Il presidente francese, Emmanuel Macron, e Donald Trump, aprono a un “nuovo accordo” destinato a “contenere” le ambizioni sul programma nucleare dell’Iran, dopo che lo statunitense ha definito quello del 2015 “un disastro” e “da pazzi”. I due si sono incontrati alla Casa Bianca per discutere dei dossier più caldi, dalla lotta al terrorismo all’Iran, dalla Siria alla Corea del Nord. Con grandi sorrisi e pacche sulle spalle, concentrandosi entrambi sulla “amicizia” tra i due Paesi e sul lavoro da fare assieme, hanno discusso della minaccia dell’americano di uscire dall’intesa, se i partner non la modificheranno per renderla più severa verso Teheran. Sulla questione, Macron ha affermato: “Ci auguriamo d’ora in poi di lavorare su un nuovo accordo”. Gli alleati europei hanno ripetutamente tentato di persuadere Trump a non ritirarsi dall’intesa con Teheran raggiunta da Obama, che ha allentato le sanzioni all’Iran in cambio di impegni da parte della nazione. Trump ha fissato al 12 maggio una scadenza per decidere sull’accordo, chiedendo modifiche che molti nelle capitali europee credono rappresentebbero una violazione legale. “Penso che faremmo un grande colpo nel fare un accordo più grande”, ha aggiunto Trump, sottolineando che dovrebbe essere posto su “solida basi”. E ha detto inoltre: “Questo è un accordo con fondazioni marce. È un accordo cattivo, è strutturato male”. In generale il presidente Usa ha detto che: “Questo è il tempo della forza, di essere forti e uniti, onorando il passato e affrontando il futuro, con fiducia e orgoglio” per la “causa della pace e della solidarietà”.
“Alfie ha respirato 11 ore da solo”. “Potrà andare a casa, non in Italia”
Richiesta respinta: Alfie Evans non verrà ricoverato all’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma, come speravano i genitori Tom e Kate. Per ore, ieri, un’aeroambulanza ha stazionato vicino all’Alder Hey Hospital di Liverpool, pronta a decollare per portarlo in Italia. In serata il giudice dell’Alta Corte Anthony Hayden ha chiarito che il piccolo, 23 mesi, condannato da una gravissima sindrome neuro-degenerativa senza diagnosi definita e senza cura, resterà nel Regno Unito. Ha chiesto però ai medici che lo seguono dal dicembre 2016 di considerare l’ipotesi di portarlo a casa: una decisione che, secondo gli specialisti, richiede attenta considerazione e su cui non si pronunceranno prima di 3-5 giorni. Uno di loro ha parlato di “paura” dei colleghi nel fare il proprio lavoro a causa dell’ambiente ostile.
È una svolta inattesa e imprevedibile. Alle 21:15 di lunedi sera – come deciso da tre corti inglesi e dopo che la Corte Europea dei diritti umani aveva giudicato inammissibile il ricorso della famiglia – ad Alfie era stato staccato il respiratore. Secondo quanto scritto dallo stesso giudice Hayden nella sua sentenza del 20 febbraio, il bimbo avrebbe dovuto morire in poche ore: “Bisogna ricordare che Alfie non è in grado di sopravvivere da solo. È stato il ventilatore a tenerlo in vita per tanti mesi, visto che lui è incapace di sostenere lo sforzo di respirare”.
E invece, secondo il racconto del padre Tom, intervistato ieri mattina davanti all’Ospedale, nella notte fra lunedì e martedì Alfie ha respirato per circa 11 ore, prima grazie alla ventilazione bocca a bocca da parte dei genitori, poi da solo, resistendo senza cibo né acqua (come previsto dalle procedure che si attivano in questi casi) per circa 6 ore. Tom avrebbe poi accusato l’ospedale di commettere reato lasciando morire il bimbo di fame e sete e, dopo un teso colloquio di 40 minuti, i medici avrebbero acconsentito a idratarlo e fornirgli ossigeno tramite cannule nasali.
