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I partiti non si sincronizzano con la volontà degli elettori

Nell’universo è tutto “sincronia” i pianeti girano intorno alle stelle sincronicamente e quindi in equilibrio dinamico, le comete hanno traiettorie sincrone e quindi sempre in equilibrio con l’universo circostante. nella natura si succedono in maniera ordinata le stagioni, gli esseri viventi hanno un cuore che batte in sincronia con il procedere della vita.

I partiti invece non riescono a formare un governo perché non sono in sincronia con l’elettorato, sincronia rotta dalla volontà di forzare l’andamento politico dei soggetti.

Infatti forzano l’andamento naturale delle cose quando inventano “le coalizioni” che erano in sincronia quando il problema era la scelta tra destra e sinistra ma oggi che l’ordine di priorità politica è cambiato ecco che chi vota Salvini per demolire i privilegi di 40 anni di parassitismo si trova legato a Berlusconi che in 20 anni di governo ha solo rafforzato le rendite parassitarie ma dice il contrario.

Chi ha votato radicale in pratica ha votato Renzi che è al polo opposto del radicalismo. Quindi il voto espresso il 4 marzo non è sincrono con le coalizioni e i partiti partecipanti, ed ecco che il governo non si riesce a fare. Esiste un grande partito del cambiamento anti-privilegi e parassitismi ma milita in tre formazioni antitetiche per i loro leaders: l’80% dei leghisti, il 50% del Pd e tutto il M5S.

Elettori quindi ingabbiati in schemi artefatti che non corrispondono alla vera volontà politica del popolo. Questa gabbia, oggi, la possono rompere solo i rispettivi politici, ma non mi sembra siano all’altezza del compito storico loro assegnato.

Francesco Degni

 

Tutto tace sulla Trattativa e in politica nulla cambia

Della sentenza nel processo sulla trattativa Stato-mafia non si parla, anzi Berlusconi e famiglia si permettono di offendere tutti coloro che ricordano agli italiani la verità, e non mollano “la presa” ultraventennale. Renzi, costretto a dimettersi da presidente del Consiglio e da segretario del Pd per errori politici imperdonabili in qualsiasi altra nazione, continua a determinare scelte di governo, vuol comandare il partito e continua ad impedire qualsiasi tentativo che non preveda un suo trionfale ritorno al potere.

Forse quando si parla di “mafia” ci dovremmo chiedere per quanto tempo milioni di cittadini che hanno votato e rivotato dopo pochi mesi segnalando una convinta, inequivocabile volontà di cambiare le cose, dovranno sopportare ancora tali situazioni.

Giampiero Buccianti

 

Criticare il governo di Israele non significa essere antisemiti

Sinceramente non riesco, in buonafede, a capire per quale motivo se qualcuno osa criticare lo Stato di Israele e la politica del governo Netanyahu verso i palestinesi, scatta in automatico l’accusa di “antisemitismo.”

Ora, se qualcuno critica, e di motivi ce ne sono, le scelte politiche di Donald Trump non per questo è complice dei terroristi che hanno buttato giù le Torri Gemelle, se si contesta al governo turco di Erdogan la repressione verso la libera stampa non vuol certo dire che si odia il popolo turco.

Criticare Israele non è sinonimo di filonazismo, vi sono moltissimi ebrei che contrastano l’attuale amministrazione israeliana, sarebbe ora, anche nell’interesse dello stesso Stato con la Stella di Davide, di smetterla con questa squallida strumentalizzazione, alle più che legittime critiche si dovrebbe rispondere con circostanziati e cogenti argomenti e non buttandola “in caciara” speculando sul dramma della Shoah mancando oltretutto di rispetto alle vittime innocenti che l’hanno subita.

Mauro Chiostri

 

La rete di simpatie straniere che protegge Cesare Battisti

Ancora una volta Cesare Battisti, pluriassassino condannato in via definitiva per omicidi a scopo di rapine, può cavarsela sfuggendo alla giustizia italiana grazie alle potenti complicità che lo proteggono a livello internazionale.

