“Bill Cosby violentatore”: l’ex star nera va in carcere

Il comico statunitense Bill Cosby, 80 anni, è stato dichiarato colpevole di violenza sessuale nei confronti di una donna. Cosby è stato condannato per violenza sessuale da una giuria statunitense, che lo ha riconosciuto colpevole di aver drogato e molestato un’impiegata universitaria 14 anni fa nel primo processo a una celebrità dell’era #MeToo.

L’ottantenne star televisiva, protagonista della serie I Robinson, caduta in disgrazia ora potrebbe passare il resto della sua vita dietro le sbarre, quando verrà resa nota la condanna dell’aggressione ai danni Andrea Constand nella sua villa di Filadelfia nel gennaio 2004. Constand, ora 45enne, era nell’aula del tribunale di Norristown, appena fuori Filadelfia, mentre il verdetto veniva letto. La giuria si è espressa dopo più di 14 ore di camera di consiglio nell’arco di due giorni.

Cosby è stato riconosciuto colpevole per 3 capi d’accusa. L’imputato rischia 10 anni di carcere e 25.000 dollari di multa per ognuno dei capi d’accusa: la condanna, quindi, potrebbe arrivare in teoria a 30 anni di reclusione. L’attore si è sempre proclamato innocente, definendo consensuale il rapporto con Constand: la donna ha affermato di essere stata drogata e aggredita nella casa della star, in un incontro avvenuto a gennaio di 14 anni fa.

Rispetto al processo dello scorso anno, nel quale solo Constand denunciò la condotta di Cosby, nel procedimento bis sono comparse in aula altre 5 donne, ammesse per testimoniare. Tutte, riferisce la Nbc, hanno descritto aggressioni compiute dall’attore con modalità analoghe a quelle a cui ha fatto riferimento Constand.

In aula, l’attore sarebbe sbottato nei confronti dell’accusa, che avrebbe fatto riferimento al pericolo di fuga con un aereo privato: “Non ho un aereo privato, idiota”.

Le “yummy mummies” argine alla Brexit

Brexit o non Brexit, non ci togliete Londra. Di fronte alla prospettiva di rinunciare alla qualità della vita della Capitale inglese, mogli (e mariti) dei più ricchi banchieri inglesi avrebbero detto: no thanks. Saranno le yummy mummies a salvare la City? Ne scrive Silvia Sciorilli Borrelli su Politico.eu. Titolo significativo: City spouses block Brexodus – Le mogli (e i mariti) della City bloccano l’esodo post-Brexit. Le previsioni degli esperti, prima e dopo il referendum, erano apocalittiche.

Se vince il sì, la City si svuoterà, e migliaia di bankers emigreranno verso lidi più accoglienti, con effetti disastrosi sull’indotto e sull’economia dell’intera nazione. Contando sulla fuga di servizi e persone, diverse capitali europee hanno lanciato la loro charme offensive per accalappiare talenti e investimenti: in prima fila, la scintillante Parigi dell’era Macron e l’efficiente Francoforte. Sta funzionando? Non come previsto.

Le ragioni? la prima, certo, ha a che fare con l’incertezza dei negoziati: nell’attesa di capire cosa succederà davvero, la desertificazione non è ancora avvenuta e l’economia britannica, malgrado tutto, è in salute, con grande sorpresa perfino del funereo ministro del Tesoro Philip Hammond. Ma c’è una ragione più privata. Politico ha sentito diverse mogli di importanti banchieri inglesi – e qualche marito – e la risposta è stata: Parigi forse, se non fosse per le tasse troppo alte. Francoforte mai.

In testa alla rivolta ci sarebbero le “yummy mummies”, le mamme giovani, attraenti e ricche dei quartieri più esclusivi. Una di loro, l’autrice del blog Notting Hill Mummy, è particolarmente spietata: “Buia, noiosa, fredda… Francoforte è una specie di incubo. Chi può scegliere si rifiuta di trasferirsi li”. E non è solo il confronto con lo stile di vita eccitante e lussuoso – per loro – di Londra: c’è l’ostacolo della lingua e la carenza di scuole private di eccellenza come quelle, esclusivissime, di Kensington e Chelsea. Rette da almeno 20mila sterline l’anno, criteri d’accesso proibitivi: perché la prole abbia chance di entrarvi, molte famiglie pagano la pre-iscrizione appena scoperto di essere in dolce attesa.

