Botta e risposta fra Alessandro Di Battista e Marina Berlusconi. L’ex parlamentare dei Cinque Stelle replica al capo di Fininvest: “La Signora Marina Berlusconi ha rilasciato questa dichiarazione: ‘Mio padre si è conquistato un posto nei libri di storia, del signor Di Battista non credo che su questi libri troveremo grandi tracce’. Ha ragione, io non mi sono guadagnato un posto nei libri di storia. E mi sta bene così, mi accontento di aver fatto il parlamentare senza mai risparmiarmi, di aver contribuito a un Movimento capace di contrastare con forza l’immoralità dilagante nel nostro Paese. (…) Mi basta questo Signora Berlusconi e soprattutto mi inorgoglisce l’essere uscito dal Parlamento per mia volontà e non per via di una condanna per frode fiscale come successo a suo padre. Ognuno ha i suoi modelli, le sue aspirazioni e gli esempi da seguire”. “Concordo con Alessandro Di Battista, ognuno ha i suoi esempi da seguire. Io sono sempre più fiera del mio, che è mio padre. Prendo atto – ha aggiunto Marina Berlusconi – che il Signor Di Battista non arriva più a definirlo, con un termine di cui mi auguro non abbia valutato lui per primo tutta l’enormità, ‘il Male assoluto’. È un piccolissimo miglioramento: se continuasse su questa strada, forse, una nota a margine in qualche libro potrebbe anche arrivare a guadagnarsela”.
B. straparla ancora e paragona M5S ai nazisti. Salvini lo mette a tacere: “Basta sciocchezze”
Il 25 aprile Silvio Berlusconi sfoggia una maschera ancora più clownesca di quella con cui l’ha interpretato Toni Servillo nel film Loro, appena uscito nelle sale. È in visita alle Malghe di Porzus, in Friuli, dove furono ammazzati 17 partigiani nel febbraio del 1945. Rende omaggio alla Resistenza e insieme fa campagna elettorale per le Regionali di domenica. Legge un discorso che inizia con parole ecumeniche: “I valori, gli ideali, le ragioni che spinsero allora tanti giovani a rischiare la vita per la patria e la libertà sono gli stessi valori che devono essere condivisi da tutti in uno stato liberale e democratico”. Poi però Berlusconi va a braccio. E come gli accade sempre più di frequente, perde ogni freno inibitorio: paragona il Movimento 5 Stelle al nazismo, e lo fa proprio durante una celebrazione della lotta partigiana. “Siamo di fronte a un grave pericolo. L’altro giorno – racconta l’ex premier – stavo dando una mano a delle persone e gli ho chiesto come si sentissero di fronte a questa formazione politica, che non si può certo definire democratica. Uno mi guarda negli occhi e mi dice ‘credo che ci sentiamo come gli ebrei al primo apparire della figura di Hitler’”.
Più tardi Berlusconi prova a metterci una pezza, con risultati risibili. Prima una nota del suo staff: “Questa frase chiaramente non appartiene al pensiero e al sentire del presidente Berlusconi” – si legge nella nota – che intendeva solo “mettere in guardia da uno stato d’animo che evidentemente è diffuso nel Paese”. Poi lui stesso, in un comizio elettorale accanto al candidato friulano (e leghista) Massimiliano Fredriga: “Quella frase l’ho solo riferita, la stavo raccontando perché questa cosa mi ha colpito molto”.
Insomma, Berlusconi avrebbe solo riportato una suggestione: c’è qualcuno che quando vede Di Maio pensa ad Hitler. Mica sono parole sue. Il chiarimento, per così dire, arriva tardi. Nel frattempo l’uscita farsesca ha avuto la sua ricaduta politica. Il più rapido a intervenire guarda caso è Matteo Salvini: “Paragona i 5Stelle ai nazisti? È meglio tacere, e rispettare il voto degli italiani, invece di dire sciocchezze. Io voglio dare un governo all’Italia, sono stufo di insulti, capricci e litigi”.
Il leader leghista, come noto, è reduce dalla chiusura negativa del confronto con i 5Stelle per l’accordo di governo. Ma il canale tra il Carroccio e i grillini – parole del braccio destro di Salvini, Giancarlo Giorgetti, a Repubblica – “è come un fiume carsico, può ripartire in qualsiasi momento”. Intanto lo sfondone berlusconiano consente a Salvini di prendere le distanze pubblicamente dal suo avversario, e di mandare un messaggio a Di Maio, nei giorni in cui i 5Stelle provano a costruire un fragile dialogo con il Pd.
