Generali, la rinascita dopo il saccheggio. Parte l’arrocco italiano

“Sono salito in Generali perchè tengo molto all’italianità”, ha detto Francesco Gaetano Caltagirone all’ultima assemblea di Generali la scorsa settimana a Trieste per l’approvazione del bilancio. E pazienza se nelle stesse ore a Roma, all’assemblea della sua Cementir, presieduta dal figlio Francesco, si celebrava la vendita degli asset italiani ai tedeschi di Heidelberg. Forse la battuta di Caltagirone è rivolta al prossimo bicentenario della nascita di Karl Marx, che preconizzò come nel moderno capitalismo “il capitale non ha patria”.

Sull’italianità del gruppo assicurativo si sono tornati a consumare fiumi d’inchiostro perché il variegato blocco dei soci tricolore nelle scorse settimane ha acquistato azioni sul mercato fino a detenere il 23,12% del capitale del Leone di Trieste contro il 19,79% del 2017. Fra questi spiccano Caltagirone, ora al 4% e la famiglia Benetton (3,05%). In cima a tutti resta Mediobanca con il 12,95%, Leonardo Del Vecchio con il 3,15%, la famiglia De Agostini con l’1,7%. Un peso leggermente superiore a quello dei fondi esteri presenti all’assemblea con il 22,91% del capitale (24,17% nel 2016). Va detto che Mediobanca ha annunciato da tempo l’intenzione di scendere, vendendo il 3% o anche di più entro il 2019. Sullo sfondo resta Unicredit, primo azionista di Mediobanca che vigila attentamente su quanto accade a Trieste.

Questo 3% o poco più messo sul mercato da Mediobanca potrebbe cambiare gli equilibri alla prossima assemblea di aprile 2019 quando si voterà per il rinnovo del cda, e i giochi in Borsa sono già iniziati, anche a vedere l’andamento del titolo in Borsa, tornato ai massimi da inizio 2016 e in forte rimonta rispetto al settore. In un anno l’indice assicurativo europeo è salito del 7,15% mentre Generali svetta con un +24%, meglio dei rivali tedeschi di Allianz (19%), leader europeo, dei francesi di Axa (5%) e di Zurich (12%), guidato dall’ex ad di Generali Mario Greco, cacciato nel 2016.

Oggi al timone c’è il francese Philippe Donnet, già top manager di Axa, che sta riuscendo nell’impresa di far quadrare il cerchio: ridurre il perimetro della compagnia (4 miliardi di euro di dismissioni in 6 anni) cedendo quanto non è ritenuto redditizio e strategico per concentrarsi sui mercati profittevoli e cercare in questo modo di ridurre il fortissimo gap che Generali ha avuto nell’ultimo decennio nei confronti dei suoi competitor, che hanno visto moltiplicarsi il valore (Allianz capitalizza 85,2 miliardi, Axa 57 mentre Generali solo 25, poco più del patrimonio netto) mentre il Leone di Trieste si muoveva con una sotto performance clamorosa.

Mentre nel settore assicurativo i concorrenti crescevano anche a suon di acquisizioni e di ingressi in nuovi mercati Generali restava “nana” perché finanziarne la crescita per l’azionista di controllo molto relativo (Mediobanca) e i soci italiani avrebbe significato fare aumenti di capitale o perderne il controllo. Meglio quindi accontentarsi di staccare i dividendi a costo di perdere quote di mercato.

Oggi Generali resta una compagnia virtualmente scalabile che gestisce 462 miliardi di euro di asset ed è un nodo cruciale della finanza, non solo italiana. È presente in oltre 60 paesi (prima erano quasi 80) e in Italia è leader nella gestione dei risparmi e della previdenza. Basti pensare che 65 miliardi di titoli di Stato italiani fanno riferimento agli investimenti finanziari di Generali come sottostante di polizze assicurative. E Generali è un attore importante anche nelle infrastrutture e negli investimenti immobiliari: nel mattone è fra i primi 10 investitori al mondo e questo sicuramente non è sgradito a Caltagirone che come ogni bravo immobiliarista ha sempre qualche affare da proporre. Fra i progetti in cantiere a Trieste c’è proprio la rotazione del portafoglio investimenti per aumentare la redditività puntando sul real estate, dove nei prossimi tre anni dovrebbero arrivare a 35 miliardi, e sugli asset alternativi con l’obiettivo di incrementare la redditività.

Il nuovo piano industriale di Generali verrà presentato il 21 novembre a Milano e sarà basato, secondo Donnet, su “ottimizzazione finanziaria espansione profittevole e trasformazione” mentre quello in corso (2015-2018) dovrebbe vedere centrati tutti i target con 5 miliardi di dividendi distribuiti nel triennio (quest’anno la cedola è salita del 6% a 0,85 euro per azione, il 5% del valore del titolo), 7 miliardi di cassa operativa generata e ritorno sul patrimonio ben sopra l’obiettivo del 13%. La raccolta premi di Generali è generata per oltre il 65% dall’estero, con Italia Germania e Francia che pesano il 74%. Dopo il fallito assalto a inizio 2017 di Intesa Sanpaolo, respinto con il supporto di Mediobanca, il futuro di Generali è nel modello ibrido. Quello dove le banche fanno concorrenza alle compagnie assicurative e vendono polizze e le seconde fanno le banche e propongono soluzioni d’investimento e risparmio gestito.

