Il gup di Pisa ha prosciolto il sindaco Marco Filippeschi dall’accusa di corruzione e falsificazione degli atti scaturita da un esposto presentato dal collegio dei revisori dell’ente, in carica precedentemente al collegio attuale. Lo rende noto il Comune riferendo che il gup ha pronunciato “il non luogo a procedere perché il fatto non sussiste” nei confronti di Filippeschi e anche dell’ex segretaria generale del Comune, Angela Nobile”. La vicenda, che aveva portato all’imputazione coatta per il sindaco, riguardava la scelta del Comune di non aderire all’Opa lanciata da Corporation America sulla Sat, l’allora società di gestione dell’aeroporto pisano a maggioranza pubblica, e il successivo procedimento di fusione per incorporazione della società di gestione dell’aeroporto fiorentino che ha fatto nascere la Toscana Aeroporti spa. “Il pronunciamento del giudice – commenta Filippeschi – è quanto di più chiaro si potesse ottenere per ristabilire la verità. A ciò si deve aggiungere anche l’archiviazione dell’esposto da parte della Corte dei conti. Sono contento anche per Angela Nobile”.
Le consulenze per l’outlet
Tiziano Renzi e Laura Bovoli, genitori di Matteo Renzi, sono indagati per emissione di fatture per operazioni inesistenti. L’imprenditore Luigi Dagostino è indagato per dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti e truffa.
Il procuratore aggiunto di Firenze Luca Turco e la pm Christine von Borries hanno notificato nei giorni scorsi agli indagati l’avviso di conclusione delle indagini che generalmente prelude alla richiesta di rinvio a giudizio
Le fatture sotto inchiesta sono due, risalenti al 2015. Una, 20 mila euro più Iva, è stata emessa dalla Party Srl, in cui Renzi senior era socio con il gruppo Dagostino, e pagata dalla Nikila Invest Srl, amministrata dalla compagna di Dagostino, Ilaria Niccolai. E un’altra,140 mila euro più Iva, è stata emessa dalla Eventi 6 amministrata dalla moglie di Tiziano, Laura Bovoli. La fattura è stata pagata dalla Tramor, riferibile allora a Dagostino, per uno studio sul ‘food’ e i trasporti relativi all’outlet The Mall di Reggello.
“Quella volta che ho incontrato Matteo per il castello dei film”
“Voleva portare i turisti al The Mall con gli aerei leggeri, oltre che con i battelli, ma Tiziano si sa come è fatto”. Luigi Dagostino parla del padre di Matteo Renzi come di un velleitario sognatore, però in passato ha pagato alla società della sua famiglia, per studi sui trasporti verso il centro commerciale di Reggello, ben 172 mila euro, Iva inclusa.
Lei è l’imprenditore indagato per false fatture assieme a Tiziano Renzi, il quale sostiene che le prestazioni considerate inesistenti dai pm sono reali. Lei che dice?
Mi sono avvalso della facoltà di non rispondere. Se le rispondo, sarebbe corretto verso i magistrati?
Però qui ci sono in ballo questioni pubbliche che interessano tutti. Perché lei andava in giro con Tiziano Renzi a incontrare i politici e perché accettava di pagare parcelle salate senza battere ciglio?
Non è vero che Tiziano mi serviva per i politici, come hanno scritto. L’unico politico citato nelle mie agende è Nicola Latorre, che conoscevo già: abitiamo vicino. E non è vero che sarei stato un soggetto da evitare perché plurindagato e pregiudicato.
Lei è indagato e ci sono sette provvedimenti riportati nel suo casellario giudiziale.
Sì, ma mi hanno indagato dopo aver conosciuto Tiziano e non ha senso dire che non avrebbe dovuto frequentarmi. Quanto al casellario, controlli i sette episodi in 20 anni di attività: sono tutte violazioni delle norme sul lavoro che ho chiuso con multe da 500 a 1.500 euro o con pene di due-tre mesi che ho oblato in ammende amministrative. Sono violazioni contestate spesso anche se non c’ero per la responsabilità oggettiva come amministratore.
