Il lager dimenticato tra i boschi bavaresi, dove venne fucilato Eugenio Pertini

Flossenbürg, nel nord-est della Baviera, a pochi chilometri dal confine ceco. “Nonostante sia stato uno dei primi a essere trasformato in un museo, Flossenbürg fa parte dei lager dimenticati, alla pari di Trostenez e Sobibor”. Non solo. Il lager era il cuore di “un gigantesco inferno”. “Da qui venivano amministrati circa novanta lager. (…) Uno Stato schiavista con filiali in tutto il Paese, con la sola differenza che la produzione di beni e merci non costituiva la sua unica ragion d’essere. Il sistema produceva innanzitutto cadaveri”. Lo sterminio tramite il lavoro. Ancora oggi non si conosce il numero esatto dei prigionieri ammazzati a Flossenbürg. I reclusi erano di natura “politica”.

Gli italiani furono 3 mila. Tra questi Eugenio Pertini, fratello di Sandro, il presidente partigiano. Pertini venne fucilato dalle SS il 25 aprile 1945. Gli Alleati erano sul suolo tedesco e i criminali nazisti continuavano a uccidere. La ricerca dei prigionieri liberati fu spietata, con la complicità dei civili. Era chiamata macabramente la caccia alle zebre.

Questa lunga premessa introduce l’arrivo nei boschi di Flossenbürg della bella Anja Grimm, studentessa di Scienze forestali. È il 1999 e vent’anni prima in quei boschi, nello stesso periodo della contestata visita in Baviera di Sandro Pertini, è misteriosamente scomparso il papà. Cosa aveva scoperto? Il ritorno di Anja è propedeutico, tra suicidi e omicidi, a una verità sconvolgente. La magia delle foreste cela orrori indicibili e porta alla luce quella zona grigia in cui il consenso popolare al nazismo non è mai tramontato. Il bosco silenzioso è un giallo struggente: l’autore Wolfram Fleischhauer sarà al Salone di Torino l’11 maggio con Mario Baudino.

 

 

Trottola o no Roma è tutta una cartolina

Una trottola perfettamente geometrica è la protagonista della mostra di Matteo Negri, Navigator Roma, aperta al pubblico fino al 10 giugno al Museo Carlo Bilotti-Aranciera di Villa Borghese a Roma. L’idea nasce dal film del 1986 Navigator di Randal Kleiser, in cui il personaggio principale, un bambino, aiuta gli alieni a scoprire quali siano le cose migliori presenti sulla Terra.

Negri decide, allora, di prendere spunto da quest’opera di fantascienza: “anima” un oggetto quasi alieno – una grande trottola di 98,4 centimetri, formata da due coni simmetrici uniti alla base e caratterizzata da una superficie a specchio – all’interno di una situazione del tutto naturale, quella di Villa Borghese. Quello in mostra all’Aranciera è solo il risultato di una performance durata sei mesi, che ha prodotto 400 scatti fotografici, di cui solo 61 sono diventati il cuore dell’esposizione. Navigator Roma comprende: il grande porta-cartoline con tutti gli scatti che ritraggono la trottola viaggiatrice che “bighellona” per Villa Borghese, tre fotografie in cui viene ritratta la trottola assieme ad una statua e infine l’oggetto stesso, appeso al centro della sala. “Una cosa divertente” dice l’artista “è che a Roma ci saranno 25-30 cartoline al massimo e sono sempre le stesse! Allora le cartoline, che ormai non si usano più, rimangono però come dei punti di memoria. Siccome la scultura ha a che fare con la memoria del tempo e dello spazio, nel mio caso c’è la potenzialità di creare mille nuove immagini che poi sono la nuova memoria storica“.

Consiglio: che siate turisti della prima ora o abitanti della città eterna, la mostra potrebbe essere vissuta in due modi. Sapendo che il viaggio della trottola è cominciato e si è esaurito nella cornice di Villa Borghese, lo spettatore può partire da un tour all’interno di questo immenso parco che ospita dal giardino all’italiana alle ampie aree di stile inglese, edifici, piccoli fabbricati, fontane e laghetti, e ritrovare le stesse suggestioni tramite le istantanee presenti nel museo; al contrario, ci si può recare alla mostra, fare un’indigestione di bellezza, viaggiando per fotografie insieme alla trottola Navigator, e, usciti dall’Aranciera, andare a scovare – senza chiedere preventivamente informazioni alla guida – tutti i soggetti, gli scorci, che Negri ha immortalato durante il suo lavoro.

Segnaliamo anche la mostra parallela: si intitola Lo Spazio impossibile, di Gianni Asdrubali, ed è un’esposizione di alcune grandi installazioni pittoriche su tela, legno, forex e plexiglass realizzate dall’artista dal 1979 a oggi. Anche questa aperta fino al 10 giugno.

Navigator Roma – Fino al 10 giugno Museo Carlo Bilotti, Roma

È una guerra dimenticata: si chiama infanzia

Il dolore è un’isola che emerge dal mare ai cui fianchi le onde dei ricordi lavorano, propagandolo. Battono e ritornano. O, detto da Philip Kyo, giornalista e scrittore: “Credevo di avere dimenticato, ma quando sono tornato qui sull’isola ogni secondo è ricominciato”.