Dopo la nota di Salvini, più rapida di un riflesso condizionato, arriva la contro-nota di Renato Brunetta, ex capogruppo di Forza Italia, evidentemente ancora interprete del pensiero berlusconiano. Replica punto per punto al leghista. Primo: “Forza Italia non ha mai messo veti su nessuno e più di tutti gli altri partiti vuole dare un governo al paese. Noi di Forza Italia siamo stufi di veti incrociati che non rispettano il voto degli italiani, come quello del Movimento 5 Stelle nei confronti di Berlusconi e del nostro partito ma anche come il veto nei confronti del Partito democratico”. Secondo: “Per quanto riguarda le sciocchezze, che dire a proposito delle passeggiate su Roma alla vigilia del 25 aprile?”. Ovvero la battuta dell’altro giorno di Salvini indirizzata al Quirinale: “Non mi sembra che sia corretto che governino secondi e terzi (Pd e M5S, ndr) e i primi (centrodestra, ndr) restino fuori. Se qualcuno prova a fare una cosa del genere ci troviamo a fare una passeggiata a Roma”. Chiude quindi Brunetta: “È proprio vero, a volte è meglio tacere e rispettare il voto degli italiani sempre e comunque”.
Renzi pensa a spaccare il Pd sul no ai Cinque Stelle
È l’anniversario della Festa della Liberazione, ma nel Pd più che altro è la vigilia dell’ennesima notte dei lunghi coltelli. Oggi la delegazione composta dai pasdaran renziani Andrea Marcucci e Matteo Orfini, dal reggente governista Maurizio Martina e dal semi-dialogante Graziano Delrio tornerà dal presidente della Camera, Roberto Fico, per ribadire – più o meno – quello che ha detto martedì. Ovvero, il Pd deve discutere all’interno della direzione se e come sedersi al tavolo della trattativa con il Movimento 5 Stelle. E nel frattempo “ascolterà” Fico.
Le posizioni restano distanti. Martina ha ribadito anche ieri l’importanza di andare a vedere le carte. “Le probabilità di andare al voto a ottobre non sono poche purtroppo, ma credo sia una prospettiva da evitare”. ha detto a Porta a Porta, raccontando di aver sentito Renzi e di avere con lui un rapporto di rispetto, pur nella diversità dei punti di vista. Poi però ha ribadito l’intenzione di impegnarsi per costruire un percorso politico coi 5 Stelle. Al che i renziani si sono ribellati in blocco. Per tutti, Alessia Morani: “Non dovevamo decidere in direzione?”.
L’ex premier,viceversa, si è fatto una passeggiata in Piazza della Signoria a Firenze, in mattinata, solo per farsi intercettare mentre conduceva il suo personale sondaggio tra gli elettori dem: “Volete un governo con i Cinque Stelle?”. Coro di no e qualche sorriso. “Ricevuto”, ha commentato lui. La sua posizione non cambia: nessun tavolo con i Cinque Stelle, nessun governo politico, nessuna trattativa. La direzione deve essere ancora convocata. Sarà probabilmente mercoledì, come ha voluto Lorenzo Guerini: serve tempo per trattare. Intanto nel Pd si fanno e si disfano strategie.
Prima di tutto, va notata la proposta di Antonello Giacomelli, sottosegretario: “Dovremmo chiedere a Matteo Renzi di ritirare le sue dimissioni e guidare tutto il partito in questo confronto”. La posizione di Giacomelli non è isolata. Il Giglio Magico appoggia, Renzi pare non sia disponibile. Per ora. Ma la proposta evidenzia ancora una volta un dato di fatto: non esiste più un Pd, ce ne sono almeno due. E se l’ex premier non è sufficientemente forte da riprenderselo, il partito, lo è abbastanza per mantenerlo congelato. Visto che gli altri non sono neanche riusciti a mantenere la data fissata per l’Assemblea (il 21 aprile) che avrebbe dovuto ufficializzare la fine dell’era Renzi, con l’elezione di un nuovo segretario o l’avvio del congresso.
Renzi, dimissionario o no, resta il segretario ombra. Ogni intesa di governo passa da lui. “Se la direzione dovesse dare il via a un governo con i Cinque Stelle, io per disciplina di partito lo voto. Ma poi, ci sono alcuni tra i miei che non lo faranno comunque, come alcuni tra i parlamentari di Renzi”, ragionava Orfini. Tanto per mettere avanti le mani, prima della direzione. Perché comunque per un governo sono necessari tutti i parlamentari dem. Marcucci ha convocato l’assemblea dei senatori sempre per mercoledì e Renzi può ancora contare su circa la metà del gruppo. Se Orfini è tra gli intransigenti, sono contrari a sedersi al tavolo con il Movimento pure Marcucci e Maria Elena Boschi. Gli altri hanno ragionato in questi giorni su una base di trattativa da proporre al M5S. Magari con dei paletti inaccettabili. Il dossier è ancora nelle mani di Luca Lotti, ma allo stato la volontà di Renzi di chiudere la porta sembra ferma.
