Roma, cade da 3 metri muore operaio 41enne

Si muoreancora sul lavoro, a Roma. Un operaio, Fabrizio Guarnieri, 41 anni, stava montando il tendone della copertura di un capo di padel in un circolo sportivo quando è caduto da un’altezza di tre metri, sbattendo la testa a terra. Sottoposto a intervento chirurgico, è morto poco dopo. L’incidente è avvenuto ieri mattina in un circolo di via Cantelmo, in zona Gianicolense. È la seconda tragedia sul lavoro in 48 ore nella Capitale: lunedì un altro operaio ha perso la vita precipitando da un’impalcatura di un palazzo in in zona San Pietro. Ieri, poi, a Bergamo un uomo di 51 anni è rimasto gravemente ferito in un’azienda che lavora metalli: un cilindro di ferro lungo 5 metri e del diametro di 30 centimetri gli ha schiacciato una gamba.

In Sardegna colate di cemento pure nelle zone protette

Una colata di cemento sta per abbattersi su laghi, stagni e su ogni zona umida (cioè paludi, acquitrini, bacini d’acqua dolce o salata) della Sardegna. Uno scempio possibile grazie a un emendamento, il numero 681, inserito nottetempo dalla maggioranza di Christian Solinas nella legge Omnibus, approvata da tutta la maggioranza (ovvero da tutto il centrodestra con l’aggiunta di Partito Sardo d’azione e Azione) la settimana scorsa. Una norma da oltre 300 milioni di euro, inizialmente nata per stabilire i ristori per gli agricoltori vittime degli incendi, ma che strada facendo si è trasformata nel contenitore delle peggiori schifezze. Non ultimo il via libera alla costruzione nelle aree protette: grazie all’emendamento 681, infatti, non esisteranno più vincoli edificatori per la fascia entro i 300 metri dalle zone umide, dove si potrà costruire e apportare modifiche sull’esistente. Cemento ovunque.

Il paradosso è che l’emendamento 681 cancella l’unica norma a favore dell’ambiente contenuta nel “Piano Casa” licenziato da Solinas nove mesi fa e subito impugnato dal governo, perché consentiva la cementificazione selvaggia dell’isola. Ma quel Piano Casa, grazie a un emendamento presentato dall’opposizione e votato anche da franchi tiratori della maggioranza (i nemici di Solinas), aveva almeno stabilito il vincolo di salvaguardia delle zone umide di 300 metri. A battersi per evitare qualunque protezione dell’ambiente è stato il consigliere regionale di Forza Italia di Olbia, Angelo Cocciu: “Dopo l’approvazione a inizio anno di quell’emendamento notturno e funesto per il nostro territorio, mi ero ripromesso di intervenire per modificarlo appena possibile”.

“La norma appena approvata riporta indietro la Sardegna di parecchi anni: arretra la tutela paesaggistica delle fasce spondali delle Saline – spiega Stefano Deliperi, ambientalista del Gruppo d’Intervento Giuridico – ed è grave, in particolare a Cagliari, Quartu Sant’Elena e Olbia, dove la speculazione immobiliare presso le zone umide non passa mai di moda”. Così ora, a Pittulongu, Bados, Murta Maria, Porto Rotondo e Cagliari, i palazzinari potranno sbizzarrirsi, anche con opere approvate 30 anni fa e da allora rimaste bloccate. La legge, ovviamente, incide anche sui valori immobiliari. Per esempio, la villa da 543 mq e relativo terreno, appena comprata da Solinas per 1,1 milioni in una zona che fino alla settimana scorsa era protetta, ora vale molto di più: la sua e tutte le case vicine sorgono infatti a meno di 300 metri dall’area umida di Molentargius, il sito più importante del Mediterraneo per la nidificazione dei fenicotteri. Oggi Solinas si ritrova con un terreno divenuto edificabile e con un indice edificatorio altissimo, pari a 5 metri cubi per ogni metro quadrato. Un bell’affare.

Comprensibile la gioia con la quale il perito tecnico Christian Stevelli, già consulente di Solinas con uno stipendio da 100 mila euro l’anno, ha annunciato sui social l’emendamento: “Attraverso un’azione di sensibilizzazione dei nostri consiglieri regionali è stato proposto e approvato l’emendamento n. 681 (…)”, postava pochi minuti dopo il voto, ignorando che un consulente che gioisce per una legge che potrebbe giovare al suo capo, è quantomeno inelegante…

Spiagge, l’era delle proroghe è finita: “Vanno messe a gara”

Alla fine la sentenza del Consiglio di Stato sulle concessioni balneari è arrivata ieri e ha messo di fatto la data di scadenza a una condizione anomala di cui, da 15 anni, godono i titolari delle concessioni delle spiagge italiane: il 31 dicembre 2023. I giudici amministrativi, in sessione plenaria, hanno stabilito che dal giorno successivo non ci sarà alcuna possibilità di ulteriore prolungamento, neanche per via legislativa (niente proroghe per legge insomma ) e il settore sarà aperto alle regole della concorrenza.

