Fuoriuscita di greggio: allarme benzene. Falconara, 1.000 denunce ai pm e corteo

inviata a Falconara (Ancona)

Scomodando Abraham Lincoln potremmo usare la sua celebre frase: “Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre” per raccontare la rivolta della popolazione di Falconara, a pochi chilometri da Ancona, contro il Petrolchimico Api. Per la prima volta oltre mille cittadini si sono rivolti ai carabinieri per denunciare i vertici della raffineria e la Procura di Ancona ha aperto un’inchiesta per lesioni colpose e getto pericoloso di cose.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso della sopportazione è stato l’incidente del 12 aprile scorso quando il greggio è trafilato dal tetto della cisterna Tk61 rilasciando nell’aria un’imprecisata quantità di benzene, ritenuta dall’Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) una delle sostanze che espone al rischio di sviluppare linfomi, leucemie e tumori del colon, trachea, polmoni. Molti hanno iniziato ad accusare forte bruciore alla gola, mal di testa, nausea. L’Api si scusa definendolo un “incidente minore risolvibile con un piano emergenza interno”. Ma l’indomani la centralina dell’Arpam registra un picco 102,2 ug/m3 con una media giornaliera che supera di quasi dieci punti il livello minimo di rischio. La misura è colma, e con il trascorrere delle ore oltre mille cittadini si recano dai carabinieri per sporgere denuncia contro il Petrolchimico.

Per anni i comitati locali hanno cercato invano di favorire la riconversione del sito come è accaduto per la Ies di Mantova, riconvertita in polo logistico e per l’Eni di Porto Marghera divenuta una raffineria bio all’avanguardia. Stiamo parlando del Petrolchimico nato nel quartiere Fiumesino, un tempo borgo marinaro, dove a ridosso, negli anni, sono stati costruiti centri abitativi, la scuola è a un chilometro in linea d’aria e l’aria è costantemente maleodorante e i livelli di inquinamento altissimi come testimoniano gli studi prodotti negli anni da Asu, Arpam. Istituto Superiore di Sanità e Istituto Nazionale Tumori di Milano, che certificano un aumento delle malattie legate all’inquinamento superiore alla media, anche se il Registro tumori pur attuato dal 2015 non funziona ancora. “Il fatto incredibile è che il sindaco, dopo il tavolo tecnico con Regione, Arpam, Asur, Protezione civile regionale, per giorni ci ha tenuto nascosta la gravità della situazione, non ha ordinato la chiusura delle scuole e l’evacuazione del quartiere” è la denuncia di Roberto Cenci del Comitato Onda Verde onlus e Comitato Mal’aria che oggi hanno indetto la manifestazione “Sos salute occupazione Sicurezza” che partirà da Piazza Mazzini alle 15. È l’annoso e irricevibile ricatto: lavoro o salute. “Saranno presenti genitori, figli, nonni, commercianti e ci auguriamo medici di base e pediatri, associazioni sportive, culturali, gradiremmo molto anche una rappresentanza dei lavoratori dell’Api, ma purtroppo sembra difficile”, conclude Cenci.

Tap, battaglia per gli ulivi. Sequestrato un cantiere

Ancora un intoppo per il gasdotto che arriverà in Puglia dall’Azerbaijan. Si aggiunge un altro filone di indagine da parte della magistratura leccese. Una modifica del progetto, presentata a marzo dal consorzio Trans Adriatic Pipeline e autorizzata dal ministero dello Sviluppo Economico, è finita sotto inchiesta. Si indaga sul mancato rispetto del vincolo paesaggistico. Il procuratore capo Leonardo Leone De Castris e il pm Valeria Farina Valaori hanno ordinato il sequestro probatorio di uno dei cantieri di Tap, noto come “Le Paesane”, dove nei giorni scorsi sono stati espiantati 448 ulivi.

