Nuove accuse per i tre nigeriani arrestati per l’omicidio di Pamela Mastropietro. Gli inquirenti attribuiscono a Innocent Oseghale e i due Lucky, Desmond e Awelima, “una sistematica attività di spaccio di eroina e marijuana”: centinaia, a Macerata, le cessioni di droga nel periodo compreso tra marzo 2017 e gennaio 2018. Il procuratore Giovanni Giorgio ha spiegato che il dna trovato sul corpo di Pamela oltre a quello di Oseghale, non appartiene a nessuno degli indagati ma non sposta per il momento l’attenzione dei pm dai tre. Chi indaga non ha dubbi sul fatto che la ragazza sia morta, il 30 gennaio, nella casa, dove viveva Innocent Oseghale. Nelle ore in cui il suo corpo veniva fatto a pezzi, i cellulari dei tre indagati figurano in una zona compatibile con l’appartamento, e ciò avviene dopo una serie di telefonate nelle quali, secondo i pm, si sarebbero accordati sul da farsi. Dalle intercettazioni successive all’arresto emergono nuovi dettagli: “Sono stato un Rogged (appartenente ad un’organizzazione criminale nigeriana, ndr), le cose successe sono cose da bambini… abbiamo fatto cose ben peggiori”, dice Desmond Lucky, parlando di quanto successo a Pamela con Lucky Awelima, nella cella del carcere.
Dare aiuto ad anziani e disabili: così la scuola sceglie di punire i bulli
Leggono agli anziani, li portano a passeggiare, fanno loro compagnia. Oppure dipingono con i ragazzi disabili, li aiutano a mangiare, ci giocano. Quando varcano i cancelli della cooperativa “La Rondine”, i bulli sospesi nelle loro scuole e mandati qui a scontare una “pena alternativa”, sembrano trasformarsi. “Rimangono anche oltre l’orario, si appassionano, si entusiasmano, si impegnano”, racconta il presidente della struttura, Luciano Veschi. “Messi alla prova dimostrano la loro parte buona e aumentano così l’autostima”. Succede nell’alta valle teverina, a Città di Castello, provincia di Perugia.
Non sarà la soluzione al bullismo scolastico, ma il percorso adottato dall’istituto Patrizi Baldelli Cavallotti e dalla struttura “La Rondine” appare un buon esperimento. Tanto che la cooperativa sta ricevendo richieste di accogliere studenti sospesi dalle scuole dell’intera provincia. “Le stiamo valutando, ma non possiamo accettare troppe persone perché comunque prestano solamente supporto e vanno quindi a loro volta seguite e affiancate”, dice Veschi.
L’idea è venuta al vicepreside della scuola Giovanni Granci, oggi coordinatore del progetto. L’istituto ha 800 iscritti tra agraria, turistico, commerciale, alberghiero. Da anni è impegnato in iniziative mirate al coinvolgimento diretto degli studenti verso l’esterno. La scuola Baldelli ha una “filiera corta”, unica nel suo genere in Italia: produce materia prima (orzo, farro, uva, patate), birra, vino; prodotti che poi ogni settimana consegna a un’altra associazione di disabili per essere venduti nei mercatini della piccola cittadina. Questo la scuola.
Poi c’è la cooperativa. Dal 2014 ha ideato e porta avanti – insieme a Comune e Asl – il progetto “Conoscere per Crescere”: nel periodo estivo i ragazzi dei primi quattro anni delle scuole superiori della zona possono svolgere per 15 giorni attività di volontariato nelle strutture. A oggi coinvolge 6 istituti, quasi duemila studenti. “Ho messo insieme le cose”, spiega Granci. A inizio anno scolastico “ci siamo posti il problema delle possibili sospensioni: lasciarli a casa è ovviamente inutile e spospenderli obbligandoli alla frequenza lo è altrettanto, così abbiamo pensato di offrire ai ragazzi la possibilità di svolgere attività socialmente utili”.
Scuola e cooperativa hanno siglato una convenzione che si rinnova annualmente. Le uniche difficoltà “erano legali”, prosegue Granci. Ma sono state risolte semplicemente: “Quando un ragazzo viene sospeso convochiamo lui e i genitori per proporgli l’alternativa in cooperativa, se sono tutti d’accordo firmano il consenso”.
