ciancimino è “uomo di mafia” per motivi familiari e per quei motivi ha potuto raccontare tante cose. Poi per mafia è stato assolto (non invece per calunnia contro Gianni De Gennaro) e gliene abbiamo dato atto.

M.Trav.

Calcio violento. Cani sciolti e società spesso complici. E le cose non cambiano

È quasi una costante. Intorno a una grande partita di calcio, qualche tifoso (mi correggo: qualche imbecille) rovina la festa. E di brutto. Dopo le urla di dolore, i proclami di pace, le forti sanzioni stabilite dagli organi competenti, la volta successiva, o quella subito dopo, siamo di nuovo punto e a capo. Eppure ogni società e ogni tifoseria dovrebbero avere la carta d’identità dei facinorosi, coloro che inneggiano alla violenza con scritte, cori e spranghe.

Ma vige da nord a sud la famigerata omertà. Il problema non è solo di casa nostra, ma questa non può essere una giustificazione per sminuire i fattacci che si registrano sui campi di calcio o nelle immediate vicinanze. Tutti i provvedimenti finora adottati hanno sortito lo stesso beneficio dell’acqua tiepida contro la febbre da cavallo.

Fabio Sìcari

 

Gentile Fabio, la sua analisi è più che corretta. Mi permetto solo di contestare l’incipit: “Quasi una costante”. Non è vero, per fortuna. Ciò che è accaduto a Liverpool, ovviamente, è un fatto criminale di una gravità estrema, ma trenta/quaranta anni fa, mi creda, all’esterno – ma soprattutto all’interno – di uno stadio, la probabilità di trovarsi coinvolti in episodi di violenza era tendenzialmente più elevata. Questo per dire che il problema della violenza nel calcio è antico. Lei scrive giustamente che “ogni società e ogni tifoseria dovrebbero avere la carta d’identità dei facinorosi, coloro che inneggiano alla violenza con scritte, cori e spranghe”. La questione è che spesso i club le hanno ma preferiscono – come dimostrano le indagini della Procura di Torino sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nella curva della Juventus – evitare grane in nome del quieto vivere.

Anche il movimento ultras, che – indipendentemente da come lo si giudichi – ha avuto un ruolo nella storia italiana (e non solo) degli ultimi cinquant’anni, è in netto declino. Quelle che un tempo erano tribù urbane che sceglievano lo stadio come luogo di espressione e campo di battaglia, hanno lasciato spazio a bande (quasi sempre) di estrema destra che alla fede calcistica hanno affiancato interessi criminali e commerciali. Questo non significa che si stesse meglio quando si stava peggio, ma almeno c’erano più coordinate.

Detto questo, è ovvio che il problema è culturale. Altrimenti la sola risposta non potrà che essere la repressione (cioè “l’acqua tiepida contro la febbre da cavallo”) che purtroppo viene sempre un attimo dopo la prevenzione.

Stefano Caselli