Concessioni allungate per le autostrade: via libera di Bruxelles

È arrivato il via libera all’accordo tra Italia e Ue dello scorso luglio che proroga le concessioni autostradali a Sias e Aspi, sbloccando 8,5 miliardi di investimenti in particolare per la Asti-Cuneo e la Gronda di Genova. Contestualmente, l’Italia si impegna ad aprire bandi di gara già entro il 2019 su altre tratte gestite da Sias (la A21 Torino-Piacenza-Brescia e la Torino-Ivrea-Val d’Aosta) e poi entro il 2030 per la Torino-Milano e la stessa Asti-Cuneo. “Abbiamo trovato una soluzione che permetterà di fare investimenti nelle autostrade, limitando l’impatto sugli utilizzatori ed evitando una sovracompensazione delle imprese che gestiscono le autostrade”, ha detto la commissaria Ue alla Concorrenza Margrethe Vestager. L’intesa è stata raggiunta il 5 luglio dello scorso anno, dopo circa 15 mesi di trattative, tanto che il ministro Delrio lo ha definito “accordo storico”: prevede una proroga quadriennale della concessione per Aspi e Sias fino rispettivamente al 2042 e al 2030, nonché un tetto massimo agli aumenti dei pedaggi che non potranno superare l’inflazione maggiorata dello 0,5%. L’Italia ha rinunciato alle proroghe per altre tratte gestite da Sias, come la A15 Parma-La Spezia.

Profumo a giudizio per i derivati di Mussari

Sono sorpreso”, ha detto l’amministratore delegato di Leonardo Finmeccanica Alessandro Profumo, prima di confermare la rituale fiducia nella magistratura. Come ex presidente del Monte dei Paschi di Siena è stato rinviato a giudizio dal giudice per l’udienza prelinare di Milano Alessandra Del Corvo, per aggiotaggio e falso in bilancio, insieme all’ex amministratore delegato Fabrizio Viola. A processo anche (ma non per l’aggiotaggio) l’ex presidente del collegio sindacale di Mps Paolo Salvadori e la stessa banca Mps per le responsabilità amministrative della legge 231.

La sorpresa di Profumo è comprensibile. Già un anno e mezzo fa la procura di Milano aveva chiesto l’archiviazione delle accuse sostenute principalmente dal finanziere e piccolo azionista di Mps Giuseppe Bivona, secondo cui nei bilanci 2012, 2013 e 2014 Profumo e Viola avrebbero esposto i famosi derivati Santorini e Alexandria “a saldi aperti” (cioè come operazioni di trading su di titoli di Stato), anziché “a saldi chiusi”, cioè come derivati sintetici. Si tratta dei derivati fatti dalla gestione di Giuseppe Mussari per coprire i buchi fatti nei bilanci con l’acquisto della banca Antonveneta. La questione è tecnicamente complessa e la linea della procura di Milano è stata sempre quella di escludere il dolo, e quindi il reato.

Ma un intervento del procuratore generale di Milano Felice Isnardi ha riaperto la partita e un anno fa il gup Livio Cristofano ha chiesto ai pm l’imputazione coatta. I pm Mauro Clerici, Stefano Civardi e Giordano Baggio hanno nuovamente chiesto il non luogo a procedere. Lo scorso 6 aprile Civardi ha argomentato per due ore la richiesta assolutoria. Ieri è arrivata la decisione che dispone il giudizio per il 17 luglio: difficile non leggerla anche nel quadro delle ormai antiche frizioni all’interno della magistratura milanese.

Si prospetta anche una situazione processuale singolare. Saranno gli stessi pm a dover sostenere in giudizio la colpevolezza di imputati dei quali difendono da un paio d’anni l’innocenza. Di fatto il processo vedrà l’accusa e gli avvocati difensori insieme contro le numerose parti civili, in particolare Bivona. Ieri ha rivendicato il successo ottenuto in sede di udienza preliminare, giudicando il rinvio a giudizio di Profumo e Viola “un punto a favore per tutti gli ex soci che hanno già intentato cause risacitorie contro la Banca per i bilanci e prospetti falsi dal 2012 al 2015”, il cui petitum si aggira attorno ai 2 miliardi di euro. Un rischio teoricamente grave per il futuro della banca, anche se la Borsa ha accolto freddamente la novità, infliggendo ai titoli di Rocca Salimbeni una perdita inferiore all’1 per cento.