Il piano industriale di Generali prevede proprio questo perché le polizze vita tradizionali in tempi di tassi d’interesse sottozero sono una iattura per la compagnie visti i requisiti di solvibilità richiesti dai regolatori. Meglio spostare sul consumatore il rischio finanziario e Generali punta massicciamente su prodotti come le unit linked, ovvero su fondi e risparmio gestito dentro le polizze vendute agli assicurati. Una formula finanziaria sotto il cappello assicurativo che garantisce alle compagnie, e alle banche che le collocano, ricche commissioni senza rischi di dover offrire rendimenti garantiti o minimi. Nel bilancio 2017 l’incremento dei margini sulle polizze di Generali si deve a questa strategia. E se poi i tassi dovessero salire sarà tutto grasso che cola.

Twitter: @soldiexpert

Ma vi siete dimenticati del Def?

Per qualche giorno non si è parlato d’altro che del Def, il documento di economia e finanza pubblica che imposta il quadro di finanza pubblica per la legge di Bilancio in autunno. Poi, complice la concessione di un piccolo rinvio da parte della Commissione europea, il tema è sparito: i partiti hanno condotto le consultazioni e i negoziati senza neppure presentare le loro mozioni per guidare l’azione del governo Gentiloni su questo punto o almeno per far sapere come la pensano.

Tutto tace. Nessun partito ha spiegato dove e come recuperare 19 miliardi di euro per evitare l’aumento dell’Iva nel 2019, figurarsi gli altri necessari ad applicare le promesse elettorali. Secondo le simulazioni del rapporto annuale del Centro studi economia reale guidato dall’economista Mario Baldassarri, se le tentazioni di protezionismo dovessero determinare una frenata della crescita del commercio mondiale dal 4 al 2 per cento farebbe sparire uno 0,4 per cento e tutti i conti sarebbero da rifare. Ma anche senza cataclismi esterni, è difficile sfuggire ai vincoli dei numeri: nessuna delle grandi proposte dei partiti smuoverebbe in modo rilevante i saldi di bilancio. Nelle simulazioni di Economia reale, la Flat tax della Lega spingerebbe la crescita dell’1 per cento nel 2019 e 2020 ma poi l’effetto si esaurirebbe. Col Reddito di cittadinanza dei Cinque Stelle gli effetti sarebbero ancora minori (e questo nell’ipotesi che i soldi si trovino senza danneggiare troppo la crescita). Gli effetti di queste due rivoluzioni fiscali sull’andamento del Pil e sull’occupazione sarebbero analoghi a disinnescare le clausole di salvaguardia, cioè evitare che l’Iva aumenti a gennaio prossimo. Anche l’occupazione rimarrebbe sopra il 10 per cento nei prossimi tre anni.

In base a questi numeri non c’è alcun miracolo a portata di mano e i vincoli di finanza pubblica si dimostreranno presto più stringenti di quelli politici che hanno reso così faticose queste settimane post voto.

Condotte, il disastro (ignorato) del colosso delle costruzioni

Un gigante delle costruzioni. Il suo nome è Condotte ed è il terzo gruppo italiano dietro Salini-Impregilo e Astaldi a contendersi il business rischioso delle grandi opere ferroviarie e stradali. Non solo in Italia ma in giro per il mondo con un portafoglio ordini lievitato a fine 2016 a oltre 5 miliardi e salito a oltre 6 miliardi nel 2017. Poi il buio, giunto apparentemente inaspettato: il quasi crac con la richiesta a inizio del 2018 del concordato in bianco. Una sorta di resa, di bandiera bianca; un salvagente chiesto al Tribunale per evitare l’assalto dei creditori. Una storia che va al di là della stretta cronaca che ha visto nei giorni scorsi, come se non bastasse, l’arresto del suo amministratore delegato Duccio Astaldi, cugino della famiglia del gruppo omonimo, per presunte tangenti versate per opere stradali in Sicilia.

Il gruppo Condotte ora deve presentare un piano di ristrutturazione e ha tempo fino al 18 maggio per trovare soluzioni alternative alla strada concordataria, come sancito dal Tribunale di Roma che a gennaio ha accettato l’istanza concordataria. Si riuscirà a convincere le banche e i fornitori a concedere tempo per il rimborso dei debiti? Per la società che è controllata dalla holding Ferfina, guidata da Isabella Bruno Tolomei Frigerio, la strada del concordato era divenuta obbligata per, come ha spiegato la società, l’oggettiva difficoltà di incasso dei crediti vantati nei confronti delle pubbliche amministrazioni.Se si scava nei conti della antica e blasonata società di engineering si scopre che non di un fulmine a ciel sereno si è trattato.

Condotte è un gigante dai piedi d’argilla sul piano finanziario e non da ieri. Il capitale netto con cui lavora è di soli 220 milioni. Il resto a comporre un attivo di bilancio di 2,3 miliardi sono soldi di altri. In particolare le banche: Condotte prima della resa aveva debiti finanziari con quasi tutti gli istituti di credito del Paese per oltre 600 milioni; poi ci sono i debiti con la galassia di oltre 50 società collegate per 313 milioni e infine dulcis in fondo i fornitori che di fatto finanziavano con le banche la gestione operativa: con i soli fornitori Condotte aveva a fine 2016 esposizioni debitorie per 700 milioni. Alla fine il cumulo di debiti totali del gruppo dalla storia centenaria, che rischia ora di finire amaramente, ammontava un anno prima della richiesta di concordato al Tribunale a 2,1 miliardi di euro. Dieci volte il patrimonio netto; oltre una volta e mezza il fatturato annuo e 20 volte il margine operativo lordo fermo a fine 2016 a soli 115 milioni.