“In effetti, in questa fase di incertezza, molti dei miei clienti aspettano a trasferirsi, oppure decidono di fare la spola con l’Europa, lasciando a Londra consorte e figli”, spiega al Fatto Anke Gosch, ex broker che, dopo la nascita di 2 figlie, fa da consulente proprio alle famiglie di ricchi professionisti stranieri a caccia di posti nelle scuole elementari private.

“Ma questo vale solo per i ricchissimi, che possono permettersi di dire no ai loro capi, di non lavorare o di aspettare che il futuro della City si chiarisca. Nel campo della finanza, molti europei stanno tornando “a casa” – specie francesi e tedeschi, visto che le economie dei loro paesi vanno bene. Al loro posto imprenditori americani del settore tech, ricchi cinesi e arabi o turchi in fuga dalle svolte autoritarie nei loro paesi”. Il grande vantaggio per chi resta? Si liberano finalmente posti nelle ricercatissime, e finora riservate ai madrelingua, scuole francesi.

Alfie ora va avanti da solo. Pace tra genitori e medici

Ieri, il giorno dopo l’ennesimo no, stavolta della Corte d’appello di Londra, al trasferimento di Alfie Evans al Bambin Gesù di Roma, la battaglia degli Evans ha cambiato obiettivo: chiedono di portarlo a casa.

Alle 21:17 di lunedì il piccolo era stato staccato dal respiratore, come prevede il protocollo per il fine vita. Si pensava che si sarebbe presto spento e invece ha iniziato a respirare da solo, prima con la respirazione bocca a bocca da parte dei genitori e poi grazie a cannule nasali collegate a bombole d’ossigeno.

Ieri mattina, il padre Tom ha attaccato duramente l’ospedale Alder Hey di Liverpool dove il bambino, condannato da una incurabile malattia neuro-degenerativa, è ricoverato dal dicembre 2016: “Stamattina era debole, ma non ha più bisogno di terapie intensive. È nel suo lettino con un litro di ossigeno che gli entra nei polmoni ma può respirare da solo. Si è stabilizzato, sta meglio ora che quando era attaccato alle macchine. Alcuni dicono che è un miracolo, ma non lo è: la diagnosi era sbagliata”.

Come reso noto durante l’udienza di mercoledì, Tom avrebbe anche minacciato di avviare le pratiche per una causa contro tre dei medici dell’ospedale, accusandoli di cospirazione per omicidio per aver lasciato il bambino senza idratazione né cibo per sei ore, prima di arrendersi alle insistenze della famiglia e consentire, nella notte fra lunedì e martedì, idratazione e ossigenazione di emergenza. “Lo hanno trattato in modo disgustoso, peggio di un animale”, aveva dichiarato ai giornalisti.

Dai microfoni di Tv2000, il padre, cattolico, ha lanciato un appello al Pontefice, che sulla vicenda si è speso personalmente: “Chiedo al Papa di venire qui per rendersi conto di cosa sta accadendo. Venga a vedere come mio figlio è ostaggio di questo ospedale”.

Sempre ieri, per tutto il pomeriggio, la famiglia ha avuto un lungo incontro con lo staff dell’ospedale per negoziare il ritorno del bambino a casa, mentre venivano diffuse immagini strazianti del piccolo abbandonato sul seno della madre Kate. Tom si è detto convinto che “Alfie non soffre, non c’è dolore, e questo mi incoraggia, penso possa vivere ancora per mesi se non per anni”.

Ipotesi esclusa dai medici, che si erano rivolti al tribunale convinti, dopo mesi di assistenza ai massimi livelli e consulti internazionali – anche con gli specialisti del Bambin Gesù – che le condizioni del bambino siano senza speranza. Al punto da raccomandare, “nel suo interesse”, come prevede la legge britannica, di interrompere i supporti vitali. Un orientamento accolto da 3 corti inglesi mentre il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, proprio lunedì scorso, aveva giudicato inammissibile il ricorso dei genitori.

In serata, al termine dell’incontro, Tom Evans ha avuto parole di riconciliazione. Ringraziandoli per il supporto, ha chiesto alle migliaia di sostenitori in tutto il mondo “di tornare alle vostre vite e consentire a me, Kate e all’Alder Hey di creare una relazione, costruire un ponte e attraversarlo”. Superare, insomma, le contrapposizioni delle ultime settimane, con le minacce di morte ai medici e l’irruzione in ospedale, lunedì, di un gruppo di membri dell’esercito di Alfie.