Bivona comunque festeggia: “I pubblici ministeri, la banca Mps, Consob e Banca d’Italia avevano tutti chiesto il non luogo a procedere ed invece il giudice ha accolto la richiesta della parte civile Bluebell Partners”, dice, “e il dibattimento permetterà di accertare anche le responsabilità della Consob e della Banca d’Italia”.

Profumo e Viola in effetti si sono sempre difesi con un fatto noto, cioè che i bilanci incriminati furono formulati su indicazioni di Bankitalia e Consob, rese pubbliche e allegate ai bilanci stessi insieme ai cosiddetti “pro forma”, cioè il bilancio come sarebbe stato con Santorini e Alexandria “a saldi chiusi”. Tutto questo dopo una consultazione assai complessa proprio sulla natura delle operazioni segrete di Mussari.

 

Ubi, a processo i vertici della terza banca italiana

Andranno a processo, i vertici di Ubi Banca e il presidente emerito di Banca Intesa Giovanni Bazoli. Lo ha deciso il giudice dell’udienza preliminare di Bergamo Ilaria Senesi, che ha disposto il rinvio a giudizio per 30 imputati, tra cui l’amministratore delegato di Ubi Victor Massiah, il presidente Andrea Moltrasio, i vicepresidenti Mario Cera, Flavio Pizzini e Armando Santus, oltre alla consigliera Francesca Bazoli e alla banca come persona giuridica.

La gup ha pienamente accolto le richieste del pubblico ministero di Bergamo Fabio Pelosi, che al termine di una lunga inchiesta condotta con il Nucleo valutario della Guardia di finanza aveva chiesto il processo per ostacolo agli organismi di vigilanza e per indebite influenze sulla formazione dell’assemblea. Sarà un processo alla finanza di relazione italiana, con alla sbarra, questa volta, non ex banchieri ormai caduti in disgrazia, ma l’intero gruppo dirigente in carica della terza banca italiana, insieme all’esponente più noto della cosiddetta finanza cattolica. Secondo l’accusa, i vertici di Ubi hanno tenuto nascosto a Banca d’Italia e Consob il patto occulto che ha garantito ai due gruppi di potere che lo avevano fatto nascere il dominio sull’istituto di credito, in spregio ai diritti degli azionisti di minoranza. Ubi è nata nel 2007 dal matrimonio tra la bresciana Banca Lombarda, presidiata da Bazoli, e la bergamasca Bpu (Banche Popolari Unite). I due sposi stilano subito un patto raffinatissimo che permette ai due gruppi fondatori di decidere tutte le cariche sociali e di spartirsele, alternandosi al comando e tenendo fuori gli altri azionisti. A decidere i vertici, secondo l’accusa, non erano gli organi sociali dell’istituto e il comitato nomine, ma le due associazioni di azionisti che riunivano i soci fondatori: i bergamaschi “Amici di Ubi” guidati da Emilio Zanetti; e i bresciani dell’“Associazione Banca lombarda e piemontese” presieduta da Bazoli, assistito dalla figlia Francesca.

Gli accordi tra le due “famiglie” hanno funzionato senza intoppi fino al 2013, quando all’assemblea dei soci si presentano due liste alternative, “Ubi banca popolare!” di Andrea Resti e “Ubi banca ci siamo” di Giorgio Jannone, ex parlamentare di Forza Italia. Di fronte al pericolo che arrivino gli “invasori”, il patto stretto da Bazoli e Zanetti mette il turbo e fa scattare un piano d’emergenza per vincere a tutti i costi l’assemblea, con presentazione di firme false, deleghe in bianco, voti raccolti impiegando militarmente i dipendenti e le agenzie, oltre alla Compagnia delle Opere di Bergamo e all’associazione artigiani Confiab. Risultato: la “Lista 1” delle due associazioni vince con 7.340 voti, ma quasi 5 mila provengono da deleghe rilasciate da assenti.

Scattano allora le proteste e le denunce. Dei risparmiatori dell’Adusbef allora presieduto da Elio Lannutti; dell’azionista di minoranza Giorgio Jannone; e dell’economista Andrea Resti, per conto dei cinque consiglieri di minoranza. E parte l’indagine della Procura di Bergamo che si chiude nel novembre 2016. Poi inizia una lunghissima udienza preliminare che è stata già quasi un processo, con le difese impegnate a cercare di smontare le accuse (e con la Banca d’Italia, uno degli organismi di vigilanza parti offese, che non si è neppure costituita parte civile). Bazoli, già presidente di Intesa, era restato nel board di Ubi fino al 2012, quando il governo Monti aveva fatto scattare il decreto sull’interlocking che vieta i doppi incarichi in banche concorrenti. Era però restato presidente dell’associazione bresciana che riunisce i soci storici dell’ex Banca Lombarda e da quel posto non istituzionale aveva continuato, insieme a Zanetti, a decidere i destini dell’istituto.