Il signor Kyo è uno dei protagonisti di Tempesta, di J.M. Le Clézio, un libro necessario, come il dolore “che occorre amare, perché quando cessa tutto diventa vuoto e non resta che morire”. È alla quarta, forse quinta vita Philip, soldato partecipe di uno stupro – per avervi assistito senza fiatare –, quindi carcerato, quindi amante inavvicinabile e poi quasi vedovo di Mary, la donna che sull’isola della salvezza si immerse nel mare per non riemergere più. E – infine – padre/amante di nuovo di una piccola anima, June, nata già vecchia e saggia, orfana di padre, figlia di una donna del mare. Dolori incastrati come i ricci tra le rocce dell’Oceano, “trafittivi”, di quelli che pungolano il lettore fino a non poterne più. Fino a farlo voltare pagina. Peccato che a farlo si rischia di conoscere un altro dolore, un’altra infanzia negata e annegata. È sempre davanti al mare, infatti, che Rachel – la protagonista della seconda novella di Tempesta – ricorda di essere stata felice. L’ultima volta, prima di sapere. Prima che qualcuno potesse rinfacciarle di essere figlia di uno stupro. Non come sua sorella Bibi, che ha tutto: “padre, madre, famiglia, una camera, un diario e i quaderni di quando era bambina”. In una parola i ricordi.

Il ricordo, sì. Altro totem di Le Clézio. Dal signor Kyo, che torna all’isola per non dimenticare mai il suo dolore: la colpa dello stupro e il suicidio della sua Mary, a Rachel e la sua famiglia che “era come se non volessimo vedere niente, capire niente. Dimenticare, rendere insensibile quella parte del cervello che fabbrica i ricordi”. Chi ne vuole dunque e chi non ne ha. Chi la memoria la utilizza come incitamento al dolore, chi la spegne, pur di non soffrire.

E poi i viaggi. Più che viaggi, spostamenti: le andate e i ritorni. Gli addii e le riapparizioni. Le Clézio rende il protagonista maschile un mago degli abbandoni – nella pratica e nella teoria – e la protagonista femminile regina delle ricomparse. Nell’uno e nell’altro caso, i destini mancanti si incrociano. Le donne abbandonate dai padri ritornano. Qualcuno mi ha cercato? “Che cosa speravo?”, si chiede Rachele tornata a casa. “Che si ricordasse, che mi chiamasse per nome, che mi baciasse?”. E poi gli uomini. In atavica posa da navigatori con lo sguardo verso altri lidi. Eppure anche Kyo deve tornare all’isola. “Ogni giorno, mio malgrado vado all’appuntamento”.

Narcisismi solitari. Ma noti, analizzati e autoanalizzanti. Persino la ragazzina, June, sa che cosa cerca nell’uomo di 45 anni più vecchio di lei. Tutto già visto dunque. Ma non già letto, non così. Non con le parole del Nobel francese, capace di questa “amarezza”. “Un dono prezioso, che insaporisce l’esistenza”, come sostiene il soldato innamorato. L’infanzia è una guerra. In Giappone, in Africa, sotto una guerra mondiale o nel miglior bistrot parigino. Se sei figlia di una pescatrice di frutti di mare con la muta di caucciù che trattiene il fiato finché non rivede sua madre riemergere dal mare, o il figlio di Polanski. “Ragazzini così, molto carini, molto viziati”. “È un tempo intenso, che non passa”.

 

Romanzi in serie: Saviano, Corrias e Carrère li vedremo in tv

Partiranno il 7 maggio le riprese di Dormiremo da vecchi, trasposizione dell’omonimo romanzo di Pino Corrias: feroce radiografia della nuova dolce vita romana in scena tra il mondo del cinema e quello del denaro facile interpretata da Claudia Gerini, Lorenzo Richelmy, Laura Chiatti, Francesco Montanari, Luca Vecchi, Iaia Forte e Luca Barbareschi, quest’ultimo anche produttore con la sua Casanova Multimedia. Dirige Fabio Resinaro, già autore con Fabio Guaglione del notevole Mine.

Sergio Castellitto girerà in estate Lacrime di sale, un film in cui Maurizio Zaccaro racconterà la storia di Pietro Bartolo, l’appassionato medico di Lampedusa che da anni vive in prima persona la più grande emergenza umanitaria del nostro tempo dedicandosi al soccorso dei migranti. Prodotto da Stemal Entertainment e Ipotesi Cinema con Rai Cinema è tratto dall’omonimo romanzo scritto da Bartolo con Lidia Tilotta e da lui sceneggiato con Zaccaro, Diego De Silva e Monica Zapelli.