Su 1,3 miliardi di fatturato i costi si portano via quasi tutto. Residuano dall’attività solo 35 milioni. Su questi Condotte versa alle banche 30 milioni di soli interessi. Alla fine il gruppo dalla mille commesse in giro per il mondo riesce a fare utili netti per meno di 5 milioni di euro. Un po’ poco per sostenere che la società viaggiasse con il vento in poppa. Ma è proprio questo il tenore delle comunicazioni sociali sfornate prima del quasi crac dalla società. Nel bilancio 2016 nel commentare i risultati (utile netto di 3,1 milioni) si scrive che: “I risultati raggiunti confermano l’elevata capacità manageriale del gruppo e la sua competitività”. Ma intanto Condotte era sempre a bussare alla porta delle banche. Nel 2016 pur con una struttura finanziaria così gracile, sul piano dei capitali propri, ottiene altri 88 milioni dalle banche. Quelle stesse banche che hanno continuato a erogare credito, pur consapevoli dei grandi rischi operativi che ha una società attiva nelle grandi opere. Basta che un committente ritardi i pagamenti o non paghi e si rischia di saltare all’istante.

Fonti della società raccontano al Fatto Quotidiano dei continui appostamenti a riserva per centinaia di milioni per ritardi dei pagamenti per la Nuvola di Fuksas a Roma per le difficoltà di Eur Spa. O gli oltre 100 milioni accantonati per il Tav a Firenze e l’atto di citazione contro Rfi per i ritardi dovuti anche agli stop ambientali per le presunte mancate bonifiche. O le difficoltà dei grandi lavori in Algeria. Tutte pendenze che hanno reso precaria la già gracile struttura finanziaria del gruppo. Certo pesano i crediti aperti con i clienti. Valgono oltre 400 milioni. Se fai fatica a incassare non hai i flussi di cassa per pagare fornitori e banche. Già i fornitori. A loro spettavano a fine 2016 pagamenti per oltre 700 milioni quasi il doppio dei crediti che Condotte vantava verso i clienti. Un circolo vizioso che ora sembra giunto al capolinea.

Nessuno pare essersi accorto del disastro in arrivo. Né la società che si descriveva in salute finanziaria né tantomeno il consiglio di sorveglianza presieduto da Franco Bassanini ex Cdp. Con il bilancio 2016 fu approvato anche il piano triennale: il margine lordo sarebbe passato tra il 2017 e il 2019, secondo la relazione di Duccio Astaldi da 120 a 133 milioni; l’utile operativo da 65 a 87 milioni e l’utile netto da 8 a 18 milioni. Tutto bene? Non il debito: solo quello con le banche stazionava costantemente fino al 2019 sopra il mezzo miliardo. Il vizio di lavorare, contando solo sui soldi a prestito, continuava, anche pochi mesi prima della richiesta di aiuto al Tribunale, ad aleggiare come un fatto fisiologico nei vertici di Condotte. Poi l’amaro risveglio. L’ennesima storia di capitalismo privato senza capitali.

Dopo 50 giorni finalmente il governo… Gentiloni

A quanto pare dopo mesi di campagna elettorale, qualche decina di milioni di voti e 51 giorni di lavorio politico siamo ormai vicini al governo… Gentiloni. No, magari non proprio con Gentiloni, ché il nobiluomo dalla vita ha avuto già assai, ma Gentiloni in senso antropologico e politico per così dire. Come il lettore saprà, infatti, il Pd ieri ha “aperto” al dialogo coi 5 Stelle dopo aver incontrato il grillino Roberto Fico (il cui tocco, come quello dei re medievali, guarisce dalla scrofola e dall’opposizione). Il Movimento, in cambio, ha detto che con la Lega faceva così per parlare, non era amore e ora cancellerà il numero dalla rubrica. Questo dialogo, ci dice il reggente democratico Martina, dovrà partire dai “100 punti del Pd” e in particolare da tre: l’europeismo; “il rinnovamento della democrazia, al di là della deriva plebiscitaria” (qualunque cosa voglia dire); “le politiche del lavoro e di contrasto alla povertà”, ma rispettando “gli equilibri di finanza pubblica”. Di Maio, com’è noto, ha invece il suo bel contrattino buono per tutti i governi e il suo bel programmino che, fatto un altro po’ di editing, andrà benissimo alla bisogna: è tutto e niente e quanto all’unica cosa che conta, la politica di bilancio, il capo politico grillino ha già detto “deficit all’1,5%” (cioè ancora austerità “europeista”, così è contento Martina). Certo, era più facile se a Palazzo Chigi candidavano direttamente Cottarelli – col voto del web, per carità – ma quel che è fatto è fatto. Ci resta una sola speranza: che il cupio dissolvi di Renzi impedisca il governo del Pd.

Nella testa del terrorista

Siria, Raqqa, novembre 2014. Abu Usama era arrivato a Tabqa di buon mattino. L’ex colonnello gli aveva ordinato di recarsi nella prigione che i servizi segreti del Dawla – uno dei modi in cui gli affiliati dello Stato islamico chiamano la propria organizzazione – avevano ricavato nei pozzi della diga. L’autista l’aveva fatto scendere in una strada secondaria, lontano da occhi indiscreti e da lì Abu Usama si era infilato il passamontagna e aveva continuato a piedi fino alla diga.

Lo psicologo lo aspettava in un ufficio nei sotterranei. Era un uomo alto e dai modi raffinati e aveva il volto coperto dal passamontagna. Indossava dei pantaloni neri a cavallo basso e una cintura esplosiva. Dette il benvenuto ad Abu Usama, gli strinse la mano e lo invitò a prendere posto sulla sedia dall’altro lato della scrivania. Quindi si presentò: “Mi chiamo al-Qa ‘qa. Sono un dottore in Psicologia e sono qui per addestrarti”.