Ora è indagato per false fatture. Perché ha pagato 140 mila euro più Iva alla società dei Renzi per uno studio sul food e sui trasporti dei turisti all’outlet The Mall?
Tiziano aveva questa idea del treno fino a Rignano per poi far salire i turisti sul battello e venire al The Mall. Gli spiegai che era folle pensare di far fermare il Frecciarossa da Milano a Rignano. Già c’erano polemiche per il treno che ferma ad Arezzo, città della Boschi, che almeno era provincia.
Nella fattura della società dei Renzi si parla pure di aeroporti. Volevate portare i turisti al The mall dal cielo?
Tiziano mi parlava degli ultraleggeri e degli elicotteri come a Manhattan. Io sapevo che non ci saremmo mai riusciti. Mi pare che una volta mi fece incontrare il sindaco Lorenzini (che non ricorda l’incontro, ndr) per questa cosa.
Però poi la società dei Renzi le invia la fattura a luglio 2015 per “studio di fattibilità di una struttura ricettiva e food con i relativi incoming asiatici e la logistica da e per i trasporti pubblici (ferrovie, aeroporti, ecc.)” e lei paga 172 mila euro. Perché?
Ne parlerò con i pm. Le posso solo dire che l’operazione The Mall è stato un grandissimo successo e io ero in un momento di euforia economica quando ho avuto i contatti con Tiziano. Mi chiese di farlo lavorare e non sono stato troppo a guardare le fatture.
E perché paga l’aumento di 40 mila più Iva tra la prima fattura inviata da 100.000 e la seconda da 140.000?
Mi disse che l’aumento era dovuto al coinvolgimento di altri soggetti. Quando ho capito il tipo sono stato più cauto. Stiamo parlando di una persona vulcanica e spesso esagerava.
Lei con Tiziano ha mai incontrato Matteo?
Una sola volta. Ho visto Matteo Renzi per la storia del castello di Sammezzano.
Il castello c’entra qualcosa con la società The Castle?
No. E’ il castello bellissimo che sta a Leccio nel Comune di Reggello: era un albergo, poi è andato incontro al degrado. L’ex sindaco di Reggello, Massimo Sottani, 20 anni fa lo prese a cuore e poi la Sammezzano Castle Srl, lo comprò.
Lei era nella società?
No. Era stato comprato da una società inglese di due signori e all’inizio c’era anche la moglie di Giovannino Agnelli, il nipote di Gianni. Matteo Garrone ci ha girato nel 2015 The tale of the tales e poi ci sono tanti documentari.
Ma lei e Matteo Renzi che c’entrate con il castello?
Mi venne l’idea di associarlo al The Mall facendo delle mostre permanenti e feci fare un progetto di fattibilità per poi proporre la cosa agli inglesi. Per questo vedo Matteo a casa di Tiziano, mi pare a settembre 2014. Era già premier.
Che vi siete detti?
Il castello è un bene tutelato dall’Unesco. Chiesi a Matteo se riusciva, con l’allora ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, a fare qualcosa per promuovere il castello. Eravamo io, Matteo e Tiziano e c’erano dei giornalisti che circolavano nella villa per un servizio sulla famiglia.
Come è finita?
Renzi mi disse che in quel castello c’era andato ai tempi degli scout e che avrebbe preso a cuore la cosa. Gli dissi che era assurdo che promuovesse zone e aziende d’Italia lontane, come la Fiat di Pomigliano, quando all’outlet avevamo assunto 800 persone. Mi disse che talvolta le cose più vicine sono quelle più trascurate e che si sarebbe interessato. Poi non ha fatto nulla.
Ci è rimasto male quando ha letto che negli sms intercettati Matteo Renzi scriveva brutte cose su di lei al babbo?
Mandai un messaggio duro a Tiziano e lui mi confermò la sua stima scusandosi per le parole del figlio che era nervoso. Però secondo me Matteo scrisse quei messaggi sapendo che poteva essere intercettato. C’èra l’inchiesta Consip e lui lo sapeva.