ZeroZeroZero, il romanzo-inchiesta di Roberto Saviano sul narcotraffico internazionale e le sue conseguenze sull’economia mondiale sta diventando una serie tv prodotta da Cattleya per Sky, Canal+ e Amazon e diretta come Gomorra da Stefano Sollima oltre che dall’argentino Pablo Trapero (Mondo Grua, Il clan) e dal danese Janus Metz (Borg McEnroe, True Detective) tra New Orleans, Messico, Italia, Africa Centrale e Londra. Tra gli interpreti Andrea Riseborough, Dane DeHaan, Gabriel Byrne e Tcheky Karyo.

La Cattleya ha in cantiere la serie Il regno, trasposizione diretta da Agneska Holland del romanzo di Emmanuel Carrère (sceneggiatore con Sandro Petraglia) che indaga il cristianesimo delle origini e descrive l’esperienza della fede vissuta in prima persona.

“Questi fantasmi!”, Eduardo De Filippo al museo delle cere. Meglio sbrinarlo

Il teatro non è il museo delle cere, e la fedeltà (a che poi? Al regista? Al testo, al contesto?…) raramente paga. Prendiamo, ad esempio, Questi fantasmi! di Eduardo De Filippo – morto –, prodotto dalla compagnia di suo figlio Luca – morto –, che ha appena chiuso la tournée al Piccolo Teatro di Milano.

L’allestimento è talmente filologico, per non dire museale, che sembra di vedere una videocassetta dell’originale, pur col privilegio di sentir nelle narici la polvere del mobilio. È lo stesso regista, Marco Tullio Giordana, ad ammettere di voler “continuare il lavoro di Luca sul repertorio di Eduardo, un lavoro di precisione filologica e continuo aggiornamento… Intendo rimanere fedele al suo esempio. D’altronde il manoscritto dà indicazioni dettagliatissime”.

Lo spettacolo è godibile e gli interpreti rigorosi (superlativo il protagonista Gianfelice Imparato), ma De Filippo senior ne esce come una mummia rigida e dispotica, simile ai fantasmi del titolo che condizionano drammaticamente le sorti dei vivi. Questo vale ancor di più oggi, a quasi un mese dalla scomparsa di Luigi, ultimo erede della dinastia.

“I fantasmi non esistono. Li abbiamo creati noi. I fantasmi siamo noi”, ma siamo sicuri che ai De Filippo sarebbe piaciuto passare per spettri?

Marisa Laurito ha ricordato sul Fatto che per Eduardo “lo spettacolo doveva sempre andare avanti”: come un’opera viva tutte le sere, non come una salma resuscitata dal dopoguerra o una bistecca sbrinata il giorno prima.

Forse è tempo che i morti seppelliscano i loro morti. I vivi, intanto, potrebbero adoperarsi per togliere le opere dalla campana di vetro e formalina, a costo di passare per eretici, vedi Antonio Latella e Mario Martone, che recentemente si sono cimentati in due messinscene eduardiane, intelligentemente iconoclaste. Magari erano operazioni discutibili, ma chi l’ha detto che ai fantasmi non piaccia discutere.

 

La striscia di terra un po’ troppo cupa

A La cupa si assiste come si assiste a un rito: poco di quel che accadrà in scena risulterà chiaro e distinto, ma basterà aderirvi istintivamente per uscirne sazi e inebriati.

Prodotto dallo Stabile di Napoli, La cupa è l’ultimo spettacolo scritto, adattato, arrangiato, diretto e interpretato da Mimmo Borrelli, che, sfrondando i 15 mila versi originali, ha condensato in due parti e tre ore di recita la “fabbula di un omo che divinne un albero”: una tragedia contemporanea pasciuta di miti classici e cronaca dell’altro ieri, simboli cristiani ed echi shakespeariani.

Protagonista è Innocente Crescenzo, che torna al paese natale “come un Oreste: non per uccidere il padre, ma per riconoscerlo e farsi riconoscere come il figlio scomparso”, creduto morto anni prima insieme col fratellino e seguito a ruota dalla madre. Intanto il patriarca, Giosafatte ‘Nzamamorte, ha allevato la terza figlia, Maria delle Papere, come se fosse sua sorella: è un’anima bella e cieca lei, deflorata con l’inganno dal padre del promesso sposo, tale Scippasalute, pederasta di lungo corso, anch’egli abusato in tenera età…

Nessuno può chiamarsi fuori da questa “malarazza”, e infatti muoiono tutti, o quasi: i giovani prima dei vecchi, i figli prima dei padri, inghiottiti dalla “cupa”, la cava, inclemente e abissale – depredata, inquinata, stuprata, profanata dallo smaltimento di rifiuti tossici, dallo sfruttamento della prostituzione, dalla tratta di organi ed esseri umani, dalla pedofilia, dalla necrofilia, dalla camorra.

L’autore racconta l’“impossibilità di essere padre in un munno vacante” di assassini e malati terminali, che sanno solo insozzare e ingravidare col loro liquido infetto il ventre della madre-terra. Popolano questo immaginario ctonio uomini-bestie dai pur nobili natali: della Magna Grecia e dell’Età elisabettiana, o forse solo napoletana, sulle rive di un Mediterraneo marcio come la Danimarca e foresto come la Scozia di Macbeth.