Nella notte tra giovedì e venerdì i carabinieri del Noe e della Forestale hanno messo i sigilli al cantiere. “Si tratta di un sequestro probatorio non di un sequestro preventivo”, fa sapere il senior media manager di Tap, Luigi Quaranta, esprimendo assoluta fiducia nella magistratura. “Abbiamo tutte le autorizzazioni necessarie”, assicura. Intanto il sindaco di Melendugno (Lecce), Marco Potì, nei giorni scorsi ha diffidato il ministero dell’Ambiente, il ministero dello Sviluppo Economico e Tap richiedendo di non procedere all’espianto degli ulivi. A suo avviso, sarebbe stata violata la prescrizione A29, una delle 66 stabilite in sede di Valutazione di Impatto Ambientale per autorizzare il progetto Tap. A richiedere l’intervento della magistratura sono stati i parlamentari del M5S Diego De Lorenzis, Leonardo Donno e Daniela Donno con un esposto in cui denunciano che l’espianto poteva avvenire solo da dicembre a febbraio e le recinzioni costruite sarebbero abusive. Tap dalla sua ha l’autorizzazione rilasciata dalla dirigente del ministero dello Sviluppo Economico, Liliana Panei. L’area del cantiere, però, risulta soggetta a vincolo paesaggistico, come accertato in una nota dalla Forestale di Lecce durante un sopralluogo prima dei sigilli. Si tratta di una zona soggetta a “un vincolo di notevole interesse pubblico”, scrivono i magistrati. Esisterebbe dunque “un vincolo assoluto di indisponibilità” dell’area e il Comune di Melendugno non ha mai rilasciato il nullaosta paesaggistico.

“Queste criticità sono già emerse durante gli espianti iniziati a marzo 2017 e terminati la notte del 3 luglio, quando 88 persone sono state multate per aver impedito il passaggio degli ulivi”, denuncia Graziano Petrachi, il cittadino di Melendugno che ha vinto il ricorso al Tar ottenendo dal Ministero le carte sul gasdotto e che, ad agosto, ha presentato un esposto. Ora spera che venga vagliato nuovamente dalla magistratura.

Il clima resta teso in Salento. Melendugno è militarizzata da mesi. Solo qualche settimana fa è stato arrestato uno degli attivisti, ripreso dalla Questura con delle pietre nel giubbotto. Si contano feriti tra gli agenti, ma anche tra cittadini incensurati. La protesta comunque non si ferma. Sabato scorso anche da Melendugno sono partiti in tanti per raggiungere Sulmona, in Abruzzo, dove in migliaia hanno ribadito il proprio dissenso contro la realizzazione del gasdotto che dal Salento attraverserà l’Italia per raggiungere l’Europa e consentire a Snam di vendere il gas. Nel frattempo in Salento si attende l’incidente probatorio stabilito in un’altra indagine su Tap, sulla sicurezza dell’impianto che sorgerà a Melendugno (Lecce) a poche centinaia di metri dalle abitazioni. Quell’impianto su cui, circa un anno fa, uno dei maggiori esperti di ingegneria nazionale, Umberto Ghezzi, scrisse denunciando: “Rischi estremamente rilevanti, esplosioni, incendi”. La superperizia chiarirà se sono state aggirate o meno le norme sulla sicurezza, inizialmente obbligatorie. Nel frattempo Tap continua i lavori nell’altro cantiere. Ma i sigilli hanno riacceso la speranza tra i cittadini. “Grande vittoria”, hanno commentato in tanti.

No Tav, scontri 2011. La Cassazione: “Per 26 processo da rifare”

Torna a Torino il maxi-processo ai No Tav per gli scontri dell’estate 2011 in Valle di Susa. La Cassazione ha annullato buona parte della sentenza con cui, a novembre 2016, la Corte d’appello aveva condannato 38 imputati a pene fino a 4 anni e 6 mesi di carcere. In tutto circa 130 anni di reclusione. “In questa sentenza ci sono diverse assoluzioni per capi d’imputazione e risarcimenti non confermati – scrive sui social il movimento No Tav –. È la dimostrazione di quanto i due gradi di giudizio si basassero sulla vendetta politica”. L’appello bis riguarda 27 imputati. Per altri sette attivisti, la Corte ha confermato le responsabilità, eliminando però alcuni capi d’imputazione. Anche per loro c’è il rinvio in appello per il ricalcolo delle condanne, che saranno ridotte. Luca Perottino è l’unico, tra quelli finiti in passato alla sbarra e poi tornati liberi, ad essere stato assolto “per non aver commesso il fatto”. Il maxi processo riguarda due giornate di scontri: quella del 27 giugno 2011, durante lo sgombero del grande presidio No Tav alla Maddalena di Chiomonte, e quella del successivo 3 luglio, quando centinaia di attivisti giunti da tutta Italia lanciarono un assalto alle recinzioni appena installate.