La convenzione è diventata operativa lo scorso 15 marzo e in poco più di un mese sono stati sospesi tre studenti, due per sette giorni e uno per quindici: tutti hanno accettato di andare a “Le Rondini”. Granci e Veschi ci tengono però a sottolineare che non si tratta di casi gravi. “Nessuno si è mai permesso di insultare o aggredire né altri alunni né tanto meno gli insegnanti” come è accaduto la scorsa settimana a Lucca, ultimo di molti casi.
Aggiunge Granci: “Noi stiamo molto attenti e sospendiamo per qualsiasi intemperanza; essendo inoltre due scuole tecniche – alberghiero e agraria – abbiamo a disposizione molti oggetti e beni, dal cibo alle cucine, che i ragazzi devono rispettare e gestire in maniera corretta”. Insomma, conclude, “formiamo dei professionisti, tanto che il 90% dei nostri diplomati trova lavoro appena esce e molti oggi sono in ristoranti stellati di mezza Europa”.
Nessun atto di violenza, dunque, garantisce il vicepreside. E Veschi va oltre: “Io li conosco solo quando arrivano da me in cooperativa e faccio sempre fatica a credere che siano stati sospesi, vedendoli all’opera sembrano ciò che sono, semplicemente dei ragazzi”. Anzi, aggiunge, “a pensarci bene l’utilità di questa iniziativa è proprio metterli di fronte a ciò che realmente sono e spingerli ad accettarsi”.
Teramo, città dei candidati: ce n’è uno ogni 70 votanti
Poco più di 54 mila abitanti, 47 mila elettori, 35 mila votanti e 500 candidati. Praticamente, un candidato ogni 70 votanti. Altro che “Comunali”, le prossime elezioni a Teramo (Abruzzo) sono di fatto le “condominiali”. Non c’è famiglia in città che non abbia un parente, più o meno stretto, che corre per un posto in Consiglio comunale.
Anzi: c’è chi vive una vera e propria tragedia familiare, con pranzi domenicali funestati dalla contemporanea presenza di uno zio candidato col centrodestra e di un cugino con il centrosinistra.
E non solo: la scelta di candidarsi genera, in un microcosmo nel quale tutti si conoscono e sanno tutto di tutti, una sorta di paradossale trasformazione sociale, con riscoperte gentilezze, esagerate manifestazioni di affetto, al punto che l’unico modo per sfuggire all’aperitivo offerto dal candidato in agguato, è evitare i bar del centro, tradizionalmente eletti a riserva di caccia per ogni cercatore di voti, anche se c’è chi predilige aggirarsi sorridente tra i corridoi del grande centro commerciale in periferia, divenuto luogo della celebrazione del rito domenicale dello struscio.
Ci sono talmente tanti candidati, che stanno avendo un clamoroso successo due spille inventate da un brillante fotografo teramano, Luca Boschi, e dedicate appunto alla platea elettorale teramana. La prima recita: “Non sono candidato, ma ti saluto gratis” è dedicata ai teramani che non vogliono rischiare che la loro gentilezza venga fraintesa, mentre la seconda “Non chiedermi il voto, ma restiamo amici lo stesso” è invece la bandiera di chi cerca di evitare l’assalto costante del parente/amico/conoscente/vicino/condomino che gli chiede il voto.
Se quello dei candidati è un numero esagerato, quello dei candidati sindaco è addirittura preoccupante. A un paio di settimane dalla chiusura delle liste, sono già 12 gli aspiranti alla fascia tricolore. Dodici candidati: tre di centrodestra, tre di centrodestra, uno di destra, uno di sinistra, quattro civici e un cinquestelle. Praticamente, un candidato ogni tremila elettori, più di un aspirante Sindaco per quartiere. Con qualche paradossale segno dei tempi, e della crisi della politica: il Pd che candida un suo Sindaco contro gli ultimi due capigruppo del Pd stesso, e il centrodestra, che litiga su un nome che tutti condividono, perché tutti vogliono assumere il ruolo di averlo presentato. E, mentre litigano, la Lega se ne va. Poi c’è l’ex grillina diventata comunista, l’ex onorevole progressista diventato contadino antieuropeista e l’imprenditore, che si candida offrendo il carnevale in piazza ai bambini teramani. In fondo, però, non stupisce più di tanto, in una città che in passato ha visto un monarchico convinto, assessore di centrodestra, diventare candidato sindaco di centrosinistra.
