Fs-Anas, dopo le nozze la causa “in famiglia”

Un’azienda che fa causa a se stessa e si autotrascina in tribunale è roba mai vista: inutile sfogliare, non si trova niente di simile negli annali della giurisprudenza. Perché un’assurdità del genere diventasse cosa vera ci voleva il matrimonio tra Fs e Anas che di per sé è già una bella stravaganza, infilando a forza sotto lo stesso cappello, strade e treni, che ovunque si contendono il mercato, cioè i viaggiatori. Le conseguenze sgradevoli di quell’unione sbilenca, su cui oltretutto pesa la mancata svalutazione contabile del patrimonio Anas non ammortizzabile del valore di 2 miliardi di euro, si sono già in parte manifestate con il dimezzamento degli utili pagati quest’anno dalle Fs all’azionista Tesoro: 150 milioni di euro invece dei 300 nel 2017. E non è tutto, perché il peggio dal punto di vista dei bilanci è previsto per il 2019.

Dopo essere diventate un’unica entità societaria all’inizio di quest’anno, l’azienda statale dei binari e quella statale dell’asfalto, ora si ritrovano l’una contro l’altra armate davanti a un giudice. Non per divorziare: a lasciarsi non ci pensano un secondo e sarebbe sorprendente il contrario dal momento che i capi delle due aziende, gli amministratori Renato Mazzoncini delle Fs e Gianni Armani di Anas, hanno brigato tanto per abbracciarsi e per poter così restare entrambi comodamente assisi sulle rispettive poltrone per altri 3 anni. Mazzoncini come amministratore della capogruppo Fs, Armani come amministratore dell’inglobata Anas.

Come al cospetto di una qualsiasi inaffidabile azienda estranea e insolvente e non di una società del perimetro di casa, le Fs di Mazzoncini pretendono dall’Anas di Armani il pagamento di un vecchio debito: roba seria, 1 miliardo e 200 milioni di euro. E come se la richiesta provenisse da un qualsiasi creditore furbo che millanta e ci prova e non dal capo della holding, l’Anas ribatte che a pagare neanche ci pensa. L’incontro-scontro è in pieno svolgimento e ci vorranno mesi per sapere che fine farà, si parla di una sentenza alla fine dell’anno del Tribunale civile di Roma scomodato per dirimere l’incestuosa controversia. Sentiti dal Fatto, neanche i dirigenti delle due società sanno bene come potrà essere tradotto in termini contabili e di bilancio il giudizio del tribunale, dicono che si porranno la questione al momento opportuno. Così come non è chiaro se il miliardo e passa conteso faccia parte dello stock di 9 miliardi di contenzioso che l’Anas ha accumulato con decine di imprese oppure no.

La storia inizia 16 anni fa, ma si acutizza trasformandosi in controversia legale proprio nei mesi in cui i due amministratori Mazzoncini e Armani stavano cinguettando per infiocchettare il matrimonio. Tutto parte nel 2002 con le Fs che vogliono costruire l’Alta velocità anche tra Milano e Torino. Insieme ai binari ci sono da fare tante opere annesse, strade, svincoli, cavalcavia, raccordi, insomma lavori che riguardano Anas e ministero dei Trasporti e eventualmente Satap, la società dei Gavio per l’autostrada Torino-Milano che corre parallela alla ferrovia. Paga tutto e subito Rfi, la società che gestisce la rete ferroviaria, dopo aver sottoscritto – dicono ora alle Fs – un “accordo di principio” in base al quale Anas e gli altri avrebbero ripianato in seguito. Ma evidentemente tutto è andato storto e dopo anni di sordina, a giugno 2016 Fs citano in giudizio Anas e Satap. Sei mesi dopo, Anas risponde per le rime: non intende sborsare un euro. Alla Satap dei Gavio sono dello stesso avviso.

Def, la guerra fra i partiti sulla stangata da 30 miliardi

Almeno sul punto più rilevante i partiti sono tutti d’accordo: disinnescare gli aumenti automatici dell’Iva da 12,5 miliardi nel 2019, le cosiddette “clausole di salvaguardia”. Ma sul come farlo ognuno va per conto suo. Il centrodestra potrebbe presentare soluzioni diverse, mentre il M5S lavora a un documento essenziale per trovare convergenze, puntando al Pd.

