Alla fine siamo sempre lì: al grande e unico leader che non c’è più, Marco Pannella. Capace di fare patti col diavolo, ma riuscendo sempre a essergli almeno pari. Come quando il leader radicale costrinse Silvio Berlusconi nel 1996 ad andare a pietire al suo cospetto un accordo elettorale in extremis per raggranellare i voti che servivano al Polo per battere l’Ulivo. E poi esigerne pubblicamente il pagamento, 1 miliardo e 200 milioni da incassare con l’ufficiale giudiziario nella sede di Forza Italia. Altri tempi. Adesso Matteo Salvini ha messo definitivamente il cappello sui referendum sulla giustizia e i radicali zitti e fuori gioco poiché si è deciso di depositare i quesiti in Cassazione non accompagnandoli con le 500mila firme necessarie, ma con la richiesta di nove consigli regionali. Risultato: il partito che fu di Pannella che aveva avviato la campagna è fuori dal comitato promotore, il che significa che non avrà diritto ad andare in tv per perorare la causa. E dovrà rinunciare ai rimborsi per le circa 25mila firme raccolte, pochine peraltro, specie se comparate a quelle raccolte da altri soggetti della galassia su eutanasia e cannabis.
Sullo sfondo però il tema è solo uno, quello del leader che non c’è più: come si sarebbe comportato Pannella con un alleato come Salvini? Un tema aleggiato anche al congresso radicale di fine ottobre che si è concluso, per dirla con il segretario Maurizio Turco “con una unanimità finta”. Unanimità che non cancella le parole della più pannelliana di tutti, Rita Bernardini, 45 anni di militanza e un rapporto simbiotico con il Capo supremo fino alla fine. “Quella con la Lega è stata una grande operazione politica dopo una lunga traversata nel deserto”, ha detto Bernardini prima di manifestare un certo sconcerto per la scorciatoia imboccata in Cassazione. Ché la raccolta firme richiede tempo e fatica “e conoscenza della legge” che – è il sottotesto – i radicali conoscono a menadito e la Lega, neofita delle procedure, molto meno: in ogni caso non si saprà mai se le firme raccolte dai salviniani ai banchetti avrebbero passato l’esame. Ma non l’ha passato neppure il Partito radicale, a sentire Bernardini. Che nel suo intervento congressuale ha buttato lì una provocazione pannelliana e dunque feroce: “Siamo in grado di portare Salvini nelle carceri a vedere che situazione c’è? Ma deve venire a vedere i reparti dove c’è gente con gli arti atrofizzati perché manca lo spazio. Non andare per farsi un giro e magari un selfie con le guardie carcerarie”.