Il termine è perentorio e prova a mettere un argine al continuo slittamento dell’applicazione della direttiva europea Bolkestein che dal 2006 prevede di rimettere a gara la gestione delle spiagge (e non solo), senza però che sia mai stata recepita. L’ultima proroga delle concessioni vigenti, fino al 2034, era stata inserita nella legge di Bilancio del 2018 (governo giallo-verde) e contro quella decisione erano arrivati i ricorsi al Tar, le sentenze contrastanti e infine la decisione ieri del Consiglio di Stato.

Tra due anni, si legge nella sentenza, “tutte le concessioni demaniali dovranno considerarsi prive di effetto, indipendentemente se via sia o meno un soggetto subentrante nella concessione”. E ancora: tutte “le norme legislative nazionali che hanno disposto (e che in futuro dovessero ancora disporre) la proroga automatica delle concessioni demaniali marittime per finalità turistico-ricreative, compresa la moratoria introdotta in correlazione con l’emergenza epidemiologica da Covid-19” sono “in contrasto con il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea” e con la direttiva Bolkestein. Gli attuali concessionari potranno comunque partecipare alle gare che dovranno essere bandite. La pubblicazione della sentenza era attesa dal governo stesso: il premier Mario Draghi ne aveva parlato qualche settimana fa in conferenza stampa ma nel ddl Concorrenza aveva scientemente evitato di affrontare il nodo delle liberalizzazioni delle spiagge per evitare scontri con la Lega, che da anni ne ha fatto una battaglia campale. Nei giorni scorsi, un portavoce della Commissione europea aveva poi esortato le autorità italiane a “procedere rapidamente a riportare la propria legislazione e le proprie pratiche” sulle concessioni balneari “in conformità con il rispetto del diritto europeo e con la giurisprudenza della Corte europea di Giustizia”. Pure perché l’Italia, dopo una prima procedura d’infrazione( 2009) e una bocciatura alla corte del Lussemburgo (2012) ora ne rischia un’altra e ha già ricevuto una lettera di messa in mora da Bruxelles.

Nell’attesa della sentenza, Palazzo Chigi aveva intanto previsto una sorta di “operazione trasparenza”, una mappatura dell’esistente per registrare i detentori delle concessioni e il loro valore, pure al fine di dimostrarne la scarsa redditività attuale e per dare vita a un sistema informativo di rilevazione. Ora, tutto questo, dovrebbe trasformarsi solo nel punto di partenza per scrivere una norma, prevedere le gare, eventualmente scontrarsi con gli alleati di governo del Carroccio, condizione che potrebbe influenzare la velocità, la modalità (un emendamento?) e il ritmo con cui ci si adeguerà alle indicazioni dei giudici e di Bruxelles. “Spiagge e mercati italiani non sono in svendita – ha attaccato ieri il leader della Lega, Matteo Salvini – si rassegnino i burocrati di Bruxelles e i loro complici: la Lega non ha mai permesso e non permetterà che il nostro lavoro e le nostre tradizioni vengano cancellati. Per Federbalneari sono a rischio un milioni di posti “stabili”.

Qualche giorno fa, in un intervista al Corriere, il consigliere giuridico di Draghi ed estensore della legge sulla Concorrenza, Marco D’Alberti, parlando degli ambulanti e delle concessioni balneari aveva prima ammesso che fossero “settori in cui restano forti criticità sotto il profilo della concorrenza” poi aveva aggiunto “Andranno rimosse quanto prima, con appositi interventi normativi”. I due anni, di fatto, costituiscono proprio il tempo che servirà ai concessionari di organizzarsi ma “nell’auspicio – scrivono i giudici de CdS – che il legislatore intervenga a riordinare la materia”.

Sicurezza italiana a rischio: il Copasir richiede gli atti sui soldi d’Arabia

Ora anche il Copasir accende i fari sulle donazioni private (e legittime) a Matteo Renzi rivelate dal Fattoe depositate negli atti dell’inchiesta sulla fondazione Open in cui l’ex premier è indagato, per altri fatti, per concorso in finanziamento illecito. Il comitato che esercita il controllo sui Servizi segreti ieri ha audito il direttore dell’Aise Giovanni Caravelli sulla crisi in Etiopia e sulla cybersicurezza ma durante l’audizione sono emersi anche i casi di inchieste giudiziarie che toccano la politica italiana: quella sulla fondazione Open con riferimento alle donazioni all’ex presidente del Consiglio Renzi e quella sui presunti finanziamenti del Venezuela al M5S raccontati da un ex dirigente dei Servizi segreti del Paese sudamericano.