Questo sviluppo aveva spinto il giudice Hayden a indire, ieri pomeriggio, un’udienza di emergenza, convocando al Tribunale di Manchester tutte le parti in causa. Compreso l’ambasciatore nel Regno Unito Raffaele Trombetta, (rimasto però a Londra) visto che ormai il piccolo è cittadino italiano. Ieri pomeriggio il consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno Marco Minniti (ma su richiesta della famiglia) ha conferito ufficialmente, e in tempi rapidissimi, la cittadinanza italiana al bambino “in considerazione dell’eccezionale interesse per la comunità nazionale ad assicurare al minore ulteriori sviluppi terapeutici, nella tutela di preminenti valori umanitari che, nel caso di specie, attengono alla salvaguardia della salute”.
La concessione della cittadinanza ha, naturalmente, un forte valore simbolico. Ma anche ricadute di politica interna, visto che risponde a forti sollecitazioni non solo del Papa, ma anche dei movimenti per il diritto alla vita e di esponenti politici di diverso colore. Una mobilitazione che non ha scalfito la decisione del giudice, che ha dichiarato: “Alfie è prima di tutto cittadino britannico, e quindi sotto la giurisdizione dell’Alta Corte”.
Lo stesso magistrato, nella prima sentenza, aveva già scartato l’ipotesi di un trasferimento scrivendo “Lontano dalle cure intensive fornite dall’ospedale Alder Hey, Alfie è più vulnerabile, anche a infezioni. Il viaggio sarebbe gravoso. Nessuno vuole che Alfie muoia durante il trasferimento”. Tom e Kate avevano chiesto il ricovero in Italia perché la legge prevede, per staccare le macchine, il consenso dei genitori, mentre quella inglese vi antepone “l’interesse del bambino”.
I giovani dimenticati dal welfare e dalla politica
A guardare i tg, i talk show ma anche a leggere i giornali, pare che l’emergenza di questo Paese siano i pensionati che vanno in Portogallo per pagare meno tasse. Molto dietro nella lista delle priorità, i giovani che vanno all’estero e cercano lavoro, che diventano tutti “cervelli” in fuga. Di quelli che restano non si occupa quasi nessuno, per questo è utile il libro di Francesco Cancellato, direttore del giornale online Linkiesta: “Né sfruttati né bamboccioni” (Egea). Cancellato racconta la grande rimozione dal dibattito pubblico: i giovani sono quelli che più hanno sofferto la crisi, ma anche quelli di cui meno si occupa il welfare. Tra i tanti numeri spiegati nel testo e condensati in utili schede alla fine di ogni capitolo, eccone qualcuno che dovrebbe far riflettere: il 40% della disoccupazione giovanile non dipende dal ciclo economico, resterà anche con la ripresa, l’81% dei giovani italiani tra i 15 e i 29 anni vive ancora a casa con i genitori, la media europea è del 48%, soltanto l’8,3% degli adulti italiani dopo la fine del loro ciclo di studi, in Francia la quota è del 18,8%.
Si può anche dissentire dalle analisi di Cancellato o sul modo di affrontare i problemi che solleva (uno degli ultimi paragrafi si chiama “Per un nuovo welfare senza diritti acquisiti”), ma parliamone: in Danimarca le pensioni valgono il 13,8% del Pil, contro il 27,9 dell’Italia, cosa che permette di destinare alla famiglia l’8,6% del Pil invece che il 2,3.
La politica è questione di scelte. L’importante è che il dibattito si alimenti di numeri e non di slogan. Il libro di Cancellato è un primo passo in questa direzione.
Né sfruttati né bamboccioni
Il declino che dimezza la Natuzzi: mille lavoratori rischiano il posto
Alla Natuzzi, industria pugliese del divano che negli scorsi decenni ha conquistato il mondo, mille lavoratori rischiano di essere mandati a casa. I vertici dell’azienda lo hanno detto venerdì ai sindacati: a settembre i contratti di solidarietà scadranno e gli attuali esuberi non potranno essere cancellati; con ogni probabilità, si trasformeranno in licenziamenti.