Salgono dell’11,6% le morti sul lavoro, +5,8 per le malattie
Nei primi tre mesi di quest’anno gli incidenti mortali sul lavoro denunciati all’Inali sono stati l’11,6% in più rispetto allo stesso periodo del 2017 e l’aumento ha riguardato esclusivamente gli incidenti in itinere, ovvero quelli che avvengono nel tragitto tra casa e lavoro. È quanto emerge dai nuovi Open Data Inail, pubblicati sul portale dell’Istituto, secondo cui le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate tra gennaio e marzo sono state 212, 22 in più rispetto alle 190 del primo trimestre 2017. In particolare, i casi avvenuti in itinere sono aumentati in totale di 24 unità (dai 43 del 2017 a 67), mentre gli infortuni occorsi in occasione di lavoro hanno fatto segnare una lieve diminuzione, passando da 147 a 145. Nel primo trimestre 2018 sono in aumento (+5,8%) anche le denunce di malattie professionali, secondo l’Inail. Al 31 marzo sono stati registrati 877 casi in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (da 15.247 a 16.124). Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo, con quelle del sistema nervoso e dell’orecchio – rileva l’Inail -, continuano a rappresentare le prime malattie professionali denunciate.
Stampubblica fase 2: lascia l’ad Mondardini
Finisce un’epoca: Monica Mondardini non sarà più l’amministratore delegato della Gedi, l’ex Gruppo Espresso che edita Repubblica, al suo posto arriva Laura Cioli, manager che ha lavorato per Sky, Eni, CartaSì e anche Rcs, la società editoriale concorrente che pubblica il Corriere della Sera. Per Gedi è una tappa rilevante in una lunga evoluzione, a tratti traumatica, che nel giro di due anni ha visto lasciare prima il direttore Ezio Mauro, poi lo storico editore Carlo De Benedetti (ora solo presidente onorario), e cambiare l’assetto proprietario del gruppo con la fusione con Itedi, la parte editoriale della galassia Fiat (La Stampa, Il Secolo XIX).
Il nuovo assetto che emerge dall’assemblea dei soci di ieri sembra indicare rapporti di forza quasi paritari tra i due principali soci che invece hanno quote molto diverse: la Cir che fa capo alla famiglia De Benedetti detiene il 45,7% di Gedi, l’Exor presieduta da John Elkann il 6,3.
Al vertice del gruppo resta Marco De Benedetti come presidente, figlio di Carlo, che sarà affiancato da due vice: Monica Mondardini, che conserva anche la carica di ad della holding Cir, e, appunto, Elkann che era entrato nel cda di Gedi dopo la fusione in nome della quale aveva ottenuto di portare da La Stampa a Repubblica il direttore che stima di più, Mario Calabresi (la cui gestione è stata invece criticata da Carlo De Benedetti).
Monica Mondardini ha preso la guida dell’allora Gruppo Espresso nel 2009, nel momento più pesante della recessione italiana, ma quando il tracollo dell’editoria da edicola era ancora agli inizi. In 9 anni è riuscita a non chiudere mai un bilancio in rosso tranne quello 2016 per un contenzioso fiscale da 143 milioni per un’operazione del 1991. Nello stesso periodo ha anche ridotto i debiti di 350 milioni, con una ristrutturazione massiccia del gruppo che le è anche costata un avviso di garanzia per alcuni prepensionamenti considerati irregolari dalla Procura di Roma. Oggi la Mondardini – che è anche consigliere di Atlantia, la holding che controlla Autostrade per l’Italia – lascia un’azienda solida con un futuro non facile: un anno fa, la fusione tra Gruppo Espresso e Itedi non era ancora formalizzata, ma considerando lo stesso perimetro aziendale che c’è oggi, i ricavi risultano in calo del 5,8%, quelli da vendite di giornali del 7,5 (il settore segna -8,5), la pubblicità del 3,1.