A tirare fuori la questione è stato il presidente del Copasir Adolfo Urso (Fratelli d’Italia) sostenuto dal componente di Forza Italia Elio Vito. Tra i compensi dell’ex premier tra il 2018 e il 2020, infatti, ci sono anche finanziamenti del ministero delle Finanze dell’Arabia Saudita (43.807 euro) e altri 39.930 dal “Saudi commission For Tourism Arabia Saudita”. Pagamenti, come spiegato al Fatto da fonti vicine all’ex premier, degli speech durante le conferenze.

Nel corso dell’audizione di ieri quindi è stato chiesto al direttore dell’Aise Caravelli se esista la possibilità che alcuni Stati intendano, attraverso questi rapporti con figure politiche italiane, influenzare gli indirizzi del nostro Paese, mettendo a rischio la sicurezza nazionale. Al termine dell’audizione, il Copasir ha deciso di chiedere alla procura di Firenze e di Milano gli atti delle due inchieste “per verificare eventuali profili di interesse per il comitato” e cioè “possibili minacce alla sicurezza nazionale”. La richiesta ufficiale rientra nei poteri del comitato perché a prevederlo è la legge 124 del 2007, che consente di ottenere, “anche in deroga al divieto stabilito dall’articolo 329 del codice di procedura penale, copie di atti e documenti relativi a procedimenti e inchieste in corso presso l’autorità giudiziaria o altri organi inquirenti”.

Intanto sul caso Open continua la polemica politica. Giuseppe Conte lunedì sera a Otto e Mezzo aveva attaccato duramente Renzi (“evidentemente è passato agli affari”) lanciando una proposta di legge sul conflitto d’interessi che impedisca a un parlamentare di ricevere soldi da uno Stato straniero. “Mi colpisce molto che un senatore prenda soldi da enti pubblici di uno Stato estero – ha detto l’ex premier –e poi che un pagamento arrivi da parte di uno dei Benetton proprio mentre noi ci battevamo contro la concessione di autostrade. Mi chiedo con che stato d’animo Italia Viva possa aver approcciato alla cosa”. Ieri mattina su Facebook Renzi ha replicato definendo Conte “squallido” e “dominato dal rancore”: “La revoca delle concessioni autostradali – ha scritto il leader di Iv – è figlia di una cultura populista che ha portato il contribuente a regalare circa 8 miliardi alla società dei Benetton”. Nel pomeriggio poi, da Bruxelles, si è difeso dicendo che non ha “nulla da temere” sul suo conto corrente: “Mi domando se chi ha fatto le indagini stia rispettando le regole”. Poi è tornato ad attaccare sul Mes (“dalla Leopolda torneremo a chiederlo”). Intanto, mentre M5S e Sinistra Italia di Nicola Fratoianni rilanciano su una proposta di legge sul conflitto d’interessi, Renzi incassa la difesa del centrodestra: ieri è arrivata la solidarietà di Carlo Calenda, Giovanni Toti e Antonio Tajani. “Non è una cosa da Paese democratico” ha detto il coordinatore di Forza Italia.

Il software israeliano per la Bestia di Matteo

“Non perdete tempo, partite. Altro che privacy. I nomi li sappiamo. Dài!!!”. È il 20 settembre 2016, al referendum costituzionale mancano poco più di due mesi. Matteo Renzi risponde a una email di Fabio Pammolli, docente universitario e consulente del suo governo, che fa il punto sulle attività in corso sui social network. In quel momento si poteva interagire con 80 pagine Facebook, per quasi 20 milioni di contatti grazie a una strategia basata su messaggi veicolati da persone non associabili alla campagna per il Sì (cita pure gestori di pagine come “Calciatori brutti” e “Mamme stressate”). Avevano anche ottimizzato una lista di attivisti, stabilendo chi doveva essere amico di chi. Qui però serve il via libera del capo: con troppi suggerimenti di amicizia qualcuno potrebbe lamentare violazioni della privacy. Il premier è secco: “Altro che privacy”. C’è anche questo agli atti dell’inchiesta fiorentina sulla Fondazione Open: decine di informative con email e chat sequestrate ad alcuni degli indagati, che documentano l’esistenza di una struttura capillare per il sostegno e la propaganda di Renzi sul web.