Nell’inchiesta sul giudice c’è anche il nome di Legnini

Estate 2016. L’avvocato dello Stato Cristina Gerardis, che ha seguito il processo di Bussi sulla maxi discarica abruzzese dei tempi della Montedison, viene sentita dal procuratore generale della Cassazione. È in corso il procedimento disciplinare sul giudice Camillo Romandini, dopo le rivelazioni del Fatto sulle pressioni (archiviate sotto il profilo penale) esercitate nei riguardi dei giudici popolari della Corte d’assise di Chieti, alla vigilia della sentenza che mandò assolti per prescrizione i 19 indagati del processo. È lo stesso procedimento disciplinare per il quale è in corso, in seno al Csm, una polemica con il vice presidente Giovanni Legnini, per i rinvii dell’udienza prevista dal calendario.
Il procuratore generale della Cassazione chiede conto a Gerardis di un incontro che si è tenuto il 4 dicembre 2015, a venti giorni dalla sentenza, in uno studio legale, tra i pm che conducevano il processo sulla discarica di Bussi, l’avvocato dello Stato e alcune parti civili. Al Fatto Quotidiano risulta che Gerardis ha ricostruito quei colloqui ribadendo quel che il Fatto aveva rivelato ai suoi lettori: “I pm Giuseppe Bellelli e Annarita Mantini – riassumiano in modo non letterale la risposta di Gerardis – dissero che era tutto inutile e che avremmo perso. Abbiamo chiesto come facessero a saperlo e la dottoressa Mantini ha detto che ne avevano avuto certezza da una persona più importante del ministro di giustizia. Come ho interpretato questa frase: ho ritenuto che si riferissero al vice presidente del Csm Legnini”. Non si tratta di un’accusa al vicepresidente del Csm, come è ovvio, ma la deduzione dell’avvocato dello Stato quando, dinanzi alla Procura generale della Cassazione, le è stato chiesto di interpretare le parole che i pm rivolsero a lei e alle parti civili in quell’incontro.
Le dichiarazioni di Gerardis al procuratore generale della Cassazione gettano un’ombra sull’intera vicenda soprattutto alla luce delle polemiche di questi giorni, all’interno del Csm, sul ritardo nella gestione del fascicolo disciplinare sul concittadino di Legnini, il giudice di Chieti Camillo Romandini.
Il Fatto ha chiesto al vice presidente Legnini di fornire la sua versione sul punto. Fermo restando che non intendiamo mettere in dubbio le sue parole, tuttavia riteniamo che, per non lasciare la minima ombra sul Consiglio superiore della magistratura, gli stessi quesiti – alla luce delle dichiarazioni di Gerardis e di altre fonti che hanno confermato al Fatto l’episodio del 4 dicembre 2015 – meriterebbero di essergli rivolti anche nelle sedi istituzionali.
Abbiamo chiesto a Legnini se abbia mai discusso con i pm Bellelli e Mantini, o con il giudice Romandini del processo Bussi. Se li abbia incontrati quel 4 dicembre. Se fosse a conoscenza di anomalie relative al processo in questione.
“Non ho mai parlato con i magistrati – risponde Legnini – degli esiti del procedimento Bussi”. Il vicepresidente del Csm è categorico: “È certo che non sia io la ‘persona più importante del ministro’ a cui qualcuno ha voluto riferirsi”. Poi aggiunge: “Ho sempre avuto in grande considerazione il lavoro straordinario dei pm e sono sempre stato dalla parte dei cittadini e non degli inquinatori”. Legnini rivendica il suo impegno sul risanamento della discarica di Bussi: “Da parlamentare – puntualizza – riuscii a ottenere importanti risorse sia per disinquinare le sorgenti, lavori poi realizzati in tempi rapidissimi, sia per lo stanziamento di 50 milioni, purtroppo ancora inutilizzato”.
C’è un altro punto che Legnini precisa, in virtù del suo ruolo di presidente della sezione disciplinare: “Quanto al procedimento a carico di Romandini – spiega – ho da subito comunicato al consigliere Antonio Leone di non voler presiedere quel collegio giudicante”. Il motivo? “Proprio perché me ne ero occupato da parlamentare”. E sul fascicolo pendente precisa: “Il dibattimento non è ancora stato aperto e il collegio è quello titolare, al quale era stato assegnato, come era obbligatorio fare”. Nessun ruolo nella vicenda del 4 dicembre 2016 e nelle vicissitudini dell’inchiesta su Bussi: “Mere congetture – conclude – poiché i miei comportamenti sono sempre stati trasparenti e rispettosi dei miei doveri istituzionali”.
Resta il fatto, però, che quel 4 dicembre 2015, stando alla ricostruzione dei presenti, i pm dissero che era ormai tutto inutile, che avrebbero perso, come effettivamente avvenne, e di averlo saputo da qualcuno più importante del ministro di giustizia. Legnini dice di non saperne nulla. A chi si riferivano?