“Ha sempre agito per il bene della banca”, hanno sostenuto i suoi difensori nell’udienza preliminare. Dopo aver appreso del suo rinvio a giudizio, Bazoli ha dichiarato: “Prendo atto della decisione, che era prevedibile in considerazione dei limiti propri dell’udienza preliminare. Il dibattimento sarà certamente la sede più adeguata per accertare che l’intero impegno da me dedicato alla nascita e all’avvio di Ubi è stato improntato alla massima correttezza e trasparenza”.

Efdd e M5s: “Facebook aggira le norme Ue? Si faccia chiarezza”

“Chi navigasul web deve avere la certezza che i propri dati siano al sicuro. Questa fiducia non va tradita. Mark Zuckerberg pubblicamente dichiara di voler garantire la massima protezione dei dati degli utenti e di voler applicare le nuove regole europee sulla protezione dei dati personali (GDPR) a tutti gli utenti mondiali, ma in realtà intende cambiare i termini di servizio del social network per sottrarre 1,5 miliardi di utenti a regole più eque e stringenti di quelle americane o asiatiche”: la dichiarazione viene dall’europarlamentare del Movimento 5 Stelle Marco Zullo, in riferimento ad alcune notizie pubblicate nei giorni scorsi dall’Irish Times sullo spostamento di milioni di utenti fuori dall’ambito di applicazione del nuovo regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali. “La numero 2 di Facebook, Sheryl Sanderberg, avanza l’ipotesi che per non minare il modello di business della piattaforma social, gli utenti che non vorranno cedere i propri dati a terzi, in futuro, potrebbero essere costretti a pagare. Non siamo qui per farci raggirare. Vogliamo norme che siano flessibili per lo sviluppo delle imprese, certo, ma che mettano al centro il cittadino e la protezione dei suoi dei dati”, aggiunge Zullo.

Sit-in e sciopero della fame: maestri in rivolta

Sciopero della fame e presidio nella sede del ministero dell’Istruzione: è l’ultima carta che proveranno a giocare oggi migliaia di docenti che rischiano di perdere cattedra e posizione nelle graduatorie a esaurimento. Una situazione caotica che i sindacati e da qualche giorno anche il ministero stesso, sperano si possa risolvere con una soluzione legislativa per i 7.479 maestri di scuole elementare e materna assunti in ruolo e circa 22 mila supplenti, tra liste provinciali e graduatorie d’istituto. Quasi tutti con cautelare.

Il problema nasce il 20 dicembre 2017, quando viene depositata una sentenza del Consiglio di Stato che prova a chiudere una questione giudiziaria iniziata nel 2014, respingendo l’inserimento degli insegnanti che hanno solo il diploma magistrale nelle Graduatorie a esaurimento, le cosiddette Gae che – di fatto – danno la precedenza nella conquista di una cattedra a tempo indeterminato e che sono state appunto chiuse. I diplomati magistrali iscritti nelle Gae dopo i contenziosi erano 43 mila, più di 7 mila quelli assunti in ruolo, pur se con riserva non essendo destinatari di sentenze passate in giudicato. Il Consiglio di Stato ha stabilito che “il possesso del solo diploma magistrale, sebbene conseguito entro l’anno scolastico 2001-2002, non costituisce titolo sufficiente per l’inserimento nelle graduatorie a esaurimento” e ha ordinato che la sentenza sia eseguita dal ministero dell’Istruzione (Miur). Dal 2001-2002, infatti, per insegnare nelle scuole dell’infanzia e della primaria è necessario una laurea in scienze della formazione primaria. Nella maggior parte dei casi i ricorsi sono arrivati fuori tempo massimo, più di 12 anni dopo, stimolati dall’ultima stagione di assunzioni. La sentenza è stata poi confermata dal parere dell’avvocatura di Stato che, la settimana scorsa, ha rimandato la risoluzione alle singole sentenze. I sindacati vogliono ricercare una soluzione politica e il 3 maggio si riuniranno al Miur per discuterne.