Ieri il governo Gentiloni ha licenziato il Documento di economia e finanza, la base su cui si costruisce la legge di Bilancio, scritta e approvata in autunno. Come previsto, l’esecutivo presenta un Def con soltanto i conti “tendenziali”, cioè a legislazione vigente, lasciando quelli “programmatici” al prossimo governo. In perfetta sintonia con le stranezze contabili degli scorsi anni, le stime inglobano l’aumento delle clausole di salvaguardia, che per il 2019-2020 valgono quasi 32 miliardi, senza però che questa gigantesca stretta fiscale abbia impatti sulla crescita. Il Pil – si legge nella bozza del testo – crescerà, come previsto, dell’1,5% quest’anno e dell’1,4 nel 2019, solo lo 0,1 in meno rispetto alle stime di autunno messe nella nota di aggiornamento al Def, per poi calare a 1,3% nel 2020. Nello stesso arco di tempo il deficit pubblico dovrebbe passare dal 2,3% del 2017 (1,9 al netto degli interventi una tantum per i salvataggi bancari), all’1,6 nel 2018 per poi scendere allo 0,8% nel 2019 e arrivare al pareggio di bilancio nel 2020 (con il debito/Pil in calo di 1 punto a nel 2018 al 130,8%). La stretta è appunto di quasi 30 miliardi, e questo grazie all’aumento dell’imposta sui consumi.

Il ministro Pier Carlo Padoan si è augurato che il prossimo governo lo eviti: “Le clausole sono tenute dentro, nell’aspettativa che, come in passato, l’esecutivo presenti misure per rimuoverle”. All’inizio della prossima settimana, il Def sarà inviato a Bruxelles ma già da oggi sarà alle Camere, dove i partiti dovranno votare le “risoluzioni” con cui possono lanciare segnali politici. Forza Italia, dice Renato Brunetta, chiederà al governo di “trovare nel minor tempo possibile le risorse per scongiurare l’aumento dell’Iva”, lamentando che con le clausole già incorporate sarà più difficile in autunno “convincere l’Ue che vanno disinnescate”. Stessa linea di Fratelli d’Italia, che annuncia una sua risoluzione. E così anche per la Lega, l’unica che però ha chiara la strada da seguire: finanziare lo stop in deficit. “Per noi il ragionamento è se sforare il tetto del 3% del rapporto deficit/Pil non se restare all’1,6%”, spiega il neo deputato Claudio Borghi Aquilini. Non è così per Fi, e si vedrà se alla fine il centrodestra si presenterà con tre risoluzioni. Il Pd per ora non è pervenuto.

Il discorso è più complesso per i 5Stelle. Fino a metà aprile c’è stato un dialogo con Gentiloni, con tanto di telefonate, per fornire input alla stesura del Def poi confluiti in una bozza a cui hanno lavorato i ministri economici in pectore, Andrea Roventini, Pasquale Tridico e Lorenzo Fioramonti, assieme alla deputata Laura Castelli. Nel testo si proponeva il blocco delle clausole di salvaguardia, l’aumento delle risorse per il Reddito di inclusione del governo Renzi (Rei), i centri per l’impiego e gli investimenti al Sud, insieme a un ammorbidimento della riforma Fornero, allargando le categorie dei lavori usuranti e prorogando l’opzione donna (un pacchetto da 4 miliardi), più tagli all’Irap e al cuneo fiscale. Il tutto tenendo il deficit al livello oggi fissato dal Def (tradotto: serviranno tagli robusti, che il M5S esclude alla spesa corrente e ai ministeri). Il dialogo col governo si è arenato, ma sono misure che al Pd, non risulterebbero indigeste (il reggente Maurizio Martina ha citato gli “equilibri di finanza pubblica” come uno dei punti di dialogo). I 5Stelle ragionano su una risoluzione con misure “bandiera” aperta a possibili “convergenze”.

Allo stato resta quindi l’austerità fiscale programmata dal governo uscente, in un Def che peraltro conferma il forte definanziamento del sistema sanitario nazionale e il rallentamento dell’economia di inizio anno. Bruxelles potrebbe poi metterci il carico da 90 e chiedere a maggio una manovra correttiva da tre miliardi. Probabile che la questione venga rinviata all’autunno.