I pm vogliono bloccare la legge sulle intercettazioni

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando non ha alcuna intenzione di rinviare l’entrata in vigore della sua riforma sulle intercettazioni, prevista a luglio. Poco importa se sia riuscito a mettersi contro magistrati e avvocati, per la prima volta uniti.

Certo, se da qui ad allora ci sarà un altro governo, per inquirenti e difensori potrebbe aprirsi un nuovo scenario. Tanto che l’Anm (Associazione Nazionale Magistrati), dice al Fatto il presidente Francesco Minisci, “tra le priorità che sottoporrà” al nuovo (eventuale) Guardasigilli prima di luglio “ci sarà quella di chiedere non solo che la riforma non entri in vigore ma che venga ripensata nel merito”. Per Minisci questa riforma “renderà le intercettazioni una scatola vuota, non migliorerà nulla, anzi peggiorerà le cose”. Il presidente dell’ Anm ritiene che abbia fallito pure l’obiettivo di tutelare la riservatezza: “Si devono fare riforme che devono migliorare il sistema. Con questa, invece, perderemo la maggioranza delle conversazioni che confluiranno in un archivio riservato, perché considerate irrilevanti, senza poter avere un brogliaccio (una sorta di riassunto, ndr) che ne indichi il contenuto. Molte di quelle conversazioni non trascritte potrebbero, però, essere preziose con l’avanzare delle inchieste non solo come elemento di prova importante per l’accusa ma anche come alibi per la difesa. Invece, saranno, di fatto, disperse”. Secondo il ministro Orlando questa riforma non intacca lo strumento investigativo e introduce più garanzie per la privacy. Per Minisci, invece, avrà come risultato quello di “svuotare le intercettazioni. Non saranno più così utili per le indagini di mafia o di corruzione. Come si sa, nessuno denuncia fatti corruttivi, pertanto le intercettazioni sono fondamentali per scoprirli”. E ribadisce: “L’Anm auspica un ripensamento dell’intero assetto della riforma”.

In questi mesi ci sono stati una serie di interventi sulla stessa lunghezza d’onda di pm e procuratori, da Roberto Scarpinato, Pg di Palermo a Giuseppe Creazzo, procuratore di Firenze a Giovanni Melillo, procuratore di Napoli, per citarne alcuni. Ieri, è intervenuto pure il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, con una lettera a Repubblica: “Il legislatore si è mosso in una logica non sistematica, ma dall’esclusivo punto di vista della tutela della riservatezza. Così facendo ha messo a serio rischio il diritto di difesa e, per quanto riguarda l’attività dei magistrati, (…) ha creato una ennesima serie di difficoltà operative e di adempimenti che rallenteranno ancora i tempi dei processi e assorbiranno risorse a danno delle indagini… Non posso fare a meno di chiedermi quanti processi salteranno perché le soluzioni che oggi sembrano logiche o almeno plausibili non saranno ritenute tali nei passaggi successivi. O addirittura giudicate incostituzionali”.

Spot ingannevoli sulla fibra, Antitrust multa Vodafone

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha sanzionato per una pratica commerciale scorretta Vodafone Italia per 4,6 milioni di euro in relazione alle campagne pubblicitarie e all’offerta commerciale sulla fibra ottica. È quanto scrive l’Autorità garante per la concorrenza ed il mercato, dopo le sanzioni fatte già a Tim, Wind e Fastweb, sempre per lo stesso motivo. Per l’Antitrust, nelle campagne pubblicitarie per la fibra ottica (cartellonistica, sito web e spot televisivi), Vodafone ha omesso di informare i consumatori circa le caratteristiche della tecnologia di trasmissione usata e le relative limitazioni, nonché le reali potenzialità del servizio in fibra offerto (inclusi l’effettiva velocità di navigazione, i servizi fruibili e i limiti derivanti dallo sviluppo geografico della rete). Inoltre, scrive l’Antitrust, nelle offerte commerciali della connettività in fibra, “non è stata data adeguata visibilità al fatto che per ottenere la massima velocità pubblicizzata fosse necessario attivare un’opzione aggiuntiva, a pagamento dopo un primo periodo di gratuità”.