L’ex premier continua a sperare nella nascita di un governo tra Lega e Cinque Stelle. D’altra parte, il dialogo, anche se sotterraneo, continua. Molti dirigenti dem sono convinti che l’apertura di Di Maio non serva ad altro che a spaccare il Pd definitivamente. Dice Carlo Calenda: “I contenuti dell’accordo variano a seconda dei forni. E dunque valgono 0. L’obiettivo è arrivare al governo comunque e con chiunque per poi fare quello che diranno Grillo e Casaleggio”. Se si arriverà a una conta in direzione, sarà un punto di non ritorno. E Martina sarà bruciato. L’ex premier è alla ricerca di vie di fuga. E mentre tesse una rete di relazioni internazionali in veste di lobbista (come ha fatto in Qatar) continua a accarezzare il progetto di un partito suo, da fare contendendo una parte dell’eredità di Berlusconi a Salvini. Difficile che questo progetto sia pronto per un voto a ottobre. Anche da qui i dubbi di chi gli sta intorno. Il giorno della Liberazione per il Pd non è ancora arrivato.
La solitudine del Quirinale e la paura del voto anticipato
La prossima settimana saranno due mesi esatti dalle elezioni del 4 marzo e probabilmente ancora non ci sarà un’ipotesi concreta di governo. Oggi infatti il presidente della Camera farà il suo secondo giro con Pd e M5S e poi riferirà al capo dello Stato. E qualora dovesse esserci una traccia, un “innesco” di trattativa, il “dialogo” tra grillini e democratici sarà prolungato a dopo il primo maggio, in attesa della direzione del Nazareno. Un tempo dovuto, considerato che il Colle ha concesso quasi cinquanta giorni al forno tra pentastellati e leghisti.
In ogni caso il sentiero è strettissimo, per usare una metafora classica, e al Quirinale non si nasconde la preoccupazione se non l’ansia per il tentativo in corso. Dopo, infatti, c’è il serio rischio del voto anticipato in autunno, forse già alla fine dell’estate, a settembre, come riportato ieri da vari quotidiani. In pratica, la terza carta del Colle, archiviati i due schemi “esplorati” (Cinquestelle e Lega, Cinquestelle e Pd), potrebbe bruciarsi per le anomalie e le fragilità di questo stallo e che hanno dato vita già a un unicum della storia repubblicana: due mandati esplorativi consecutivi.
Fin qui Mattarella ha ascoltato, valutato, riflettuto, atteso con pazienza, finanche perso la calma quando Salvini ha “adescato” per la seconda volta Di Maio – durante l’esplorazione della presidente del Senato – con il miraggio (fake news?) del fatidico passo di lato di Berlusconi. Ma lo stallo fa fatica a partorire una trama positiva perché mette in fila una sequenza di posizioni in cui l’interesse di parte è anteposto a quello nazionale, in base a quella che è la prospettiva dell’arbitro di questa partita complessa e semplice allo stesso tempo.
La prima anomalia è che manca un eventuale baricentro su cui far “girare” la terza carta di un esecutivo di transizione che duri almeno un anno. Rispetto al 2013 è questa la prima grande differenza, come ha notato Alessandro De Angelis, vicedirettore della versione italiana dell’Huffington Post. Allora, Giorgio Napolitano contò sulla responsabilità del Pd bersaniano poi lettiano infine renziano. Adesso, invece, il primo partito non vincitore è il movimento grillino. Sinora Di Maio ha compiuto un’eccezionale torsione istituzionale ma l’altro giorno ha già indicato le colonne d’Ercole che non potrà superare: il sostegno a un governo (Cassese? Zampetti?) di transizione espressione del Quirinale.
Così Di Maio non solo si allinea di nuovo a Salvini, stavolta per chiedere le urne subito, ma tenta di puntellare la sua candidatura a premier in vista di un voto immediato. È questa la sua unica chance di rimanere capo, altrimenti l’incognita di un governo di transizione farebbe avanzare nuove leadership (si pensi a Fico o Di Battista) per la nuova tornata, senza dimenticare una scontata flessione elettorale provocata dalla “donazione di sangue” al senso di responsabilità.
La seconda anomalia è rappresentata dall’inedito centrodestra venuto fuori il 4 marzo, in cui per la prima volta (altro inedito) Silvio Berlusconi non è più il leader della coalizione.
Trattative e tatticismi li ha condotti Matteo Salvini che per il momento ha scelto di non sganciarsi da B., con l’obiettivo di annettersi Forza Italia e diventare il capo assoluto del centrodestra. È una strategia che ha mandato in frantumi un patto di legislatura con Di Maio e che dovrebbe continuare anche dopo le elezioni in Friuli Venezia Giulia, domenica prossima.
La terza anomalia, infine, è il prosieguo dell’avventurismo isolazionista di Matteo Renzi, tuttora padrone del Pd nonostante due disfatte epocali (il referendum e le Politiche). Il fuoco di sbarramento degli ortodossi renziani alle aperture dell’altro Pd ai grillini colpisce per la sua velocità d’esecuzione, segno che non si tratta solo di una mossa tattica d’attesa. Certo, tutto è possibile ma è difficile tornare indietro quando si spara a zero. Tutto fa presupporre che il Pd non arriverà unito a un’intesa col M5S.