E Silvio disse: “Votate Forza Italia, sennò se ne approfittano”

Alle elezioni politichefra la Lega e Forza Italia c’è stato “un distacco troppo forte” in Friuli Venezia Giulia e nel Veneto. Lo ha detto ieri Silvio Berlusconi, durante un comizio a Spilimbergo, in provincia di Pordenone. E se questo distacco dovesse confermarsi anche nelle elezioni regionali del prossimo weekend – ha aggiunto l’ex Cavaliere – allora i leghisti “potrebbero profittarsene per imporci le loro visioni quando noi faremo un governo insieme”.

Berlusconi continua il suo tour di campagna elettorale in Friuli, nella convinzione che il risultato regionale possa avere un riflesso anche per la situazione nazionale. Anche perché – ha detto ieri – “sono sicuro che nella trattativa tra Pd e Cinque Stelle non ci sarà alcuna risposta positiva per il presidente Mattarella”. “A quel punto dovrà valutare l’ipotesi di un governo del centrodestra”.

Da qui, secondo il suo punto di vista, l’importanza del risultato delle Regionali, a sette giorni dal voto in Molise, per rivalutare gli equilibri di forza all’interno della coalizione: in caso di exploit della Lega “potrebbe imporci le sue visioni”.

Ruote a terra e “quota 45” Il leghista che ha piegato B.

“Me lo chiedono continuamente: ma come, eri parlamentare a Roma, capogruppo della Lega alla Camera e pronto, nel caso nascesse un governo a partecipazione leghista, a diventare ministro; e invece molli tutto e torni a Trieste? Ma sei matto?”. Massimiliano Fedriga, il leghista gentile, sta battendo palmo a palmo il Friuli Venezia Giulia, dove è il favorito a diventare presidente della Regione per il centrodestra. “Il mio slogan è: Scelgo la mia terra, scelgo la mia gente. Mentre Debora Serracchiani, presidente uscente del Pd, è scappata a Roma per non subire qui una sconfitta, io ho scelto il Friuli Venezia Giulia. E la gente lo ha apprezzato”. I sondaggi lo danno vincente, ma lui punta a raggiungere il 45 per cento dei voti, perché così scatta il premio di maggioranza che gli garantirà, secondo la legge elettorale regionale, 28 consiglieri su 48.

Martedì 24 aprile, sveglia alle 6. Partenza da un albergo di Pordenone, dov’era finito, il giorno prima, il tour con Matteo Salvini che aveva toccato Trieste, Tolmezzo, Paularo, Gemona, Cividale, Codroipo. Ore 7:30: intervista alla tv locale “Il 13, la voce delle imprese friulane”. Ore 8:30: dalla sede della Lega di Pordenone collegamento con Omnibus, La7. Poi, in macchina: Fedriga sale su una vecchia Jaguar grigia con il suo equipaggio, Demetrio l’addetto stampa ed Edoardo l’assistente che gli tiene l’agenda. Alle 10 sono ad Aviano: giro nel mercato, chiacchiere con la gente, qualche selfie. Alle 11:30 a Udine, nella redazione del Messaggero Veneto: confronto in diretta Facebook con gli altri quattro candidati presidente, Sergio Bolzonello del Pd, Alessandro Fraleoni Morgera dei Cinquestelle, Sergio Cecotti (ex leghista, ex presidente della Regione, ex sindaco di Udine) per la lista civica Patto per l’Autonomia.

I temi sono tutti di politica locale, rari i riferimenti ai forni romani e alle trattative per il nuovo governo: “Qui in Friuli Venezia Giulia la sinistra ha fatto due riforme pessime: quella della sanità, che ha tagliato posti letto e ha chiuso ospedali senza aumentare l’assistenza sul territorio; e quella degli enti locali, che ha trasformato quattro province in 18 Uti, Unioni territoriali intercomunali, non elettive. Due disastri a cui ora dovremo porre rimedio”.

Si salta il pasto, come succede spesso in questa campagna elettorale, per correre a Monfalcone, a incontrare gli operai di due fabbriche in crisi: la Eaton che, comprata dagli americani, ha deciso di delocalizzare nell’Est Europa, e la Cartiera Burgo di Duino. Ci sono 200 persone che rischiano il posto di lavoro. Fedriga ascolta, stringe mani, poi sfodera la carta vincente: incontra a Monfalcone Alessandro Vescovini, imprenditore dei bulloni Sbe, che promette di assumere almeno un centinaio degli operai restati disoccupati.