Il team somiglia alla Bestia leghista creata da Luca Morisi. Alla versione renziana lavorano nomi noti del Giglio magico: oltre a Pammolli, Marco Carrai e il suo socio Giampaolo Moscati, poi Simonetta Ercolani, Fabrizio Rondolino, Andrea Stroppa e altri. Utilizzano complessi e costosissimi software procurati da Carrai, come Tracx e Voyager analitics della israeliana Bionic Ltd. A cosa servono? Misurano il sentiment sui social, determinano chi sono gli utenti più seguiti su certi argomenti, individuano gli account fake. Secondo Carrai serviranno per “monitorare e influenzare la campagna”, visto che riescono a trovare per ogni singola persona il gruppo di riferimento, cosa pensa, chi la influenza e come. Voyager è costato 260mila dollari, Tracx 60mila euro. Paga Open, così come gli stipendi del team che spingeva Renzi sui social. Ecco perché per gli inquirenti questa storia è emblematica: dimostra che Open si comportava come un’articolazione della corrente renziana del Pd.

La Bestia fiorentina ha due vite. La fa nascere Renzi per sostenere il “sì” al referendum, inizia a lavorare nella sede di via Giambologna a Firenze, poi si sposta in via Giusti. Venti ragazzi sono pagati per contenere i commenti negativi sui profili di Renzi, del Pd e dei big dem. “Ci avevano chiesto di creare anche almeno 10 profili social non veri”, ha raccontato agli investigatori un componente. Si tratta quindi di account fake creati ad arte? Di sicuro Renzi più volte si è scagliato contro imprecisati profili farlocchi, nati a suo dire solo con l’obiettivo di attaccarlo. Un’altra cosa certa è che nel marzo del 2017 Alexander Marchi, coordinatore del team comunicazione, invia a Simonetta Ercolani e a Carrai un email con allegato l’elenco “dei nostri alternativi”. Dentro c’è uno schema: 16 persone gestiscono in totale 128 account tra Facebook e Twitter. Oggi sono quasi tutti disattivati: quelli rimasti online postavano contenuti contro i 5stelle e pro Renzi almeno fino al 2017.

È in piena campagna per il referendum che invece scende in campo Carrai coi programmi israeliani: il 20 maggio del 2016 l’imprenditore informa Renzi di aver dato via libera a prendere due “software fenomenali” che riescono a mappare le persone sul web, a capire cosa pensano e da cosa vengono influenzate. “Sarà una cosa mai vista”, scrive. Dopo un incontro con gli israeliani, Carrai dice a Renzi che urge creare una task force con uno psicologo cognitivo, un esperto di media e un referente politico che fornisca i messaggi da diffondere. Tutto vano.

Dopo la sconfitta al referendum nasce la fase 2: è il momento della strategia social tutta puntata su Renzi e, nel 2017, della creazione di una struttura “di propaganda antigrillina”, come la descrivono gli inquirenti. È il 7 gennaio, l’ormai ex premier inoltra a Carrai un’email di Fabrizio Rondolino. L’oggetto è “Antigrillo”, in allegato c’è un file doc: si chiama “Tu scendi dalle Stelle”, spiega che una volta finito il M5S per chi l’ha votato c’è solo l’astensione. Quindi l’ex Lothar di D’Alema spiega: “Non dobbiamo perdere tempo a riconquistare l’elettorato: dobbiamo spingerlo a non votare più”.

Renzi, l’email per gestire le tv “Accordi con Rai e Mediaset”