È un po’ come chiedere al genio di rientrare nella bottiglia: ieri pomeriggio a Londra (ma anche a Washington, Belfast, Glasgow) migliaia di persone, vicine ai movimenti pro-vita, hanno marciato da Buckingham Palace a Westminster, chiedendo l’intervento della Regina e del Parlamento contro la legge “inumana”, che consente ai giudici inglesi di disporre il distacco dei macchinari senza il consenso dei genitori.

Dato per moribondo, Haftar torna a Bengasi

Il generale libico Khalifa Haftar, capo delle forze armate libiche in Cirenaica, avrebbe lasciato ieri pomeriggio il Cairo a bordo di un aereo privato diretto a Bengasi. Solo pochi giorni fa le condizioni dell’ex generale, ricoverato a Parigi, erano considerate disperate e alcuni media avevano anche annunciato la sua morte. Ansa

“Lo stupro di gruppo è soltanto abuso”

Il Tribunale di Navarra ha punito i 5 uomini appartenenti alla cosiddetta manada, il branco, accusati di aver violentato una ragazza di 18 anni una notte dell’estate del 2016 a Pamplona, a 9 anni di reclusione ciascuno, molto inferiore ai 22 richiesti dal pubblico ministero. A sconcertare è il delitto che viene preso in considerazione: abuso sessuale continuato e non violenza sessuale. Perché il codice penale spagnolo distingue le due fattispecie, facendo rientrare nella prima gli atti sessuali imposti a una persona senza il suo consenso ma in assenza di violenza fisica, come nel caso di minori, disabili o persone sotto l’effetto di droghe o alcool. L’aggressione sessuale richiede, in aggiunta, che si faccia uso d’intimidazione e violenza, e la forma più grave anche se non unica in cui viene rappresentata, è la penetrazione.

I fatti si svolgono durante le feste di San Fermín. Cinque uomini tra i 26 e i 30 anni, tra cui un militare di carriera e un poliziotto della Guardia Civil, cominciano una conversazione nelle prime ore della mattina del 7 luglio con una ragazza, offrendosi di accompagnarla alla sua auto. Lungo la strada la fanno entrare nell’androne di un edificio e lì la violentano ripetutamente a turno per circa mezz’ora, filmando l’aggressione.

La ragazza non reagisce, bloccata dalla paura o per evitare il peggio. Gli aguzzini, prima di andarsene, le rubano il cellulare. È tutto descritto minuziosamente nella sentenza, i termini dell’aggressione ci sono tutti, ma i giudici negano la violenza sessuale.

Nella politica sono in molti a pronunciarsi contro il verdetto: “Se non fu violenza di gruppo contro una donna indifesa che intendiamo per violenza allora?”, si chiede il leader socialista Sánchez; “Sembra che stiano dicendo alle vittime che se non affrontano 5 bulli grandi il doppio, rischiando la vita, non ti stanno violentando”, twitta Iglesias di Podemos; “M’indigna che dopo la violenza sessuale tu debba soffrire la violenza di una giustizia patriarcale”, scrive la sindaca Colau all’indirizzo della ragazza. Nel pomeriggio, le donne si mobilitano nelle piazze, scandiscono lo slogan “Io sì ti credo” nato nell’autunno scorso, quando il giudizio aveva cominciato a spostarsi dalle colpe degli imputati ai comportamenti della vittima.

Il medico-ministro e il fedelissimo: Trump pareggia

Era l’anno 40 d. C. e l’imperatore Caligola ebbe la pensata di nominare console – non senatore, come vuole la tradizione – il suo cavallo prediletto, Incitatus. Il progetto non si concretizzò perché di lì a poco una congiura di pretoriani soppresse l’imperatore e ne azzerò le pazzie. Donald Trump si sarebbe accontentato di fare diventare ministro il suo medico, il cui merito principale è quello di avergli attribuito mesi fa un’eccellente salute fisica e mentale. Meno stravagante di quella di Caligola, l’idea di Trump è stato comunque vanificata, dalla stampa più che dal Congresso.

Ieri, travolto da una bufera di polemiche per suoi presunti comportamenti inappropriati, professionali e personali, Ronny Jackson, il medico della Casa Bianca, ha infatti rinunciato, prima che il Senato ne annunciasse la nomina a ministro per gli affari dei veterani, pur continuando a sostenere che le accuse formulate nei suoi confronti sono “false e prefabbricate”. Fake news, insomma: sempre così, quando una notizia non va a genio a Trump e ai suoi.

