Las Mappa del Pd. Chi vuole cosa in Direzione (saranno sì ma per dire no)

Comunque vada a finire, sarà lui a determinare il finale. Dopo settimane di silenzio, Matteo Renzi ha deciso di parlare: lo farà domani sera in diretta su Rai1, a Che tempo che fa da Fabio Fazio. Come esemplifica la mappa qui accanto, il Pd intanto si contorce. Governisti, favorevoli al dialogo ma non al governo, aperturisti con le idee confuse, trattativisti per convenienza, contrari, le posizioni sono tante e in conflitto tra loro. Con la “solita” guerra tra renziani e anti renziani. Eppure alla fine giovedì si potrebbe arrivare a un compromesso. Condiviso fino al minuto dopo il voto in Direzione (come nella tradizione del Pd).

Il compromesso potrebbe riguardare la decisione di sedersi al tavolo con Luigi Di Maio, che poi è quello che la Direzione stessa deve discutere. I renziani sono divisi anche su questo, ma il pressing sull’ex segretario per convincerlo almeno a porre le sue condizioni va avanti da giorni. Insistono Luca Lotti e Graziano Delrio. E intanto, Lorenzo Guerini e Ettore Rosato cercano di evitare la conta interna. “Noi siamo incompatibili con 5 Stelle e Lega, non con Forza Italia”, ha detto però il vicepresidente della Camera, ieri sera a Porta a Porta. Il buongiorno si vede dal mattino.

Renzi sta riflettendo su come rientrare in partita. È convinto di aver ottenuto già qualche risultato: aver dimostrato che senza di lui il Pd resta immobile; e aver evidenziato come nessuno sia stato in grado di fare un governo. L’ex segretario resta contrario a un governo con i grillini o, almeno, a un governo che non passi per le sue condizioni: vale a dire prima di tutto, il riconoscimento di quanto fatto da lui, dal Jobs act alla Buona Scuola; poi una serie di punti programmatici che vanno dall’estensione del reddito di inclusione (al posto del reddito di cittadinanza) all’europeismo.

Insomma, Di Maio dovrebbe rinunciare a chiedere “discontinuità”, come ha fatto finora. Sullo sfondo rimane l’idea di chiedergli pure di fare un passo indietro rispetto alla premiership e magari di individuare un “nome terzo” al di sopra delle parti (il giurista Sabino Cassese o chi per lui). Condizioni che, passando per il pieno riconoscimento politico di Renzi, sono inaccettabili per Di Maio e soci. La classica apertura che ha per obiettivo far fallire la trattativa.

Solo che una volta seduti a un tavolo, con il Quirinale che lavora per mantenerlo aperto, le cose potrebbero pure cambiare. Tenendosi stretti a questa vaga speranza, i membri della Direzione dem potrebbero dire di sì all’apertura del dialogo ed evitare così la conta. Tanto più che nessuno è certo dei numeri.

Intanto l’ex premier ieri ha fatto un giro di preparazione in libreria. Titoli comprati: Era di maggio. Cronache di uno psicodramma di Giampiero Mughini. Didascalico. Ma anche: L’utilità dell’inutile di Nuccio Ordine. Autoironico? E Superficie di Diego De Silva. Ambiguo.

Il leghista impiccato negli adesivi choc: “Idioti e vigliacchi”

Gli adesivisono stati attaccati nei giorni scorsi sui muri e i pali di Pavia. Raffigurano il leader della Lega Matteo Salvini impiccato e a testa in giù modello “piazzale Loreto”, vicino a lui – nella stesse condizioni – il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il presidente americano Donald Trump. Su quanto accaduto sta indagando la Digos, mentre il diretto interessato ha twittato: “Idioti e vigliacchi, non ci fate paura. Io vado avanti!”.

Nel frattempo ieri sono state numerose le dichiarazioni di solidarietà a Salvini, soprattutto dal centrodestra. “Bisogna bloccare sul nascere queste manifestazioni di intolleranza e odio che potrebbero degenerare in qualcosa di più grave”, ha detto Anna Maria Bernini, capogruppo al Senato di Forza Italia. Alessandro Cattaneo, deputato, anche lui di Forza Italia e sindaco di Pavia fino al 2014, ha twittato: “La mia Pavia non è questa”. Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, ha espresso la sua solidarietà. Il gesto è stato condannato anche dall’attuale primo cittadino di Pavia, Massimo Depaoli, eletto nel Pd.