Dopo la signora Sarkozy (alias Carla Bruni, italiana) che ne ha facilitato la fuga dalla Francia quando ha capito che l’estradizione era vicina, è stata la volta di Lula che, nell’ultimo giorno del suo mandato presidenziale, l’ha salvato nuovamente, e ora il nuovo Presidente (che aveva promesso un ben diverso comportamento) lo lascia circolare liberamente senza alcun controllo.

Tutto ciò perché il Battisti si ammanta dell’aureola di “martire della rivoluzione” che negli anni 70 ha insanguinato l’Italia e ha suscitato tante simpatie negli ambienti più perversi della sinistra internazionale.

Quando l’Italia avrà il coraggio di rompere le relazioni diplomatiche con il Brasile?

Cristiano Urbani

 

I NOSTRI ERRORI

Giovedì 26 aprile abbiamo sbagliato il nome di battesimo dell’assessore al Lavoro della Regione Campania, Sonia Palmieri, nell’occhiello e nella didascalia dell’articolo intitolato “Non c’è il ‘garante’, premiata l’assessora”: ci scusiamo con l’interessata e con i lettori.

FQ

Morti bianche. Parole vuote, esistono episodi che hanno sempre una causa

Le chiamano “morti bianche” come se avvenissero senza sangue. Le chiamano “morti bianche”, perché l’aggettivo bianco allude all’assenza di una mano direttamente responsabile dell’accaduto, invece la mano responsabile c’è sempre, a volte più di una. Le chiamano “morti bianche”, come fossero dovute alla casualità, alla fatalità, alla sfortuna. Le chiamano “morti bianche”, ma il dolore che fa loro da contorno potrebbe reclamare ben altra sfumatura cromatica. Le chiamano “morti bianche”, fanno clamore, giusto il tempo di una prima pagina. Poi le vittime e le loro famiglie finiscono spesso nel dimenticatoio. Le chiamano “morti bianche”, per evitare che si parli di omicidi sul lavoro. Le chiamano “morti bianche”, ma quasi sempre dipendono dal fatto che in quell’azienda non si rispettavano neanche le minime norme per la sicurezza sul lavoro. Le chiamano “morti bianche”, un eufemismo che andrebbe abolito, perché è un insulto ai familiari e alle vittime del lavoro. Le chiamano “morti bianche”, pochi ne parlano, ma sono tragedie sottostimate nei dati ufficiali. Le chiamano “morti bianche”, ma non lo sono mai.

Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico

 

Caro Bazzoni, lei ha ragione e la sua campagna per sensibilizzare i giornali è sacrosanta. “‘Morte bianca’ è quella dovuta a un incidente mortale sul lavoro, causata dal mancato rispetto delle norme di sicurezza. L’uso dell’aggettivo ‘bianco’ allude all’assenza di una mano direttamente responsabile dell’incidente”, scriveva il linguista Giorgio De Rienzo in un famoso Scioglilingua sul Corsera ormai oltre dieci anni fa. Se le norme non vengono rispettate, è perché qualcuno, a vari livelli, chiude un occhio, e allora è più corretto parlare di omicidi del lavoro. Che sono in aumento. L’Osservatorio di Bologna ne conta nel 2017 oltre 1.400, l’Inail 1.029, forse perché non considera i lavoratori in nero e quelli non assicurati con l’ente. Sono cifre spaventose, peraltro in aumento nei primi tre mesi di quest’anno. Sul Fatto abbiamo spiegato che durante la crisi le imprese hanno risparmiato sulla sicurezza e ora la ripresina economica – che in molti settori comporta un aumento dei carichi per lavoratori già usurati – porta con sé l’aumento di episodi che non hanno nessun candore, ma quasi sempre una causa. I controlli, specie nell’edilizia, sono crollati e solo ora il ministero ha annunciato una stretta sulle ispezioni. Dobbiamo tutti, noi giornalisti per primi, impegnarci a ricordare che non c’è nessuna fatalità dietro.