Il ministro per i veterani conta politicamente poco, ma sovrintende la più ampia burocrazia federale Usa. Di Jackson, si cita l’abuso di alcol e la prescrizione di farmaci disinvolta, a se stesso oltre che a suoi pazienti (di cui non conosceva la cartella clinica) ; e si racconta di un’auto blu dell’Amministrazione distrutta mentre il dottore era alla guida, ubriaco.

Le accuse a Jackson sono dettagliate in un rapporto presentato dai democratici in Senato. Jackson avrebbe creato alla Casa Bianca “un ambiente di lavoro ostile”. E una notte, durante una missione all’estero, avrebbe picchiato contro la porta della stanza d’hotel d’un’impiegata, sempre sotto effetto dell’alcol.

Mentre distribuiva veleni sul segretario alla Giustizia Jeff Sessions, “un debole” e “un idiota”, il presidente ha difeso il medico che non sarà ministro fino all’ultimo e oltre: “Una disgrazia”, ha commentato in diretta tv l’annuncio del ritiro, denunciando “l’orribile ostruzionismo” dell’opposizione democratica. “Ronny è un tipo brillante, con una grande esperienza, rispettato dai presidenti Obama e Bush di cui è stato medico”, incalza Trump, mescolando come al solito le carte – Jackson divenne dottore di Obama nel 2013, mentre con Bush ebbe incarichi minori nello staff sanitario della Casa Bianca. E né Bush né Obama lo candidarono a ministro.

Quel che c’è di buono, per Jackson, è che questa storia non gli costerà il posto: resterà a curare il presidente, la sua famiglia e il suo staff, con il grado di contrammiraglio della U.S. Navy.

Un’altra scelta discussa di Trump, quella di Mike Pompeo a segretario di Stato, è stata avallata ieri dal Senato – 54 sì, tutti i repubblicani. In commissione Esteri, Pompeo aveva invece rischiato: decisivo il voto del senatore del Kentucky Rand Paul, che in extremis aveva cambiato in un sì un no annunciato.

Per Trump, non c’è tregua: ha appena lasciato Washington il presidente francese Macron ed è già in arrivo la cancelliera tedesca Merkel – visita lampo di 3 ore -, mentre il 13 luglio il presidente sarà a Londra. In attesa della Merkel, oggi occhi puntati sul vertice fra Kim e Moon.

Nelle cronache di giornata c’è anche spazio per la ‘bromance’, cioè l’amicizia virile, tutta via twitter, tra Trump e il rapper nero Kanye West, marito di Kim Kardashian. Il rapper lo chiama “brother”, lo elogia e posta una foto in berretto da baseball con lo slogan Make America Great Again e la firma del presidente. Donald ricambia: “Grazie Kanye, molto cool”, tu sei uno che pensa “indipendente, proprio come me”.

Grande Fratello l’ultra-trash è tornato (e sono quindici)

Benvenuti nell’aldilà del trash, dove la vecchia telespazzatura è superata, ora c’è la rumenta 2.0. In uno studio-astronave, apparecchiata come una sacerdotessa Jedi, Barbara D’Urso ci guida nell’universo Ultratrash attraverso Grande Fratello 15. Era meglio chiamarlo Grande Sorella, perché D’Urso vive veramente 24 ore su 24 negli studi di Canale 5; e soprattutto perché questa edizione si fonda sulla sua estetica, se così si può dire. Nel trash di vecchia generazione (appena consegnato alla storia dal volume di Umberto Piancatelli Il peggio della Tv) abbiamo da una parte l’Olimpo dei vip, dall’altra i casi umani della gente comune. Se Maria resta ancorata a questa antinomia, l’intuizione di Barbara è stata far cadere il muro. Anche i vip piangono, strepitano, si cornificano, si sputtanano. Anche il vip può essere trash. E più di tutti può esserlo il personaggio “trans”, mezzo vip e mezzo no, magari rinvoltolatosi nel trash per diventare vip. Il GF di Obi-Wan-D’Urso obbedisce a questa regola aurea: Ken, l’uomo che si è rifatto da solo, lo spogliarellista fidanzato con l’onorevole, i tronisti che usano un reality per tradirsi e uno per riconciliarsi, la cognata di Gino Bramieri (sembra una barzelletta), la figlia abbandonata da Bobby Solo… Anche il senso del pudore si ribalta; Bobby viene aspramente rampognato per non aver riabbracciato la figlia in diretta. Non farlo in privato, pazienza; ma non farlo sotto i riflettori, vergogna! Che la forza dell’Ultratrash sia con voi.