Nonostante il sozzume e la lordura, la tragedia è lirica assai: sia per il finale arboreo e speranzoso; sia per la lingua, e quindi il canto; sia per la scena verticale di Luigi Ferrigno, le luci diCesare Accetta e le musiche di Antonio Della Ragione; sia per i superbi costumidi Enzo Pirozzi; sia – soprattutto – per la straordinaria intensità degli attori.

La cupa è una striscia di terra di nessuno: passerella di una torbida via crucis, lingua di fango e sangue, oratorio di poveri cristi, dimentichi dell’angelo nero e del pianeta che incombono alle loro spalle, i quali, prima o poi, rotoleranno, travolgendoli e tramortendoli.

Nera, purtroppo, è anche la comprensione: non tanto della trama (ci si può aiutare col libretto) o delle relazioni/azioni drammatiche (si intuiscono dalla magistrale interpretazione), quanto delle parti narrative, poetiche, inventive e invettive. Si capirà in tournée, alla prova dei sottotitoli, se La cupa è davvero un classico nostro contemporaneo.

Napoli, Teatro San Ferdinando, fino al 6 maggio – La cupa, Mimmo Borrelli, Fino al 6 maggio Teatro San Ferdinando (Na)

L’isola dei Cani

Loro, i cani, stanno fuori. Anzi, spediti direttamente in esilio su L’isola dei Cani. Dopo l’apertura trionfale e il premio alla regia all’ultima Berlinale, Wes Anderson approda nelle sale italiane a celebrare il Primo Maggio del suo 49° compleanno nell’Anno (cinese) del Cane. Ironia da saldi primaverili ma inevitabile, l’apologia cinofila firmata dal talentuoso cineasta texano ovviamente va ben oltre le apparenze, ponendosi come arguta metafora di un’umanità folle e bastarda. E quindi largo proprio ai “bastardi” a quattro zampe che diventiamo noi umani quando allontanati da casa, malmenati, insomma privati di ogni diritto, in primis quello di esistere.

La bella notizia è che Anderson ignora il concetto di retorica applicato al cinema e va diretto al nodo del discorso, come del resto ha sempre fatto con le sue fiabe poetiche e surreali, immancabilmente spassose, da I Tenenbaum (2001) fino a Grand Budapest Hotel (2014) passando per Fantastic Mr Fox del 2009 con cui condivide la tecnica d’animazione in stop motion che caratterizza anche L’isola dei Cani. Ambientato nella fantasmagorica Megasaki City nel 2037, il film inizia dall’ordine di deportazione di tutti i cani presenti in città a opera del perfido sindaco Kobayashi: causa è un virus “canino” e destinazione è la desolata e devastata isola della spazzatura (Trash Island). L’obiettivo di estinzione dei cani è però interrotto dal 12enne Atari, orfano e reduce da un coma, che si catapulta sulle balle d’immondizia dell’isola chiedendo ai superstiti di aiutarlo a cercare il suo fido Spots, anch’esso in esilio. Tematizzando le ossessioni degli asettici Usa e Giappone di “contaminazione” con gli stranieri, Anderson sfida la politica sociale egoriferita di Trump fatta di veti, allontanamenti e reclusioni, e prosegue il proprio racconto poetico di una giustizia che parte dal basso, dagli ultimi, dai cani appunto. Cinofilo ma anche essenzialmente cinefilo, Anderson ha scelto il Giappone dei maestri per inventarsi questo inedito racconto tra l’epica fantascientifica e la commedia socio-politica: le gesta del prode esercito canino, infatti, rimandano direttamente al grande Akira Kurosawa, mentre la sospensione magica di tempi e luoghi (oltre alla tenerezza di alcuni personaggi) ricordano i meravigliosi universi di Miyazaki. Ma lo stile è tutto di Wes, inconfondibilmente: inquadrature frontali, movimenti di macchina spesso orizzontali, e soprattutto un’esondante coralità di personaggi e dunque “voci” d’attori. Peraltro talmente pop che non solo dei cani bensì l’isola dei famosi potrebbe titolarsi. D’altra parte, il serafico Anderson con immancabile caschetto e cravattina filiforme passa a Hollywood quale “l’amico di tutti” e quindi “tutti” si sono accodati dal protagonista assoluto Brian Cranston a Edward Norton, Bill Murray, Jeff Goldblum, Greta Gerwig, Frances Mcdormand, Scarlett Johansson, Harvey Keitel, F. Murray Abraham, Yoko Ono, Tilda Swinton, Ken Watanabe. Per averli tutti il regista li ha raggiunti a casa o dove lavoravano “così non avevano scuse per rifiutarsi”.

L’orgoglio sardo val bene una messa

Domani mattina alle 9:30 il numero due della segreteria di Stato vaticana Angelo Becciu (sardo di Pattada, il paese dei coltelli) inizierà la Messa in diretta tv con una formula inedita non solo per Rai3: “In nòmini de su Babbu de su Fillu e de s’Ispìridu Santu”. Dalla cattedrale di Cagliari andrà così in onda la prima assoluta della Messa in sardo, un evento culturale carico di significati.