Le cinque stelle del logo domiciliate a Pomigliano d’Arco

Il nuovo simbolo dei 5Stelle è legato a doppio filo al nuovo capo politico del Movimento, Luigi Di Maio. Lo rende noto lo stesso M5S tramite il suo legale Andrea Ciannavei. Mentre la proprietà del logo dei Cinque Stelle è al centro di una disputa giudiziaria a Genova tra la vecchia associazione M5S del 2009 e la nuova nata a fine 2017, il Movimento precisa che la registrazione del nuovo simbolo non ha nulla a che vedere con questa controversia. Il nuovo logo – che reca la scritta ilblogdellestelle.it al posto della vecchia dicitura movimento5stelle.it – è stato depositato lo scorso 19 gennaio presso l’Ufficio Brevetti e Marchi del Ministero dello Sviluppo economico per la classe di Nizza n. 41 dall’avvocato Ciannavei in qualità di rappresentante dell’associazione MoVimento 5 Stelle (il legale ha fornito la documentazione all’Adnkronos). Così si viene a sapere che il domicilio elettivo – ovvero l’indirizzo postale a cui vengono trasmessi atti e corrispondenza – è all’indirizzo di Pomigliano d’Arco di Luigi Di Maio. E anche l’indirizzo di posta elettronica certificata è quello del capo politico del Movimento 5 Stelle.

“Un contratto assieme per fare fuori B.” L’offerta sottotraccia dei lumbard al M5S

La strada si è fatta ripida, con il Pd che a molti pare solo un richiamo verso il burrone. E nella pancia del M5S già pensano a come salvare il soldato Di Maio dal logoramento, magari rovesciando il tavolo per correre verso il voto e una campagna elettorale da trincea. Nell’attesa però sotto traccia arrivano altri segnali dal forno che il capo dei 5Stelle ha dichiarato chiuso per sempre, quello della Lega.

Perché mentre davanti alle tv Matteo Salvini invoca elezioni già a giugno, dietro le quinte i suoi chiedono al M5S di aspettare. Ripetendo che le Regionali in Friuli Venezia Giulia potrebbero rappresentare la svolta per riprovarci, per tentare di costruire un governo tra Carroccio e Movimento. Un percorso con una premessa obbligata, una netta affermazione nelle urne della Lega e un ridimensionamento di Forza Italia.

E con un secondo passaggio, un contratto di governo da scrivere assieme: tra il Carroccio, rappresentante formale di tutto il centrodestra, e il Movimento. Un testo che però sarebbe pieno di elementi indigeribili per Forza Italia. Compresa, forse, una legge sul conflitto di interessi. Sufficiente per spingere Silvio Berlusconi a uscire. E a permettere a Salvini di governare assieme ai 5Stelle. È, in sintesi, quanto stanno ripetendo gli sherpa di Salvini ai dimaiani. Mentre i due leader non si sentono da giorni, come il capo del Movimento continua a far trapelare. Ma gli emissari di Salvini predicano ai dirimpettai buon senso e pazienza, “perché non possiamo strappare d’improvviso con Berlusconi”. Però chiedono tanto. Innanzitutto altro tempo, “almeno 15 giorni” a sentire una fonte qualificata.

Ma soprattutto la pretesa è che Di Maio accetti di trattare con una Lega rappresentante di tutto il centrodestra. Molto complicato da spiegare al proprio elettorato, già parecchio agitato. E non basta. Perché per il Carroccio bisognerebbe anche ragionare di una figura terza per Palazzo Chigi, al posto del candidato dei Cinque Stelle. Condizioni difficili da deglutire. Ma nella Lega sanno che lo stallo gioca a loro favore.