La forza lavoro italiana dello storico marchio Made in Italy, quindi, è sul punto di essere dimezzata. Una mannaia che colpirebbe gli stabilimenti di Puglia e Basilicata, proprio dove questo brand è nato sessant’anni fa. Parliamo di un’impresa nata come un piccolo laboratorio artigianale e che si è espansa fino ad arrivare, nel 1993, alla quotazione a Wall Street. Oggi esporta in decine di mercati esteri; gli uffici commerciali hanno sede anche in Cina, Usa e Giappone; da 14 anni, però, le fabbriche del Sud Italia vivono una crisi perenne, con posti di lavoro continuamente in bilico. Una situazione acuita dalla recessione, e ulteriormente aggravata dalla concorrenza di imprese con costi più bassi (anche la Natuzzi, però, ha investito in Paesi con manodopera “low cost”). Nel 2013, la Natuzzi aveva deciso di liberarsi di 1.700 dipendenti. Le trattative con governo e sindacati hanno permesso di scongiurare il mega-taglio, anche grazie ai sacrifici imposti ai lavoratori: ammortizzatori sociali e quindi riduzione degli stipendi, ma anche rinuncia a premi e scatti di anzianità. Con l’accordo, l’azienda si è anche impegnata a riportare in Italia la quota che viene prodotta nello stabilimento in Romania. Arrivati al 2016, gli esuberi si sono ridotti a 330: una parte ha accettato di lasciare l’impresa accettando incentivi o ricollocazioni. Altri 176 hanno deciso di fare ricorso e lo scorso anno hanno avuto ragione dai giudici. La Natuzzi ne ha dovuti reintegrare 153 (dopo aver tentato, in un primo momento, di licenziarne altrettanti). Quanto sono costati questi lunghi contenziosi legali? Come calcolato dall’azienda, 13,5 milioni di euro. Una cifra talmente alta che costringerà alla “sospensione degli investimenti destinati al recupero di competitività delle fabbriche italiane”, spiegano da Natuzzi.
Insomma, senza investimenti gli stabilimenti non possono ripartire a pieno regime, quindi una parte dei lavoratori dovrà andare a casa. “La scusa delle spese legali non regge – afferma Salvatore Federico della Filca Cisl – se la sono cercata, hanno sbagliato e ne hanno pagato le conseguenze in sede giudiziaria. Questa decisione è inaccettabile, anche perché ci dicono che non intendono più procedere al rientro della produzione dalla Romania”.
L’altra proposta: reddito minimo legato al lavoro (e alle aziende)
È concepibile un’alternativa al cosiddetto reddito di cittadinanza, o a qualsiasi misura analoga destinata ad alimentare la dipendenza dalla spesa pubblica? Si possono sostenere – a costi sopportabili per i contribuenti – coloro che hanno difficoltà a entrare nel mondo del lavoro, sono rimasti vittime della crisi o ai quali il progresso tecnologico impone di riconvertirsi? Premesso che ricette miracolistiche non esistono, si può delineare in dieci punti una misura imperniata sul senso di responsabilità di chi ne beneficia, chiamandola per semplicità Reddito di Inserimento (o Reinserimento).
1) Lo Stato garantisce un sostegno a patto che il beneficiario trovi un’azienda disposta a formarlo sul lavoro o tramite un corso esterno, e alla fine del tirocinio ad assumerlo con un contratto stabile per almeno tre anni (o un periodo almeno 5 volte superiore alla durata del tirocinio).
2) Le aziende che assumono meno di due terzi dei tirocinanti su un arco di due anni vengono escluse dal programma per i successivi 5 anni.
3) Il sussidio ha durata limitata (ad esempio fino a 18 mesi) in base alla mansione (un manovale necessita di una qualificazione più breve di un bioingegnere).
4) Chi inizia il percorso di formazione entro 6 settimane può cambiare azienda se non ritiene serio o utile il tipo di training ricevuto, o decide che il lavoro non gli piace, o magari trova una soluzione più appetibile, ma la durata del sussidio non viene estesa.
5) Lavoratori licenziati da un’azienda non possono essere ripresi come tirocinanti né nella medesima azienda né in altre società da essa controllate o in qualsiasi modo collegate.