Più che una riforma sanitaria, un passo avanti verso il caos

Stanno arrivando le lettere che la Regione Lombardia sta inviando ai cittadini per chiedere loro di aderire alla riforma della sanità che coinvolge chi ha qualche patologia cronica. Sono 431 mila persone a Milano, oltre 3 milioni in tutta la Regione. “Gentile cittadina, gentile cittadino”, attacca la lettera, “Regione Lombardia ha fortemente voluto dare avvio a un modello innovativo di presa in carico destinato alle persone che si trovano nella condizione di ricorrere con maggior frequenza alle prestazioni sanitarie”. Invece che rivolgersi al medico di famiglia, il malato cronico da qui in avanti avrà un “gestore”, un clinical manager che stilerà un Piano di assistenza individuale (Pai) e fisserà visite, esami e interventi. Promesse: “Da oggi” ci saranno “programmi di assistenza personalizzati”, “un approccio alle cure integrato”, “un supporto per la prenotazione di visite ed esami”, “meno file e attese”. Realtà: rivolta dei pazienti, dei medici di famiglia, degli ospedali. Tutti contrari.

È il fallimento completo della grande ideona dell’assessore regionale alla Sanità Giulio Gallera e dell’ex presidente Roberto Maroni. I pazienti hanno sonoramente bocciato la riforma, tanto che a Milano ha finora aderito soltanto l’1 per cento dei malati cronici. I medici di famiglia sono inferociti perché si vedono scavalcati dalla nuova figura del clinical manager o sono obbligati a diventare essi stessi “gestori”. Il clinical manager, infatti, sarà un medico o un ospedale o una società privata “che faranno firmare un contratto al paziente e poi lo gestiranno con criteri privatistici”, spiega Albarosa Raimondi, medico ed ex amministratore sanitario pubblico: “Avranno, per esempio, un budget prefissato, oltre il quale non potranno andare”.

L’Unione medici italiani ha fatto ricorso al Tar. Gli ospedali sono nel caos e i primari in rivolta: perché dovranno diventare “gestori” e dovranno occuparsi di piani annuali, programmi personalizzati, appuntamenti, controlli ed esami che finora erano tranquillamente gestiti dai medici di base.

I cronici, per lo più anziani, se accettano la demenziale riforma Gallera invece di andare dal loro medico che li conosce bene finiranno per dover correre in ospedale o al pronto soccorso, da uno specialista che dovrà diventare tuttologo ma anche manager. Protesta l’Anpo, l’associazione dei primari ospedalieri. Si ribellano i camici bianchi degli ospedali, che oltre al loro lavoro dovranno stilare i programmi di salute dei pazienti cronici.

La riforma è presentata come una panacea per i malati. In realtà è il caos. Il programma di cure personalizzato, passando dal medico di famiglia al clinical manager, diventa in verità spersonalizzato e standardizzato, visto che “gestore” potrà essere un medico, ma anche un ente o una società privata, che potranno seguire fino a 200 pazienti. E poi il povero vecchietto, a cui si promettono procedure di cura più semplici, avrà invece un raddoppio dei riferimenti: dovrà andare dal “gestore” per la sua patologia cronica, dal medico di base per tutto il resto. E come farà a decidere dov’è il confine tra la sua patologia cronica e un malanno che non sa ancora decifrare? La spesa per i cronici è il 70 per cento dell’intero budget sanitario lombardo (18 miliardi). “Questa riforma è un ulteriore passo in avanti verso la privatizzazione dell’intera sanità regionale”, sostiene Vittorio Agnoletto, medico e docente all’Università di Milano, “con il gestore-manager che avrà un budget da spendere e che potrà tenersi una quota dell’avanzo se riuscirà a spendere meno”. Ma per ora, più che un passo avanti verso la privatizzazione, la riforma Gallera si dimostra un passo avanti verso il caos.