Descritto il quadro, quante possibilità ha un esecutivo di transizione voluto dal Colle e sostenuto solo dal Pd e da Forza Italia? Pochissime.
Ecco la cupa constatazione con cui il presidente della Repubblica (ieri in Abruzzo per la festa della Liberazione) ha già cominciato a misurarsi. Da arbitro della Costituzione, sa perfettamente che un governo tecnico di minoranza non arriverà mai al nuovo anno.
Loro, Lui e noi
“Dura la vita quando non sai fare un cazzo”. Dovendo scegliere una frase cult dal film di Paolo Sorrentino Loro-1, non c’è nulla di meglio di questa confessione dell’Ape Regina, al secolo Sabina Began (la sontuosa Kasia Smutniak), che guida il pappone pugliese tutto squillo&coca Gianpi Tarantini (un super Riccardo Scamarcio) nella scalata al potere romano, gradino dopo gradino, su su fino a “Lui”. È la parabola di tutto un mondo di uomini e donne senza talento che si arrabattano come possono, mercificando quel poco che hanno per imboccare ciascuno la propria scorciatoia al successo. Lui li vuole tutti così perché nessuno gli dia ombra: ministri, collaboratori, consiglieri, reggipalle, prosseneti, escort. Nessun pensiero originale, nessun merito da vantare se non quello di servirlo fedelmente per prendere al volo i bocconi che cadono dalla mensa del ricco epulone, del sultano, del Re Sola. È l’ascensore sociale all’italiana, azionato non dall’istruzione, dall’intelligenza, dalla creatività, dal lavoro e dal sudore: ma dai carburanti delle conoscenze giuste, dei ricatti e dei colpi di culo e dai lubrificanti delle mazzette, della polvere bianca, del fica-power e dell’adulazione.
L’orgia eccessiva e ossessiva a base di soldi-sesso-coca ricorda The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese con Leonardo DiCaprio, ma senza nulla della vitalità, del giovanilismo e della genialità dei rampanti turbocapitalisti made in Usa. Qui, attorno a The Pig of Villa Certosa reinventato da Toni Servillo nella sua ultima reincarnazione volutamente compiaciuta e caricaturale, è tutto noia, vecchiaia, decadenza, viale del tramonto. È l’estate 2006 e Lui ha 70 anni: perse le elezioni e il suo ultimo passatempo di premier, si sente improvvisamente vecchio. La reggia di Porto Rotondo è gigantesca, sproporzionata alla statura dell’ometto di Stato che la abita da solo, cioè con la moglie Veronica, magistralmente resa da Elena Sofia Ricci, ormai al limite della sopportazione per quel viavai di minorenni (il fragoroso divorzio a mezzo stampa arriverà nella seconda parte, quando B. perderà tutt’e tre le donne di riferimento – madre, sorella e consorte – e impazzirà con la patetica e patologica supplenza delle 30-40 Papi-girl a botta). Lei legge Saramago che insulta il marito e, perfida, glielo fa notare. Lui, paradossalmente solo e annoiato, non si capacita di aver perso il potere e il tocco magico. E si frustra perché l’opposizione non fa per lui. I bunga bunga sono ancora dietro l’angolo, le Began, i Tarantini e i Mora (il bravo Roberto De Francesco col riporto) stanno per arrivare.
Non sapendo come reinventarsi, inscena tragicomiche gag che non divertono nemmeno lui. Come quando si traveste da odalisca per simulare un improbabile ritorno di fiamma nuziale (una delle tante scene realmente accadute, che nemmeno il genio di Sorrentino riuscirebbe a inventare) e Veronica lo fredda con un impietoso: “Non mi fai ridere”. O quando Toni-Silvio si produce nel triplo salto carpiato dell’attore napoletano che canta Malafemmena come un milanese che tenta di imitare l’accento napoletano. L’unica soluzione al tedio è l’eterna, disperata fuga dalla realtà. Come quando Lui pesta una cacca, ma spiega al nipotino che, siccome l’ha pestata lui, quella non è cacca: è una pallina di terra. “Non conta la realtà, ma il modo di raccontarla”.
Se il cinema è un cocktail psichedelico di divertimento e impegno, di racconto e immagini, di intuizioni ed emozioni, che fa godere tutti i sensi nel continuo inseguimento tra realtà e fantasia e se ne frega delle convenzioni, delle convenienze, delle aspettative, del politicamente e anche del cinematograficamente corretto, allora Loro è un gran film. Che diverte subito, mentre scorre sullo schermo. E ancor più alla fine, quando tenti di dare un’identità ai tanti personaggi anfibi e ibridi che assommano almeno tre o quattro figure reali. O quando si pensa che le scene sono tanto più vere quanto più appaiono esagerate. Infatti molte – quelle che hanno subito fatto storcere il nasino ai critici – sembrano videoclip girati con lo smartphone e postati su Youtube da un qualche insider indiscreto.