Ma non c’è tempo per gli applausi. Si risale in auto, ci si lascia il mare alle spalle e via verso le montagne, a Gemona, dove Fedriga partecipa a due incontri con Barbara Zilli, l’unica leghista nel Consiglio regionale uscente, in cui il centrodestra è quasi interamente rappresentato da Forza Italia. Si è ricandidata e sa che nel prossimo Consiglio avrà invece molta compagnia: le Politiche del 4 marzo hanno letteralmente ribaltato i rapporti di forza tra i berlusconiani e la Lega, che è diventata il primo partito in regione e ha battuto Forza Italia 155 a 0, vincendo in quasi tutti i Comuni del Friuli, con i Cinquestelle primi invece in quasi tutta la Venezia Giulia e il Pd residuale (vince in soli otto Comuni).

I temi ricorrenti di Max: l’emigrazione (“Qui la cosiddetta accoglienza diffusa ha disseminato gli stranieri in tutti i paesi, senza controllo. Vogliamo pochi centri, ben controllati”); la famiglia e i servizi (“Asili nido gratuiti e con più posti”); il lavoro (“Abbiamo perso 11 mila posti di lavoro nella fascia 15-54 anni: ma il Friuli Venezia Giulia, essendo Regione speciale, ha poteri sulla fiscalità di concorrenza, così possiamo togliere l’Irap alle piccole e medie imprese e far ripartire l’occupazione”).

Alle 19, Fedriga è atteso a Trieste, a un incontro di Forza Italia con il candidato che ha un nome che non si dimentica, Everest Bertoli, e il giovane “rottamatore” berlusconiano Alessandro Cattaneo, ex sindaco di Pavia e ora deputato forzista: “Io li vedo, a Roma, i Cinquestelle: sono peggio dei peggiori comunisti”. Ma a Trieste, Fedriga non ci arriva: attorno alle 17, nei pressi di Palmanova, si buca la gomma della Jaguar. Fedriga posta sulla sua pagina Facebook la foto con il ruotino d’emergenza e scrive: “Come Roberto Fico, anch’io oggi vado a piedi. Ma da Gemona a Trieste è un po’ più lunga che da Montecitorio al Quirinale”. In verità a piedi non si va: diretta Skype con Trieste, in dialogo con Everest e Cattaneo, e poi con il ruotino si ripiega su Pordenone, dove alle 21 è atteso per un’intervista a Tele Pordenone. Al termine c’è il tempo, finalmente, per una cena: risotto, affettati, formaggi, niente vino ma solo acqua (frizzante). Il giorno dopo, un “nero” al Caffè degli Specchi, in piazza Unità d’Italia a Trieste, davanti al mare azzurrissimo. “Se un padre di famiglia ha un solo piatto di pasta e invece di darlo ai suoi figli lo porta ai vicini, gli tolgono la patria potestà. Se invece lo fa la Regione, assegnando case popolari agli stranieri, la sinistra applaude. Io dico: prima pensiamo ai nostri figli, che hanno costruito la nostra regione con la fatica loro e dei loro padri”.

A Nizza con Le Pen: adesso Salvini pensa alla retromarcia

Matteo Salvini sta pensando di non andare a Nizza al comizio del 1° maggio con Marine Le Pen, un raduno del Menl, il movimento dell’Europa delle Nazioni e delle Libertà il cui obiettivo è testimoniare “l’affermazione di un impegno comune per la difesa dell’identità e della sovranità delle nazioni”. Nulla di strano: la Lega finora ha fatto sponda con il gruppo di Visegrad (l’Ungheria di Orban, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia). A Nizza ci sarà tutta l’estrema destra europea: l’olandese Geert Wilders, Tomio Okamura, il leader del nazionalismo ceco, l’austriaco Harald Vilimski, il belga Gerolf Annemans, il polacco Michal Marusik, il bulgaro Veselin Mareshki, il greco Phaillos Kranikiotidiotis.

La presenza di Salvini sui manifesti dell’iniziativa è “da confermare”. Un modo per prendere tempo ed evitare imbarazzi al leader del Carroccio. Per Salvini si tratta di giornate troppo delicate per mandare un segnale politico così forte.