Abu Usama si limitò a fare un cenno con la testa. “Il nostro emiro Abu Anas al-Anbri – continuò il dottor al-Qa ‘qa riferendosi all’ex colonnello iracheno – mi ha parlato molto bene di te. Eppure, come saprai non tutti possono entrare a far parte dei servizi della sicurezza esterna del Dawla. Ci sono dei requisiti. Non basta il coraggio e non basta nemmeno la fede”. Il dottor al-Qa ‘qa estrasse dal cassetto alcuni fogli bianchi e una bic nera e li avvicinò ad Abu Usama. “Questa sarà la tua prima prova”. Abu Usama lo guardò interrogativo. “Scrivi la storia della tua vita – gli disse lo psicologo – Non hai limiti di tempo né di spazio”. Quindi si alzò e uscì dalla stanza chiudendo la porta dietro di sé. Abu Usama iniziò a mordere la penna nervoso. “Scrivi la storia della tua vita! E questo sarebbe l’addestramento speciale?!”, borbottò tra sé. Tuttavia, per quanto gli sembrasse una stronzata, non aveva altra scelta. E poi, dopo quel che era accaduto alla prigione di al-Khafsa, dove per mettere alla prova la sua lealtà gli avevano addirittura sparato, ormai non si stupiva più di niente. Così, stappò la bic e iniziò a scrivere. “Tabqa, 10 dicembre 2014. Mi chiamo Abu Usama. Sono nato il 7 marzo del 1983 a Ramadi, nella regione dell’Anbar, in Iraq. Sono il più piccolo di sei figli. Ho un fratello e quattro sorelle più grandi. Mia madre e mio padre sono morti in un incidente stradale nel 1996. Io all’epoca avevo 13 anni e quel giorno ero in macchina con loro. Un camion tirò dritto a un incrocio e ci prese in pieno. I miei morirono sul colpo. Io invece mi risvegliai all’ospedale con un brutto trauma cranico con edema cerebrale. Tanto che non potei andare al funerale perché i medici mi trattennero in ospedale prima che mi riprendessi del tutto.

Una volta dimesso, smisi di andare a scuola e cominciai a lavorare alla giornata. Feci il muratore fino a 18 anni. Poi comprai una macchina e mi detti al contrabbando tra l’Iraq e la Siria. Generi alimentari, capi di bestiame, Kalashnikov. In quegli anni vivevo tra Ram, in Iraq, e Maskana, in Siria, a casa della sorella di mia madre. Nel 2003, quando gli americani invasero l’Iraq, me ne andai in Giordania. All’inizio facevo lo scaricatore nel porto merci di Aqaba sul Mar Rosso, poi trovai lavoro come decoratore e gessista tra Amman e al-Zarq. Finché, nel 2010, mi si presentò un’occasione di lavoro al porto di Beirut come tecnico della manutenzione delle gru portuali. Così decisi di trasferirmi in Libano. Avevo il passaporto scaduto ma partii lo stesso entrando clandestinamente dall’Iraq in Siria. Lungo il confine però fui arrestato dalla polizia di frontiera siriana. Da Alb-Kamal venni trasferito a Damasco nella prigione del Dipartimento Palestina, Far Filasn, della sicurezza militare. Sospettavano che fossi una spia di Israele. Mi misero in una cella di isolamento insieme a un giornalista libanese. Ogni giorno mi interrogavano e mi torturavano affinché confessassi. Nonostante le botte, continuavo a ripetergli che ero solo un operaio e che ero diretto a Beirut per lavoro. Dopo 30 giorni fui rimesso in libertà e ripresi il mio viaggio per Beirut. Rimasi in Libano fino al 2012, quando decisi di ritornare in Iraq. Una volta arrivato a Ramadi, un mio parente mi fece assumere al comune come portiere. Il lavoro però non durò a lungo perché un giorno ebbi un diverbio con un funzionario e venni licenziato in tronco. Rimasto senza lavoro, ripresi a frequentare Qasim il tassista, un mio vecchio amico d’infanzia. È stato così che, soltanto pochi mesi fa, ho incontrato suo fratello, l’emiro Ab Anas al-Anbàr. Dopo avermi conosciuto meglio, l’emiro Ab Anas mi ha proposto di lavorare per lui nella sicurezza esterna e mi ha mandato in Siria, dove mi trovo da allora. A Ram non ho più nessuno. Da quando è iniziata la guerra, mio fratello è emigrato in Qatar e le mie quattro sorelle sono andate in Arabia Saudita con i mariti. Nessuno di loro sa niente del mio lavoro con il Dawla. Così come non lo sa nessuno dei miei amici e dei miei parenti”.

Aveva scritto tre pagine. Il dottor al-Qaq, che nel frattempo era rientrato nell’ufficio, si sedette di nuovo alla scrivania, prese i fogli tra le mani e lesse ad alta voce. “Molto interessante, fratello Abu Usama” commentò. Quindi riaprì il cassetto, tirò fuori altri tre fogli bianchi e li avvicinò con la stessa bic nera ad Abu Usama. “Adesso scrivila di nuovo”.

Abu Usama lo guardò incredulo. “Cosa?” “Voglio che mi scrivi di nuovo la storia della tua vita”. Abu Usama scosse la testa pensando che gli stavano soltanto facendo perdere tempo. Non vedeva l’ora che finisse quella pagliacciata. Tuttavia lo psicologo sembrava prenderla così sul serio che si fece coraggio, prese in mano la penna e riscrisse tutto da capo. Quando ebbe finito, consegnò i fogli al dottore che mise la seconda versione a fianco alla prima e procedette a un meticoloso confronto. Con una penna rossa, segnava le differenze tra le due stesure. Disegnava un cerchio intorno a ogni espressione diversa, una X su ogni parola in più e una spunta su ogni omissione. Non sembrava per niente soddisfatto. “Non ci siamo” disse ad Abu Usama. Quindi tirò fuori dal cassetto altri tre fogli: “Scrivila di nuovo”. “Non ci siamo, di nuovo”. “È ancora diversa”. “Un’altra volta” “Ricomincia” “Da capo”.