Come sanno che gran parte del M5S non si fida del Pd e soprattutto di Renzi. E che il Di Maio che comincia a invocare il voto in realtà non lo vuole, preoccupato da tanti fattori: dal dover chiedere una deroga alla regola-totem del secondo mandato, fino alla difficoltà di tenere compatto un Movimento tanto largo quanto liquido. Dove affiorano voci critiche e nervosismi, figli inevitabili della palude. Fattori che potrebbero portare Di Maio a valutare una proposta del genere. Perché tra qualche giorno, magari dopo la direzione dem, le alternative potrebbero mancare. E l’unica opzione sarebbe sottrarsi a un governissimo, per invocare le elezioni. Una strada che già ora ai piani alti invoglia più di uno. Anche perché il timore è che, con il passare delle settimane, la prospettiva di restare in Parlamento attiri più di un neofita a 5 Stelle portando a qualche esodo verso i partiti che vogliono tenere in vita la legislatura. E allora meglio rigiocare. Ipotesi, a fronte di una certezza, il clima plumbeo in casa Cinque Stelle. “La gente ci insulta per strada, ci urlano che non ci voteranno più se andiamo col Pd” racconta più di un parlamentare.

E la sintesi realistica del quadro la fa su Facebook il deputato abruzzese Andrea Colletti: “Mi sento un po’ male a fare un contratto di programma con il Pd ed è quasi impossibile, c’è il 20 per cento di possibilità che questa interlocuzione vada a buon fine”.

Intanto domani si vota in Friuli e nel M5S si attendono una batosta, anche perché è una regione dove non hanno mai carburato. E un risultato particolarmente negativo sarà usato come un martello dai due forni, sul Movimento che ora vive di incertezze. Mentre Salvini infierisce: “È un mese che qualcuno mi propone ministeri su ministeri se rompo il patto di lealtà, ma io non tradisco per un ministero”. E ogni riferimento ai 5Stelle è puramente voluto.

Salvini fa la mossa: “Elezioni subito, già entro l’estate”

La strategia di Matteo Salvini pare più limpida di come la raccontano i retroscena dei giornali. Ieri il segretario della Lega l’ha detto molto chiaramente, per la prima volta: “Per me si può votare anche entro l’estate. Non sta scritto né in cielo né in terra che si debba arrivare a ottobre. Se si vota a giugno, con l’aria che tira, secondo me qualcuno la maggioranza la porterebbe a casa”, ha dichiarato a Repubblica.it.

Salvini quindi è pronto alla conta subito, accorpando le Politiche ai ballottaggi delle Amministrative del 24 giugno. Sono poco meno di 60 giorni, una corsa contro il tempo irrealistica persino se il presidente della Repubblica si arrendesse immediatamente all’idea che formare un governo è impossibile, e procedesse allo scioglimento delle Camere appena insediate.

Non succederà: non si voterà a giugno, e meno che mai a luglio o agosto, in piena stagione estiva. Salvini lo sa, ma le sue parole hanno un senso ovvio: la Lega non ha nulla da temere dalle urne.

Il leader del Carroccio non ha bisogno di strafare: è convinto di poter scivolare verso le elezioni consumando rapidamente i voti del suo vecchio alleato che si rifiuta ancora di abbandonare: “Non lascio Berlusconi. Non cambio idea ogni quarto d’ora come Renzi o Di Maio. Mi sono presentato alle elezioni con una squadra e vado avanti con quella”. Vuole votare, Salvini, ma ha la necessità di mostrarsi leale e responsabile. Dopo il 4 marzo ha messo da parte ruspe e fucili per abbracciare toni meno aggressivi, che vestono meglio le sue ambizioni da statista. Continua a mantenere la parola e la stessa linea di queste settimane: “Da rappresentante di tutto il centrodestra sono disponibile a fare un accordo con i Cinque Stelle, un accordo tra i primi e i secondi arrivati. Con i terzi no”. È disposto anche a mettere mano al Rosatellum: “Se si vuole, la legge elettorale la approviamo in 15 giorni: chi prende un voto in più governa, lista o coalizione”.

Berlusconi e Salvini sono entrambi in Friuli a fare campagna (senza incontrarsi mai) per lo stesso candidato, il leghista Massimiliano Fedriga che probabilmente domani sarà eletto presidente della Regione. La partita locale la giocano insieme, quella nazionale li vede camminare verso orizzonti diversi. Salvini guarda Di Maio ma non lascia Berlusconi; Berlusconi resta aggrappato a Salvini ma guarda verso il Pd: “Non si può andare con i 5 Stelle – ha ribadito ieri l’ex Cavaliere – quello del populismo italiano è un pericolo che incombe anche sui Paesi Ue. L’Europa si augura che ci sia un argine al M5S e al movimento populista italiano”.