6) Nel corso della vita lavorativa si potrà beneficiare del Reddito di Inserimento solo un numero limitato di volte (ad esempio 5) e a distanza di almeno tre anni, a parte casi eccezionali.
7) Il contributo mensile potrebbe essere integrato con un emolumento una tantum per coloro che devono trasferirsi lontano dal luogo di residenza, in modo da sostenere le spese di alloggio fino all’assunzione.
8) I trasporti pubblici locali per chi ottiene il Reddito di Inserimento sarebbero gratuiti.
9) Dopo alcuni mesi (in base alla complessità della mansione), l’ammontare del Reddito di Inserimento potrebbe essere progressivamente ridotto, in modo che l’azienda inizi a retribuire il lavoratore.
10) La ricerca di lavoro potrà essere effettuata anche tramite agenzie private che avranno diritto a una remunerazione per il servizio svolto.
Quali sarebbero i benefici rispetto ai contributi a pioggia?
1) Innanzitutto non sarebbe necessario istituire i centri per l’impiego che sono costosi e per essere operativi richiederebbero almeno due anni, ma visti i tempi della burocrazia italiana (con annessi ricorsi al Tar) a mio modesto parere non sarebbero pronti nemmeno fra 10 anni. Tra l’altro poche aziende private assumerebbero un lavoratore segnalato da un carrozzone pubblico, soprattutto al Sud, dove le istituzioni gestiscono il voto di scambio attraverso nepotismi, raccomandazioni e malversazioni. Insomma la segnalazione di un centro per l’impiego costituirebbe (a torto o a ragione) il bacio della morte per l’occupabilità.
2) Il training verterebbe sulle competenze richieste, non su quelle stabilite da enti statali (o peggio ancora regionali) in un paese dove la formazione professionale è non di rado un pozzo maleodorante salito agli onori delle cronache per le inchieste della magistratura e quasi mai per i successi.
3) Invece di creare l’ennesimo guazzabuglio pubblico, basterebbe che il programma fosse gestito attraverso un database su cui si registrano aziende e lavoratori con dati facilmente incrociabili.
4) Si sgombrerebbe il campo dalle tre proposte di lavoro, che in caso di rifiuto comporterebbero la perdita del reddito di cittadinanza evitando di ipotizzare che per ogni disoccupato o scoraggiato in Italia si possano materializzare tre offerte di lavoro (ben retribuite e a due passi da casa). Non succede in America figurarsi a Reggio Calabria.
5) Si impedirebbe che qualcuno continui a lavorare in nero percependo il reddito di cittadinanza.
6) Si eviterebbe che un’azienda licenzi un dipendente per poi farlo lavorare in nero combinando retribuzione e reddito di cittadinanza e soprattutto si invoglierebbero molti a dedicarsi attivamente e in prima persona nella ricerca.
Non è la panacea (le proposte di aggiustamento e modifica saranno benvenute) ma almeno è una misura che non alimenta illusioni crudeli per chi non ha lavoro e che può partire (magari in fase sperimentale) in tempi brevi.
Facebook pubblica le linee guida interne e incontra il garante Privacy
Nel giornoin cui Facebook diffonde le linee guide interne sulla sua policy di pubblicazione, in Italia il Garante della privacy Antonello Soro ha ricevuto a Roma una delegazione del social network per approfondire l’istruttoria sulla vicenda. Durante la riunione, l’Autorità ha chiesto alla società americana ulteriore documentazione sulla possibile violazione dei dati personali di decine di migliaia di utenti italiani già individuati e di altri ancora da identificare. C’era Yvonne Cunnane, a capo della protezione dati di Facebook che, si legge in una nota, ha offerto piena collaborazione e provvederà a fornire tutti i chiarimenti. Il Garante vuole sapere quali e quante società che effettuano marketing politico hanno avuto accesso ai dati degli utenti; conoscere le informazioni in merito alle policy e alle tecnologie utilizzate per il riconoscimento facciale a quelle di profilazione. “Nel caso in cui si riscontri una non adeguata tutela dei dati personali – sottolinea Soro – potremo imporre precise misure prescrittive e irrogare pesanti sanzioni”.