Per non essere schiavi serve tempo “liberato”

La novità più interessante del pensiero a Cinque Stelle è il privilegiare, nella scala dei valori, il tempo sul lavoro, di cui il prossimo primo maggio si celebra la Festa. In epoca preindustriale il lavoro, per dirla con San Paolo, è “uno spiacevole sudore della fronte”. Non è un valore. È nobile chi non lavora. Con quel grandioso fenomeno (a parer mio non ancora studiato a sufficienza) che prende il nome di Rivoluzione industriale la prospettiva cambia radicalmente. Sia nella versione marxista che liberista dell’Illuminismo, che cerca di razionalizzare le profonde novità introdotte da questa Rivoluzione, il lavoro diventa centrale. Per Marx è “l’essenza del valore” (non a caso Stachanov, in realtà uno “schiavo di Stato”, è un eroe dell’Unione Sovietica), per i liberisti è esattamente quel fattore che combinandosi col capitale dà il famoso “plusvalore”.

Per me il vero valore della vita è il tempo e l’ho scritto in tutta la mia opera. La novità portata, sia pur in modo saltabeccante, da Grillo, che riprende un’intuizione di Gianroberto Casaleggio, è di aver precisato, con la sua definizione di “tempo liberato”, di quale tempo si stia parlando. In che cosa si distingue il “tempo liberato” dal più noto tempo libero? Il tempo libero è un tempo sincopato, determinato dai ritmi e dai tempi del lavoro. In realtà non è affatto ‘libero’, ma è destinato al consumo senza il quale tutto il grande castello produttivo che abbiamo costruito, e sul quale si basa l’attuale modello di sviluppo, crollerebbe miseramente. Noi non produciamo più per consumare ma consumiamo per poter produrre, un’aberrante incongruenza che era già stata avvertita da Adam Smith che pur è, insieme a David Ricardo, uno dei padri fondatori di questo sistema. “Dobbiamo consumare per aiutare la produzione”, quante volte ci siamo sentiti ripetere questa frase dagli economisti e dagli uomini politici? Il “tempo libero” quindi non è affatto tale, non solo perché è determinato inesorabilmente dai ritmi e dalle esigenze dei tempi del lavoro e della produzione ma perché deve essere destinato al consumo compulsivo e nevrotico. Milano da questo punto di vista è una buona base di osservazione. Nel weekend i milanesi schizzano via e si catapultano, a seconda delle stagioni, a Cortina, a Saint Moritz, a Gstaad o a Portofino, a Rapallo, a Forte dei Marmi, dove vedono le stesse persone che hanno lasciato in città e si abbandonano agli stessi riti e agli stessi ritmi. Per rientrare la domenica sera più stanchi e sfatti di quando sono partiti. Paradossalmente se la passa meglio chi, per mancanza di denaro, resta in città. È “la ricchezza di chi è più povero” per parafrasare un aforisma di Nietzsche capovolgendolo lessicalmente ma mantenendone il senso.

Il “tempo liberato” è invece quello che dedichiamo a noi stessi, alla nostra interiorità e spiritualità, alla riflessione, alla contemplazione, alla creatività disinteressata. È un tempo quasi “religioso” (non per nulla sia Wojtyla che Francesco ne hanno fatto a volte cenno) intendendo questa espressione in senso molto lato. È quel “pauperismo” che Berlusconi, che sta dalla parte opposta della barricata ma di cui tutto si può dire tranne che manchi di intuito, ha percepito e condannato nel “grillismo” e di cui, probabilmente, nemmeno buona parte dei seguaci dei Cinque Stelle è consapevole.

È chiaro che la piena attuazione del “tempo liberato”, a scapito del mito del lavoro, imporrebbe uno scaravoltamento dell’attuale modello di sviluppo, al momento impensabile. Per ora accontentiamoci del possibile: che sia la tecnologia a lavorare, almeno in parte, al nostro posto, senza per questo sbatterci sul lastrico (il “reddito di cittadinanza”, il cui contenuto va naturalmente approfondito e meglio disegnato, va in questo senso) e non noi a dover lavorare, a velocità sempre più sostenuta, in funzione della tecnologia.

L’unica soluzione: il csm senza correnti

Riccardo Iacona nel suo libro Palazzo d’ingiustizia ha dedicato un interessante capitolo al “sistema delle correnti” dell’Anm ove ha riportato, tra le altre, l’intervista del magistrato Andrea Mirenda che, dopo aver definito le correnti “associazioni di diritto privato che si sono impadronite del Csm”, ha rivolto durissime accuse all’organo di autogoverno dei magistrati.