Berlusconi a differenza dell’alleato – e per ragioni speculari – non vuole tornare al voto. Ieri ha rilanciato la proposta, piuttosto visionaria, di un governo di minoranza di centrodestra: “Un esecutivo di chi ha vinto le elezioni, che si presenta con un programma molto concreto, di 3-4 cose che si impegna a fare nei primi 100 giorni, e chiede al Parlamento la maggioranza su questo progetto”. L’aveva già detto il 14 marzo: “Un governo di centrodestra con il Pd che appoggia singoli provvedimenti è plausibile”. Già allora era stato ignorato.

Salvini prima l’ha punzecchiato nel comizio pomeridiano: “C’è qualche alleato del centrodestra che sta girando per il Friuli dicendo ‘non votate la Lega perché se è troppo forte decide lei cosa fare al governo’. Quel qualcuno confonde il centrodestra con il centrosinistra…”. Poi in serata ha parlato ancora più chiaramente: “O c’è un governo di centrodestra o non c’è nessun governo, e si torna a votare e vinciamo da soli. Questo lo dico anche a chi pensa di non escludere di ragionare con Renzi e con il Pd”.

L’ultima arma del Colle: cambiate il Rosatellum

Un giornale, ha scritto molti anni fa Umberto Eco, non è altro che “il bollettino di un gruppo di potere che fa un discorso ad altri gruppi di potere”. Sentenza forse eccessivamente apodittica, ma che coglie un bel pezzo di verità. È in questo spirito, dunque, che ieri si potevano leggere due articoli (Marzio Breda sul Corriere della Sera e Michele Ainis su Repubblica) in cui “il gruppo di potere” del Quirinale, per così dire, si rivolgeva ai “gruppi di potere” di M5S e Lega per spiegargli che senza modifiche alla legge elettorale possono scordarsi il voto anticipato (o anticipatissimo).

Se continuasse lo stallo, ha scritto il quirinalista del Corriere, Sergio Mattarella “dovrebbe rassegnarsi a sciogliere le Camere. Si può essere sicuri che non lo farà. Non è possibile votare con questa legge che produce solo ingovernabilità. Nelle attuali condizioni, cambiarla sarebbe un adempimento costituzionale (…) L’unica cosa impossibile è tornare al voto con l’attuale, pessimo Rosatellum”. “L’emergenza istituzionale” è il concetto attorno a cui ruota l’editoriale del costituzionalista Ainis su Repubblica: “Perché lo stallo sulla formazione dell’esecutivo, se dovesse protrarsi ulteriormente, avrebbe una sola via d’uscita: le elezioni. Perché a votare daccapo col Rosatellum si replicherebbe lo stallo, il verdetto senza vincitori. Perché dunque, a scongiurare il precipizio, serve quantomeno una riforma della legge elettorale, sospinta da un governo di tutti e di nessuno”.

Insomma i due autori, entrambi in ottimi rapporti con l’inquilino del Colle, ci dicono che Mattarella ha individuato l’ultima “minaccia” per impedire la corsa alle urne: fare una legge elettorale che garantisca la governabilità. Come si sa, la riforma del sistema di voto è stata croce e delizia del Parlamento italiano degli ultimi anni e non sarà certo Il Fatto a negare le storture del Rosatellum, tra le quali però non c’è l’incapacità di garantire la mitica governabilità: solo l’Italicum, e solo col ballottaggio nazionale alla Camera (il Senato si elegge su base regionale), avrebbe garantito una maggioranza chiara, però lo ha bocciato la Consulta e, in ogni caso, consentire a una minoranza per quanto grossa di prendersi tutto il Parlamento con un trucchetto elettorale non pare un’idea felice, né fedele al dettato costituzionale.

Ammesso che queste siano preoccupazioni astratte e/o poco interessanti, Mattarella ha altri problemi su questa strada: in questo Parlamento non c’è una maggioranza per fare una nuova legge elettorale. È tanto vero che, nonostante lo abbia esplicitamente proposto Giorgia Meloni, la materia è stata volutamente esclusa da quelle di cui possono occuparsi le Commissioni speciali che a oggi garantiscono i lavori del Parlamento.