Domenica si vota in Friuli, lunedì, a risultati elettorali acquisiti, la trattativa tra Lega e Cinque Stelle potrebbe riprendere ufficialmente. Non si è mai interrotta davvero: Giancarlo Giorgetti, il numero 2 del partito, l’ha definita “un fiume carsico”. E ieri Salvini ha ribadito: “Spero che la telenovela tra Renzi e Di Maio non duri troppo. Quando avranno finito il loro amoreggiamento, se gli andasse male come penso, io ci sono”. Per tenere la porta aperta, la Lega sa che non deve esasperare i messaggi di rottura rispetto alla collocazione internazionale dell’Italia. Proprio la presa di posizione di Salvini sulla Siria, con la sua ferma contrarietà all’attacco militare Usa, ha stressato l’Alleanza Atlantica.

Stress che preoccupa non poco Sergio Mattarella. E in Europa, mentre Salvini intrattiene rapporti privilegiati con Le Pen, i 5 Stelle provano a parlare con Macron. Distanze che non vanno accentuate, se si vuole tenere aperta una possibilità di governo. Tranne decisioni dell’ultimo momento, il comizio di Nizza non appare opportuno.

Non bastano 5 anni per adeguarsi: ancora rinvii al taglio alle slot

Il taglioalle slot machine in Liguria non s’ha da fare, almeno per il momento. Il Consiglio regionale ha infatti approvato un ulteriore rinvio – senza fra l’altro indicare una data – per l’entrata in vigore di una legge regionale del 2012 che avrebbe ridotto il numero delle sale gioco. Compatto il centrodestra che ha votato per il rinvio, contrari Cinque Stelle, Pd, Rete a sinistra-LiberaMente Liguria e Liguri con Paita. La legge nel 2012 era stata proposta dal centrosinistra ma votata in accordo con il centrodestra, doveva entrare in vigore nel maggio del 2017, la giunta guidata da Giovanni Toti aveva già proposto il rinvio di un anno, fra le polemiche.

Proprio Toti ha parlato ieri di una nuova legge regionale che sarà proposta entro l’estate, per “disciplinare la diffusione del gioco d’azzardo, evitando che torni nelle mani della criminalità organizzata.”

Ma l’opposizione insorge: Andrea Melis dei Cinque Stelle ricorda che il gioco d’azzardo sottrae 2,4 miliardi ogni anno all’economia ligure, mentre Giovanni Lunardon, capogruppo ligure del Pd, ha definito il rinvio come “una pagina nera” della politica locale.

“Mi attaccano, ma #senzadime è antipolitica”

“Sono stato sommerso da attacchi, anche pesanti. Ma io sono un uomo libero, dico quello che voglio e mi diverto nel vedere certe reazioni”. Claudio Velardi, che negli ultimi anni è stato assai “vicino alle posizioni e alle politiche di Matteo Renzi” e ancora lo è, da qualche giorno è bersagliato ferocemente su Twitter perché ha detto di essere favorevole al dialogo tra Pd e M5S. Giornalista, un tempo spin doctor di Massimo D’Alema, poi lobbista con la società Reti, oggi Velardi si occupa della Fondazione Ottimisti e Razionali (insieme a Chicco Testa e altri).

Che è successo? I renziani non le danno tregua…

Sono convinti che il Pd non debba parlare coi grillini, forse vogliono fare la fine di LeU. Io invece penso che, dopo il 4 marzo, fallito il tentativo di dar vita a una maggioranza tra M5S e centrodestra, un confronto tra Pd e Movimento sia naturale e necessario. Poi non so se questo porterà a un’intesa, ma il maggiore partito della sinistra italiana ha il dovere di sedersi al tavolo. È l’abc della politica.

Renzi, almeno finora, si è arroccato all’opposizione.

L’arroccamento è la negazione della politica, l’hashtag che alcuni renziani hanno creato – #senzadime – è anti-politico. Il compito di un partito è andare al governo, non stare all’opposizione.

I critici dicono: come facciamo a governare con chi ci ha attaccato e insultato?

Ma chi se ne importa! La scorsa legislatura è finita, la campagna elettorale pure, siamo in una fase nuova. Dal voto col proporzionale non è uscito un vincitore: ci sono partiti che hanno preso più voti, altri meno, ma nessuno ha vinto. Quindi occorre parlarsi e vedere se ci sono le condizioni per un cammino insieme.

Le basi di Pd e M5S dicono: c’è disaccordo su tutto.