I ragazzi dello zoo di Silvio, popolato anche di rinoceronti, dromedari, aragoste, caprette e pantegane (a Roma si chiamano “zoccole”, pensa un po’), sono nani e ballerine quasi sempre fuori di testa per qualche donnina, o ricatto, o complotto, o sostanza (memorabili gli effetti dell’Mdma, “la droga dell’abbraccio e dello smandibolamento”). C’è il ministro-cortigiano simil-Bondi, un sorprendente Bentivoglio pelato che scioglie in rima le lodi a Lui e intanto tenta di fargli le scarpe, fino a cedere ai piaceri della carne e a restare impigliato nel ricatto della tentatrice (l’eccellente Euridice Axel) e di uno dei personaggi più misteriosi della corte dei miracoli e dei miracolati: l’inquietante truccatore-assistente tuttofare (Dario Cantarelli, sempre più sulfureo), che si presenta come “il biografo, quello che ora sta scrivendo la tua biografia”. Una sorta di addetto ai dossier&veleni. E poi c’è “Dio”, il misterioso Grande Vecchio che non si mostra mai col suo volto e la sua identità, e si permette il lusso di stare sopra di Lui. Un Circo Barnum sempre in bilico tra farsa e tragedia, proprio come la biografia del protagonista, in un montaggio stroboscopico alla Blob che accosta la grottesca collezione di tacchi col rialzo al terrificante rottweiler pronto a sbranare il ministro traditore. In fondo è così che, in 25 anni di mitridatizzazione, la Grande Anomalia è diventata Banale Normalità. Chi vede Loro e guarda Lui riconosce anche Noi. Non in sala, ma sullo schermo. Nascosti da qualche parte. Di spalle.
Il terzo “Avengers”: troppo grande per fallire
Solo non si vedono i due liocorni, ma non manca più nessuno. E una volta tanto non è (solo) un carrozzone per ragazzini: Avengers: Infinity War è il più grande film di supereroi della storia, e forse non solo per quantità. Gigantesco è gigantesco, i fratelli Anthony e Joe Russo alla regia hanno elevato tutto a potenza, segnando con ogni probabilità un prima e un dopo per il genere supereroico: diciannovesimo film Marvel Studios, il terzo degli Avengers e quello chiamato a celebrare i dieci anni del Marvel Cinematic Universe tenuto a battesimo da quel primigenio Iron Man del 2008.
Sicché ci sono tutti, da Tony Stark alias Iron Man sempre affidato a Robert Downey Jr. al Thor di Chris Hemsworth, da Captain America (Chris Evans) al Doctor Strange di Benedict Cumberbatch, passando per Peter Quill aka Star-Lord, ovvero Chris Pratt, Black Panther (Chadwick Boseman) e via dicendo: l’unione fa la forza o almeno dovrebbe, perché la minaccia è globale, si chiama Thanos e promette, complici sei pietre magiche, di terminare l’universo.
Thanos è interpretato da Josh Brolin, ed è un villain che merita un posto al sole nel comparto: tosto, dolente, tragico ed epico, fa salire storia e personaggi di livello, rendendo questa guerra totale, questo showdown massivo non la solita accozzaglia in calzamaglia, non la trita orgia di effetti e CGI, bensì la reminiscenza di qualcosa di antico, archetipico e letteralmente ferale.
Come rievocare la tragedia greca, come non disseppellire la pietas se non con il sacrificio dei figli, dei fratelli, dei contigui e cari? Si fa, anche se già scriverlo suona strano, sul serio, e nonostante una trama slabbrata, una drammaturgia dilatata (due ore e mezza di durata…) e una costruzione ipertrofica Infinity War illumina alcune grandi questioni del nostro tempo: è Thanos, e di riflesso i suoi opponenti, un supereroe dimezzato, scisso e dilaniato, costretto a decimare il proprio popolo per scongiurarne l’estinzione, obbligato a immolare la carne della sua carne per una missione più, ehm, alta.
Sovrappopolazione, genocidi, il nazismo stesso sono termini di paragone non peregrini, idee installate, Inception docet, in un corpo colossale, in un infinito campo lungo di supereroi avveniristici e però in piano ravvicinato, almeno qualcuno, nelle psicologie: che ne sarà di Loki, per Thor; quale futuro avrà la relazione tra Star-Lord – a lui e agli altri Guardiani della Galassia si deve la cifra ironica, e non sono poche le battute azzeccate – e Gamora (Zoe Saldana); quale epilogo conosceranno i promessi sposi Tony Stark e Pepper Potts (Gwyneth Paltrow)? Infinity War è semplicemente too big to fail: 300 milioni di budget, deve fare meglio di Black Panther, capace di 681 milioni di dollari solo negli States e quasi altrettanti nel resto del mondo, e ribadire che, per dirla con Godzilla, size does matter, le dimensioni contano, anche e soprattutto al box office. E vale anche per il nostro cinemino: esce oggi in 900 sale, lo scorso weekend il botteghino ha segnato un – 50% sul 2017. Sì, l’ottimismo non basta, serve il supereroismo della volontà.