Le posizioni, all’ingrosso, sono queste. Il Movimento 5 Stelle continua a rimanere ancorato alla sua proposta iniziale: un premio di maggioranza alla lista più votata che raggiunga una certa soglia di voti (l’assenza di soglia è stata già bocciata dalla Consulta per il premio del fu “Porcellum”).

La Lega e il resto del centrodestra, invece, pur a favore del premio di maggioranza, pretendono che venga assegnato alla lista “o alla coalizione” che prende più voti: la differenza, ovviamente, è che nel primo caso vincerebbero i 5 Stelle e nel secondo il centrodestra.

Il Pd renziano aveva approvato una legge con un premio di maggioranza monstre, ma non è più chiaro se sia su questa linea: è evidente che non se lo aggiudicherebbe in nessun caso e rischia, se si votasse con quel sistema, di vedersi ulteriormente ridotta la truppa parlamentare. Mettere d’accordo tre debolezze attorno a un governo potrebbe risultare persino più facile che convincerle a rifare il Rosatellum.

Non si torni a un sistema “chi vince piglia tutto”

La legge elettorale è la tela di Penelope della nostra politica. Un diversivo per prendere tempo, un capro espiatorio dell’inettitudine di chi dovrebbe almeno sentire la responsabilità di produrre una legge elettorale decente, dopo due (Porcellum e Italicum) già bocciate dalla Consulta e una (il Rosatellum) che rischia la stessa sorte perché presenta diversi problemi di costituzionalità. Ora si riparla di un governo di scopo il cui oggetto sociale sia rifare appunto la legge elettorale. Ma, attenzione, non per consentire il voto disgiunto o evitare storture come il “voto con la virgola” ma per via di quella formuletta da talk show

che va tanto di moda: “Bisogna garantire la governabilità!”. Cosa che di solito va a scapito della rappresentanza.

L’alibi perfetto è l’impossibilità di fare un governo con un sistema a impianto sostanzialmente proporzionale (e pazienza se la Costituzione, pur non prescrivendo un sistema elettorale, è proporzionalista, come dimostrano ad esempio le maggioranze qualificate). Quindi è molto verosimile che torneranno in auge trucchetti buoni ad addomesticare il voto, come il premio di maggioranza abnorme che consenta alla “minoranza maggiore” di governare.

Certo, introducendo un sistema che privilegi così tanto la governabilità (la quale, come ha fatto notare il professor Zagrebelsky, è “un’attitudine passiva”) si noterebbero meno le deficienze di una classe politica incapace di fare il proprio mestiere (in un sistema proporzionale per formare un governo bisogna allearsi).

Le scorciatoie sono notoriamente più brevi delle strade maestre: fa specie che nell’attuale cortocircuito politico, il presidente della Repubblica sia anche il primo firmatario dell’ultima legge elettorale costituzionale che abbiamo avuto.

Un giorno, una legge

Le due Coree fanno la pace, i 5Stelle e il Pd vedremo. Intanto leggete bene questa frase: “E’ arrivato il momento di mettere mano al conflitto d’interessi e di dire che un politico non può essere proprietario di mezzi di informazione”. Venticinque anni fa, quando B. entrò in politica, la dicevano e la condividevano tutti. La sinistra, il centro e la destra. Infatti persino B., durante il suo primo governo, prometteva un giorno sì e l’altro pure di vendere le sue televisioni o almeno di affidarle a un blind trust (un fondo cieco) che le gestisse a sua insaputa. E, quando evocava il blind trust, Montanelli lo ribattezzava subito “blind truff” perchè il fondo magari è cieco, ma il padrone e i dipendenti ci vedono benissimo. Ora invece quella frase la pronuncia, nel glaciale silenzio generale, Luigi Di Maio. E si becca le reprimende financo da Repubblica e Messaggero. Oltrechè, si capisce, gli anatemi di B. (“esproprio proletario anni 50”) e di tutti i giornali e le tv Mediaset che, mentre tentano di negarlo, confermano in stereo il mostruoso conflitto d’interessi. Sallusti, che non capisce più nemmeno l’italiano, scrive che il capo dei 5Stelle vorrebbe “mettere le mani su Mediaset, la Rai e il Giornale” con “avvertimenti mafiosi”. E si domanda dov’è lo scandalo se il suo house organ e i suoi “giornalisti liberi” (uahahahahah) “stanno dall’altra parte della barricata” e quindi linciano Salvini appena osa dissentire dal padrone.