L’idea è istituire concorsi riservati per questi docenti e stabilire graduatorie regionali (anche perché la maggior parte delle Gae al nord si sono già esaurite). Concorso che potrebbe anche così stabilire un po’ di giustizia rispetto a chi, già vincitore di un concorso, si vedrebbe scavalcato o dovrebbe competere con un aspirante docente munito di diploma magistrale. Difficile però trovare una soluzione legislativa ora che il ministro è dimissionario e deve solo portare a termine le questioni correnti. “Per questo – spiega Pino Turi della Uil – si potrebbe rivolgersi alle commissioni speciali di Camera e Senato che hanno funzione piena. L’appello alle forze politiche ora è questo: dimostrino che i governi servono per risolvere i problemi”. Mentre l’altro sindacato, l’Anief, chiede la riapertura delle Gae e ha indetto lo sciopero della fame. Intanto, le prospettive non sono delle migliori: chi ha firmato un’assunzione rischia di vedersi tolto il posto, chi non è entrato nelle Gae non ci entrerà più, chi è già dentro tornerà nelle graduatorie di istituto.

Una gru sui binari, il treno deraglia: dieci feriti non gravi

Dieci feriti, tutti lievi, per un incidente che poteva essere una catastrofe. Tragedia sfiorata sui binari della Torino-Savona, dove un treno regionale è deragliato per la presenza sui binari, nei pressi della stazione di Trinità, di una gru della Edilgiara, ditta edile che ha sede proprio accanto alla ferrovia. La procura di Cuneo ha aperto un’inchiesta, per stabilire le eventuali responsabilità, mentre i tecnici di Rfi sono al lavoro per ripristinare la circolazione ferroviaria, interrotta dall’ora di pranzo tra Fossano e Mondovì. “Abbiamo visto la morte in faccia”, dicono i passeggeri del regionale veloce 10130. Partito da Savona alle 11.30, il convoglio, diretto a Torino Porta Nuova, è di quelli che fanno tutte le fermate e, per questo, è molto utilizzato. Centinaia le persone a bordo quando, poco prima delle 13, il treno – secondo i primi accertamenti – non è riuscito a frenare in tempo, nonostante abbia azionato la rapida, per evitare l’impatto con la gru che stava spostando un blocco di cemento. L’urto ha provocato l’uscita dai binari, lo svio in termine tecnico, di due carrozze e del locomotore, sul quale il conducente ha riportato le ferite più gravi.

Parata con le divise SS e senza l’Anpi nell’ex roccaforte rossa “leghizzata”

Una decina di uomini della Wehrmacht, l’esercito regolare nazista, con tanto di elmetti, divise e mitragliatrici da guerra proprio nel corso intitolato a Giacomo Matteotti, assassinato dai fascisti nel 1924, e a soli due giorni dalle celebrazioni del 25 aprile. Sembra uno scherzo di cattivo gusto ma non lo è: tutto questo è accaduto ieri a Cascina (piccolo Comune in provincia di Pisa) dove la sindaca della Lega Susanna Ceccardi ha deciso di allestire insieme all’organizzazione di rievocazione storica “Ultimo Fronte 1945” un vero e proprio set con dei figuranti nazisti. E così, due giorni dopo le celebrazioni del 25 aprile, sono esplose le polemiche che hanno visto contrapporsi da una parte l’Anpi e il centrosinistra e dall’altra la sindaca che nel 2016 vinse in una delle roccaforti più rosse d’Italia.

Ieri nelle vie del centro sono sfilati 150 veicoli d’epoca appartenenti agli alleati statunitensi, britannici e francesi partiti dalla vicina San Miniato e diretti verso La Spezia, passando per Pontedera, Pisa e Viareggio. Ma solo a Cascina la sindaca della Lega ha deciso di coinvolgere anche figuranti con le divise della Panzer Division, che durante la seconda guerra mondiale avevano occupato la città, ma non i partigiani che anche qui contribuirono alla guerra di liberazione. “Non siamo stati invitati – spiega al Fatto Quotidiano il Presidente di Anpi Cascina, Franco Tagliaboschi – e comunque non avremmo partecipato: la presenza di militari nazisti in un territorio che ha dato un grande contributo alla lotta per la liberazione è inopportuno e fuori luogo. Cosa dovevano rappresentare i soldati della Wehrmacht? Dovevano forse ricordare ai familiari delle vittime del 1944 come erano vestiti i carnefici dei loro cari?”. Nella giornata di ieri, inoltre, è apparsa anche una scritta sul muro del Comune: “Rispetto per i partigiani”.