Andarono avanti così per quattro ore. E il giorno dopo ripresero lo stesso esercizio per altre quattro ore e così il terzo giorno. E man mano le correzioni diventavano sempre di meno. Fino a quando Abu Usama riuscì a riprodurre esattamente la prima versione della sua storia. Usando le stesse identiche parole. Il dottor al-Qaq fece finalmente un sorriso e gli riconsegnò le due versioni, la prima e l’ultima, perché verificasse egli stesso. Erano uguali. Il dottore si alzò in piedi e accese il bollitore per preparare due Nescafè. “Zucchero?” “Amaro, grazie”, rispose Abu Usama. “Quando imparerai a scrivere con la mente, la carta non ti servirà più. Una memoria di ferro è il primo requisito per chi ambisce a lavorare nella sicurezza esterna del Dawla”. Il caffè era pronto. Il dottore appoggiò le due tazze fumanti sul tavolino di vetro davanti al divano di pelle e invitò Abu Usama ad accomodarsi al suo fianco. “Tuttavia una memoria di ferro non basta”, aggiunse il dottore. “E di certo non basta nel tuo caso”. “In che senso?” “Nel senso che hai scritto solo balle. Davvero pensi che io non sappia chi sei?”.

Le due strade percorribili senza l’accordo Pd-M5S

Non abbiamo la minima idea su come finirà. La strada per arrivare a un eventuale contratto di governo tra Pd e Movimento 5 Stelle è evidentemente impervia e irta di ostacoli. In entrambi gli schieramenti sono tanti coloro i quali di un possibile accordo non vogliono nemmeno sentir parlare. Gli argomenti che propongono i fautori del no sono spesso non privi di fondamento. Le due forze politiche hanno due elettorati che, nelle ali più estreme, non si sopportano; anni di attacchi e d’insulti reciproci hanno minato rispetto e fiducia; i due programmi, almeno su legge Fornero e Jobs act, sono difficilmente compatibili; la grande disattenzione da parte della dirigenza renziana in tema di questione morale ha alimentato nei pentastellati le convinzioni peggiori, mentre il tifo da stadio esploso nel Movimento in occasione di ogni inchiesta giudiziaria che coinvolgeva gli avversari ha finito per far considerare dal Pd i grillini come un nemico mortale. L’elenco delle cose che dividono è insomma lungo, ma lungo è pure l’elenco di quello che può unire: a partire dai milioni di elettori che in questi anni hanno abbandonato i dem per votare i Cinque Stelle, formazione da loro considerata più vicina alle esigenze delle fasce sociali più deboli e in grado di riportare nelle istituzioni la parola legalità.

Avere posizioni diverse sull’eventuale contratto di governo alla tedesca è assolutamente legittimo e comprensibile. Ma se si vuole restare con i pedi ancorati alla realtà sarebbe bene che chi dice no (a partire dai parlamentari fedeli a Matteo Renzi, ieri scatenati sui social, ma anche dai tanti malpancisti nelle file dei Cinque Stelle) spiegasse agli italiani cosa vuole. I fatti e non le opinioni ci dicono che un accordo tra M5S e Lega è oggi impossibile. Finché Matteo Salvini non svuoterà Forza Italia, passando giocoforza per nuove elezioni politiche, resterà agganciato al pregiudicato Silvio Berlusconi e i seguaci di Grillo non si alleeranno con lui. Se lo facessero verrebbero meno a uno dei principi fondanti del Movimento che vede in Berlusconi e nel suo sistema di potere basato sul controllo dei media e sulla corruzione, una delle cause maggiori del declino italiano. E per loro sarebbe il tracollo.

Se tra Pd e M5S non si arriva all’accordo restano così solo due strade. Un Partito democratico, o un pezzo di esso, che permette in qualche modo di far partire un governo di centrodestra (sempre che Salvini, eventualità estremamente improbabile, dia il beneplacito) o nuove elezioni da qui alla primavera del 2019. L’idea che il Pd possa invece ricominciare a crescere stando all’opposizione è bella, ma totalmente fuori dalla realtà: perché nessun governo è in grado di ottenere la fiducia senza il loro voto. E senza governo ci sono solo le elezioni. Per capire cosa rappresentino le urne per i democratici basta poco. È sufficiente guardare al mini test del Molise: un passo deciso verso l’irrilevanza. Anche per i Cinque Stelle il voto dopo tante trattative e prove di compromesso potrebbe essere un problema, ma certamente molto più piccolo. Perché, salvo cataclismi, dalle urne usciranno di nuovo due vincitori dimezzati. Il centrodestra, con Berlusconi estremamente ridimensionato, e i Cinque Stelle. E a quel punto l’esecutivo Salvini-Di Maio in qualche modo si farà. Se questo è quello che Renzi e i suoi vogliono è bene che lo dicano subito. Spiegando però ai loro elettori, che si sono visti descrivere per anni il Movimento e la Lega come il demonio, perché il Pd abbia poi deciso di non fare nulla per evitare un governo dei due supposti diavoli.

Festeggiare il 25 Aprile e andare a riprenderci quel poco che ci rimane

Oggi è il 25 aprile e non è facile parlarne. Si festeggia la Liberazione dai nazifascisti e – contestualmente – l’ultima volta (73 anni fa) in cui il Paese si è veramente alzato in piedi e ha scritto una pagina di storia di cui andare fieri. I buoni hanno cacciato i cattivi a schioppettate dopo averne viste e sopportate di tutti i colori, il dittatore è finito appeso come nelle fiabe o nelle rivoluzioni, si è riunito un Paese, è nata una buonissima Costituzione, molto avanzata per i tempi, e ancora oggi decente baluardo al nuovo (vecchio) che avanza. Ognuno ha il suo 25 aprile e se lo tiene stretto nonostante mala tempora currunt.