In questi casi non si sa mai chi non capisce e chi fa finta. Chi ci è e chi ci fa. La risposta è ovvia, elementare, banale e infatti è legge in tutte le democrazia del mondo (esclusa dunque l’Italia): chi fa politica non può possedere mezzi di informazione o di comunicazione, tantomeno se trasmettono su frequenze tv o radio in concessione dallo Stato. E il bello è che questo divieto è espressamente stabilito anche da noi, dall’articolo 10 comma 1 della legge n. 361 del 1957: non sono eleggibili “coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti… oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica”. Fino al 1994 non si pose alcun caso e la legge restò inapplicata. Poi arrivò B., all’epoca titolare di tre tv in chiaro (Canale5, Rete4, Italia1) e azionista di due pay (Tele+1 e Tele+2). La giunta per le elezioni, a maggioranza berlusconiana, avrebbe dovuto sbatterlo fuori dalla Camera appena eletto, invece ricorse a un cavillo da azzeccagarbugli e dichiarò ineleggibile Fedele Confalonieri, presidente della Fininvest, che naturalmente non era mai stato eletto né candidato.

Nel 1996 però le vinse l’Ulivo e un gruppo di intellettuali (Cimiotta, Galante Garrone,Sylos Labini, Camilleri, Flores d’Arcais, Fo, Rame, Hack, Spinelli) si appellarono al centrosinistra perchè facesse rispettare la legge all’unico che l’aveva violata in 40 anni. Ma non ci fu verso. Anche il centrosinistra preferì calpestarla con quel ridicolo escamotage e inciuciare, in cambio di generose ospitate sulle reti Mediaset e di lauti favori editoriali dalla Mondadori (scippate nel ’90 da B. a De Benedetti con la famosa sentenza comprata) e chissà cos’altro. Pazienza se insigni giuristi come il presidente emerito della Consulta Ettore Gallo spiegava: “Ciò che conta è la concreta effettiva presenza dell’interesse privato e personale nei rapporti con lo Stato”, non gli incarichi ricoperti o meno in un gruppo televisivo.

E tutto questo, intendiamoci, non c’entrava ancora nulla con il conflitto d’interessi, che è molto più vasto dell’ineleggibilità per i concessionari dello Stato: una legge seria sul conflitto d’interessi dovrebbe impedire l’elezione del titolare di qualunque attività privata in contrasto con il bene comune, onde evitare che l’eletto si ritrovi mai dinanzi all’imbarazzante scelta fra i suoi interessi e quelli della collettività. Proprio quel che è accaduto per 25 anni: prima con il governo B. che varava il decreto salva-Rete 4 e la legge Gasparri per neutralizzare due sentenze della Consulta che correggevano con un limite antitrust la vergogna della legge Mammì (Mediaset doveva scendere da tre reti a due in chiaro e la terza spedirla sul satellite). E, per prenderci pure in giro, ogni tanto usciva dal Consiglio dei ministri mentre i suoi complici, dentro, eseguivano i suoi ordini. Del resto, per la legge-burla sul conflitto d’interessi, firmata nel 2002 da quello zuzzurellone di Franco Frattini, era tutto regolare: il “mero proprietario” non è mai in conflitto d’interessi. Il mero usciere, invece, eccome. Nel 2015 Renzi&Boschi promisero solennemente di modificare la Frattini per punire severamente i conflitti d’interessi. Poi preferirono evitare, altrimenti la Boschi ci sarebbe cascata dentro con tutti e due i piedi, con le sue processioni tra Bankitalia, Unicredit e Consob per raccomandare l’Etruria vicepresieduta dal babbino suo. Intanto il Giglio Magico beneficiava dei conflitti d’interessi propri e altrui. Sempre omaggiato dalle reti Madiaset, che appoggiavano il Sì al referendum costituzionale anche quando il padrone B. si era convertito al No. Averne, di Renzi, a Palazzo Chigi, specie con i barbari alle porte. Ora che i barbari hanno vinto e hanno rotto le uova nel paniere renzusconiano, iniziano addirittura le epurazioni dei volti più noti del Biscione, sol perchè sospettati di aver tirato la volata ai “populisti”: via Belpietro, Del Debbio e Giordano. Resiste Sallusti, che per salvare il posto deve fare ogni giorno lo slalom con la lingua per seguire le piroette e i tripli salti mortali carpiati del padrone: una vita d’inferno. Se anche il governo M5S-Pd durasse un solo giorno per fare la legge sul conflitto d’interessi, sarebbe già meglio dio quelli dell’ultimo ventennio.