Il primo è politico. La Chiesa sarda partecipa compatta alle celebrazioni di Sa Die de sa Sardigna, vera e propria festa nazionale istituita 25 anni fa dalla Regione a statuto speciale. Ricorda l’insurrezione del 28 aprile 1794 contro i piemontesi. Il viceré Vincenzo Balbiano ordinò l’arresto di due indipendentisti ante litteram, gli avvocati cagliaritani Vincenzo Cabras ed Efisio Pintor (quest’ultimo antenato di Luigi, uno dei fondatori del Manifesto). La borghesia sarda si ribellò e cacciò dall’isola Balbiano e gli altri 514 funzionari piemontesi. Una soddisfazione che la Chiesa con i Savoia non si è mai presa, da quando le sono entrati in casa il 20 settembre del 1870. E sarà per questo che la Conferenza episcopale sarda partecipa solennemente a una festa vera (le scuole sono chiuse) dell’orgoglio isolano, lo Stato italiano un po’ meno, forse perché è filiazione diretta di quello che si chiamava Regno di Sardegna. Anzi, per dirla tutta, gli organizzatori – che stavolta hanno fatto le cose in grande per la coincidenza con i 70 anni dello Statuto Speciale promulgato il 26 febbraio 1948 – non sono riusciti ad avere a Cagliari per l’occasione nessun rappresentante del governo nazionale. Cosa che per gli indipendentisti più conseguenti non è neppure una brutta notizia.

C’è poi un interesse linguistico in questa storia. Lasciando da parte l’ignoranza di chi ha definito il sardo una forma vernacolare, stiamo parlando di una lingua vera e complessa, con storia, struttura, grammatica e vocabolari. Al punto che non mancano gli eccessi di sardinian pride, come quello di un certo Bartolomeo Porcheddu che, come ha annunciato l’agenzia Ansa il 25 aprile, starebbe per pubblicare un libro con la singolare teoria che il sardo non sarebbe una lingua neo-latina (come l’italiano, il francese, lo spagnolo, il rumeno eccetera) ma al contrario sarebbe il latino una derivazione del sardo. “Nel latino di oggi (sic, ndr) – sostiene “l’esperto e appassionato di cose sarde” – troviamo il sardo di tremila anni fa”.

Restando alle cose serie, il fatto è che sa limba (la lingua) sono almeno due, il logudorese del nord e il campidanese del sud. Tanto che l’antico dibattito sul bilinguismo (il sardo si insegna nelle scuole) è tradizionalmente accompagnato da tentativi di creare artificialmente una sorta di esperanto valido per tutti i sardi. La Chiesa ha seguito la linea più realistica e coerente con il marketing modernizzato della Chiesa di Bergoglio. È stato proprio Papa Francesco, convinto che le lingue madri siano lo strumento più efficace per comunicare la fede subito dopo l’elezione, a incoraggiare i vescovi sardi sulla strada della Messa in sardo. Da qui il lavoro di anni di fior di linguisti e teologi nella traduzione in entrambe le lingue sarde.

Le versioni in logudorese e campidanese non sono tratte da quella in italiano ma direttamente dal latino, dal greco e dall’ebraico, con una ricerca di espressioni più dirette e comprensibili. I risultati sono talvolta sorprendenti. “Rimetti a noi i nostri debiti” del Padre Nostro diventa “perdona-nosì is pecaus nostus”, ma nella versione logudorese rimane il concetto del peccato come offesa (“comente nois perdonamus a sos inimigos nostros”), mentre in campidanese torna l’equivalenza debito-colpa, come in tedesco: “comenti nosàterus dhus perdonaus a is depidoris nostus”.

C’è infine una nemesi storica. Per secoli i sardi, come tutti gli altri popoli, hanno borbottato in latino senza capire il senso di quei suoni e assimilandoli a parole note benché insensate. La consonanza tra latino e sardo aiutava. I bambini (e qualche adulto) amavano trasformare il “procedenti ab utroque” del Tantum Ergo nel beffardo “procededdus a ogus trottus”, che vuol dire “maialetti con gli occhi storti”.

Antonio Gramsci, in una lettera dal carcere alla sorella Teresina, ricordava il personaggio mitico di Donna Bisodia: “Ti ricordi che zia Grazia credeva fosse esistita una donna Bisodia molto pia, tanto che il suo nome veniva sempre ripetuto nel Pater noster? Era il dona nobis hodie che lei, come molte altre, leggeva ‘donna Bisodia’ e impersonava in una dama del tempo passato, quando tutti andavano in Chiesa e c’era ancora un po’ di religione in questo mondo. (…) Quante volte zia Grazia avrà detto a Grazietta, a Emma e anche a te forse: ‘Ah, tu non sei certo come donna Bisodia!’ quando non volevate andare a confessarvi per l’obbligo pasquale”.

A queste antiche incomprensioni si era posto fine con la Messa in italiano. Ma a maggior ragione colpisce come un’organizzazione autoritaria come la Chiesa sia più svelta dello Stato a servirsi della lingua con cui i sardi riescono a pensare cose intraducibili in italiano. E a dare ai suoi clienti la libertà di scegliere se pregare “Dio padre onnipotente” o “Deus Babbu nostu totu poderosu”.