D’Alfonso resta governatore e assume ancora

Luciano D’Alfonso resterà seduto su due poltrone, una da senatore della Repubblica, l’altra da presidente della Regione Abruzzo. Lo ha deciso a maggioranza la Giunta per le elezioni della Regione che ha votato per la “non sussistenza dell’incompatibilità” del doppio ruolo.

La politica ha fatto la sua scelta. Alla fine, Dalfy, così lo chiamano, può accomodarsi su entrambe le poltrone. E alle opposizioni non rimane che l’amaro in bocca. “Siamo davanti alla scena più triste nella storia democratica d’Abruzzo”, è il commento di M5s. Di certo sulla decisione avrà avuto il suo peso la lettera di otto pagine che il presidente-senatore ha scritto di suo pugno, e in cui si paragona niente poco di meno che a Garibaldi e a Mazzini. “Semmai ce ne fosse bisogno – scrive – si ritiene di dover fare cenno ad alcuni precedenti casi eclatanti di mancata convalida come quello che ha coinvolto addirittura Garibaldi o quello di Giuseppe Mazzini, la cui elezione a deputato per ben due volte, nel febbraio e nel maggio del 1866, non fu convalidata dalla camera”.

Per il coordinatore regionale di Forza Italia, Nazario Pagano, “questo atteggiamento denota un’arroganza istituzionale alla quale D’Alfonso non è nuovo. Tutti ricordano, quando era sindaco di Pescara, il famoso certificato medico sulla ‘malattia ingravescente’ che gli consentiva di rimanere nominalmente al suo posto (era il 2009 e D’Alfonso reduce dai domiciliari si apprestava a decidere se ritirare o meno le proprie dimissioni da sindaco, ndr). Adesso ha tirato fuori dal cilindro un discorso in puro stile dalfonsese nel quale, con la modestia che gli è propria, affianca se stesso a figure nobili come Mazzini e Garibaldi. Con questo comportamento – conclude Pagano – D’Alfonso sta affondando definitivamente il Pd”.

Ma così stanno le cose. Il governatore continuerà a dividersi tra l’Abruzzo e la Capitale e a perorare le cause che gli stanno più a cuore. Prima tra tutte sembra esserci “la sistemazione” dei suoi più vicini sostenitori. E così alla vigilia della Festa dei lavoratori trapela la notizia che Dalfy, così v si appresti a fare nuove assunzioni di staff nella sua segreteria. Una quindicina di persone, riporta Lilli Mandara nel blog Maperò, tra cui una delle “ombrelline” di cui tanto si parlò l’estate scorsa, una di quelle che a Sulmona riparava gli ospiti dal sole durante una kermesse ideata dallo stesso presidente. Una ragazza di fiducia, che ora potrà fare il suo ingresso in Regione in compagnia di altri fedelissimi.

E non è la prima volta. Si conta un altro tentativo, datato 2 marzo, di sistemare gli staffisti e prolungare il contratto a 36 funzionari assunti lo scorso anno.

In mezzo a tutto questo, c’è stato anche un rimpasto di giunta. Fuori dall’esecutivo i dimissionari Andrea Gerosolimo e Donato Di Matteo, al loro posto Giorgio D’Ignazio e Mario Mazzocca “per un patto tra galantuomini” fino a fine mandato.

Visti gli accadimenti si potrebbe pensare che il doppio incarico sia particolarmente gravoso, e invece no. Dalfy sembra trovare il tempo anche per fare l’usciere. Ieri mattina infatti, l’ex assessore Di Matteo ha trovato la porta del suo ufficio in Regione chiusa a doppia mandata. “Questa brutta sorpresa rasenta il reato di sequestro di atti personali – racconta l’ex assessore – mi hanno riferito che il presidente è venuto personalmente a prendere le chiavi, chiudendo le stanze del mio ufficio”.