Blacksad, il gatto investigatore che rivela la bestialità degli uomini

È difficile capire il segreto di Blacksad, quello che ha reso questa serie di Juan Diaz Canales e Juanjo Guarnido uno dei maggiori successi editoriali degli anni Duemila in tutto il mondo. Forse la spiegazione è quella più evidente: gli animali. Canales è uno degli sceneggiatori più solidi e raffinati in circolazione, tanto da essere stato prescelto per riportare in vita Corto Maltese di Hugo Pratt, e nel 2000 ha avuto un’intuizione semplice e geniale: raccontare storie alla Raymond Chandler, con tutti i personaggi di quel filone noir un po’ romantico che tanti hanno provato a imitare senza riuscirci. L’investigatore con l’impermeabile, il giornalista a caccia di scoop dalla dubbia moralità, le donne sempre bellissime e ancor più fatali, poliziotti corrotti e potenti e altri onesti dunque senza carriera. Tutto già visto, certo, ma Canales decide che i suoi personaggi nell’America degli anni Cinquanta saranno animali antropomorfi, a cominciare dal gatto-detective John Blacksad. E questo, grazie agli straordinari disegni di Juanjo Guarnido dai colori seppiati, trasforma tutto. Osservare animali che si comportano da uomini non produce l’effetto coccoloso tipico dei film Disney, ma rivela la nostra natura bestiale. Il Ku Klux Klan composto da orsi e gatti bianchi dalla coda folta è molto più spaventoso di quello vero, con faccioni rubizzi di americani del Sud sotto i cappucci. Blacksad è il classico eroe noir, che prende cazzotti, cerca di evitare i guai ma finisce sempre per farsene travolgere. Il lettore sprofonda nell’appiccicoso jazz di New Orleans o arrostisce sotto il sole del Messico con Blacksad. L’edizione cartonata di Rizzoli Lizard che raccoglie il ciclo di Blacksad su un’ottima carta patinata è perfetta per valorizzare le tavole di Guarnido.

 

 

Avventura, epica e risate nella saga di Magnus Chase

Questo libro è il secondo capitolo di una saga fantasy ancora da terminare. L’autore è il famoso Rick Riordan, che ha scritto “Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo”. Anche questa seconda opera, come la prima, ha la stessa tematica “mitologica” solo che si passa dagli dei greci a quelli vichinghi. Magnus Chase è un ragazzo di sedici anni, costretto a diventare un senzatetto a causa di un incendio della propria casa in cui ha perso la madre. Lui non sa di essere un semidio, cioè è figlio di un umano e di una divinità. Purtroppo suo padre è andato via quando il figlio era un neonato, perciò dopo la morte della madre Magnus rimane solo. Il racconto è ambientato ai giorni nostri, a Boston. Con lui ci sono due senzatetto, che poi scopriremo che sono stati mandati da Odino a sorvegliarlo. Il primo libro inizia con la morte di Magnus, e con il suo arrivo al Valhallla, il Paradiso dei vichinghi. Magnus e i suoi amici devono recuperare il Martello di Thor, l’arma più potente al mondo, dopo che il dio l’ha perso per la miliardesima volta. Inoltre nel gruppo di amici di Magnus entra una ragazza, figlia del dio Loki, l’acerrimo nemico del padre del protagonista. Questa ragazza si legherà molto al nostro eroe che dovrà impedire il suo matrimonio con un gigante. Come finirà la storia? Leggete il libro e lo scoprirete. Lo consiglio agli amanti della mitologia e dell’Epica e, soprattutto, perchè le storie di R. Riordan fanno morire dalle risate.