Fnsi: “Introdurre il reato di molestie al diritto di cronaca”
“È ora di introdurre una sanzione speciale, il reato di molestie al diritto di cronaca”. Giuseppe Giulietti (in foto), presidente della Federazione nazionale della stampa, è in prima linea, con il segretario Raffaele Lorusso, per la settimana di mobilitazione, dal 25 aprile al 1° maggio, per sostenere i cronisti minacciati e rimettere al centro dell’agenda politica e mediatica il tema del contrasto alle mafie e alla corruzione. Un’iniziativa nata da un appello di don Luigi Ciotti e di altri colleghi sotto tiro, come Federica Angeli, Michele Albanese, Lirio Abbate, Paolo Borrometi, Sandro Ruotolo, al quale hanno aderito decine di responsabili di testata, tra cui anche il direttore dell’Ansa Luigi Contu. “Oggi saremo a Napoli, con l’Ordine nazionale e regionale, l’Assostampa e Articolo 21, davanti a un luogo simbolico, la Mehari di Giancarlo Siani – annuncia Giulietti – per segnalare la nostra solidarietà ai giornalisti minacciati e per promuovere una grande campagna di educazione alla legalità. Il modo migliore per non lasciare soli i colleghi è riprendere le loro inchieste, illuminare i covi da cui partono minacce, chiedere al governo che verrà e al Parlamento di portare a compimento leggi come il contrasto alle querele bavaglio”.
Caso Macchi, condannato all’ergastolo l’amico Binda
I giudici della Corte d’assise di Varese hanno condannato all’ergastolo Stefano Binda, l’unico imputato per il delitto di Lidia Macchi, la studentessa ventenne di Comunione e Liberazione uccisa con 29 coltellate il 5 gennaio 1987. La sentenza arriva oltre 31 anni dopo la morte della ragazza nel bosco di Cittiglio (Varese). Escluse le aggravanti per futili motivi e abietti. L’accusa è di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà. La madre di Lidia, Paola Bettoni, era presente in aula con i figli Stefania e Alberto. “Spero si siano chiarite un pò le cose, perché una ragazza come Lidia non poteva morire in questo modo – ha detto –. Io ho sempre chiesto il colpevole, non uno a caso”. La conoscenza tra Lidia e Binda risale agli anni 80. Entrambi frequentavano il liceo Cairoli, ma in classi diverse. Il caso svolta a gennaio 2016 quando, 29 anni dopo il delitto, Binda finisce in manette. L’inchiesta viene riaperta grazie a un giornale che pubblica una lettera recapitata a casa Macchi, con una poesia intitolata In morte di un’amica, testo-confessione che incastra Binda: un’amica riconosce la calligrafia dell’uomo. “Ci stupisce la sentenza e siamo convinti che sia ingiusta”, commenta l’avvocato Sergio Martelli, legale di Binda.
Comparsate tv e reality: il declino delle “papi-girl”
Decadute, partite, in alcuni casi senza più soldi, con una carriera da showgirl mai iniziata, a barcamenarsi tra reality sgonfi di audience, comparsate, o addirittura a fare i conti con la giustizia. Con le “cene eleganti” finite sul banco morale degli imputati, anche le olgettine o papi-girl, seguono inesorabilmente il declino del loro pagatore e anfitrione. E sì, perché dopo il trambusto del Ruby ter e gli assegni passati alle ragazze anche in tempi recentissimi, Silvio Berlusconi ha chiuso porte e casse di Arcore.
E così quei volti ormai sono scomparsi. Chi ricorda Noemi Letizia, giovanissima partenopea al fianco di Silvio nel 2009. Decine di lifting dopo, l’irriconoscibile Noemi si è buttata alle spalle un brutto matrimonio ed è tornata a far parlare di sé su qualche giornale scandalistico per un nuovo flirt. E invece tutto lo sciame che per anni ha abitato nel palazzo a Milano 2 in via Olgettina? Quello che una di loro, Ioana Visan, chiamò “il clan delle belle gnocche”?
La grintosa Marysthell Polanco, dopo i contratti Mediaset, ha fatto due figli, si è innamorata di un campione della pallacanestro ed è volata all’estero. E poi c’è lei, Ruby. Karima El Mahroug, la pietra dello scandalo, la nipote fasulla dell’ex presidente egiziano Mubarak. Lei e la sua storia straordinaria, da corso Buenos Aires ad Arcore ai processi, poi la fuga. Il mistero resta ancora fitto. Andata in Messico, dopo l’addio al marito Luca Risso, una figlia e, molti sussurrano, tanti soldi, pagati chissà dove e chissà come, per tenere il silenzio. Nuova patria, senza disdegnare puntate italiane. Più volte, la scorsa estate, Ruby è stata pizzicata a Forte dei Marmi.