“Accordo con Confalonieri”, “accordo con Orfeo”, uno “sguardo particolare” su La7. Un piano per gestire i rapporti con i media in vista delle elezioni e per il controllo capillare dei contenuti di tv e giornali. Tra gli atti dell’inchiesta Open della Procura di Firenze c’è una email di Matteo Renzi al suo amico e imprenditore Marco Carrai, ex consigliere della Fondazione, entrambi indagati – ma per altri fatti – per concorso in finanziamento illecito. Nell’oggetto della email (non penalmente rilevante, tutte le persone citate inoltre sono estranee all’indagine) – c’è scritto “bozza”, all’inizio del testo “POLITICHE18”. Cioè le elezioni del 4 marzo 2018, alle quali Renzi partecipa da segretario del Pd. Si comincia dal “Mondo La7”. Le indicazioni di Renzi sono specifiche: “Dobbiamo pretendere una figura dedicata di raccordo tra noi e Andrea Salerno – direttore di La7, ndr – (che io vorrei incontrare nella settimana prima dell’8). Conoscere le scalette. Capire i format dei nostri avversari. Essere presenti sempre, anche nei format mattutini con i migliori. Pretendere di indirizzare alcuni contenuti (Grasso e superstipendio, fuga di Di Maio dalla società di Brescia sul JobsAct, marocchino che fa il volontario delle ambulanze e viene cacciato dal segretario della Lega di Vercelli, coperture delle proposte di Berlusconi). Sguardo particolare su Gruber, Floris, Formigli, Giletti, Minoli”. Fonti vicine all’ex premier spiegano che l’email è solo “una bozza che girava da tempo, c’era stata una riunione su tutte le partite aperte degli ultimi mesi di campagna elettorale. La bozza è una sorta di elenco di compiti per l’ufficio comunicazione”, “un elemento strategico”. Nel caso di La7, “il sospetto è che altri, a differenza di Renzi, avessero le scalette dei programmi, quindi bisognava mettere qualcuno a monitorare questo aspetto”. Andrea Salerno, spiega di non aver mai incontrato Renzi per discutere di questi argomenti e che sarebbe stato ingenuo pensare di condizionare i contenuti della sua rete: “Nessuno mette il becco sulle scalette dei programmi, tranne gli autori e a volte il direttore”.

Poi nell’email si passa alle altre reti. “Mondo Mediaset”, scrive Renzi: “Accordo con Brachino/Confalonieri. Monitorare costantemente Berlusconi e chiedere di fare altrettanto, sempre”. E ancora: “Mondo Rai. Accordo Agnoletti/Orfeo. (Marco Agnoletti era il portavoce di Renzi, ndr). Vanno però verificate anche le virgole. Montare polemiche sempre, come nel caso della sovraesposizione di Grasso sulla Costituzione o su Fazio” (Renzi era irritato dalla puntata di Che tempo che fa del 10 dicembre 2017 nella quale Pietro Grasso aveva presentato il simbolo di LeU). Fonti renziane sostengono fosse solo “un modo di dire”: “mai stato nessun accordo”. Mediaset e Felice Confalonieri hanno preferito non commentare. Mario Orfeo, che oggi dirige il Tg3 e ai tempi era il direttore generale della Rai, le definisce “parole misteriose”: “Non credo di aver visto Renzi in quel periodo e non avevo nessun accordo con Agnoletti, che è uno dei moltissimi portavoce che sento per lavoro”. Anche Agnoletti spiega: “Con Orfeo non ho mai fatto accordi, come non li ho fatti con altri. Ero da poco stato richiamato in servizio da Matteo per migliorare i suoi rapporti con i media. E quello cercavo di fare: dialogare e confrontarmi con tutti, anche con il Fatto”.

E ancora. Nella bozza, alla voce “Mondo TV Locali” c’è scritto: “Accordo Lotti/Giacomelli (all’epoca sottosegretario alle comunicazioni, ndr). Regge o no? Che ci danno di particolarmente interessante?”. “Probabilmente si trattava di accordi con le reti locali per la messa in onda di spot elettorali”, spiegano fonti vicine a Lotti.

Poi nell’email c’è il “Mondo Quotidiani”: “Avere interviste fisse, ma soprattutto far uscire qualche commento e qualche notizia da riprendere sui social (…). Le prime ore del mattino di solito sono sempre in mano ai contenuti del Fatto Quotidiano e di Travaglio”. E infine il “Mondo Riviste”. Renzi ha un cruccio: “Capire che cosa fare sui femminili dove siamo più in difficoltà sulla base del mio scarso appeal sulle 25-44enni…”.

L’email finisce agli atti perché estrapolata dal pc di Carrai e viene allegata in un’informativa della Finanza che aveva lo scopo di verificare “qual è stata l’attività svolta dalla Fondazione sui media”. “Io e Renzi ci scambiamo opinioni su tutto da qualche decina d’anni – ci spiega Carrai – Credo che quell’email, alla quale non credo di aver risposto, l’avesse inviata prima al suo staff. A dicembre 2017 mi ero già dimesso dalla Open, non so cosa c’entri l’email con la Fondazione e perché sia agli atti”. Contro le perquisizioni subite nel 2019 Carrai, dopo due pareri a lui favorevoli in Cassazione, sta di nuovo ricorrendo alla Corte Suprema dopo che il Riesame (al quale la Cassazione aveva rinviato) ha rigettato il suo ricorso.