I primi risultati su Google cercando “25 aprile” (sezione “notizie”, ora mentre scrivo) sono i seguenti: “25 aprile, chi apre e chi chiude tra le grandi catene”. “Che tempo farà nei ponti di 25 aprile e primo maggio”. Poi la solita querelle sui palestinesi con la kefieh (se possano o no andare alla manifestazione), e infine un’inchiesta giornalistica (a Pesaro) secondo la quale solo due studenti su dieci sanno cosa significhi la data. Chiosa (quinta notizia) un titolo de Il Giornale: “Il falso mito del 25 aprile. Un italiano su tre: che cos’è?”.

Eppure, oggi è il 25 aprile, e si festeggia. Non solo nelle grandi e piccole manifestazioni, ma in molti gesti di devozione popolare. Chi (esempio) ha mai fatto a Milano il giro delle lapidi dei partigiani fucilati, dove l’Anpi depone le corone con piccole volanti cerimonie, conosce un’intensità speciale, di quelle che rendono giustizia all’anniversario, che lo celebrano veramente.

Perché per anni ci hanno detto che ormai era soltanto retorica, discorsi vuoti, consuetudine, e invece no: nonostante il rischio di consunzione, la festa ha resistito, ed è ancora viva. Negli anni, i partigiani sono stati tirati di qua e di là per la giacchetta (disse un giorno la Boschi che “quelli veri” votavano sì al suo referendum), sballottati ora come figurine edificanti, ora come reliquie. Santificati e demonizzati. Il Pd milanese, che l’anno scorso alla manifestazione portò surreali bandiere blu, quest’anno sfilerà con le belle facce dei partigiani sugli striscioni, a segnalare che il 25 aprile è piuttosto elastico a seconda della bisogna, della tattica, dell’aria che tira.

E però si festeggia lo stesso, perché con tutto il discutere dotto e complesso su populismo, populismi e populisti, quella là, quella del 25 aprile, è stata la volta che si è visto veramente un popolo.

Dunque, ognuno ha il suo 25 aprile, e ognuno può mettere in atto gesti e trucchi per non farsi fregare dalle retoriche passeggere, dagli usi strumentali, dalle stupidaggini negazioniste.

Il mio metodo è di riprendere in mano, per qualche minuto, i volumi delle lettere dei Condannati a morte della Resistenza, e di andare a salutarne qualcuno. E poi torno sempre lì, da Giuseppe Bianchetti, operaio, 34 anni, di vicino Novara, fucilato dai tedeschi nel febbraio del ’44:

Caro fratello Giovanni,

scusami se dopo tutto il sacrificio che tu hai fatto per me mi permetto ancora di inviarti questa mia lettera. Non posso nasconderti che tra mezz’ora verrò fucilato; però ti raccomando le mie bambine, di dar loro il miglior aiuto possibile. Come tu sai che siamo cresciuti senza padre e così volle il destino anche per le mie bambine.

T’auguro a te e tua famiglia ogni bene, accetta questo mio ultimo saluto da tuo fratello.

Giuseppe.

 

Di una cosa ancora ti disturbo: di venire a Novara a prendere il mio paletò e ciò che resta. Ciau tuo fratello

Giuseppe

 

Leggo questa lettera ogni anno, da anni, perché in quel “paletò” da andare a prendere a Novara insieme a “ciò che resta” mi sembra di vedere una dignità inarrivabile, con la parola “popolo” che si riprende il suo posto. Siamo stati anche questo, per fortuna e sì, bisogna festeggiare.

Breve guida a cosa (non) dire dei grillini

Il M5S è un’anomalia politica assoluta. La sua innegabile novità, decidete voi se positiva o negativa, fa sì che gli errori di valutazione siano continui. A volte, più che di valutazioni errate, si tratta di falsità veicolate ad arte: le famose fake news, che colpiscono anzitutto i 5Stelle proprio in quanto forza più detestata. Dai rivali politici e da buona parte dei media.

In altri casi l’errore è figlio di ragionamenti “vecchi”, che forse si adattavano alla politica di un tempo, ma che con la realtà liquida e post-ideologica dei 5Stelle c’entrano come Orfini con l’erotismo. Cioè niente. Ecco qualche esempio di cantonate supreme riguardanti il M5S.

– “Visto? Faranno di sicuro Grillusconi, infatti hanno votato la Casellati al Senato!”. Uno degli errori più recenti e fragorosi. Se Di Maio accettasse un governo con Berlusconi, e più in generale con Forza Italia, si suiciderebbe seduta stante. I 5Stelle sono nati anzitutto come reazione al berlusconismo e, non di meno, alla pavidità colpevole della “opposizione” di centrosinistra. L’elezione della Casellati è stata naturale, perché il centrodestra è uscito quasi-vincente come il M5S e dunque doveva avere uno dei rami del Parlamento. Non è colpa dei grillini se dentro Forza Italia non ci siano i Churchill bensì al massimo i Gasparri. Ben altra cosa sarebbe stato farci un governo.

– “Vedrete che i 5Stelle governeranno con Salvini e Berlusconi e dureranno anche più di 5 anni”. L’ha detto Paolo Mieli durante una puntata di Otto e mezzo. Lui provocava, ma i tanti che gli han dato ragione no.