E poi c’è Nicole Minetti, igienista dentale, volata in Regione nel 2010 e protagonista delle notti di Silvio. Oggi, Nicole, dopo la burrasca giudiziaria del Ruby bis, vive, senza alcun problema economico, tra l’Italia e l’estero, soprattutto a Ibiza, corteggiata dagli stilisti. Per lei niente più politica, ma tanti selfie sotto al sole. Dopo di loro, la lunga lista delle disperse. Sabina Began, ad esempio, soprannominata l’Ape regina, anche lei finita nel vortice giudiziario per le feste di Berlusconi. Tra Bari e Milano. Lei è una della prima ora. Tanto da aver detto più volte di essere stata innamorata di Silvio. Le ultime tracce, oltre che in tribunale, la raccontano molto dimessa e a passeggio per Roma. Se abbia un lavoro, e lo speriamo per lei, non si sa. Dopo la Began, dopo le punte, un po’ di mesto centrocampo. Qui troviamo le gemelle De Vivo, le più assidue negli ultimi mesi nel bussare ad Arcore. Senza quattrini, più volte lo hanno dichiarato e ora rientrate a Napoli.
Il tempo delle vacche grasse è finito. La caccia però non è vietata. E così dopo la Polanco, un’altra ex papi-girl come Barbara Faggioli ha incrociato il destino di Danilo Gallinari, campionissimo del basket nostrano ora acclamato in Nba. E poi c’è Roberta Bonasia la quale, per voce dei fedelissimi del Cav. era finita nelle sue grazie più di tutte. “Lui – si disse – è perso per lei”. Oggi è tutto finito, oggi c’è Francesca Pascale. E Roberta? Tira a campare anche coi soldi dei genitori. Insomma niente più denaro, né ville né contratti.
Francesca Cipriani ci ha provato recentemente con l’Isola dei famosi. Come lei, ma al Grande fratello, Giovanna Rigato, la quale, dopo aver visto sfumare un contratto Mediaset, medita di andare all’estero. Mamma Mediaset però è meno indulgente. E così un’altra meteora di Arcore come Cinzia Molena ha recitato in Centovetrine. Dopodiché non l’hanno più chiamata. Finisce in tribunale Barbara Guerra. Dalla villa di Bernareggio, altro regalino di papi, alla condanna per diffamazione nei confronti di Barbara D’Urso. La Guerra intanto sogna la moda e una linea di intimo femminile.
Sisma del 2006: dopo 12 anni ecco le casette, ma non sono tutte
Sono 3.120, a fronte di una richiesta complessiva di 3.645, le casette consegnate ad oggi ai sindaci delle zone del centro Italia colpite dal terremoto del 2006. A distanza di 12 anni, così dal Dipartimento della Protezione Civile sottolineano che altre 454 Soluzioni abitative d’emergenza (Sae) sono già state installate ma non ancora consegnate in attesa che vengano completati i lavori di urbanizzazione. Nel dettaglio, 1.430 Sae (a fronte di 1.825 ordinate) sono state consegnate nelle Marche, 762 nel Lazio dove ne sono state richieste 824, 716 in Umbria e 212 in Abruzzo, dove i sindaci ne hanno chieste rispettivamente 758 e 238. Intanto la pro loco di Norcia, attraverso il proprio portale internet, dove lancia anche una petizione per riavere la “casa” di San Benedetto esattamente come era prima del terremoto. “Noi non chiediamo niente di più di quello che a suo tempo è stato fatto per la basilica di San Francesco di Assisi”, si legge sul documento. “La Basilica è la nostra storia – continua il comunicato –, abbiamo faticato, nei secoli, per mantenerla intatta. Dopo ogni terremoto, dopo ogni danneggiamento, l’abbiamo restituita alla sua bellezza, senza mai intaccarne l’anima. È una questione d’amore”.
