Ieri, il giorno dopo l’ennesimo no, stavolta della Corte d’appello di Londra, al trasferimento di Alfie Evans al Bambin Gesù di Roma, la battaglia degli Evans ha cambiato obiettivo: chiedono di portarlo a casa.
Alle 21:17 di lunedì il piccolo era stato staccato dal respiratore, come prevede il protocollo per il fine vita. Si pensava che si sarebbe presto spento e invece ha iniziato a respirare da solo, prima con la respirazione bocca a bocca da parte dei genitori e poi grazie a cannule nasali collegate a bombole d’ossigeno.
Ieri mattina, il padre Tom ha attaccato duramente l’ospedale Alder Hey di Liverpool dove il bambino, condannato da una incurabile malattia neuro-degenerativa, è ricoverato dal dicembre 2016: “Stamattina era debole, ma non ha più bisogno di terapie intensive. È nel suo lettino con un litro di ossigeno che gli entra nei polmoni ma può respirare da solo. Si è stabilizzato, sta meglio ora che quando era attaccato alle macchine. Alcuni dicono che è un miracolo, ma non lo è: la diagnosi era sbagliata”.
Come reso noto durante l’udienza di mercoledì, Tom avrebbe anche minacciato di avviare le pratiche per una causa contro tre dei medici dell’ospedale, accusandoli di cospirazione per omicidio per aver lasciato il bambino senza idratazione né cibo per sei ore, prima di arrendersi alle insistenze della famiglia e consentire, nella notte fra lunedì e martedì, idratazione e ossigenazione di emergenza. “Lo hanno trattato in modo disgustoso, peggio di un animale”, aveva dichiarato ai giornalisti.
Dai microfoni di Tv2000, il padre, cattolico, ha lanciato un appello al Pontefice, che sulla vicenda si è speso personalmente: “Chiedo al Papa di venire qui per rendersi conto di cosa sta accadendo. Venga a vedere come mio figlio è ostaggio di questo ospedale”.
Sempre ieri, per tutto il pomeriggio, la famiglia ha avuto un lungo incontro con lo staff dell’ospedale per negoziare il ritorno del bambino a casa, mentre venivano diffuse immagini strazianti del piccolo abbandonato sul seno della madre Kate. Tom si è detto convinto che “Alfie non soffre, non c’è dolore, e questo mi incoraggia, penso possa vivere ancora per mesi se non per anni”.
Ipotesi esclusa dai medici, che si erano rivolti al tribunale convinti, dopo mesi di assistenza ai massimi livelli e consulti internazionali – anche con gli specialisti del Bambin Gesù – che le condizioni del bambino siano senza speranza. Al punto da raccomandare, “nel suo interesse”, come prevede la legge britannica, di interrompere i supporti vitali. Un orientamento accolto da 3 corti inglesi mentre il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, proprio lunedì scorso, aveva giudicato inammissibile il ricorso dei genitori.
In serata, al termine dell’incontro, Tom Evans ha avuto parole di riconciliazione. Ringraziandoli per il supporto, ha chiesto alle migliaia di sostenitori in tutto il mondo “di tornare alle vostre vite e consentire a me, Kate e all’Alder Hey di creare una relazione, costruire un ponte e attraversarlo”. Superare, insomma, le contrapposizioni delle ultime settimane, con le minacce di morte ai medici e l’irruzione in ospedale, lunedì, di un gruppo di membri dell’esercito di Alfie.
È un po’ come chiedere al genio di rientrare nella bottiglia: ieri pomeriggio a Londra (ma anche a Washington, Belfast, Glasgow) migliaia di persone, vicine ai movimenti pro-vita, hanno marciato da Buckingham Palace a Westminster, chiedendo l’intervento della Regina e del Parlamento contro la legge “inumana”, che consente ai giudici inglesi di disporre il distacco dei macchinari senza il consenso dei genitori.