 

La serie

40 anni di storia d’Italia: la “verità” dei processi, le zone d’ombra e ciò che prende faticosamente luce. 1978-2018. Il rapimento e poi l’assassinio di Aldo Moro, quei 55 giorni che sconvolsero il Paese. Sul “Fatto Quotidiano” li ripercorriamo con gli articoli di Miguel Gotor, tra i massimi esperti di quegli avvenimenti (il suo “Il memoriale della Repubblica”, oltre alla curatela delle “Lettere dalla prigionia” dello stesso Moro). Abbiamo già pubblicato “Il presidente deve morire. La profezia su Moro e le Br” (16 marzo), “Moro, il vecchio album di famiglia ha le foto sbiadite” (23 marzo), “Le Br e la strategia delle lettere per beffare lo Stato” (30 marzo), “Il giallo dei due ‘Gradoli’ e la seduta spiritica per salvare la talpa Br” (6 aprile), “Moro, la ‘guerra di carta’ servita con il Pentothal” (13 aprile) e “Doccia, parrucche e Sisde: sceneggiata in via Gradoli” (20 aprile).

Lago della Duchessa, un falso di Stato per trattare sul serio

Alle 9:30 del 18 aprile 1978, mentre l’acqua continuava a colare al piano di sotto del covo di via Gradoli, un giornalista de Il Messaggero ricevette una telefonata di “voce maschile, con accento romanesco, ma non di borgata”, che annunciò di avere lasciato un comunicato delle Brigate rosse in un cestino dei rifiuti di piazza Gioachino Belli, nel quartiere romano di Trastevere. Il volantino annunciava “l’avvenuta esecuzione del presidente della Dc Aldo Moro, mediante ‘suicidio’” e forniva le coordinate per recuperarne la salma “immersa nei fondali limacciosi (ecco perché si dichiarava impantanato) del lago Duchessa, alt. mt. 1800 circa località Cartore (RI) zona confinante tra Abruzzo e Lazio”. Rispetto ai messaggi precedenti questo volantino presentava evidenti differenze: aveva uno stile satirico, era più breve, riportava grossolani errori di ortografia di origine romanesca (“soppruso”, “inpantanato”, “trà”) ed era privo dei consueti riferimenti politico-ideologici brigatisti. Inoltre era stato distribuito soltanto a Roma e in formato non originale mentre l’intestazione “Brigate rosse” risultava scritta a mano. Si sarebbe detto un falso grossolano o lo scherzo di un buontempone, se a tempo di record tre periti scelti dal Viminale non ne avessero solennemente ribadito l’attendibilità. Fatto sta che alle 11:30, quando ormai la caduta del covo di via Gradoli, dopo l’intervento dei Vigili del fuoco era divenuta di dominio pubblico, gli elicotteri già volteggiavano sul lago della Duchessa, che non poteva essere raggiunta da mezzi motorizzati, ma soltanto a piedi dopo tre ore di duro cammino in mezzo alla neve alta.

La superficie del lago era ghiacciata e una nevicata recente, oltre a nascondere possibili tracce fresche, rendeva le operazioni ancora più impervie. L’evidenza di questi dati non scoraggiò le fonti governative che si impegnarono, una velina dopo l’altra, ad accreditare l’autenticità del messaggio trovando nei mezzi di comunicazione, in nome di sua maestà la “Cronaca in diretta”, dei compiacenti quanto acritici amplificatori. Anzi, proprio la televisione contribuì a trasformare l’evento, che rivaleggiava sul piano comunicativo con le zoommate dell’interno piccolo borghese del covo di via Gradoli, in un interminabile e angoscioso circo mediatico: così i telegiornali fecero entrare nelle case degli italiani le grottesche immagini di alcuni sommozzatori scafandrati, costretti a infilarsi in un buco da loro stessi provocato facendo saltare una mina, tanto era spessa la lastra di ghiaccio che ricopriva il lago e dove, chissà quando e come, il corpo di Moro sarebbe stato gettato da una fantomatica brigata di “alpinisti rossi”.

Nelle stesse ore, Moro dovette essere informato di quanto stava avvenendo all’esterno perché con toni sarcastici e insinuanti lo definì in una pagina del memoriale “la macabra grande edizione della mia esecuzione [che] può rientrare in una logica, della quale non è necessario dare ulteriori indicazioni”. Un sospetto, condiviso anche dai suoi familiari, i quali, in una telefonata intercettata nel pomeriggio del 18 aprile, commentarono: “Molto sporca questa storia, molto poco rossa”. Oggi sappiamo con certezza che sia Moro da dentro la prigione, sia i suoi congiunti da fuori, colsero in presa diretta nel segno. In effetti, nel corso degli anni, si stabilirà che il falso comunicato fu redatto da un abile falsario di quadri d’arte contemporanea, in particolare di Giorgio de Chirico, di nome Antonio Chichiarelli, una figura di cerniera tra mondi diversi, in rapporti accertati con la Banda della Magliana, ma anche con i Servizi segreti italiani e il Nucleo dei carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, ucciso da ignoti nel settembre del 1984.