Spelacchio è per sempre

Si sperava che, uscita la Raggi dal Campidoglio, uscisse dai giornaloni la rubrica fissa che li infesta da cinque anni: quella di Spelacchio. Invece niente: la saga continua come se non ci fosse un domani, ma neppure un oggi. Repubblica informa restando seria che il povero Gualtieri dovrà spendere ben “169 mila euro per Spelacchio”, cioè per il nuovo albero di Natale. Di chi è la colpa? Della Raggi che – udite udite – “prima di lasciare il Campidoglio non ha avviato alcuna procedura per la sponsorizzazione”. E – voi non ci crederete – chi ha dovuto occuparsene? Gualtieri. Guarda un po’ che gli tocca fare, al sindaco: il sindaco. Fortuna che lui, diversamente dalla predecessora, è un tipo sveglio e ha subito “trovato la soluzione”: non ha chiamato una pasticceria o un elettrauto, come avrebbe fatto la somara, ma “un’azienda vivaistica di Casnate con Bernate, nel Comasco”, s’è assicurato un prezioso “esemplare di abies nordmanniana alto almeno 22 metri” e ne ha pagato “trasporto, installazione, addobbi e rimozione dopo l’Epifania”. Un genio. Resta l’amarezza per il “regalo di Natale della Raggi”, lo “scherzetto” di un’ex sindaca che, non essendo più sindaca, ha smesso di fare la sindaca per lasciar fare il sindaco al nuovo sindaco. Questi sì sono gli scandali: mica il caso Open del senatore a tassametro, che per Merlo è “la nuova pornografia”.

Bei tempi quando Stampubblica informava sui conti correnti penalmente rilevanti di B. e poi afceva pari e patta su fatti extrapenali (ma gravissimi) come l’orto del padre di Di Maio con la carriola piena di calcinacci; o il trading online del fidanzato di Casalino, che usava soldi suoi e non aveva cariche pubbliche; o gli inesistenti amanti della Raggi. Ora, dopo il quinquennio nero, Roma già risplende più bella e superba che pria. Messaggero: “Roma diventa la centrale degli scambi delle Borse Ue”; Rep: “La finanza europea a Roma. Gualtieri: ‘La Capitale riparte’” (ha fatto tutto lui in 2 giorni di giunta). È vero, dopo due gocce Roma diventa Venezia, ma è finita l’èra del “piove sindaco ladro”: ora Rep titola “7 novembre: il giorno più caldo della storia. Roma è la capitale Ue che rischia di pagare il prezzo più alto al cambiamento del clima”. Intanto la famosa “pulizia straordinaria” di Gualtieri si è già arenata: si è scoperto che da 10 anni la Regione si scorda di sostituire Malagrotta con un’altra discarica. Quando lo diceva la Raggi, era “scaricabarile”. Ora, toma toma cacchia cacchia, Rep si accorge che “il piano rifiuti è senza sbocchi” e “si cercano soluzioni in altre regioni e all’estero”: Mantova, Napoli, Svezia. Quando lo faceva la Raggi, era “incompetenza”, “populismo”, “vittimismo”, “caos rifiuti”, “soldi buttati”. Ora è un balsamico incentivo all’export.

“Come siamo arrivati fin qui”: Pier Cortese, un cantautore cresciuto all’ombra del “Fico”

Cresciuto all’ombra del fico, l’albero che ha poi dato il nome al celebre “Locale” nei pressi di piazza Navona, in cui si sono fatti le ossa artisti del calibro di Daniele Silvestri, Max Gazzé, Niccolò Fabi, Alex Britti e tanti altri, per Pier Cortese “il Bar del Fico”, o semplicemente “Il Locale”, è stato il fulcro di qualcosa di magico che si percepiva già all’epoca, e di unico. “Ci sono arrivato a cavallo tra l’essere un fan e un musicista: per chi muoveva i primi passi come me, era un posto ideale, e nell’ultima fase della sua esistenza ho avuto anche la fortuna e il privilegio di frequentarlo da artista. Direi quindi di averne vissuto due fasi, una di nascita e una di conquista. ‘Il Locale’ rappresentava quell’idea di libertà di fare cose belle, di selezionare artisti unici, di raccontare una generazione nuova, persino con un nuovo metodo di narrazione. Del resto, ogni generazione è fatta di luoghi – penso al Folkstudio, o al The Place (celebri locali musicali romani, ndr) –, di persone, di modi di raccontare e di sentirsi simili. Quel posto era tutto questo”.