Carlo Di Foggia

Testata al cronista Rai Roberto Spada in aula: “Mi scuso con tutti”

Di quella testata contro un cronista della Rai dice “non ricordare nulla” ma è pronto a “chiedere scusa a tutti i giornalisti”. Roberto Spada, il rampollo di una delle famiglie criminali più attive sul litorale romano, compare in videoconferenza dal carcere di Tolmezzo per essere ascoltato nel processo che lo vede imputato, assieme a Ruben Alvez del Puerto, di violenza privata e lesioni personali aggravate dal metodo mafioso ai danni del giornalista della Rai, Daniele Piervincenzi e del suo operatore Edoardo Anselmi, avvenute il 7 novembre scorso a Ostia. “Mi vergogno di quello che è successo – ha affermato Roberto Spada –. Chiedo scusa a tutti i giornalisti, ma di quei momenti non ricordo più nulla, ho visto tutto nero”. Roberto Spada, che nelle scorse settimane è stato raggiunto da un nuovo provvedimento di custodia cautelare per omicidio volontario e altri reati nell’ambito della maxi-indagine che ha portato all’arresto di una trentina di persone, ha fornito la sua versione su quanto accaduto. “Nelle ore successive al fatto mi sono rivisto nel video – ha aggiunto –. Non c’è giustificazione a quello che ho fatto”.

Arrivano gli inglesi, ma Roma teme i suoi ultrà

Un esercito di 2000 agenti, centro storico presidiato per tre giorni, ordinanze anti-alcol e ben 20 bus del Comune per portare oltre 5000 tifosi inglesi allo Stadio Olimpico. Si annunciano straordinarie le misure di sicurezza in vista di Roma-Liverpool, semifinale di ritorno di Champions League in programma mercoledì 2 maggio.

Clima rovente dopo l’aggressione che martedì scorso, a Liverpool, ha ridotto in fin di vita Sean Cox, 53enne irlandese tifoso dei Reds. I detective della Merseyside hanno ottenuto la conferma dell’arresto dei tifosi romanisti Filippo Lombardi (20 anni) e Daniele Sciusco (29), anche se l’accusa di tentato omicidio è stata derubricata a “lesioni personali gravi” per il primo e “violent disorder” per il secondo: processo fissato il 24 maggio. Tutti gli altri stanno facendo ritorno in Italia. Gran parte dei circa 40 fermati apparterrebbero al gruppo ultras dei Fedayn, ultima enclave di sinistra in una Curva Sud da tempo dominata dall’estrema destra.

In realtà, i rischi di una possibile vendetta da parte dei tifosi del Liverpool sembrano limitati. Dai tempi delle tragedie di Heysel e Hillsborough, anche le frange più estreme della Kop appaiono più moderate e l’amicizia con gli Irriducibili laziali non si può considerare un vero gemellaggio. Si teme invece il contrario, cioè un’ulteriore rivalsa da parte dei facinorosi della Sud: “Onore ai leoni di Anfield!”, recitava un post apparso ieri pomeriggio su Facebook. Non è un caso che la società Liverpool stia preparando un decalogo informativo per i propri sostenitori.

Le contromisure verranno decise durante i vertici di oggi. In mattinata, riunione dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive al Viminale, alla presenza di Scotland Yard, Uefa, As Roma e Liverpool Fc. A seguire, tavolo in Prefettura per il piano della sicurezza nelle giornate dell’1, 2 e 3 maggio. Gran parte degli inglesi sono attesi a Fiumicino il giorno della gara: saranno scortati fino a Villa Borghese e poi condotti allo stadio; a fine gara, ritorno diretto fino al ‘Da Vinci’. Saranno invece alcune centinaia i tifosi a Roma già il 1° maggio, quando entreranno in vigore le ordinanze anti-alcol e anti-vetro e il centro verrà presidiato dalle forze dell’ordine.

Intanto, non sono attese pesanti sanzioni sportive per l’As Roma, anche per l’assenza di precedenti recenti in Europa. I giallorossi si aspettano una multa (attorno ai 200.000 euro) e una squalifica condizionata (gara a porte chiuse in presenza di nuovi episodi censurabili).