La linea di un partito deve essere condotta dalla classe dirigente cui la base ha dato mandato. Dal confronto coi 5 Stelle il Pd può uscire più forte, altrimenti verrà spazzato via. È una prova di maturità per entrambi. Dovrebbero trarre ispirazione dagli accordi di governo tra Dc e Psi. Oggi la balena bianca sono i grillini, il Psi di Craxi è il Pd.

Lei però non si sbilancia sull’esito della trattativa.

Assolutamente no, ma bisogna provarci. Una collaborazione duratura la vedo difficile, ma un’intesa su un programma limitato è possibile. E potrebbe anche durare. Da un’intesa tra populisti e riformisti può uscire qualcosa di buono per il Paese.

Chi fa il premier?

Né Di Maio, né un pd. Serve una figura terza, un premier di decantazione alla guida però di un esecutivo politico.

Il dialogo è iniziato: il Pd deciderà nella Direzione.

I renziani stanno sparando a palle incatenate, ma è tattica. La posizione dell’ex segretario è già più smussata e alla fine potrebbe dire sì al dialogo. D’altronde ha tutto l’interesse a stare in partita. Renzi ha fatto un errore, però.

Quale?

Non doveva dimettersi, perché il timone del partito è ancora nelle sue mani. Aveva detto: resto fin quando nascerà un governo. E così doveva fare. Se fosse stato lui a gestire direttamente questa fase, sarebbe stato meglio per tutti.

Come cavartela in società se ti chiedono: si fa il governo?

Per una volta questo diario proverà a essere di una qualche utilità fornendo un breve prontuario dal titolo: come cavarsela in società nel caso vi chiedano se ci sarà un governo e quale (sottinteso: vediamo come te la cavi signor sotuttoio che legge Il Fatto). Per non cadere in trappola vi mostrerete innanzitutto cauti e aperti a ogni possibilità ed evenienza, con una visione improntata a sano realismo. Ma pur nella consapevolezza che ciascuno dovrà assumersi le proprie responsabilità (frase priva di significato ma che suscita sempre ampio consenso). Ispirandovi al modello Mattarella le vostre argomentazioni acquisteranno, di per sé, autorevolezza e buon senso. Dopodiché alle successive domande, grazie a qualche sorprendente contropiede potrete fare la vostra porca figura aggiungendovi un tocco di finta umiltà (un po’ come Momo Salah contro la Roma).

Pd e Cinquestelle si metteranno d’accordo?

Non vi sarà difficile escludere con nettezza l’ipotesi di una siffatta maggioranza politica, sulla base di una ragionamento spicciolo ma convincente: mi dite come diavolo fanno dopo che si sono insultati a sangue per cinque anni? Così, sgombrato il campo dai detriti, dilungatevi sulla necessaria liturgia delle nuove consultazioni istituzionali e di partito (si chiama anche allungare il brodo). Date per scontato che la base del Pd e quella del M5S troveranno certo un’intesa, ma che sarà un sonoro, duplice vaffa a qualsiasi ipotesi di alleanza tra i due partiti. Vox populi. Attestatevi infine sull’unica strettoia percorribile, nel caso il Quirinale chiedesse al Pd il sacrificio estremo (per il bene del Paese s’intende). E cioè: appoggiare dall’esterno, e senza ministero alcuno, dio ne scampi, la nascita di un governo dei Cinquestelle. Con un programma possibilmente incolore, indolore e insapore, modello Giacinto Della Cananea per capirci (ma anche monossido di carbonio). E magari con la pretesa di un premier “istituzionale”, come il presidente della Camera Roberto Fico, estremo sfregio dem a Luigi Di Maio. A questo punto sfoderate un sorrisetto velenoso: certo che se pur di arrampicarsi a Palazzo Chigi i grillini sono disposti a farsi tenere per gli zebedei da Matteo Renzi e compagnia, beh sono proprio messi male.

Salvini potrebbe tornare in corsa?