Pochi giorni dopo il “Coordinamento Nazionale di Area Democrazia per la Giustizia” (che raggruppa le correnti di Md e dei Verdi) ha emesso un comunicato nel quale – dopo aver “preso le distanze dalle parole del dr. Mirenda perché ispirate a un metodo, purtroppo diffuso, di esasperazione dei toni e di provocazione non accettabile” – ha affermato che “il Consiglio Superiore è, infatti, nostro, di tutti i magistrati, e deve essere difeso anche pretendendo efficienza, trasparenza e coerenza. L’unica alternativa all’autogoverno è semplicemente l’eterogoverno da parte dell’esecutivo che non solo negherebbe la nostra indipendenza, ma rimetterebbe in discussione molte conquiste che oggi diamo per scontate. Incentivare questa deriva in un momento come questo in cui il quadro politico è estremamente incerto e la magistratura non gode di grande favore è semplicemente suicida. Fermiamoci finché siamo in tempo”.

Il comunicato – senz’altro condivisibile là dove “pretende efficienza, trasparenza e coerenza” (anche se non specifica in che modo ciò si può “pretendere” e concretamente ottenere, posto che il Csm si è finora dimostrato “sordo” a ogni critica) – contiene un vizio di fondo che lo rende, nella sostanza, irrilevante. Nei 60 anni di esistenza (1958-2018) non risultano concreti tentativi di abolire il Csm; neanche nell’ultimo “ventennio” in cui è stata inventata “la bufala” (sposata anche da “Re Giorgio”) del “conflitto tra politica e magistratura” – (che altro non è se non l’aggressione sistematica di partiti ai magistrati che processano esponenti politici presi con “le mani nel sacco”) – l’esistenza del Csm è stata posta in pericolo: eppure vi sono stati due tentativi di riforma costituzionale e vi è stata la riforma dell’ordinamento giudiziario che, nel sostanziale silenzio associativo, si è limitata a rafforzare il potere gerarchico dei capi delle procure – (negli anni 1960-1970, invece, vittoriosamente contrastato dall’associazione) – scatenando la corsa ai posti direttivi. Neanche è passato il tentativo di separare le carriere dei pm da quelle dei giudici (anche se, di fatto, tale separazione, in qualche modo, è già in atto) e anche, in tal caso, era pur sempre previsto il Csm (anzi due: uno per i giudici, l’altro per i pm).

Nessuno vuole l’abolizione del Csm come paventa il documento di Area; quello che si “pretende” è che la si faccia finita, una volta per tutte, con la “degenerazione correntizia” (dei togati) e la “degenerazione partitica” (dei laici); si “pretende” una legge che: a) modifichi il sistema di elezione dei togati tagliando completamente fuori le correnti (si pensi, a tal fine, all’estrazione a sorte); b) vieti l’elezione come membri laici di ministri, sottosegretari, parlamentari, consiglieri regionali, sindaci.

Poiché una legge del genere difficilmente sarà mai emanata, si consiglia “vivamente” alle correnti, in vista delle prossime elezioni, di emettere “comunicati” (preferibilmente congiunti) nei quali si “pretenda” che gli eletti si dimentichino di far parte delle rispettive correnti che hanno contribuito a farli eleggere essendo essi oramai rappresentanti di un organo di rilevanza costituzionale e, quindi, “devono”, secondo il combinato disposto degli artt. 56, 97 e 98 della Costituzione: a) “essere al servizio esclusivo della Nazione”; b) “assicurare il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione”; c) “svolgere le funzioni pubbliche con onore e dignità” (“dovere” che non riguarda solo i politici).

Chissà se un “comunicato” del genere – ove mai, per caso, venga emesso – possa sortire l’effetto di portare i neo-eletti: a) a rifiutare, fin dall’inizio, le logiche correntizie soprattutto in ordine alle nomine (a partire da quelle interne: segretario generale e il suo vice – che di solito “ruotano” tra le correnti – magistrati-segretari, addetti all’ufficio studi); b) a impedire (ci sono i numeri per farlo) che venga nominato quale vicepresidente un politico di lungo corso (peggio se parlamentare o ancor più, se sottosegretario come avviene da molti anni) che, per la sua militanza partitica, tutto potrebbe fare fuorché assurgere al vertice di un ordine che costituzionalmente è autonomo e indipendente da ogni altro potere.

Basterà attendere.