– “I grillini faranno la fine dell’Uomo Qualunque di Giannini”. Vaticinio che andava di moda soprattutto all’inizio del percorso politico di Grillo, dunque dal 2005 (nascita del blog) al 2009 (nascita del M5S). Il Fronte dell’Uomo Qualunque prese il 5.3% nel 1946 e due anni dopo era già morto. La storia del M5S si sta rivelando un po’ diversa.

– “I 5Stelle sono crollati perché non sanno governare, i flop di Comunali e Regionali lo dimostra”. Mantra eterno, tornato di moda anche dopo la sconfitta in Molise. Il fatto che Nazionali e Regionali siano sport diversi, ancor più per una forza che non ha neanche nove anni di vita, è un dubbio che a certi editoriali non viene mica.

– “I grillini sono di destra, infatti a Bruxelles stanno (stavano) con Farage”. L’unione “strategica” con Farage fu orripilante, e per averlo scritto questo giornale si è beccato insulti a iosa dai grillini, ma il M5S nel Parlamento europeo vota quasi sempre come la sinistra. Non lo dice il Fatto: lo dicono i fatti. E lo dice pure Curzio Maltese, che a Bruxelles c’è (lista Tsipras) e che non è mai stato benevolo con i 5Stelle.

– “La mancanza di democrazia interna e le epurazioni faranno crollare i 5Stelle alle elezioni”. Come no. Ogni volta che qualcuno dedica 8 ore di trasmissione ai novelli Solženicyn tipo Gambaro & Orellana, uno spettatore muore. E un elettore grillino rinasce.

– “Renzi è più grillino dei grillini e per questo farà fuori il M5S”. È sembrato vero per le Europee del 2014, ma poi Renzi è divenuto la polizza dei grillini: poiché espressione caricaturale e arrogante del gattopardismo, ha finito per contrasto per portare acqua ai rivali. Su tutti i 5Stelle, ma pure la Lega.

– “I grillini sono nemici dei diritti civili”. È vero che il M5S si è mosso malissimo sul Decreto Cirinnà, non capendo colpevolmente che “poco è sempre meglio di niente”, ma far passare per omofobi i grillini è assai ardito. Chiara Appendino ha appena riconosciuto – primo sindaco italiano – i figli di coppie gay. La Appendino è del M5S o ricordiamo male noi?

– “Grillo faccia un partito”. La famosa Prima Profezia di Fassino.

– “La Appendino diventi sindaco”. La famosa Seconda Profezia di Fassino.

– “Nicola Morra ha ucciso l’Uomo Ragno”. No, questa l’ho inventata io. Scusate.

– “Salvini e Davide Casaleggio si sono incontrati in gran segreto”. Garantisce Repubblica. Anche se è un incontro che han visto solo loro.

– “Mosca aiuta Lega e M5S con le fake news”. Parola di Biden, vicepresidente Usa. Putin muove dunque le pedine assieme a Grillo, Casaleggio, la Spectre, la moglie di Brunetta (aka “Beatrice Di Maio”), i capelli a salice piangente dell’ineffabile Iacoboni e l’esercito degli elfi silvani. È uno dei complotti preferiti da quel mattacchione di Don Vittorio Zucconi.

– “Virginia Raggi è espressione della destra peggiore, dietro di lei c’è la Roma più nera e fascista”. Possibile. Solo che, se la Raggi mira ad assurgere a nuova Eva Braun, non si capisce perché poi canti Bella ciao coi partigiani e avalli l’appoggio alla giunta laziale guidata da Zingaretti, noto ras di Salò nonché compagno di brigata di Storace e la buonanima di Pino Rauti.

Mail box

 

Se la tecnologia sbaglia poi chi si assume le colpe?

Io credo che lo strapotere della tecnologia attuale e della robotizzazione in forma di intelligenza artificiale, sia una forma di deresponsabilizzazione sia individuale sia collettiva. Le auto che si guidano da sole, i computer che pensano e decidono al posto nostro quando vendere e comprare azioni in Borsa, gli elaboratori che ci dicono quando è più conveniente fare una certa cosa, l’intelligenza artificiale sono sistemi che in qualche modo deresponsabilizzano l’uomo da attività e scelte che una volta erano solo umane.

Decidere se girare a destra, a sinistra o frenare, se vendere o comprare una azione erano decisioni solo personali, mentre oggi ci si trincera dietro il “l’ha stabilito il sistema”. E quando il sistema sbaglia e fa danni perché costruito o programmato male di chi è la colpa? Se il mio commercialista o il dentista sbagliano posso chiedergli i danni, ma se l’auto a guida autonoma mi porta a sbattere a chi li chiedo?

Diceva il saggio: preferisco sbagliare da solo che mangiarmi le dita per sempre per aver dato ascolto a uno stolto.

Enrico Costantini

 

Reati, corruzione e inciuci: sono questi i problemi italiani

I reati, la corruzione e gli inciuci che Il Fatto Quotidiano elenca ogni giorno sono la fogna straripante di un’immensa cloaca non tanto nascosta ma ben protetta e radicata che infanga l’iter democratico e sociale del nostro Paese.

Ogni volta che si è formato un nuovo governo è stato condizionato da questa organizzazione che cambia ogni volta – democraticamente – i commensali sulla tavola Italia, accontentando gli elettori convinti di avere espresso e ottenuto il loro diritto costituzionale e democratico di cambiamento.

Dal 4 marzo le cose sono cambiate, anche se hanno modificato le regole durante la partita, questa volta gli è andata male, qualunque cosa facciano e dicano non possono accusare il nuovo movimento della zozzeria emersa in questi anni e nemmeno di incapacità, visto che il M5S è nato per rimediare, nel limite del possibile, i danni procurati da ogni governo col permesso di tutti i partiti.