Fate osservare che lunedì prossimo, dopo il probabile successo della Lega nelle elezioni friulane, Matteo Salvini potrebbe riproporsi come candidato premier dell’intero centrodestra. Spiegate che la richiesta al capo dello Stato di un preincarico – in questo caso per la ricerca in Parlamento dei voti mancanti alla coalizione – non sarebbe affatto inusuale. Citate l’ultimo, nonché ultimativo editoriale di Alessandro Sallusti sul Giornale (titolo: “Con Di Maio non si tratta. Quella porta che la Lega deve chiudere”) come il classico consiglio di Silvio Berlusconi che Salvini farebbe bene a non rifiutare (manca solo la testa di cavallo nel letto). Ritagliate questa frase: “L’unica proposta a Di Maio dovrebbe essere: cari Cinque Stelle, se proprio volete dare un appoggio esterno a un governo di centrodestra da me guidato, ci fa un po’ schifo, ma ci tapperemo il naso”. Notate infine che la possibilità di un Salvini ringalluzzito potrebbe accelerare l’ipotetico accordo Pd-M5S. O scoraggiarlo del tutto (tenere sempre una o due porte aperte fa molto notista politico figo).

Senza una maggioranza politica ci sarà il governo del presidente, o tecnico o di larghe intese o come diavolo si chiama?

Qui scuotete la testa con aria disgustata e citate una vostra fonte anonima e riservatissima (funziona sempre nei retroscena dei giornali) che vi avrebbe sussurrato: troppo facile per questi analfabeti delle istituzioni scaricare su Mattarella la responsabilità (ahi) di un governo dopo quasi due mesi di insulsi traccheggiamenti. Poi aggiungete di vostro: il presidente è un democristiano paziente, ma non fesso.

E allora elezioni anticipate?

Qui allargate le braccia e alzate gli occhi al cielo. La mimica del non fatemi dire di più. Uscirete tra gli applausi.

Vitalizi, l’accelerata dei questori e le paure degli ex onorevoli

Si procede a spron battuto sul fronte vitalizi. Ieri i deputati questori di Montecitorio hanno riferito all’Ufficio di presidenza della Camera riguardo l’istruttoria da loro svolta sulla riforma del regime previdenziale degli ex onorevoli. Durante la riunione, peraltro, è stata approvata una delibera sulle aliquote di personale dei gruppi parlamentari. In precedenza i questori di Montecitorio avevano incontrato i loro colleghi del Senato, con cui hanno stabilito di procedere sul tema di pari passo. Nei prossimi giorni, dopo la fase istruttoria, si dovrebbe procedere alla presentazione delle delibere e alla loro votazione. Nel frattempo si muove l’associazione degli ex parlamentari. Il presidente Antonello Falomi ha consegnato ai questori del Senato un documento in cui sono spiegate le ragioni di contrarietà al ricalcolo dei vitalizi con metodo contributivo. Gli ex parlamentari sono preoccupati: se l’intervento sui loro vitalizi avvenisse attraverso una delibera degli Uffici di presidenza di Camera e Senato – invece che attraverso una legge ordinaria – potrebbe rendere impossibile per loro presentare ricorsi, in base al principio dell’autonomia normativa del Parlamento. “Un’ipotesi – secondo gli ex – grave e inquietante”.

Berlusconi la butta lì: “Va a finire che dovrò ricomprarmi il Milan”

“Andrà a finire che ricomprerò ancora io il Milan”. Parola di Silvio Berlusconi, a Udine, a margine di un comizio per la campagna elettorale del candidato di centrodestra alla Regione, Massimiliano Fedriga. Che fosse solo una battuta o meno lo dirà il tempo, intanto la suggestione è clamorosa. “Secondo i sondaggisti – ha aggiunto l’ex Cavaliera – la vendita del Milan è stata tra i motivi per cui Forza Italia purtroppo contro ogni nostra aspettativa il 4 marzo si è fermata al 14-14,5%”. Una vendita, peraltro, avvenuta in circostanze non limpidissime: la società rossonera è stata acquistata per la cifra monstre di 740 milioni (debiti compresi) dalla cordata del misterioso imprenditore cinese Yonghong Li, grazie anche a un finanziamento da 300 milioni del fondo statunitense Elliott a un tasso d’interesse medio altissimo, attorno al 9,8%. Le successive inchieste giornalistiche – in particolare quelle di Milena Gabanelli sul Corriere della Sera – hanno accresciuto le perplessità sull’operazione finanziaria: “Il signor Li – ha concluso Gabanelli in un’intervista – ha comprato il Milan con soldi non suoi”. La proprietà cinese è già di fatto sotto tutela di Elliott, ora la battuta di B. riapre vecchi scenari.