“I nuovi ladri di biciclette sono spacciatori e delinquenti”
“Uno dei pochi veri film di rottura della storia”. Daniele Vicari non ha dubbi, Ladri di biciclette di Vittorio De Sica è “la Cappella Sistina del cinema italiano”, e ora potremo rivederla nel suo originario splendore: per festeggiarne i 70 anni, la versione restaurata verrà presentata al 71° Festival di Cannes.
Vicari, De Sica e Cesare Zavattini che convenzioni ruppero?
Una consuetudine, purtroppo ancora vigente: raccontare le vicende sociali dall’alto, al di fuori di esse, senza calarsi nella realtà, senza mettersi in gioco. È il problema numero uno del cinema, e credo si debba al legame mai interrotto tra i cineasti e il potere: Zavattini e De Sica ne erano perfettamente consapevoli, e presero gli attori dalla strada.
Che lezione rimane?
Rompere gli schemi drammaturgici, produttivi non si archivia, c’è un prima e un dopo Ladri di biciclette, ha ispirato i cineasti di tutto il mondo, penso agli iraniani. Di fronte a una catastrofe sociale, come nell’immediato Dopoguerra, a una crisi economica devastante, come fa il cinema a interpretare il fenomeno senza farsi piatta rappresentazione, mera denuncia? De Sica e Zavattini seppero incunearsi nella crisi e azzerare tutta la tradizione precedente.
Qual è il senso del restauro?
Dobbiamo dire grazie alla Cineteca di Bologna. Oggi diamo per scontato che un film esca ed esaurisca la propria vita nel passaggio in sala e poi in tv: io faccio molta fatica ad accettare che dopo un anno al massimo muoia, salvo esser ritirato fuori per ricorrenze e occasioni particolari. Per l’arte figurativa non funziona così, vai in un museo, vedi e godi come se fossi il primo fruitore, sicché vedere in sala capolavori come Ladri di biciclette, Tempi moderni e altri è vitale, necessario, imprescindibile, altrimenti si potrebbe pensare che il cinema abbia a che fare solo col presente, eludendone la prospettiva storica. Purtroppo, il bisogno di fare denaro nell’immediato, insito nel meccanismo produttivo e distributivo, compromette la dimensione temporale del cinema: è inaccettabile.
Vederlo o rivederlo in dvd o streaming non è la stessa cosa?
Al di là della reperibilità più o meno ostica, non fruisci appieno della forza, della potenza del film stesso: serve il grande schermo, serve la visione sociale, la cineteca è fondamentale.
Esiste qualche analogia tra quel ladro di biciclette, l’attacchino Antonio, e i rider attuali?
A parte la bicicletta, per cui perderla nel caso di Antonio significava perdere tutto, è molto difficile portare nella narrazione contemporanea quel tipo di intuizione, ma alcune cose restano immutate: negli ultimi 20 anni si sono fatti lentamente passi indietro che riportano la condizione dei lavoratori a una totale sudditanza nei confronti di chi possiede.
Che cosa può fare un cineasta?
Oggi la divisione tra classi sociali, l’incomunicabilità tra chi può fare film e chi può fruirli è massima. La prova del nove? I proletari nel cinema vengono sempre presentati attraverso la delinquenza, pistola in pugno e mezzo chilo di coca nelle mutande, ma è una fotografia che rivela l’autore del film. Già, il borghese si riconosce nel sottoproletario, perché entrambi non fanno nulla, non hanno bisogno di lavorare: il lavoratore, viceversa, che si fa un culo così è troppo distante, noioso.
Venerdì sera al Bif&st di Bari, e il 23 maggio su Rai Uno, porta Prima che la notte, dedicato a Pippo Fava, il giornalista ucciso da Cosa Nostra nel 1984.
Aveva un mondo estremamente complesso, non facilmente schematizzabile: pittore, drammaturgo, intellettuale, cerchiamo di darne contezza con leggerezza e precisione insieme, complice il protagonista Fabrizio Gifuni.
Scrivere oggi d’amore si può: purché sia fantastico
This is not a love song è stato il brano musicale di massimo successo dei Public Image Ltd, gruppo post punk che nel 1983 se la prende con chi fa i soldi cantando brani sdolcinati: parlare d’amore non è mai stato facile. Nei primi del Novecento la letteratura perpetra una sorta di ostracismo della tematica amorosa relegando la narrativa delle relazioni (e delle infatuazioni) al melenso filone rosa. Sono gli anni della Biblioteca delle signorine di Salani prima e di Liala poi.