Accusa le guardie di rubare e viene massacrato in cella

Uno lo chiamano Hitler, uno il Rosso, via via li riconosce tutti. Da dietro un vetro. Non vi deve essere contatto. Ma non ha dubbi. Sono loro. Saranno undici, tra ispettori e agenti di polizia penitenziaria, a finire indagati dalla Procura di Milano con le accuse, a vario titolo, di falso ideologico e intralcio alla giustizia, lesioni e sequestro di persona. A tutti è contestato l’intralcio alla giustizia in concorso. Il loro obiettivo: fare pressioni su Ismail Ltaief, nato in Tunisia nel 1966 e detenuto a San Vittore, affinché non testimoniasse in un processo a Velletri contro altri colleghi della penitenziaria accusati di aver sottratto derrate alimentari dal carcere del Comune laziale. A farli finire sul banco degli imputati sono, nel 2011, proprio le dichiarazioni del tunisino all’epoca ristretto in quel penitenziario. L’uomo rivela anche i pestaggi nei confronti di chi si opponeva a quelle ruberie. Il processo di Velletri arrivato in Appello ha già registrato alcune assoluzioni.

Dopo la scarcerazione, il tunisino, attualmente difeso dall’avvocato Alessandra Silvestri, arriva a Milano da uomo libero. In città frequenta il boschetto della droga nel quartiere di Rogoredo. Sarà arrestato con l’accusa di tentato omicidio per aver sparato alle gambe a un egiziano di 34 anni. Finisce a San Vittore. Qui, nel 2017, avviene il regolamento di conti, ricostruito dal pm Leonardo Lesti, che ieri ha chiuso l’indagine a carico degli undici. Sul tavolo: pestaggi e minacce da parte degli agenti per fare ritrattare Ltaief o addirittura per non andare al processo. Due, in particolare, gli episodi di violenza contestati. Quello del 27 marzo, avvenuto in cella, e quello del 12 aprile consumato in un corridoio dove non ci sono telecamere. “Anche se – si legge nel verbale dell’incidente probatorio del 6 novembre scorso – il Rosso (un agente penitenziario, ndr) ha iniziato con piccoli ricatti già prima del 27 marzo. Lo chiamava infame o spione davanti agli altri detenuti. E infatti i carcerati pensavano fosse un pedofilo o uno stupratore”.

Il senso di impotenza davanti a questi soprusi, ritenuti credibili dal pubblico ministero, lo porta anche a compiere diversi atti autolesionisti. Per questo, spiega il giudice, si è reso necessario l’incidente probatorio. “C’è – scrive il gup – il serio pericolo che egli non possa essere esaminato in dibattimento per morte o grave infermità”. Insomma, il racconto del tunisino, confermato anche da due compagni di cella, viene tenuto in considerazione dalla Procura. “Circa l’episodio del 12 aprile – racconta il tunisino – verso le dieci di sera è arrivato un agente, che in passato mi aveva infastidito. Lui mi ha detto di seguirlo. E di fare il detenuto. Siamo arrivati sulla scala, mi ha messo le manette e ha incominciato a picchiarmi al fegato, sul torace. Con un apparecchio che ha infilato nelle mani, mi ha detto che questo me lo mandava l’agente di Velletri che avevo denunciato. Io sono svenuto”. Che cosa fosse l’oggetto tenuto in tasca resta, per ora, un mistero. L’aggressione non è finita. Il tunisino prosegue: “Quando mi sono ripreso continuava a picchiarmi. Io ho incominciato a urlare per farmi sentire dagli altri detenuti.

Poi mi ha portato nell’ufficio del capo-posto, lì c’erano due agenti, io chiedevo aiuto. L’ispettore si è scagliato verso di me insultandomi e prendendomi a calci. E mentre mi picchiavano, dicevano che non dovevo andare a testimoniare a Velletri. Quando sono tornato in cella, i miei compagni, per darmi un po’ di sollievo, hanno usato il dentifricio”. Il 27 marzo c’è la prima aggressione. “L’ispettore e il torturatore sono entrati nella cella. Mi hanno insultato, mi hanno picchiato nel locale cucina. In infermeria ho detto che avevo sbattuto il capo contro la porta, poi, però, ho detto che mi avevano costretto a dire che ero caduto”.