Elezioni in Friuli, lancia un uovo contro l’ex Cav: fermato un uomo
È successo di nuovo. Questa volta a Pordenone. Un uomo ha lanciato un uovo in direzione di Silvio Berlusconi – che ieri ha tenuto un comizio in sostegno della candidatura di Massimiliano Fedriga – mentre l’ex premier si trovava in mezzo alla folla, senza centrarlo. L’uomo è stato immediatamente bloccato dalle forze dell’ordine. Si tratta dell’unico episodio di contestazione. Questa volta, per fortuna, non ci sono state conseguenze. Differentemente da quanto avvenuto nel 2009: quell’anno, Massimo Tartaglia è diventato noto alle cronache per aver lanciato, a Milano, una statuetta contro Berlusconi, procurandogli lesioni al volto e ai denti. Lesioni aggravate era il reato contestato a Tartaglia, che nel 2010 è stato assolto perché incapace di intendere e volere. Il giudice allora aveva applicato la misura di sicurezza della libertà vigilata affidandolo a una psichiatra. Poi è tornato a casa, ma sempre con alcune restrizioni, e nel 2016 è tornato totalmente libero. Ieri a Pordedone, fortunatamente non c’è stato alcun ferito. L’uomo che ha lanciato l’uovo è stato fermato.
“Ho ormai lasciato quel mondo, vendo vestiti per bambini”
Prezzi speciali, promozione primavera. La vetrina indica che siamo ai saldi di stagione nella nuova vita di Gianpi Tarantini, ex imprenditore con mire su Finmeccanica, che ora siede dietro la sua scrivania, nel piccolo retrobottega del negozio d’abbigliamento per bambini a Roma.
“Ci incuriosisce molto questo suo rivoluzionario cambio di vita”, gli diciamo. “Eh, purtroppo sì”, risponde sorridendo. E a questo punto va in scena un simpatico siparietto, visto che è presente Allegra, la sua nuova compagna, che poi è anche la titolare del negozio, a due passi dal Ponte Milvio, dove Gianpi ora fa il commesso e s’alterna tra il banco dei vestiti e la cassa. Lo sguardo di Allegra è inequivocabile: “Come purtroppo?”. E lui rettifica all’istante: “Purtroppo? No, no nessun purtroppo”.
In effetti, a parte la sua simpatica spontaneità, non è carino rimpiangere dinanzi ad Allegra i tempi in cui Gianpi portava vagonate di donne alla corte di Silvio Berlusconi. E sarà tanto più difficile ignorarlo, in questi giorni, considerato che alla fine della via c’è un cartellone che pubblicizza Loro 1, il film di Paolo Sorrentino su Berlusconi e le scorribande degli anni in cui girava il motto “No Gianpi, no party”. Di questo, come di altri episodi legati al passato, non intende parlare. Ora Gianpi è affidato ai servizi sociali, per la condanna a 3 anni e 3 mesi dovuta a una bancarotta, alla quale si aggiunge quella a 1 anno e 8 mesi per cessione gratuita di cocaina e i 7 anni e 10 mesi, in primo grado, per favoreggiamento e reclutamento della prostituzione.
Giacca blu, camicia celeste e jeans, accende una sigaretta: “Non parlo”, conclude, “io da quel mondo ormai mi sono allontanato”. Ma il film di Sorrentino, obiettiamo, in parte s’ispira anche a lei. “Non ne parlo – conclude spegnendo la sigaretta – se proprio vuole un commento, chieda al mio avvocato”. E così contattiamo il suo avvocato, Nicola Quaranta, che ci spiega qual è la posizione su tutta la vicenda: “In seguito ai numerosi commenti espressi dai media sul film Loro di Paolo Sorrentino – commenta Quaranta – appare necessario invitare tutti alla cautela nell’accostare il mio assistito al personaggio Sergio Morra interpretato, nell’occasione, da Riccardo Scamarcio”.
Tarantini, insomma, non ci sta a rappresentare il modello sul quale Sorrentino ha costruito il personaggio interpretato nel film da Riccardo Scamarcio. E ancora: “Occorre infatti stigmatizzare – continua l’avvocato Quaranta – che lo stesso Paolo Sorrentino ha descritto il suo film come ‘un racconto di finzione in e costume che mette in scena fatti verosimili, o anche inventati, avvenuti in Italia tra il 2006 e il 2010’”. Da questa precisazione di Sorrentino, nasce l’ulteriore considerazione del legale di Tarantini: “I fatti compiuti nel film dal personaggio Sergio Morra non possono essere attribuiti a quelli posti in essere nella realtà da Tarantini le cui condotte, pur avendo probabilmente ispirato il racconto di finzione, ne divergono sostanzialmente e sotto numerosi aspetti”. E di qui l’intimazione a non fare accostamenti. Altrimenti si rischiano denunce.