L’eterno fantasma del conflitto d’interessi, da Bossi a Di Maio

Inizia una nuova legislatura, torna il conflitto d’interessi. La storia recente insegna che, presto, il tema sparirà. Ma basta che Luigi Di Maio lo accenni e subito Silvio Berlusconi si spaventa. Di Maio: “Fa specie vedere che Berlusconi utilizzi tv e giornali per mandare velate minacce a Salvini, qualora decidesse di sganciarsi. È arrivato il momento di metter mano a questo conflitto d’interessi, un politico non può essere proprietario di mezzi di informazione”. E Berlusconi: “Esproprio proletario”.

Il candidato premier dei Cinque Stelle è stato garbato in confronto ai toni che la Lega di Umberto Bossi usava a metà degli anni Novanta quando, dopo la caduta del primo governo Berlusconi, aveva rotto con Forza Italia. “La Fininvest è nata da Cosa Nostra. Ci risponda, Berlusconi, da dove vengono i suoi soldi”, diceva l’ormai ex leader leghista il 7 luglio 1998, quando giurava di non sedersi mai più al tavolo con Silvio che “riciclava i soldi della mafia”. Era l’anno delle 11 domande della Padania, defunto quotidiano leghista, a Berlusconi sull’origine dei suoi soldi: “D’ora in poi il silenzio non le è più consentito né come imprenditore, né come politico, né come uomo”.

Poi la Lega è tornata con Berlusconi e, paradosso ma non troppo, la legge oggi in vigore sul conflitto d’interessi l’ha fatta proprio il governo Forza Italia-Lega nel 2004, la celebre “legge Frattini”. Celebre per essere così ben calibrata da non aver creato alcun problema a Silvio Berlusconi che ha continuato a essere l’azionista di riferimento della galassia Fininvest e dunque delle tv Mediaset oltre che della Mondadori.

Nel 2013, all’inizio della XVII legislatura, con la condanna imminente di Berlusconi per frode fiscale sembra che ci sia il contesto giusto per una vera riforma. Il 20 giugno 2013 un gruppo di importanti senatori del Partito democratico presenta un disegno di legge “in materia di incompatibilità parlamentare”. È una norma che vuole aggiornare le varie disposizioni sul conflitto di interessi in modo da farci rientrare anche la posizione di Berlusconi. Una vecchia legge del 1957 disciplina i casi in cui un parlamentare si trova in conflitto d’interessi quando intrattiene “in proprio” o “quale esponente di imprese private a scopo di lucro, rapporti contrattuali di notevole entità economica con le pubbliche amministrazioni”. Berlusconi è titolare di concessioni televisive, ma non a livello personale, bensì tramite Fininvest e Mediaset, dunque riesce ad aggirare la norma. Il disegno di legge del Pd voleva evitare che deputati e senatori potessero avere “nelle imprese che siano in rapporti con amministrazioni pubbliche, interessi rilevanti determinati”. Primo firmatario era Massimo Mucchetti (che non si è ricandidato) e il capogruppo di allora, Luigi Zanda, oltre ad altri senatori di prima fila. Mancava giusto Andrea Marcucci (oggi capogruppo Pd al Senato) perché da quella legge sarebbe stato colpito, visto che l’azienda della sua famiglia, la Kedrion, è partecipata dal 2012 dalla Cassa Depositi e Prestiti e lui stesso è consigliere d’amministrazione della Kedrion . Quella legge si arena presto, così come altre proposte ancora meno concrete: perfino Franco Frattini, ex ministro responsabile della legge omonima, nel 2013, sosteneva la necessità di un “blind trust obbligatorio e totale” per il politico-imprenditore. Ma solo dopo una riforma presidenzialista per mandare il Cavaliere al Quirinale.

Il Pd renziano ha presto scoperto che con i guai di Banca Etruria del papà di Maria Elena Boschi era meglio non parlare di conflitti d’interessi. E Berlusconi continua a comandare sulle sue tv, con i talk show che vengono chiusi se c’è il sospetto che favoriscano la Lega anziché Forza Italia. “Il Movimento 5 Stelle non ha alcuna pregiudiziale nei confronti delle aziende di Berlusconi”, aveva detto subito Emilio Carelli, neo-onorevole M5S, ex dipendente Mediaset. Poi Luigi Di Maio lo ha corretto.