Le minaccefunzionano tanto che, scrive il giudice nel settembre 2017, “Ismail ha rifiutato la traduzione per essere sentito come teste nel procedimento di Velletri”. Ora, però, l’indagine è chiusa. Si attende la richiesta di rinvio a giudizio per gli undici indagati (tutti trasferiti da San Vittore). Nel frattempo Ismail Ltaief si trova nel carcere di Opera.

Tra Sicilia, Calabria e Campania: 5 Comuni sciolti per mafia

Per Platì è il quarto scioglimento per mafia in 15 anni. Il paesino della Locride è uno dei cinque comuni dove, per il Consiglio dei ministri, sono state “riscontrate ingerenze da parte della ‘ndrangheta”. Stando alla relazione della Commissione parlamentare antimafia sugli impresentabili, il sindaco Rosario Sergi (eletto nel 2016 con una lista civica) aveva “rapporti di affinità con esponenti di vertice della cosca Barbaro”. Su richiesta del ministro dell’Interno, Marco Minniti, è stato sciolto anche il comune di Limbadi. Guidato dal sindaco Pino Morello (ex Pd), il paesino in provincia di Vibo Valentia è salito agli onori della cronaca pochi giorni fa quando le cosche hanno fatto saltare in aria con un’autobomba il 42enne Matteo Vinci. Palazzo Chigi ha sciolto per infiltrazione mafiosa anche i comuni di Bompensiere, in provincia di Caltanissetta, quello di Caivano in Campania, e il comune di Manduria in Puglia. Palazzo Chigi ha inoltre prorogato per altri sei mesi il commissariamento anche dei comuni di Casavatore e Crispano, in provincia di Napoli.

“L’Isis mi ha offerto dei soldi per investire la gente in auto”

È la prima volta in Italia, come rileva il capo della polizia Franco Gabrielli, che un sospettato di terrorismo viene arrestato dopo il giuramento di affiliazione all’Isis e prima che abbia commesso attentati. Finora in Europa il video del giuramento veniva scoperto solo a strage avvenuta, come avvenne – è uno dei sette esempi citati nelle carte dell’inchiesta – dopo l’attentato del Tir lanciato sui mercatini di Berlino nel dicembre 2016, che lasciò 12 morti per terra. “Ma non è stato sventato un attentato a Napoli o da un’altra parte – ha aggiunto Gabrielli –, è stato individuato un soggetto che aveva fatto giuramento di fedeltà al Califfato e che riteniamo altamente probabile potesse porsi in una condizione di dare seguito a quel giuramento. Ma tutto questo a oggi non c’è”.

C’è di sicuro che Touray Alagie, 21 anni, un profugo del Gambia alloggiato nel centro di accoglienza di Pozzuoli (Napoli), fermato venerdì scorso dalla Procura di Napoli guidata da Giovanni Melillo con accuse di terrorismo, aveva giurato fedeltà al califfo Al Baghdadi. E aveva diffuso il video del giuramento su Telegram, in una chat che ha un sistema di criptazione più sicuro di Whatsapp: si era autoregistrato 4 volte, l’ultimo filmato, girato il 10 aprile nella sala mensa del centro, era quello “buono” e mandato in Rete, gli inquirenti li hanno ritrovati tutti sullo smartphone Samsung J3 da 115 euro che aveva acquistato da poco, ne conservava ancora la scatola. In questi video si vede Alagie pronunciare la formula di rito – se l’è dovuta annotare e imparare a memoria, non conosce l’arabo – ritenuta dagli inquirenti della Digos di Napoli e dei Ros dei carabinieri una sorta di adesione al terrorismo: “Giuro fedeltà per il Califfo di tutti i musulmani, Abu Bakr Al Qouraci Al Baghdadi e ascoltarlo e ubbidirlo, nel facile e nel difficile. Nel secondo giorno del mese di Rajab, oggi lunedì. Allah è testimone di quello che dico”.