“Quello che abbiamo fatto è ricostruzione storica – si difende la sindaca Ceccardi – e la storia ha dei vinti e dei vincitori. Io comunque sono antifascista quanto anticomunista ma ormai queste sono ideologie sepolte dalla storia”. Oltre all’Anpi, l’iniziativa della sindaca del Carroccio ha provocato molte proteste nel centrosinistra: il deputato di LeU, Nicola Fratoianni, ha annunciato che presenterà un’interrogazione parlamentare mentre il deputato del Pd Stefano Ceccanti ha chiesto a tutte le forze politiche di “dissociarsi” da questa “evidente operazione nostalgica”.

Gang dei clandestini, undici ore di follia: rapine e un omicidio

E alla fine eccoli lì, seduti ai tavolini esterni del McDonald’s. Gli occhi stravolti, davanti a un caffè. Attorno, la frenesia della Stazione centrale di Milano. I loro volti si confondono tra i tanti degli stranieri senza fissa dimora che affollano il piazzale. Sono passate da poco le 10 di mattina. La caccia finisce ora. I carabinieri hanno messo in fila dati e testimonianze, hanno visionato filmati, indagato le celle telefoniche. Hanno pochi dubbi. Sono loro i due marocchini che nella notte tra giovedì e ieri, spostandosi con i mezzi pubblici, hanno messo in fila aggressioni violente, rapine e un omicidio. Vengono colpiti un peruviano e un italiano, ma anche una studentessa inglese di 21 anni che frequenta l’Università Cattolica e infine Samsul Haque, 22enne bengalese regolare e con un lavoro fisso, ucciso con un solo colpo al cuore.

Quattro episodi in poche ore con la città che davanti ai notiziari del mattino si sveglia attonita, sotto assedio. L’ultimo tassello i carabinieri del Nucleo investigativo comandato dal colonnello Michele Miulli, lo mettono in fila quando alle 7 di ieri il telefono di Samsul Haque aggancia proprio la zona della Stazione centrale. Tra i tavolini del McDonald’s scatta il fermo. I due non reagiscono e nemmeno parlano. Portano jeans, giubbotto e sneakers. Addosso hanno la refurtiva della notte, ma non l’arma delle violenze. Hanno 27 e 30 anni. Entrambi irregolari e arrivati in Italia nel 2017. I primi segni della loro presenza nel nostro Paese sono di quella primavera. Fotosegnalati uno all’hotspot di Augusta, l’altro a quello di Reggio Calabria. In Lombardia e a Milano ci arrivano però solo pochi mesi fa. Uno, quello di 27 anni, colleziona un arresto per tentato furto il 21 aprile scorso. Ai terminali, le loro biografie criminali risultano davvero molto scarne. Anche perché, durante i vari controlli e non solo in Lombardia, hanno utilizzato decine di alias.

La loro notte di follia parte dalla Stazione centrale, dove bazzicano da settimane. Alle 23, però, i due sono sulla linea 729 dell’Atm. L’autobus dal quartiere popolare della Comasina corre verso l’hinterland a nord. I due individuano il bersaglio a bordo del mezzo pubblico. Tanto che l’aggressione avviene pochi metri dopo la fermata di Cinisello Balsamo in via Lincoln. La vittima è un peruviano di 36 anni. I marocchini che, risulterà poi, non erano sotto l’effetto di stupefacenti né ubriachi, utilizzano come arma una bottiglia di plastica tagliata. Viene sferrato il primo colpo, poi la vittima subisce un’aggressione a calci e pugni. Bottino: uno zaino (che sarà poi ritrovato) e un cellulare. La notte di sangue a Milano inizia così. E corre veloce. Pochi minuti dopo a circa 250 metri dal luogo della prima aggressione, finisce nel mirino un 31enne italiano senza fissa dimora perché di recente ha ricevuto lo sfratto. Qui al posto della bottiglia viene utilizzato non un coltello, ma un cacciavite o un punteruolo. Quasi tutte le ferite rilevate sulle vittime fanno pensare a questo tipo di arma. L’uomo viene colpito con estrema ferocia. Tanto da perforargli sia la milza che il fegato. Gli aprono la pancia. Ricoverato d’urgenza all’ospedale Niguarda ancora lotta tra la vita e la morte. Qui nemmeno il cellulare viene portato via. Il film dell’orrore si posta a Milano nella zona della Stazione centrale. I due si muovono sempre con i mezzi pubblici. Poco prima delle 2 sono sulla navetta sostitutiva della linea verde della metro. A bordo ci sono anche due studentesse, una è inglese, l’altra americana. I marocchini tentano un approccio. Fallisce. Alle 2:10 in via Franchino Gaffurio, la 21enne inglese viene aggredita da dietro e pugnalata sul fianco. L’amica vede. Ha in mano il cellulare che consegna agli aggressori.