Il 3 maggio: Titanic, Machiavelli o Rossella O’Hara

Una data, un destino. Anzi, tre. Dando uno sguardo a che cosa è successo nella storia il 3 maggio, ovvero l’ennesimo “D day” del Partito democratico, si possono scegliere tre eventi. E dunque, tre trame, tre tracce, tre finali. Aperti, ovviamente, ma fino a un certo punto. Eccole, le tracce: Niccolò Machiavelli, Rossella O’Hara e il Titanic.

Il 3 maggio 1469 nasceva Niccolò Machiavelli. A Firenze. Il parallelo tra lui e Matteo Renzi rischia di essere talmente immediato da risultare scontato. E però, sono quei destini ai quali non si sfugge. Lo sa bene l’ex premier che il conterraneo illustre l’ha citato sì nei bei tempi andati in cui spadroneggiava nel dibattito politico italiano, ma con moderazione. Tipo, diceva il 28 novembre 2016: “Per gli italiani è il simbolo della ricerca del potere a ogni costo e per questo Machiavelli è odiato, ma per me è il simbolo dell’intelligenza degli italiani”. Nella vulgata quotidiana, Machiavelli è quello del “fine giustifica i mezzi”. Più di 600 anni dopo, la domanda da fare a Renzi alla vigilia della direzione sarebbe: “A prescindere dai mezzi, quali sono i fini?”. Chissà se lui conosce la risposta.

Il 3 maggio 1937 Via col vento di Margaret Mitchell vince il premio Pulitzer. Anche qui, una frase su tutte, quella che dice Rossella O’Hara nel finale: “Domani è un altro giorno”. La lezione, Renzi l’ha talmente introiettata che a forza di pensare a come vincere, rinascere o sopravvivere (a seconda dei periodi) domani, spesso si dimentica di capire cosa è successo ieri. O anche semplicemente di tenerne conto fino in fondo. Vedi alla voce sconfitte elettorali. Quindi la domanda è: “Una volta passata questa nuova ‘ Ora X’, domani sarà uguale a oggi?”.

Il 3 maggio 1912 le prime vittime del Titanic vengono trasferite ad Halifax, in Nuova Scozia. Anche qui, il detto divenuto popolare aiuta Renzi ma pure tutto il Pd. Si dice, “ballando sul Titanic”, finisce con l’affondamento (del Titanic). E dunque, la domanda è: “Tra un balletto di dichiarazioni, qualche giravolta e numerosi passi di retromarcia, la sparizione del Pd è contemplata nel dibattito?”.

Cercasi disperatamente formula magica funzionante

Questo tavolo non s’ha da fare. E perché no? Una chiacchierata non si nega a nessuno. Via al dialogo su tre punti. Anzi no, partiamo con il confronto su 100 punti (quelli del programma del Pd). Alla ricerca della quadra (o forse della quadratura del cerchio) per un ipotetico governo con i Cinque Stelle, il Partito democratico accumula dossier su dossier, studia formule più o meno possibili, più o meno astruse.

Governo politico Prevede Luigi Di Maio premier e il Pd nell’esecutivo con un nutrito drappello di ministri, molti da riconfermare.

Governo politico/2 Prevede Di Maio fuori, Roberto Fico premier, Dario Franceschini presidente della Camera, e il suddetto nutrito drappello sempre nell’esecutivo.

Governo politico/3 Arriva un “terzo nome” a Palazzo Chigi, dicasteri lasciati, seppur a malincuore, figure d’area come ministri. Soluzione troppo hard?

Governo di minoranza/1

Ecco la soluzione light: un monocolore Cinque Stelle, con Di Maio premier e l’appoggio esterno del Pd. Presidenze delle Commissioni garantite ai democratici, controllo del Parlamento e Matteo Renzi nella sua veste migliore: quella del #Luigistaisereno (ovvero “smetti quando voglio”).

Governo di minoranza/2

Nei migliori sogni di chi ci ha provato, il monocolore Cinque Stelle a guida Di Maio ha l’appoggio esterno di Pd e Forza Italia. Vantaggi? Far nascere dall’opposizione il partito unico, con eredità di Berlusconi a Renzi incorporata. E il mantenimento in vita di quel che resta del governo Gentiloni, con i voti dei transfughi del Movimento? Ah, no, un momento. Quello è un altro schema.