“È un settore in trasformazione, nessuno sa quale sarà il modello di business finale”, è la diagnosi della Mondardini che però qualche segnale positivo lo vede: il dibattito sulle fake news, per esempio, sta spingendo alcuni inserzionisti a concentrare gli investimenti sulle testate con una reputazione di affidabilità.
Laura Cioli, dopo una carriera in grandi gruppi nella parte commerciale, nel novembre 2015 prende la guida di Rcs in una delle sue fasi più convulse, dopo l’uscita di Pietro Scott Jovane in seguito a uno scontro con l’allora direttore Ferruccio de Bortoli e tra gli azionisti. La Cioli resta al comando nove mesi, poi Urbano Cairo diventa nuovo socio di maggioranza: la manager se ne va con una liquidazione di 3,7 milioni ma anche, dicono i suoi estimatori, dopo innovazioni di cui poi ha beneficiato Cairo. Ora le tocca la sfida Repubblica-Stampa dove pare sarà inevitabile un’altra fase di tagli di personale.
Nel 2019 si vota e l’Europa prepara la censura al Web
Ieri la Commissione europea, come hanno riportato con soddisfazione i tg, ha varato alcune linee guida contro le fake news e annunciato che a fine anno farà il punto sulla situazione riservandosi di intervenire per via legislativa: cioè passare da un invito all’autocensura alla censura piena. Prima di procedere è meglio chiarire un fatto: le notizie false sono sempre esistite, e com’è ovvio i governi ne sono da sempre tra i maggiori produttori, le fake news invece sono un concetto manganello per bloccare – insieme ai quattro cretini che tirano su pochi spiccioli spacciando bufale online – qualunque forma di dissenso tacciandolo di essere al soldo di Putin e della Russia (clima che Europa e Usa hanno già conosciuto negli anni Cinquanta e oggi sembra tornato di moda).
L’anno prossimo ci sono le Europee e niente sarà lasciato al caso: Facebook – sotto schiaffo per il “furto” dei dati nel caso “Cambridge Analytica” – ha annunciato mercoledì proprio a Bruxelles che entro fine anno porterà “da 15 mila a 20 mila le persone che si occupano di contenuti”. Cioè che vigilano su quel che viene scritto e, se del caso, lo rimuovono.
È tanto vero che la Commissione non è, ad esempio, preoccupata di impedire che dossier falsi prodotti da uno o più governi spingano l’opinione pubblica ad appoggiare una guerra come successe con l’Iraq nel 2003; né si rammarica del silenzio dei media mainstream sulla guerra saudita nello Yemen fatta con armi che i governi europei vendono generosamente all’alleato mediorientale (ultimo quello del francese Macron). Il problema di Bruxelles è la Russia e la sua mai dimostrata influenza sulle elezioni in “occidente”. Prove nessuno ne ha mai viste, ma che ci sia stata “in ben 18 Paesi negli ultimi anni” (e che, ad esempio, Washington non abbia fatto lo stesso) la Commissione lo dà per scontato: lo dice, scrive, la Freedom House, cioè una “Ong” creata negli anni 40 che riceve il 90% dei suoi finanziamenti dal governo americano.
Che le fake news siano un problema poi lo dice anche Eurobarometro, cioè la pubblicazione statistica della stessa Commissione, secondo cui l’83% degli europei le ritiene “una minaccia per la democrazia”. Che occorra fare qualcosa, infine, lo hanno detto pure gli esperti indipendenti a cui Bruxelles ha chiesto un parere: per l’Italia c’erano – non è uno scherzo – la manager di Mediaset Gina Nieri, Gianni Riotta (La Stampa), Federico Fubini (Corriere della Sera) e il giurista Oreste Pollicino della Bocconi.