Il confino del genere si calcifica con la creazione della collana Harmony (acronimo delle due case editrici coinvolte: Harlequin e Mondadori), che dagli anni 80 a oggi ha venduto più di 300 milioni di copie.
Eppure l’amore non può essere considerato marginale nella nostra cultura “alta”.
È uno dei primi argomenti affrontati dalla Bibbia: Adamo ed Eva, la carica erotica all’interno del paradiso immobile e non ancora perduto, il serpente tentatore precedono la fatica del metter su famiglia e sgobbare per il mantenimento dei figli. Si comincia dall’Eden e si finisce da Ikea.
Nel medioevo l’amore spinge per la nascita della poesia, gli stilnovisti “desìano” la donna amata, la idealizzano, la bramano, sempre con calibrata e spesso noiosa cortesia. Dante addirittura la beatifica e Petrarca la idrata, rendendo la figura femminile liquida, chiara e fresca. Secoli dopo, nel teatro occidentale, Shakespeare immortala la struggente passione di due ragazzi, Romeo e Giuletta, la cui relazione è osteggiata dalle famiglie. L’amore vince su tutto, tranne che sul veleno e la sfiga.
E nel romanzo ottocentesco, forse che Austen e Bronte e Tolstoj non fanno dell’amore il focus delle loro narrazioni? Elizabeth Bennet e Fitzwilliam Darcy, Jane Eyre e Edward Rochester, Anna Karenina e il conte Vronskij sono antesignani delle soap opera: coppie incasinate, devastate, tutto un tira e molla, tutto un palpitare.
Poi arriva il romanzo analitico, sociale, storico, di formazione, e l’amore diventa quasi un delitto e viene messo in castigo.
Il cospicuo numero di titoli usciti di recente che vi fanno riferimento sembra indicare un inversione di tendenza. È possibile scrivere d’amore in maniera antiretorica e originale?
Ne Le risposte (Sur, pp. 332, euro 17,50, traduzione Teresa Ciuffoletti) Cathrine Lacey si interroga su come mai le relazioni finiscano. Forse perché ciascuno di noi ambisce ad avere sempre tutto, tutte le persone possibili, tutti gli amori possibili? L’accattivante idea di fondo è che per chi se lo può permettere basta pagare e voilà un assortimento di fidanzate, ciascuna con una propria caratteristica, la comprensiva, la romantica, la materna. A Mary viene richiesto di recitare una di queste parti. D’altronde anche per lei l’amore è “elettrizzante quanto provvisorio, un preludio alla sofferenza”. Anche lei c’era cascata, aveva romanticizzato le cose brutte, la stazione lercia, l’aria appesantita. Aveva dato “un senso a qualcosa che non ha senso”.
Un senso provano a trovarlo Laura e Piero, così come Andrea e Marta, i protagonisti di Da soli di Cristina Comencini (Einaudi, pp. 168, euro 18).
In un mondo di separazioni, di persone libere e sole, la crescita dei cuccioli può essere l’elemento aggregante “e poi tutti in mare aperto, incrociando ogni tanto qualche altro nuotatore, ci si ferma per un po’ a riposare su un’isola, per poi riprendere a dare bracciate, immersi nei pensieri solitari”.
La storia di due coppie esplose suggerisce quasi una morale da favola esopica: non credere mai in una storia dall’inizio alla fine. Quella è la morte. La vita invece è avere molte vite. D’altronde la morte aleggia sempre quando si tratta di amore: dentro un matrimonio può sembrare di morire (soffocati), e contemporaneamente la fine di un matrimonio può uccidere (per assenza di ossigeno).
Di materia costruttiva assente e di materia magica presente tratta Maestoso è l’abbandono, il promettente esordio di Sara Gamberini (Hacca, pp. 201, euro 15). Dopo fidanzati sciamani, pittori, ex tossici, nella vita di Maria, la protagonista in analisi dal dottor Lisi, entra “Lorenzo, un uomo assurdo, scostante, poetico”. L’amore è psicosi e cura, lasciare e prendere, è transfert e abbandono.
Parola ambivalente quest’ultima, perché comprende sia la possibilità di abbandonare qualcuno che quella di abbandonarsi a qualcuno. E di abbandoni (della terra ferma, di Medea sedotta, di una nave) e di parole, nel loro significato più profondo ed etimologico, vive il libro di Andrea Marcolongo, La misura eroica (Mondadori, pp. 216, euro 17). Dopo La lingua geniale, Marcolongo s’imbarca, come gli Argonauti, in un’impresa che richiede coraggio e senso delle proporzioni, un’avventura eroica ed erotica, secondo una fantasiosa etimologia di Platone, per cui l’eros concede forza dell’eroe.
D’altronde la fantasia è componente dell’amore, che abbatte ogni cinismo, che disturba, che fa rumore, che non differenzia fra matrimonio e passione.