Negozi aperti nei festivi, il commercio incrocia le braccia
È di nuovo sciopero nel commercio in occasione delle festività. Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil rinnovano la mobilitazione e chiamano i lavoratori ad incrociare le braccia anche il 25 aprile e il primo maggio e poi il 2 giugno, dopo le ultime proteste di Pasqua e Pasquetta. Proteste ancora a livello regionale e territoriale, che accendono i riflettori sulle aperture h24 e 365 giorni l’anno di negozi, grande distribuzione e centri commerciali, contro la totale liberalizzazione. I sindacati hanno proclamato scioperi regionali nel Lazio, in Puglia, in Sicilia e in Toscana (in quest’ultima solo oggi con lo slogan “25 aprile festa di libertà”), in Liguria (indetto dalla Filcams, mentre da Fisascat e Uiltucs è arrivato un appello all’astensione dal lavoro). Scioperi a livello territoriale in Lombardia e appelli ad astenersi in Piemonte, Emilia Romagna e Umbria. Per la Cgia di Mestre, sono quasi 5 milioni le persone che il 25 aprile e il 1 maggio lavorano.
L’Inpgi con pochi contributi e molte pensioni: “Devono crescere le entrate”
Per ogni 100 euro di contributi che entrano nelle casse ne escono 147 per pagare le pensioni. Il punto di pareggio del bilancio dell’istituto di previdenza dei giornalisti, che si sarebbe dovuto raggiungere in breve con la “Fornero” dell’informazione approvata appena un anno fa e con l’ambizioso piano di dismissioni del rilevante patrimonio immobiliare, è diventato un miraggio. I conti peggiorano più del previsto: il disavanzo 2017 ha superato 134 milioni, quasi 30 milioni in più dell’anno precedente. Sul versante delle uscite l’età pensionabile è stata equiparata a quella dell’Inps, si è passati al sistema contributivo e le prestazioni si sono ridotte. E le entrate non tornano: da 10 anni i contributi sono in calo costante, solo nel 2017 sono diminuiti del 2,33% mentre le pensioni aumentavano del 5,19%. La crisi del settore ha falcidiato l’occupazione. Nell’ultimo anno si sono persi 889 rapporti di lavoro attivi, 3000 nell’ultimo quinquennio. “Abbiamo poco tempo, dal 2019 sulle uscite dovrebbe esserci una frenata abbastanza decisa: la riforma, entrata pienamente in vigore solo due mesi fa, va a regime e finisce l’ultimo giro prepensionamenti ma sul versante delle entrate un’inversione di tendenza non la vedo” spiega la presidente dell’Inpgi, Marina Macelloni. Il Consiglio generale ha approvato ieri con 44 voti a favore e 11 contrari il bilancio consuntivo dell’esercizio, chiuso il 31 dicembre. Come se ne esce? “È indispensabile per l’editoria una legge di sistema, come fatto in altri settori industriali in altre epoche, che affronti i profondi mutamenti di questi ultimi decenni– propone Macelloni – finora il governo si è occupato solo di ristrutturazioni e prepensionamenti mentre la normativa che descrive l’attività della professione giornalistica risale al 1963 e a stento prevede la tv”.
Per la presidente dell’Inpgi occorrono un aggiornamento e una ridefinizione che riconduca molte figure professionali che trattano la comunicazione, l’informazione e il giornalismo nel perimetro dell’Ente. “Per questo ci serve urgentemente un’interlocuzione seria con il governo e riunire tutti gli attori del sistema informativo intorno a un tavolo”.
Mps, le mail che imbarazzano il grande accusatore
La scena ha scosso l’aula del tribunale di Milano dove si svolge il processo sui derivati del Monte dei Paschi. Le difese di degli imputati hanno incalzato il banchiere Giuseppe Bivona, consulente di parte civile, accusandolo di aver in passato proposto per conto di Goldman Sachs a Mps operazioni simili a quelle al centro del processo. La cosa può avere un risvolto ulteriore: i documenti prodotti sono stati infatti acquisiti in un altro procedimento milanese: quello agli ex vertici di Mps, Alessandro Profumo e Fabrizio Viola , nato proprio dalle denunce di Bivona (venerdì il Gup deve decidere se rinviarli a giudizio, il pm ha chiesto l’archiviazione).