Le raccomandazioni diffuse ieri, però, sono solo l’antipasto dell’offensiva in vista delle Europee, ma risultano già inquietanti. La prima azione consigliata è “un codice di buone pratiche” che le piattaforme social dovranno darsi entro luglio per garantire trasparenza, rendere ben visibili i contenuti politici sponsorizzati e altre cosette compresa una bizzarra, cioè “agevolare la scoperta e l’accesso da parte degli utenti di fonti di informazione diverse, che sostengano differenti punti di vista”. Non manca un inizio di “polizia politica” online con la creazione di “una rete europea indipendente di verificatori di fatti”, supportata da Bruxelles con “una piattaforma online europea sicura sulla disinformazione”.
Delizioso il paragrafo in cui si invitano gli Stati membri “ad aumentare il loro sostegno al giornalismo di qualità” (leggi soldi): “Nel 2018 la Commissione lancerà un invito a presentare proposte per la produzione e la diffusione di notizie di qualità sui temi dell’Ue tramite mezzi di informazione basati su dati”. Ma a Bruxelles non vogliono solo pagare notizie che gli piacciano, vogliono anche bloccare quelle che non gli piacciono: “In base a una politica di comunicazione strategica coordinata, elaborata dalla Commissione (…), saranno definite attività di sensibilizzazione mirate a contrastare le notizie false sull’Europa e la disinformazione all’interno e al di fuori dell’Ue”. Ha detto il commissario alla Sicurezza Julian King: “Non stiamo parlando oggi di avere un ministro della Verità stile 1984, ma solo di aumentare tracciabilità e trasparenza”. E non si può che tremare di fronte al riferimento (excusatio non petita…) e al fatto che non ne stiamo parlando “oggi”.
Ilva, trattativa in stallo: i sindacati avviano le proteste
Dopo tre giorni di trattativa fiume, sempre a rischio rottura, ieri i sindacati hanno deciso di sospendere il confronto e avviare assemblee informative nelle fabbriche Ilva, decidendo la mobilitazione. A far traboccare il vaso è stato, secondo i sindacati, il passo indietro di ArcelorMittal (controllante di Am Investco, le newco candidata ad acquisire l’Ilva) sui livelli occupazionali. “Il confronto – affermano i sindacati in una nota congiunta siglata anche dall’Unione dei sindacati di base (Usb) – ha di fatto messo a nudo la volontà di Am InvestCO di non volersi smuovere da quanto previsto dal contratto di aggiudicazione del 5 giugno. Mittal ha pertanto confermato la proposta occupazionale iniziale, ovvero al di sotto dei 10 mila lavoratori impiegati fino all’attuazione del piano industriale per tornare successivamente alla casella iniziale di 8.480”. Questo numero ha spinto i sindacati a sospendere la trattativa. Decisione che anche il viceministro Teresa Bellanova ha condiviso constatando che fosse necessaria “una pausa di riflessione”. La Bellanova, in uno dei momenti più tesi della trattativa, avrebbe detto ai rappresentanti di AmInvestco che “il confronto non si porta avanti con le provocazioni”.
Inceneritore selvaggio, il Tar “boccia” la norma
Una vittoria sul piano procedurale che potrebbe trasformarsi in un trionfo in termini pratici: nei giorni scorsi il Tar del Lazio ha rinviato alla Corte di Giustizia Ue il decreto Sblocca Italia del 2014 e il decreto attuativo collegato, che autorizzavano la realizzazione di almeno otto inceneritori, dall’Abruzzo alla Puglia alle Marche. La corsa allo smaltimento, nel 2015, era stata decisa dal ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti con la motivazione di evitare una procedura di infrazione per eccesso di rifiuti in discarica. Tanto che gli inceneritori furono identificati come “infrastrutture strategiche di interesse nazionale”, quindi destinatarie di autorizzazioni più veloci e minor controllo locale. A quanto pare, però, tanto lo Sblocca Italia quanto il decreto potrebbero non essere coerenti con quanto previsto dalle norme Ue. Le stesse usate a supporto delle scelte del ministero.