I due si avviano verso piazzale Caiazzo e via Settembrini. Hanno un obiettivo preciso. Lo vedremo. Intanto le ragazze sono salite in casa. La 21enne non si è accorta di essere ferita. Lo capirà entrata nell’appartamento. I marocchini sono ancora in strada. A lunghe falcate inseguono una persona. Si tratta di Samsul Haque, che quasi certamente ha visto l’aggressione in diretta e si sta allontanando. Inseguito e raggiunto, sarà ucciso con un solo colpo netto al cuore. Dalla ferita non esce sangue, non ne troverà la Scientifica in strada. Il cuore si blocca. A colpire, secondo i carabinieri, sempre la stessa persona. Il bengalese che lavorava come cameriere, muore subito. Da qui inizia l’indagine. Un italiano che vede la scena chiama il 112. Le parole delle ragazze, l’ostinazione dei carabinieri conducono a quel Mc Donald’s e quei volti stanchi. Sono passate undici ore dalla prima aggressione. I fatti sono stati ricostruiti. Non tutti, c’è ancora da capire chi, attorno alle 23:30, in via Padova ha picchiato e ucciso un rumeno di 43 anni. Ma questa è tutta un’altra storia.

Unione europea, vietati i pesticidi dannosi per le api

I Paesi membri dell’Unione Europea hanno approvato la proposta della Commissione europea che introduce il divieto di utilizzo all’aperto di tre pesticidi perché nocivi per le api. L’impiego dei principi attivi (imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam, noti come neonicotinoidi), che è molto diffuso in agricoltura, sarà consentito solo in serra. La decisione segue restrizioni già imposte dall’Ue nel 2013. L’Italia ha votato in favore della proposta di divieto insieme ad altri 15 paesi. Lo stop ai tre pesticidi, che sarà applicabile dalla fine del 2018, arriva dopo due tentativi falliti da parte della Commissione di mettere ai voti la sua proposta e due pareri dell’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, circa i rischi che questi principi attivi comportano per le api. Parla di una “decisione storica” Raffaele Cirone, presidente della Fai-Federazione Apicoltori Italiani. “I neonicotinoidi – aggiunge – hanno falcidiato le popolazioni di api mellifere e gli altri insetti utili”. Invece, secondo la Reuters, la “Bayer ha definito il divieto ‘una giornata triste per gli agricoltori’ (…). Per l’azienda molti agricoltori non hanno altro mezzo per controllare i parassiti e il risultato sarà un ritorno a vecchi prodotti chimici meno efficaci”.

Le storie di chi cambia sesso: la Ferilli vince la sfida

“La verità, quando arriva, non fa sconti. Travolge la vita, la casa, la famiglia. Non è questione di scelta, ma di sopravvivenza”. Daniela ha 62 anni, quasi tutti vissuti come Maurizio: funzionario, padre, marito. All’età in cui molti si accomodano dentro un’incombente senilità, Maurizio ha sentito di non “poter più vivere nella falsità”, e sfidando il “sé” toccatogli per nascita ha iniziato la transizione verso la “donna che mi portavo dentro fin da bambino”. È, la sua, una delle vicende più intense raccontate ieri su Rai3 nella prima delle otto puntate di Storie del genere, una seconda serata condotta da Sabrina Ferilli: share del 3,9% e 562 mila spettatori per la scommessa della Kimera Produzioni di Chiara Salvo e del direttore di rete Stefano Coletta. Un format, questo, che molto somiglia al concetto di servizio pubblico che talvolta Viale Mazzini perde di vista per combattere contro i mostri trash-cafonal.

In Storie del genere la battaglia di uomini e donne coraggiosi per la piena identità psichica e fisica è proposto lontano dalla faciloneria con cui viene spesso trattato il transessualismo. Persone ingabbiate in vite estranee, fino alla ribellione pagata a caro prezzo, ma nel segno della libertà. La Ferilli conduce empaticamente: “Quando la mente non è allineata con il corpo prima o poi deraglia e bisogna scendere all’inferno fino a risalire”, dice Sabrina. E la sua non è una commozione da attrice.