Nel 2006, in un libro-intervista, Steve Pieczenick, esperto di antiterrorismo (e dunque di terrorismo) inviato dal Dipartimento di Stato americano sullo scenario di crisi italiano, ha testimoniato di avere discusso con il ministro degli Interni Francesco Cossiga e con alcuni esponenti dei Servizi, tra cui il criminologo Franco Ferracuti, la realizzazione di un falso comunicato, a suo dire un’“operazione psicologica” funzionale a preparare l’opinione pubblica italiana e quella europea all’eventuale decesso di Moro. Nel medesimo libro, il direttore de il Manifesto Valentino Parlato ha raccontato di essere stato invitato a pranzo da Cossiga con altri giornalisti al Viminale proprio il 18 aprile trovandosi in un clima “surreale e sconcertante” tanto da credere di “avere le allucinazioni”: “Parlammo di tutto tranne che di quella notizia, come se non ci fosse ragione di agitarsi”, ma era evidente il gusto di rendere il palazzo del potere trasparente a un gruppo selezionato di giornalisti tra i più influenti.

In realtà, se non si fossero celebrati negli anni Novanta due clamorosi processi giudiziari, del tutto inimmaginabili nel 1978, gli effettivi comportamenti dispiegati dalle forze dell’antiterrorismo il 18 aprile, con l’operazione del covo di via Gradoli e quella del falso comunicato, sarebbero rimasti per sempre avvolti nella nebbia delle dietrologie. Il primo processo riguardò lo scandalo dei “fondi neri” del Sisde, che ha consentito di ricostruire una mappatura di società immobiliari legate ai Servizi segreti che riconduce con certezza sino all’appartamento adiacente al covo occupato da Mario Moretti in via Gradoli, 96. Il secondo è il processo per la morte del giornalista Mino Pecorelli, ucciso a Roma nel marzo del 1979, che ha visto il sette volte presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, accusato di essere il mandante dell’omicidio, risultando assolto in primo grado, condannato in secondo e assolto in via definitiva in Cassazione per non avere commesso il fatto. Nel corso di quel processo, un altro imputato, il magistrato ed ex ministro democristiano Claudio Vitalone, fedelissimo di Andreotti, ma consapevole di rischiare anche lui una pena elevatissima, differenziò la propria strategia difensiva da quella dell’ex presidente del Consiglio. Una scelta processuale che si rivelò prudente quanto efficace dal momento che, diversamente da Andreotti, egli è stato assolto in tutti e tre i gradi di giudizio con formula piena.

Questa divaricazione però indusse Vitalone a raccontare nel 1993 e nel 1995 alla magistratura quanto egli aveva saputo circa il falso comunicato del Lago della Duchessa, rivelando così alcuni aspetti che, senza quell’inaudita pressione processuale, sarebbero forse rimasti ignoti per sempre. Egli dichiarò di avere pensato di procedere alla fabbricazione di un falso comunicato, ovviamente prevedendo l’intervento degli organi di polizia giudiziaria, perché mosso dal timore che le Brigate rosse avessero potuto sopprimere l’ostaggio continuando a gestirlo con l’esterno come se fosse ancora vivo. Era dunque necessario avere una prova dell’esistenza in vita di Moro e l’unica strada percorribile era quella di suscitare una risposta delle Brigate rosse propalando la falsa notizia che egli era stato da loro ucciso. Il problema, infatti, per Vitalone era la “riconoscibilità di coloro che detenevano l’ostaggio”. Bisognava quindi “far diramare un comunicato apocrifo per disorientare le Br”, la cui autenticità poteva essere “strumentalmente attestata da organi di polizia scientifica”. Vitalone spiegava che l’idea era stata lasciata cadere e di essere “trasalito” quando l’aveva vista messa in pratica il 18 aprile senza alcun preventivo coinvolgimento dell’autorità giudiziaria. Nuovamente interrogato nel 1995, aggiunse: “La mia riflessione schematica era questa: se noi lasciamo che le Br muovano i due pezzi della scacchiera, la partita è perduta. Noi dobbiamo inventare una mossa che costringa le Br a rimeditare il loro progetto”.

L’idea di Vitalone di quei giorni e le sue preoccupazioni di investigatore erano certamente influenzate da una recentissima e drammatica esperienza che aveva coinvolto la Procura di Roma di cui allora faceva parte. Infatti, nel corso del sequestro del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere, avvenuto a Roma il 7 novembre 1977 a opera di alcuni esponenti del nucleo originario della cosiddetta “Banda della Magliana”, la famiglia dell’ostaggio aveva pagato il riscatto il 4 marzo 1978, aggirando le interdizioni della magistratura e delle forze di polizia, quando in realtà il congiunto era già morto. Vitalone sapeva che durante il sequestro i rapitori avevano fatto pervenire almeno due foto dell’ostaggio, con un’iconografia del tutto simile a quella utilizzata dalle Brigate rosse negli stessi giorni con Moro, ma con un particolare macabro in più: l’ultima foto, quella che aveva indotto il figlio a pagare, era in realtà l’immagine del cadavere del duca congelato che teneva in mano una copia de La Nazione tra le mani, utile a provarne l’esistenza in vita.