Si indaga se e dove avesse davvero pianificato una strage e in particolare se difendendosi piangendo tra mezze ammissioni e cambiando diverse volte versione dopo essere stato fermato, volesse concretizzare la richiesta di lanciare un’autovettura in mezzo alla folla. L’invito a procedere con l’attentato gli sarebbe arrivato su Telegram da una utenza cellulare libica attraverso la mediazione di un amico in Gambia, Batch Jobe, che lavorerebbe in un’agenzia di cambio denaro. Se avesse compiuto la strage, l’uomo avrebbe ricevuto poi 1500 euro per andare in Francia. “Loro non credevano che avrei commesso l’azione e per questo non mi hanno mandato i soldi. Mi hanno detto di prendere una macchina per investire la folla, ma non come prendere la macchina”, ha detto aggiungendo di non saper guidare.

A ricostruire così il presunto progetto stragista e a parlare di un compenso è proprio lui, Alagie. Spontaneamente. In un interrogatorio del pm Gianfranco Scarfò, dopo che il giorno prima l’uomo aveva parlato di uno scherzo. Se ne trova un riassunto nelle 16 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip di Napoli Isabella Iaselli, che racconta anche un po’ di storia del gambiano: è arrivato in Italia 13 mesi fa attraverso la tratta Gambia-Senegal-Malì-Niger-Libia e da allora dice di vivere con i 77 euro al mese del centro accoglienza. Inoltre ha in fronte un livido di 3 centimetri che si sarebbe procurato con la tipica postura della preghiera musulmana che lui compieva anche cinque volte al giorno. È un radicalizzato? Si lavora alla risposta. “Un giovane sostanzialmente tranquillo, a volte un po’ strano, che viveva la preghiera in modo diverso dagli altri” lo descrivono così i responsabili del centro accoglienza.

Gli inquirenti italiani sono stati allertati da una segnalazione dell’intelligence spagnola (sono loro a scoprire i video su Telegram). In poche ore l’hanno individuato. Ed evidenziano che tra il 12 e il 13 aprile, dopo il giuramento, Alagie ha inviato degli audio ad alcuni interlocutori in corso di identificazione chiedendo di “pregare per lui” e dichiarando di essere “in missione”. Sembrano indizi di un attentato imminente. Il 20 aprile Alagie è stato fermato all’uscita di una moschea in via Licola a Pozzuoli. Quattro giorni dopo, il Gip ha convalidato il fermo. Le indagini adesso proseguono su diversi fronti: individuare l’intestatario dell’utenza libica, ricostruire la rete dei rapporti del gambiano, all’estero e in Italia. Ieri l’arresto è stato reso noto in una conferenza stampa in Procura con la presenza del capo della polizia Franco Gabrielli, del capo dell’Antiterrorismo della polizia Lamberto Giannini e del comandante del Ros Pasquale Angelosanto. “Normalmente il giuramento è prodromico alla commissione di delitti – ha spiegato Gabrielli – se poi volesse darvi seguito, sono rimesse solo alle sue dichiarazioni. Prima ha detto che era uno scherzo, poi una proposta cui non avrebbe dato seguito. Sono tutte cose che devono essere accertate”. “Soprattutto – ha ribadito Gabrielli – ha funzionato la corretta circuitazione delle informazioni tra l’intelligence e le forze di polizia”.

Davigo al Tar contro Carcano: “Ignorata la mia esperienza”

Ci sono innumerevoli ricorsi al Tar ogni anno contro le nomine del Csm ma se il ricorrente si chiama Piercamillo Davigo è subito scontro. L’ex pm di Mani pulite e leader di Autonomia e indipendenza (AeI), candidato alle prossime elezioni del Csm, si è rivolto al Tar contro la nomina di Mimmo Carcano a presidente aggiunto della Cassazione. Palazzo dei Marescialli lo accusa di sentirsi superiore e di essere così “supremo censore delle condotte professionali altrui”. Nel ricorso al Tar non si contrappone tanto la capacità professionale di Davigo a quella di Carcano quanto l’idoneità a quel ruolo da parte di Carcano che per tanto tempo “non ha esercitato la giurisdizione”, cioè non ha fatto il magistrato. Ultimo incarico extra, capo dell’ufficio legislativo del ministro Orlando. Davigo, invece, ha sempre fatto il magistrato ma diverse delle sue innumerevoli esperienze professionali, si dice nel ricorso, non sono state valutate. Il plenum del Csm ha nominato Carcano il 21 febbraio con il solo no di Aldo Morgigni (togato di AeI). Carcano, candidato di Area, era presidente di sezione della Cassazione, come Davigo e si era ritirato dalla corsa alla presidenza.