Artista versatile e dotato di una sensibilità artistica sopraffina, Piervincenzo Cortese, in vent’anni di carriera ha vissuto la scena musicale in molti modi e con vari ruoli: dalla partecipazione al Festival di Sanremo nella categoria Nuove Proposte nel 2007 alla composizione di colonne sonore, fino alla prolifica attività di autore e produttore artistico, che lo ha portato a collaborare con Fabrizio Moro, Marco Mengoni, Simone Cristicchi, Mondo Marcio e Niccolò Fabi, a cui ha prodotto il suo ultimo lavoro Tradizione e Tradimento, accompagnandolo come membro della sua band durante l’ultimo tour estivo. Nonostante tutto, però, non si considera affatto un cantautore classico, e tra il mondo di un Niccolò Fabi e quello di un James Blake, si sente molto più vicino a quello di quest’ultimo, perché “a differenza dei cantautori, credo di riuscire a creare dei luoghi sonori che sono più simili a un cortometraggio, dove la canzone ci finisce dentro per caso, perché ho un’anima pop e perché a volte il suono non basta e c’è bisogno di un contesto fatto di parole e approfondimenti”. Come siamo arrivati fin qui, l’album uscito il 5 novembre, rappresenta il ritorno sulle scene del cantautore romano, che non produceva un disco di inediti dal 2009, e lo presenterà dal vivo a Torino il 25.11. Composto da dieci brani “è un lavoro in cui racconto la mia vita, nel quale mi sono messo a nudo. È un disco a cui voglio bene come a un sopravvissuto: sopravvissuto ai cambiamenti miei, del mio modo di guardare il mondo, al dolore e alle ere musicali che si sono succedute in tutti questi anni”.

Kafka arde, Holmes risorge. C’è “Vita segreta” nei libri

Nei romanzi, anche in quelli più famosi, ci sono dettagli inimmaginabili anche per i lettori più accaniti. Quella che Santiago Posteguillo fa ne La vita segreta dei libri, edito da Piemme e disponibile nelle librerie da oggi, è un’operazione che prova a condurre gli appassionati di letteratura oltre l’apparenza delle pagine. Un piccolo grande viaggio che ha l’obiettivo di mostrare quello che si nasconde dietro la facciata dei grandi romanzi: quale futuro best-seller venne rifiutato a ripetizione da moltissimi editori? Orgoglio e pregiudizio di Jane Austin. E chi fu l’autore che fece innervosire i servizi segreti sovietici? Facile: Aleksandr Solženicyn.

A queste e altre domande curiose risponde Posteguillo, filologo, già autore di romanzi storici di successo e vincitore di un Premio Planeta (lo Strega di Spagna, ndr). Di Franz Kafka, ad esempio, si conoscono soprattutto i suoi capolavori dell’alienazione, come Il processo o Il castello; molto meno esplorata la confisca di alcuni suoi testi da parte della Gestapo, i servizi segreti tedeschi. Una vicenda complessa che riguarda l’amico Max Brod e la sua ultima grande amante, Dora Diamant: uno dei più grandi enigmi letterari di tutti i tempi, ricostruito da Posteguillo con piglio narrativo.

Una storia dai contorni più noti, ma non meno affascinante, è quella che riguarda la genesi di uno dei romanzi più terrificanti di sempre, Frankenstein di Mary Shelley. Insieme al marito e ad altri ospiti facoltosi, Shelley fu invitata nella villa di Lord Byron, che propose a tutti una sfida: chi fosse riuscito a comporre il racconto più spaventoso avrebbe vinto. Il titolo vincitore sarebbe stato quello della signora Shelley, ma non tutti sanno che, nella stesura, la scrittrice compulsò a più riprese il Don Chisciotte di Cervantes, addirittura fino a imparare lo spagnolo.

La morte di Sherlock Holmes è quasi “un giallo nel giallo”: il suo autore, l’inglese Sir Arthur Conan Doyle, stanco di scrivere decine di racconti sull’investigatore più famoso della storia, decise di far morire il suo personaggio in maniera definitiva. L’ultima avventura (Il problema finale) era il titolo del racconto sulla fine di Holmes ma, come racconta Posteguillo, le cose non andarono lisce… Lettere minatorie all’autore, ospiti sgraditi, lamentele dell’editore e persino cortei di persone in strada, fuori dall’appartamento del Sir, vestite a lutto: tutti congiurarono per resuscitare Sherlock.

L’autrice di “Nomadland” in camper. “Molte donne, niente neri”

Racconta Jessica Bruder che tutto è iniziato venendo a conoscenza del programma CamperForce. Amazon ha pensato di sopperire alla mancanza di manodopera nei picchi di vendite richiamando masse di lavoratori in camper, roulotte e tende per farli correre avanti e indietro in magazzini grandi come tredici campi da calcio armati di pistola scanner. Sono precari cronici o vittime del crollo finanziario del 2008 e spesso hanno i capelli bianchi. “Amazombie” come Linda May. “È lei di gran lunga il personaggio centrale del libro” dice la Bruder. Ormai sessantenne e senza pensione, Linda ha scelto di vagare in cerca di lavori stagionali piuttosto di marcire sul divano-letto dei figli. Ma come conciliare la scelta “alternativa” di vivere in camper con lo sgobbo tra i regali di Natale? Jen e Ash, una coppia di camperiste, hanno cercato il lato umoristico compilando una lista di prodotti assurdi come “uno stimolatore anale attaccato a una coda di volpe”.