A presentare il ricorso, due associazioni: la “Verdi Ambiente e Società” e il “Movimento Legge Rifiuti Zero per l’Economia Circolare”. Obiettivo: l’annullamento del decreto. In sostanza, i giudici amministrativi chiedono alla Corte Ue di esprimersi su alcuni punti giudicati incoerenti sia rispetto alle direttive europee, sia rispetto alle norme nazionali. Nel migliore dei casi, i decreti saranno annullati. O quanto meno dovranno essere modificati prevedendo uno smaltimento più ecologico.
La prima motivazione dei giudici è che l’Italia abbia considerato l’incenerimento come unica possibilità “di salvezza”, trascurando le alternative come il trattamento a freddo o il riuso. Si legge nell’ordinanza: “Sorge il dubbio di conformità euro-unitaria laddove qualificano solo gli inceneritori come strategici di preminente interesse nazionale”. L’incongruenza è che “una simile qualificazione” sarebbe dovuta essere stata riconosciuta anche agli impianti per il riciclo e il riuso “essendo due modalità preminenti” in quella che viene definita “gerarchia dei rifiuti” nelle Direttive europee sullo smaltimento. “La direttiva Ue – spiegano le associazioni abruzzesi Forum H2O e Nuovo Senso Civico, che da tempo si oppongono all’inceneritore previsto nella loro Regione – mette al primo posto la riduzione, al secondo il riuso, al terzo il riciclo e solo al quarto l’incenerimento: perché il governo ha reso strategici solo gli inceneritori?”. Inoltre, spiegano i giudici, l’articolo 35 dello Sblocca Italia sarebbe un vero e proprio “atto programmatorio integrativo da parte del governo”, in pratica una decisione presa al posto delle Regioni. Galletti, però, aveva lasciato la responsabilità della Vas, la Valutazione Ambientale strategica, alle Regioni.
In sintesi, lasciava loro la possibilità di decidere la localizzazione dell’inceneritore ma non permetteva loro di deciderne la necessità. La Vas, infatti, prevede l’analisi delle alternative. Scrivono i Giudici: “Il piano ha un impatto sull’ambiente e proprio perché in esso sono state effettuate valutazioni strategiche, è stata legittimata la sua adozione statale, con la conseguenza che tali valutazioni (fabbisogno nazionale, riparto tra macroaree, potenziamento delle strutture esistenti, localizzazione regionale dei nuovi impianti) sono comunque sottratte all’esame degli organi regionali e locali. Sorge il dubbio di conformità eurounitaria sul fatto che non potranno essere ridiscusse nei relativi piani attuativi né rivalutate nelle eventuali procedure di Vas regionali”. Insomma, c’è la possibilità che da parte del governo ci sia stata un’ingerenza.
Cipe, via libera alla garanzia di Stato per vendere armi
Per la prima volta arriva uno stop ai regali alla lobby delle autostrade. La riunione del Cipe, il comitato interministeriale per la programmazione economica, ieri ha preso tempo sulla singolare proposta del ministero dei Trasporti di Graziano Delrio di regalare di fatto due concessioni importanti alle Regioni del Veneto e Friuli (le Autovie venete) e alle Province di Trento e Bolzano (Autobrennero). Il ministero voleva autorizzare concessioni di 30 anni direttamente a società in house delle Regioni, trasformando i politici locali in padroni della cassa generata dai pedaggi.
La riunione guidata come sempre dal ministro Luca Lotti, che del Cipe è segretario, ha invece dato il via libera alla super-garanzia di Stato per undici operazioni in tre Paesi, Kenya, Qatar ed Egitto (con cui, a parole ma solo a parole, l’Italia dovrebbe avere una posizione di freddezza per il caso Giulio Regeni) e per la vendita di armamenti. Una decisione che presenta vari punti critici e che ha sollevato qualche dubbio tra i partecipanti alla riunione perché manca ancora il via libera della Corte dei conti alla delibera che permette di estendere la garanzia. E quindi rimane pendente il rischio di danno erariale.