Oggi nessuno lo ricorda più, ma in quei giorni a Roma erano in corso altri tre sequestri di persona a opera della criminalità comune (Michela Marconi, Angelo Apolloni e Giovanna Amati) e la foto del duca Grazioli era stata pubblicata nella cronaca di Roma dal Corriere della Sera il 7 aprile 1978, dunque in pieno sequestro Moro, con l’appello della figlia a liberare il congiunto ormai già deceduto e la drammatica aggiunta: “La magistratura non esclude che sia stato ucciso”. Sotto la foto del duca Grazioli, che ricordava quella di Moro distribuita dalle Brigate rosse il 18 marzo, compariva un articolo in rilievo intitolato “Cerimonia dei partigiani cristiani sul luogo dell’eccidio in via Fani”, stabilendo così una connessione tra i due episodi non giustificata dall’economia della pagina, trattandosi della cronaca di Roma.

Sempre negli stessi giorni, era convincimento comune tra gli investigatori e anche tra uomini politici avveduti come Bettino Craxi che, dentro la colonna romana delle Brigate rosse, potessero convivere, sul piano organizzativo, un’anima politica e una più schiettamente delinquenziale, contigua sotto il profilo logistico (gestione dei covi, commercio delle armi, produzione dei documenti e delle soffiate) a quella criminalità comune che stava gestendo nello stesso periodo e nella medesima città altri tre sequestri di persona.

Occorre anche rilevare che la produzione di comunicati apocrifi è una prassi non infrequente nell’antiterrorismo italiano e internazionale. Essa, infatti, consente di destabilizzare l’avversario, di controllare e di manipolare una strategia di disinformazione, di confondere e sparigliare il fronte, di prendere l’iniziativa inserendo della moneta falsa, ma certificata, per poi analizzare i comportamenti della controparte. Prova ne sia che tra la primavera e l’estate del 1981, durante i sequestri di Ciro Cirillo e di Giuseppe Taliercio è stato accertato che il Sisde produsse altri comunicati brigatisti con finalità simili a quelle del falso messaggio del Lago della Duchessa. In quei giorni, l’antiterrorismo aveva soprattutto due preoccupazioni, che sono entrambe la spia di una trattativa segreta entrata ormai in una fase avanzata e forse conclusiva: anzitutto ottenere una prova certa dell’esistenza in vita di Moro; in secondo luogo accertarsi che l’ostaggio fosse ancora detenuto dalle Brigate rosse e non fosse passato di mano, una prassi più comune di quanto si pensi nei sequestri di persona, anche di matrice politica.

L’azione di disinformazione e di controguerriglia psicologica del Lago della Duchessa si mostrò efficace perché le Brigate rosse il 20 aprile 1978 furono costrette a rilasciare un comunicato che conteneva una seconda foto di Moro con in mano la copia del quotidiano Repubblica del 19 aprile. Nel messaggio si annunciava che il processo era finito, che Moro era stato condannato a morte “così come è stata condannata la classe politica che ha governato per trent’anni il nostro Paese”, ma si annunciava un’importante novità: “Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione della liberazione di prigionieri comunisti”, per la quale si dava un ultimatum di due giorni. A proposito del falso comunicato del Lago della Duchessa (una “macabra messa in scena” e una “lugubre mossa degli specialisti della guerra psicologica, la preparazione del ‘grande spettacolo’ che il regime si appresta a dare, per stravolgere le coscienze, mistificare i fatti, organizzare intorno a sé il consenso”) i brigatisti indicavano con sicurezza “gli autori: Andreotti e i suoi complici” – oggi sappiamo – cogliendo nel segno con millimetrica precisione. Dopo decenni di reticenza, una serie di testimoni oculari hanno raccontato che, nelle stesse ore, ma sulle sponde di un altro lago, quello di Castel Gandolfo, Paolo VI e la famiglia pontificia avevano ormai ultimato la raccolta di dieci miliardi di lire che sarebbero dovuti servire come riscatto in cambio della libertà di Moro. Ovviamente, soltanto dopo avere accertato la sua esistenza in vita e l’effettiva attendibilità di quanti sostenevano di avere nella loro disponibilità l’ostaggio, per evitare di fare la recente fine dell’aristocratico Grazioli. Di conseguenza, per comprendere il rapporto intercorrente tra l’azione del presidente del Consiglio Andreotti, i Servizi segreti e i vertici dell’antiterrorismo che dalla sua autorità esecutiva e gerarchica dipendevano, la trattativa vaticana e il falso comunicato del Lago della Duchessa bisogna, come sempre, follow the money. Senza però dimenticare un particolare: il galateo del “partito armato”, proprio come quello dei salotti alto borghesi, aveva insegnato ai suoi rampolli che non è mai elegante parlare di soldi.

(7 – continua)