Il successo di Nomadland, libro (“tradotto in 24 lingue” dice orgogliosamente la Bruder) e film premio Oscar, è planato come un inquietante insetto nel piatto sempre più popolare della “vanlife”. Persino in Italia ci sono gruppi Facebook che glorificano le dure gioie della vita in camper e hanno trovato altra benzina nella diffusione del lavoro virtuale amplificato dal Covid. Su Youtube proliferano canali di chi ha fatto il salto (nel buio?) e pubblica video di cieli stellati visti attraverso l’oblò, ma anche consigli per le riparazioni e gli acquisti nell’intento di condividere o camparci se i follower sono tanti. Meglio un cesso “nautico” con serbatoio da 100 litri svuotabile solo in “aree attrezzate” o quello “a cassetta” con serbatoio da 25 litri ma svuotabile ovunque portandolo in giro come un trolley dal- l’imbarazzante contenuto?

Dettagli a parte, cosa si nasconde dietro l’utopia di liberarsi di affitti e bollette che confina con la distopia ormai pietrificata nel volto spigoloso di Frances MacDormand, protagonista del film di Chloé Zhao? È una scelta vera oppure obbligata? “Poniamola in questi termini: è come scegliere tra una botta in testa e un colpo al ginocchio” dice la giornalista. Ma chi prende un colpo al ginocchio non organizza festival di persone colpite al ginocchio, mentre i nuovi e vecchi nomadi americani si incontrano nei var “Rubber Tramp Rendezvous”, come quello nel deserto dell’Arizona tra il bookstore di un librario nudista e la tomba di Hi Jolly, cammelliere dell’esercito statunitense d’origine siriana, sormontata dalla sagoma di un dromedario. In altre parole per quanto la scelta sia forzata, alle spalle si sente il vento di una controcultura.

Il furgone lo possedeva già o lo ha comprato per scrivere il libro? “L’ho comprato. In passato per seguire un festival avevo usato una tenda” dice la Bruder, che ha concluso la tournée italiana di presentazione del libro con un trekking delle Dolomiti insieme a una amica. Molte persone che vivono in camper hanno un cane. Anche Steinbeck si è portato dietro un barbone di nome Charley, per il suo “viaggio alla ricerca dell’America” su un pickup soprannominato “Ronzinante”. Non ha pensato di fare la stessa cosa con il suo cane? “Il mio cane è di taglia piccola e non me la sono sentita di portandomelo dietro” dice la Bruder che sembra essere stata più ispirata da un altro titolo di Steinbeck (Furore) e mostra la foto sul telefonino di un cagnetto con un cappottino irto di aculei per proteggerlo dagli animali selvatici. Succede anche questo a New York.

Da dove è partita per scrivere il libro? Dove vive? “A Brooklyn”. Come è riuscita a fare un lavoro tanto approfondito in un momento in cui il giornalismo ha il fiato sempre più corto e sempre meno risorse? “Insegno alla scuola di giornalismo della Columbia University”, spiega la Bruder. Senza gli echi romantici della vita nomadica il racconto non avrebbe avuto lo stesso fascino a doppio taglio e sarebbe stato una versione più recente del lavoro d’inchiesta di Barbara Ehrenreich, Una paga da fame (Feltrinelli). È stato un modello per lei? Tra l’altro la Ehrenreich ha recensito molto bene Nomadland. “Conoscevo Una paga da fame ma i miei modelli sono stati altri” dice la Bruder.

Genere picaresco e precariato vanno a nozze da tempo: La strada di Jack London e Walk on the wild side di Nelson Algren sono forse i titoli più noti. “Era così difficile andare, era così difficile restare, era tutto così difficile fino in fondo”, scrive Algren in stato di grazia letteraria. Passando col suo furgone sopra gli stessi baratri simbolici e reali, la Bruder si focalizza su donne spesso sole e questo dà forza e originalità al racconto. In compenso mancano totalmente persone di colore… “Non ne ho incontrate. Il mondo dei vandweller è un mondo di bianchi. Credo che essere di colore e vivere in un camper sia davvero troppo nell’America di oggi”.