Bulgarella e Messina Denaro: archiviazione

Archiviata l’accusa più grave, quella di riciclaggio con l’aggravante mafiosa collegata al boss di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro. Per l’imprenditore originario di Trapani, Andrea Bulgarella, restano in piedi “contestazioni minori” – così definite dai suoi legali Nino Caleca e Vincenzo Maria Giacona – legate ai “rapporti con alcuni istituti di credito”. Le accuse iniziali riguardavano anche coindagati del calibro di Fabrizio Palenzona, per il quale cade l’accusa di associazione per delinquere e l’aggravante mafiosa, ma restano le accuse di truffa e appropriazione indebita.

Negli atti della Dda fiorentina i rapporti finanziari legati a Unicredit erano così descritti: “Dal 21 giugno 2014 sono state rilevate (…) comunicazioni (…) finalizzate (…) all’allacciamento di rapporti con uno dei vertici di Unicredit spa, individuato in Fabrizio Palenzona e nel suo faccendiere Roberto Mercuri, allo scopo di superare la valutazione sostanzialmente negativa sull’affidabilità finanziaria del gruppo imprenditoriale tosco-siciliano (…) in quanto di impedimento all’approvazione di una manovra di ristrutturazione del consistente debito (circa 65 milioni di euro) maturato dal Gruppo Bulgarella nei confronti di Unicredit spa”.

Un’altra contestazione riguardava i rapporti di Bulgarella con la Banca di Credito Cooperativo di Cascina. Nell’inchiesta furono iscritti infatti, nel registro degli indagati, con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla truffa e all’appropriazione indebita anche Palenzona, all’epoca numero due di Unicredit. Caduta l’aggravante dell’associazione e del favoreggiamento alla mafia restano soltanto le accuse di truffa e appropriazione indebita. Ma torniamo a Bulgarella.

Il reato più grave è stato archiviato e l’archiviazione arriva su richiesta della stessa Direzione distrettuale antimafia di Firenze. Il gip ha disposto l’archiviazione per il reato di riciclaggio ed eliminato l’aggravante relativa al metodo e alla finalità mafiosa. L’indagine è stata condotta dal Ros dei carabinieri di Firenze che, anche in virtù delle deposizioni di alcuni collaboratori di giustizia, s’era persuaso che Bulgarella, nella sua attività professionale, operasse “il riciclaggio di denaro di provenienza mafiosa e in particolare del clan che fa capo a Matteo Messina Denaro”.

Già in prima battuta, il tribunale del Riesame, censurò l’operato della Procura disponendo il dissequestro dei documenti. La Cassazione a sua volta bocciò la decisione del Riesame. Adesso a chiudere la vicenda è arrivata la decisione del gip: “Si tratta di un’indagine – spiega la nota degli avvocati di Bulgarella – che nasce da elementi poco consistenti che però ha creato un grave danno di immagine a tutta l’attività del gruppo”. E ancora: il provvedimento del gip, commentano i legali, è “nettissimo”, poiché scrive che “non ci sono prove che attestino flussi di denaro o altre utilità di provenienza illecita reimmesse in attività economiche del Bulgarella”. Le accuse sui reati finanziari saranno ora vagliate dalla Procura ordinaria e non più dalla distrettuale antimafia.

“Processi” ai giudici, guerra al Csm sui ritardi di Legnini

Al Csm c’è uno scontro rimasto finora segretissimo su una materia che è cuore pulsante dell’organo di autogoverno dei magistrati: i procedimenti disciplinari e la formazione dei collegi giudicanti. I togati di Area (sinistra) si sono contrapposti al vicepresidente Giovanni Legnini e al consigliere laico di Ncd Antonio Leone, chiedendo più trasparenza.