Come anticipato ieri dal Fatto Quotidiano, su input dei ministeri del Tesoro e dello Sviluppo, il governo Gentiloni ha deciso di estendere alle esportazioni nel settore della Difesa (armi, aerei, elicotteri) una particolare garanzia di Stato che nel 2016 l’esecutivo di Matteo Renzi aveva previsto per la cantieristica navale. La delibera del Cipe del 9 novembre 2016 prevede un “limite speciale” alla garanzia che lo Stato, con la Sace (compagnia assicurativa a controllo pubblico della Cassa Depositi e Prestiti), può concedere per il settore della cantieristica navale così da permettere a Fincantieri di vendere due navi alla Virgin per 1,8 miliardi. Viene istituito un fondo di garanzia da 500 milioni. Sale la soglia di riassicurazione fornita dallo Stato per i rischi diversi da quelli di mercato – specie rischi politici, come un cambio di regime – coperti da Sace. Mentre la convenzione prevede che l’esposizione statale non possa superare il 70% di quella di Sace e il 100% in caso di unica controparte, per la cantieristica il limite sale al 400%.
Dopo le elezioni, il Cipe ha approvato una riforma di quel “regime speciale”, con la delibera 34 del 2018. Il Cipe ha già confermato per il 2018 le regole speciali per le navi e deciso di ampliare la garanzia speciale al settore della Difesa, per operazioni fino a 18 miliardi di esposizione cumulata tra Stato e Sace e fino al 29% del portafoglio complessivo. Serve per sostenere la vendita di quattro navi da crociera Fincantieri. Ma è previsto anche un impegno assicurativo da 2,6 miliardi a favore della vendita al Qatar di 28 elicotteri militari da parte di un consorzio di cui è capofila Leonardo (ex Finmeccanica). Con il Qatar Renzi ha un rapporto privilegiato: ha sempre favorito gli affari dell’emirato in Italia, dal progetto di un ospedale in Sardegna ai tentativi di salvataggio di Mps, alle agevolazioni per la compagnia AirItaly a controllo qatarino.
Il ministro Lotti ora ha però un’altra priorità: la Ryder Cup di golf. Dopo vari tentativi, Lotti ha fatto approvare la garanzia statale di 97 milioni di euro sulla fideiussione necessaria a ospitare la manifestazione. Manca però un decreto attuativo del ministero del Tesoro. E Lotti ieri ha chiesto a Padoan di sbrigarsi. Anche se, ha spiegato, quella di ieri non sarà certo l’ultima riunione del Cipe che sarà gestita dal governo Gentiloni. Più durano le consultazioni, meglio procedono certe operazioni che è bene fare senza un’opposizione vigile e pronta a contestare scelte prese senza passare dal Parlamento, come il sostegno all’export di armi.
Contratti fuori norma per i marinai, Onorato non smentisce nulla
Dopo l’articolo del Fatto che ha rivelato come Moby e Tirrenia utilizzino su almeno due navi equipaggi comunitari pagati con un contratto inferiore al contratto collettivo nazionale italiano, è arrivata l’ammissione da parte del gruppo dell’armatore Vincenzo Onorato. Una nota stampa, infatti, spiega che sono quattro e non due le navi che impiegano non italiani (ma comunitari) con contratti diversi da quello nazionale, specificando che trattasi di unità a noleggio. Noleggi sottoscritti da Onorato solo a “condizione che le navi avessero (e così è) equipaggi comunitari ingaggiati sulla base del contratto comunitario dei marittimi, e battessero bandiera di un paese Ue, esattamente come prescritto dalla policy e dal codice di condotta aziendale”. Ma non dalla legge in vigore in Italia. Che invece vieta di usare contratti penalizzanti per i marittimi (nello specifico per il 36% circa) rispetto al contratto nazionale italiano nei collegamenti di linea fra porti italiani continentali e insulari. Un divieto valido per tutte le navi, a noleggio o di proprietà, anche per quelle di chi, come Tirrenia, riceve dallo Stato 72 milioni di euro l’anno per effettuare quei collegamenti.