Il primo processo vede alla sbarra gli ex vertici di Mps, a partire da Giuseppe Mussari, Antonio Vigni e Gianluca Baldassarri con alcuni manager di Deutsche Bank e Nomura per manipolazione del mercato e falso in bilancio. Al centro dell’accusa ci sono i derivati “Alexandria” (con Nomura) e “Santorini” (Deutsche Bank) usati nel 2009 per mascherare le perdite in bilancio. Le operazioni furono contabilizzate come acquisti di titoli di Stato finanziati da “pronti contro termine” (in gergo Repo) e non – sostiene l’accusa – come un Credit default swap (Cds), un derivato assicurativo sul rischio Italia venduto da Mps.
Il 16 aprile scorso viene ascoltato Bivona come consulente di Paolo Emilio Falaschi, avvocato di alcuni soci costituitisi parte civile. Il banchiere – autore delle denunce più agguerrite sullo scandalo Mps – spiega perché le operazioni andavano contabilizzate come derivati, quindi “a saldi chiusi”. Quando prende la parola l’avvocato di Baldassarri, Massimo Montesano, arriva il colpo a sorpresa. Mostra due mail inviate da Bivona al suo assistito in Mps a marzo e luglio 2009 per conto di Goldman Sachs. Oggetto della proposta è una “Operazione di structured Repo su governativi” già discussa in un incontro a Londra. Bivona sembra spiazzato, ripete più volte di non ricordare la vicenda ma di essere sicuro che l’operazione non è stata fatta. L’avvocato conferma ma incalza. Mostra la mail di marzo 2009 in cui viene proposta l’operazione come “un acquisto di titoli di Stato di alcuni Paesi europei finanziato in Repo fino alla scadenza naturale del titolo (nel nostro esempio 10 anni)”. Bivona replica che senza vedere i contratti non può dare una spiegazione, ma dopo un fitto botta e risposta ammette che Goldman può aver in passato proposto operazione simili e che “se questa operazione fosse stata perfezionata e avesse avuto tutte le clausole che sono in questi contratti, questa operazione sarebbe stata un Cds”, perché “non c’è modo di fare un’operazione di pronti contro termine con scadenza superiore ai tre anni”. Montesano continua, sostiene che le mail mostrano che Goldman si premura anche che Mps la contabilizzi con una formula (“posizione lunga del Titolo in AFS, con una simile passività di pari importo creata per finanziarlo”) che di fatto ricalca i “saldi aperti”. La linea del legale è che fosse un’operazione “simile” a quella di Alexandria per cui è imputato Baldassari. Il legale dei manager di Deutsche Bank, Giuseppe Iannaccone affonda la lama. Chiede a Bivona beffardo: “Come mai si è interessato proprio di Mps? Solo l’encomiabile atteggiamento di un cittadino operoso?”, Alla risposta affermativa ironizza: “Beh, sono iniziative da prendere ad esempio!”.
L’assalto delle difese al grande accusatore di Mps può avere in realtà un impatto sull’altro processo. Falaschi ha infatti curiosamente chiesto e ottenuto che le mail fossero acquisite anche nel procedimento – nato dagli esposti di Bivona – che riguarda a Viola e Profumo, accusati di falso in bilancio per aver contabilizzato i derivati “a saldi aperti” anche dopo l’uscita di Mussari, fino al 2015. Per loro il pm ha chiesto il proscioglimento.
Soldi all’estero: “Evasione milionaria di Mediolanum”
Silvio Berlusconi è nuovamente nel mirino della Procura di Milano. E con lui il socio Ennio Doris. Per i pm, infatti, due società estere collegate alla Banca Mediolanum, avrebbero dovuto versare in Italia imposte per 544 milioni di euro.