L’ultima diatriba è rappresentata dal cambio repentino del collegio per il processo disciplinare a carico di Camillo Romandini, giudice della Corte d’appello di Roma ed ex presidente della Corte d’assise di Chieti che in primo grado, al processo per la discarica dei veleni di Bussi (Pescara), ha assolto i 19 imputati. Per quella sentenza, ribaltata in appello, c’è stata un’inchiesta, archiviata, della Procura di Campobasso per presunte pressioni di Romandini sui giudici popolari, oltre al procedimento disciplinare.

Romandini davanti al Csm deve rispondere di “comportamenti scorretti nei confronti di altri magistrati” ma anche di “svolgimento di attività incompatibili con la funzione giudiziaria”, per una vicenda legata a un’impresa di sua proprietà. Il processo disciplinare viene fissato per il 2 marzo scorso: presidente Leone, giudici Antonello Ardituro (relatore) Lorenzo Pontecorvo, Ercole Aprile, Lucio Aschettino e Paola Balducci. L’udienza, però, salta perché il 22 febbraio l’avvocato di Romandini, Gianfranco Iadecola, aveva chiesto un rinvio per motivi di salute del suo assistito, senza certificazione medica che invierà soltanto il 6 marzo. Ma Leone, senza indugio, accoglie l’istanza e rinvia al 10 maggio. Così cambia parte del collegio, a eccezione di Leone, Balducci e Pontecorvo. Il relatore diventa Luca Palamara, gli altri due giudici sono Maria Rosaria San Giorgio e Nicola Clivio.

La nomina di Palamara a relatore la fa, sempre il 22 febbraio, il vicepresidente Legnini, che è anche il presidente della sezione disciplinare. Nel decreto spiega che poiché Ardituro non fa parte del collegio del 10 maggio spetta a Palamara essere il relatore. D’altronde, prosegue, prima di chiedere la sostituzione era relatore proprio Palamara. Le decisioni di Leone e Legnini sono state contestate dai giudici “estromessi” perché, ragionano, quel collegio con Palamara, non era mai stato “operativo”. Ardituro e Aprile inviano lettere di rimostranza a Legnini: è stato violato il principio del giudice naturale, cioè il giudice “precostituito per legge”. Secondo i consiglieri, Leone – in base ad alcune norme – non avrebbe potuto accogliere il rinvio chiesto dalla difesa Romandini e fissare la nuova udienza perché la decisione spettava all’intero collegio e non solo al presidente. C’è di più: secondo i consiglieri il rinvio di un’udienza non per esigenze organizzative della sezione disciplinare ma per ragioni di una parte processuale non può “mai” comportare la modifica di un collegio.

In realtà la prima lettera a Legnini, a firma di Ercole Aprile, è di fine 2015. Segnala “disfunzioni” e “disservizi” nei meccanismi di composizione dei collegi e chiede nuove tabelle di organizzazione. Legnini, in una riunione informale con i consiglieri rivendica il pieno rispetto delle regole tabellari ma pochi giorni dopo gli scrivono, ribadendo il concetto, tutti i togati di Area: Aprile, Ardituro, Aschettino, Clivio, Fracassi, Morosini e Napoleone. Chiedono, tra l’altro, che nei collegi ci sia “un’adeguata rotazione” dei togati. Ai consiglieri risponde piccato non Legnini ma Leone che parla di “insinuazioni” e, come Legnini, afferma che c’è sempre stato il rispetto delle tabelle anche per individuare i supplenti.

Altra lettera a Legnini, questa volta solo dei giudici supplenti, Aprile, Ardituro, Aschettino e Napoleone. Protestano per la risposta ricevuta da Leone e non da chi, per legge, è il presidente della sezione disciplinare, cioè Legnini. Una circostanza, secondo loro, che fa di Leone il vero “gestore” della sezione disciplinare.

Il caso del collegio Romandini ha fatto decidere i consiglieri di investire il Quirinale, che ha preso la questione seriamente. Infatti, ci risulta che a breve in plenum arriverà un decreto di Legnini con nuove tabelle organizzative sui meccanismi di automaticità nella composizione dei collegi. Con anni di ritardo e a meno di cinque mesi dalla scadenza di questa consiliatura.