Omero Muzzu

 

Serve una legge elettorale con il doppio turno

Mi viene da ridere pensando a chi sogna un nuovo governo tecnico, temo formato da tristi e anziani esperti, nati vecchi e succubi della Merkel e della finanza. Molti direbbero che si sta perdendo tempo in attesa di nuove elezioni e che Di Maio non ha quella cultura di governo che servirebbe!

Ma in Italia abbiamo avuto già quattro mafie, la massoneria, la P2, Comunione e Liberazione! Praticamente sono le sette piaghe d’Italia. Per non parlare degli interventi papali sul sesso e degli immigrati clandestini…

Il Parlamento faccia finalmente una legge a doppio turno, come da 25 anni per i sindaci, e vinca il migliore!

Andrea Pellizzari

 

Se non c’è l’intesa con il Pd l’incarico va dato a Di Maio

Sono il primo a sperare, con buona pace del trombone e gradasso Salvini che un giorno rompe e l’altro ricuce con Berlusconi e il centrodestra, che il presidente della Camera, il grillino Fico, faccia il miracolo di trovare un’intesa tra Di Maio e il Pd per un governo convergente su alcuni punti di programma importanti. Ma, se, come è palese, Fico non otterrà un bel nulla, il presidente riflessivo Sergio Mattarella ha perso un’altra settimana, lamentando sempre che bisogna fare in fretta.

Spero, altresì, che una volta che si è votato in Molise – con risultati ininfluenti sul governo da fare – non si perda altro tempo aspettando anche il voto in Friuli.

Insomma, per me dopo le consultazioni della Casellati l’incarico andava dato direttamente a Di Maio, in quanto leader del M5S, cioè del partito che ha ottenuto più voti degli altri. Per testarne le capacità.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Ricordiamoci di Castelnuovo, il Renzo dei “Promessi Sposi”

Nino Castelnuovo, indimenticabile interprete di Renzo Tramaglino nella versione televisiva del 1967 dei Promessi Sposi diretta da Sandro Bolchi, sta male, a 81 anni quasi non vede più, e combatte da solo, visto che nessuno si ricorda più di lui, una dura e faticosa battaglia contro la burocrazia per riuscire a ottenere almeno la misera pensione d’accompagnamento.

Leggo altresì che parlamentari e senatori non rieletti avranno una buonuscita di 45 mila euro per ogni legislatura che li ha visti comodamente adagiati a scaldare le poltrone in velluto rosso, col risultato, nella gran maggioranza dei casi, di aver peggiorato di tanto la qualità delle nostre vite, ed aver migliorato di molto la qualità della loro e dei loro famigliari. Grazie a Nino Castelnuovo, Paola Pitagora (interpretava Lucia Mondella) e al regista Sandro Bolchi, almeno due generazioni hanno potuto conoscere Manzoni, I Promessi Sposi e un pezzo di storia d’Italia. In questa società “moderna”, caratterizzata dall’abbattimento generalizzato della cultura e della storia del nostro Paese, mi pare inevitabile che Nino Castelnuovo sia destinato a morire di stenti.

Paolo Sanna

Il piccolo Alfie. La “bandiera della vita” in mano a chi ignora migliaia di altri bimbi

Massimo rispettomerita la vicenda del povero bimbo inglese, Alfie, al centro di un caso mediatico che, sinceramente, a volte supera i limiti che una storia tanto straziante merita. La peggior cosa, però, è la profonda e scandalosa ipocrisia di tutti coloro che, in questo caso, si sono eretti a “difensori della vita” quando di solito – vedere alla questione “migranti” –, della vita di molti altri esseri umani, bambini ma anche no, non dimostrano lo stesso anelito di difesa. Speriamo tutti che il piccolo Alfie, a differenza di quello che dicono i medici inglesi, possa guarire e avere una vita lunga e felice, ma nella stessa maniera dovremmo anche sperare che la abbiano le migliaia di altri piccoli (o grandi) Alfie che tentano di riuscirci scappando da guerre, fame e violenza.

Caro Mauro, grazie per il tono della lettera, che affronta un tema difficile con una fermezza delicatissima. E allora facciamo così, manteniamo lo stesso livello e iniziamo dicendoci la verità. Non sono un filosofo, né un esperto che può discettare di vita e di morte con argomenti solidi, sono un giornalista e padre, e la tragedia del piccolo Alfie mi angoscia. Leggo e non so trovare risposte, non so dire quello che è giusto, mi fisso sulle foto dei genitori (quarant’anni in due), cerco di comprendere i referti dei medici inglesi, che hanno decretato l’inutilità della continuazione delle cure, e mi informo sulla posizione del Bambin Gesù, ospedale pronto ad accogliere il bambino. Non so giudicare, lo ripeto, ammetto la mia impotenza, innalzo la bandiera bianca sperando nella sua comprensione. Lo faccio mentre intorno a noi (nella politica, sul web, sotto l’ospedale di Liverpool dove il bambino è ricoverato) tutti sventolano la loro “bandiera della vita”. Molti senza sapere, tantissimi incuranti del dolore dei due giovanissimi genitori posti dal destino di fronte al bivio: accettare la morte di un figlio, o prepararsi alla sua sopravvivenza e a una vita fatta di sofferenze inimmaginabili. Lei, caro Mauro, ha ragione, il concetto di difesa della vita è sottoposto a torsioni strumentali terribili. Tanti che oggi si mobilitano per Alfie, sono gli stessi che sotto le bandiere del “prima gli italiani” se ne strafottono della vita di bambini che fuggono da guerra e fame e vengono da noi. È il 25 aprile e con Nuto Revelli ci chiediamo se “pietà l’è morta”.