È stata la Finanza, ieri, a notificare la contestazione all’irlandese Mediolanum international funds limited sostenendo che la sua reale residenza, almeno dal 2010 al 2016, non fosse a Dublino ma in Italia. Questa storia nasce nel 2016 con un’iniziativa della Gdf che soltanto dopo, come vedremo, notifica alla Procura di Milano gli atti che porteranno all’apertura di un fascicolo che, per il momento, conta tre indagati che nell’istituto bancario di Berlusconi e Doris hanno svolto incarichi dirigenziali. L’ipotesi: un’evasione di 544 milioni su una base imponibile di 2,5 miliardi di euro.
È l’inverno 2016 quando la Gdf di Milano avvia un controllo fiscale nei confronti di Mediolanum. I finanzieri vogliono capire quali siano i reali rapporti che intercorrono tra la casa madre italiana e la lussemburghese Gamax Management ag. La Finanza vuol ricostruire i passaggi della banca italiana, che raccogliendo il risparmio e poi lo trasferisce (almeno in parte) all’estero, ovvero ad altre società legate al gruppo, che a loro volta sviluppano ulteriori investimenti. E così i finanzieri avviano una prima verifica fiscale. Analizzano i primi documenti raccolti. E sin dall’inizio emergono dei punti oscuri. I finanzieri iniziano a ipotizzare una eterovestizione dell’irlandese Mediolanum International Funds Ltd e della lussemburghese Gamax Management. È con questi elementi che la Gdf si presenta alla procura di Milano, dove depositata un’informativa, ipotizzando l’omessa dichiarazione dei redditi in Italia per entrambe le società. E dall’informativa della Gdf scaturisce immediatamente l’inchiesta, condotta dal sostituto procuratore Grazia Colacicco, che apre un fascicolo circa sei mesi fa. La procura condivide l’ipotesi di reato messa nero su bianco dalla Gdf: s’indaga la Banca Mediolanum Spa per omessa presentazione della dichiarazione dei redditi. Seguono dei decreti di perquisizione e sequestro, disposti dalla procura, nei confronti di tre dirigenti, oggi indagati. Le indagini non si fermano: la pm Colaiocco dispone ulteriori interrogatori, ad altri dirigenti e dipendenti, sentiti come persone informate sui fatti. E dall’ulteriore analisi dei documenti, la prospettiva dell’accusa, pare trovare ulteriori conferme: gli investigatori si convincono ulteriormente del fatto che Mediolanum Spa ha eterodiretto le due società estere. Non siamo, secondo la Procura di Milano, dinanzi a un semplice coordinamento operato da Mediolanum con sede in Italia. Non siamo quindi dinanzi al comportamento che avrebbe dovuto per legge. Se non bastasse, gli inquirenti sono convinti che le società estere siano state persino dirottate dal loro ruolo effettivo per essere utilizzate con ben altro scopo. La Mediolanum International Funds Ltd e Gamax Management, per l’accusa, sono state ridimensionate a dei semplici contenitori di fondi: era la sede italiana di Mediolanum, infatti, a gestire il tutto. Ipotesi condivisa anche dall’Agenzia delle Entrate.
In totale, le potenziali imposte oggetto di contestazione ammonterebbero quindi a 544 milioni di euro. E la Mediolanum commenta: “Il gruppo – recita la nota – precisa che la posizione fiscale di Mediolanum International Funds Limited e i rapporti con le società italiane del gruppo è già stata prima d’ora oggetto di una specifica verifica che ha escluso problemi di residenza fiscale in Italia. Mediolanum ha già preso contatti con le autorità competenti per fornire tutti i chiarimenti necessari per la chiusura della vicenda. Mediolanum International Funds Limited opera in Irlanda dal 1997 con una struttura organizzativa composta da dipendenti altamente qualificati dedicati principalmente alle attività di sviluppo e amministrazione di fondi comuni di investimento di diritto irlandese. La società è assoggettata alla vigilanza delle autorità regolamentari irlandesi, che verificano costantemente l’attività svolta e l’adeguatezza della struttura organizzativa localizzata”.