“L’accostamento pubblico e mediatico di Tarantini a fatti rappresentati nel film sarà portato all’attenzione dei magistrati come condotta diffamatoria ai danni di Tarantini”. Accostamenti? Ma quando mai. Il tempo in cui Gianpi consigliava alle donne di indossare soltanto tubini neri, quando le portava da Berlusconi, è passato. Ormai veste solo bambini.
“Mi hanno rovinata. Se cucino dicono: è una chef squillo”
Patrizia D’Addario non poteva certo mancare la visione di Loro 1, il film di Paolo Sorrentino che racconta anche la sua storia. Salvo scoprire che, in questo primo episodio, nessuna attrice interpreta la sua parte. Appuntamento alla prossima puntata, dunque, restando fiduciosa – spiega il suo avvocato Fabio Campese – sulla rappresentazione che il regista offrirà del suo personaggio, ma pur sempre guardinga, perché ieri sera era entrata in sala anche per verificare di non risultare diffamata. “Se lo fosse – spiega Campese – ricorreremo in tribunale”. Ma qual è, oggi, la vita della donna che nel 2009, uscendo allo scoperto in un’intervista sul Corriere della Sera, per prima rivelò le notti calde con Berlusconi nella sua residenza estiva e a Palazzo Grazioli?
Ha tentato di tutto, spiega, per risalire la china. Ha provato persino a lavorare come cuoca, salvo ritrovarsi etichettata come la chef escort, e ritrovarsi al punto di partenza. Patrizia D’Addario ha sempre rifiutato l’etichetta di escort. E da tempo sostiene di vantare due record nel parterre di donne che vantavano Berlusconi. È stata la prima, e per lungo tempo la sola, ad averlo denunciato. È stata l’unica, ripete da tempo, ad averci rimesso. Le abbiamo rivolto delle domande. Ci ha risposto attraverso il suo avvocato, Fabrizio Campese, che segue le sue vicende ormai da anni. “Da quando ho deciso di svelare quel che accadeva presso la residenza romana dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi – spiega – sono stata vittima di ripetuti e violenti attacchi mediatici. All’inizio mi hanno accusato di mentire, mentre poi quei fatti sono stati dimostrati e provati nei processi che si sono tenuti dinanzi al tribunale di Bari che ha condannato Tarantini in modo severo con altri coimputati”.
Non ci sta a passare per una bugiarda: “Dal 2008, da quando è iniziata questa vicenda e la mia storia è diventata pubblica, sono stata vittima di accuse infondate e vergognose, che mi hanno segnata profondamente, mi hanno distrutta psicologicamente e socialmente. Eppure non ho mai detto il falso e quando ho denunciato alcuni giornali, a partire dal settimanale Panorama, per quel che hanno scritto su di me, ho vinto tutti i processi, in primo grado e in appello, in sede civile e penale”. Le ferite, racconta, sono ancora lì: “Oggi resto una persona scoraggiata. Le riparazioni giudiziarie non mi hanno restituito la dignità del mio coraggio. Anzi. La mia immagine continua a essere screditata: ho tentato di avviare attività imprenditoriali, da ultimo come chef, ma il risultato è che sono stata tacciata di essere una chef squillo. Vivo nel presente come se fossi perennemente immersa nel passato. Questo anche nel mio rapporto sentimentale con gli uomini. Ho subito un danno enorme”.
Le chiediamo se rifarebbe ogni cosa, se uscirebbe ancora allo scoperto come ha fatto allora. “Se tornassi indietro – risponde – rifarei tutto il mio percorso di denuncia. Mi sono sottoposta ai piaceri di Berlusconi, che aveva promesso di aiutarmi a ottenere una soluzione al problema stagnante del mio cantiere, dove volevo realizzare un’attività imprenditoriale, ma sono stata tradita nelle mie aspettative. Sono consapevole di essere stata, come tante altre donne, oggetto della sua libidine. Ma ho avuto il coraggio di denunciare fatti che poi sono stati dimostrati a processo. Sono stata coraggiosa, non sono stata una bugiarda, in parte sono riuscita a smantellare i cardini del potere, ma ne sono uscita distrutta”.