Un libro di smisurato slancio, che mescola i generi e le carte, con richiami al lavoro letterario di Daniel Mendelsohn.
Certo, a Giasone e Medea, i due innamorati pazzi, non è che sia andata poi questo gran bene.
Il leader degli ebrei tedeschi: “Non portate la kippah, è rischioso”
Meglio evitare di indossare la kippah in Germania. L’avvertimento è del presidente del consiglio centrale degli ebrei tedeschi Josef Schuster. Gli ebrei nelle grandi città faranno bene a non rendersi riconoscibili, per non rischiare aggressioni e insulti. Perché il tradizionale copricapo vale in sé come provocazione, nel paese che ha accolto oltre un milione di migranti nel 2015, e si confronta anche con l’antisemitismo arabo di importazione, come affermato da Angela Merkel, che ha nominato un delegato governativo sulla questione, (la mossa tipica di chi non sa bene come risolvere un problema, fa notare qualche giornale). “Una rivendicazione ostinata sarebbe di principio la strada giusta – ha affermato Schuster in una intervista radiofonica – tuttavia in effetti alle singole persone dovrei sconsigliare di mostrarsi in pubblico con la kippah, nel milieu della grandi città in Germania”.
Questa resa inquietante arriva a qualche giorno dalla scioccante aggressione, avvenuta nel bel quartiere di Prenzlauer Berg, da parte di un ragazzo siriano-palestinese di 19 anni, che ha colpito con la cintura un giovane israeliano urlandogli “ebreo!”. L’aggressore è stato colpito da un mandato di arresto. La vittima ha filmato l’attacco, per poi rivelare di aver indossato la kippah proprio per fare un esperimento.
Sull’ondata di indignazione la stessa comunità ebraica, col sindaco di Berlino Michael Mueller, ha lanciato una manifestazione per oggi: “Berlino porta la kippah”. Si chiede ai cittadini di indossare il copricapo, generalmente portato dagli ortodossi, in segno di solidarietà. Anche la comunità islamica ha reagito: “L’antisemitismo, il razzismo e l’odio sono peccati gravi nell’Islam, e non indulgeremo”, ha commentato il presidente del consiglio centrale dei musulmani Aiman Mazyek. E la politica ha aderito in modo bipartisan: anche i populisti dell’ultradestra di AfD si sono fatti avanti per promuovere la manifestazione, nel segno dell’antisemitismo.
Lo studente-killer armeno delirava su Facebook contro il complotto femminista
Il conducente-killerdi Toronto ha agito deliberatamente: con la sua folle corsa sul marciapiede, alla guida di un furgone bianco preso a noleggio, voleva uccidere più persone possibile. Ma se la dinamica è simile a quella degli attentati di Nizza o di Berlino, la pista del terrorismo è praticamente sfumata. È l’identikit di Alek Minassian, 25 anni, cittadino canadese di origine armena, a far propendere gli investigatori per il gesto di un folle, di una persona sola e con evidenti disturbi psicologici. Studente di informatica al Seneca College di Toronto ed esperto di software, Alek, residente nel sobborgo di Richmond Hill, viene descritto da chi lo conosce come un ragazzo intelligente, ma schivo, “socialmente disadattato e che stava sempre per conto suo”. Nessuna affiliazione a nessun gruppo politico o religioso, dunque, e nessuna inclinazione alla radicalizzazione o propensione alla violenza mostrata negli anni. È dal profilo Facebook di Minassian che forse trapela la verità sull’assurdo movente della strage che è costata la vita a 10 persone e che l’ha cambiata ad almeno altre 15 rimaste ferite, di cui 4 in gravi condizioni. Quello postato sul social media poco prima di agire è un delirio che basterebbe a spiegare la condizione di disagio mentale vissuta dal killer. “Ave al supremo gentiluomo Elliot Rodger!”, ha scritto Alek, riferendosi al 22enne che nel 2014 a Isla Vista, a pochi passi dal campus dell’università californiana di Santa Barbara, con la sua auto falciò uccidendole 6 persone, prima di togliersi la vita. “La rivolta degli incel è cominciata”, afferma ancora Alek, lì dove il termine incel sta per involuntarily celibate: espressione usata da alcuni gruppi di sedicenti attivisti per i diritti dell’uomo che sul web predicano contro l’uguaglianza tra i due sessi e quella che definiscono “la propaganda del femminismo”.
Comparso davanti alla corte, Minassian rischia il carcere a vita, con 10 capi di accusa per il reato di omicidio volontario e 14 per quello di tentato omicidio. Il nome della prima vittima identificata è quello di Annie Marie D’Amico, canadese d’origini italiane. “Abbiamo a che fare con un modus operandi che lo Stato Islamico ha in qualche modo imposto, indipendentemente se si fa parte o non si fa parte dell’Isis. Anche uno spostato può oggi usare metodi terroristi”, ha commentato il ministro degli Interni Marco Minniti a Toronto per una riunione del G7.