Nella serata di ieri il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano è stato ricoverato d’urgenza al San Camillo di Roma dopo aver accusato forti dolori al petto. Classe 1925, poche settimane fa ha presieduto l’aula di Palazzo Madama in quanto il regolamento prevede che il più anziano tra i presenti guidi la seduta fino a quando non ne sia eletto un legittimo successore (cosa che accadde il 24 marzo scorso con la proclamazione di Elisabetta Maria Alberti Casellati). La causa del malore sarebbe, secondo le prime ricostruzioni, una dissecazione parziale aortica (il sangue si fa strada tra gli strati della parete aortica, costringendoli a separarsi) che se non operata d’urgenza ha un elevato tasso di mortalità. Proprio per questa ragione, dopo una prima visita, il medico ha consigliato il trasferimento d’urgenza alla struttura ospedaliera. La sua storia politica, iniziata nelle file del Pci, conta la bellezza di tredici legislature all’ attivo: undici nel parlamento italiano, due in quello europeo. È stato anche presidente della Camera (negli anni delle stragi di mafia, dal ‘92 al ‘94), ministro dell’Interno e due volte, unico nella storia, presidente della Repubblica.
No Party no Renzi: l’affare degli outlet e le fatture false
E alla fine, i soldi pagati nel 2015, per le fatture contestate dalla procura ai coniugi Renzi, finirono sul loro conto, quello usato talvolta per le spese di famiglia come la prenotazione del campeggio fatta quattro mesi prima per la nuora Agnese (289 euro) e le figlie Matilde e Benedetta (1168 euro).
Il compenso della fattura da 140 mila euro pagata dalla Tramor di Luigi Dagostino alla Eventi6 di Laura Bovoli e delle figlie Matilde e Benedetta, infatti, è stato usato in parte (100 mila euro) per ripagare un finanziamento della socia Bovoli che ha poi girato la somma dalla Eventi6 sul conto personale cointestato con il marito Tiziano.
Il padre di Matteo Renzi ha spiegato ai finanzieri il 5 ottobre 2017 come è nato il rapporto con l’imprenditore di origini pugliesi. Tiziano Renzi e Dagostino, indagati dalla procura di Firenze per fatture false per operazioni mai realizzate, si conoscono nel 2014. O almeno è quello che dice il padre dell’ex premier agli investigatori quando lo interrogano sui legami con l’imprenditore pugliese che ha tanto lavorato per l’espansione degli outlet Kering (Gucci). Tutto nasce a Leccio Reggello, patria del primo The Mall: “Ho conosciuto Dagostino perché volevo ricevere da lui, in quanto proprietario di diverse aree nell’outlet e gestore di talune attività, l’autorizzazione ad installare dei Kiddie Rides (giochi per bambini a gettone, ndr)”. A Dagostino, però, il progetto non piace e rilancia, proponendo a Renzi senior di investire “in progetti che aumentassero l’offerta di servizi… integrando l’aspetto food con quello ludico”. Racconta Tiziano: “Mi propose di costituire una società che consentisse di avviare tale attività. Accettai, ed entrai come socio di minoranza, con il 40% mentre il 60% sarebbe stato di sua proprietà”.
Nasce la Party srl, chiusa meno di due anni dopo. Luigi chiede a Tiziano un piano per “incentivare l’afflusso di clientela”. Tiziano accetta ma svolge lo studio con la società dei Renzi, Eventi6. Quando il 5 ottobre 2017 i finanzieri vanno a prendere le fatture, oggi contestate, Tiziano giustifica i 140 mila euro più iva pagati dalla Tramor, allora di Dagostino, descrivendo un grande studio condotto anche con l’aiuto del cognato Stefano Bovoli: si va dal guerilla marketing alle “sfilate di moda tra i singoli negozi”, dai “pupazzoni” brandizzati con i marchi delle griffe alle gelaterie-pizzerie itineranti. La chicca però è il battello di collegamento (via fiume) dalla stazione del treno di Rignano al The Mall “approfittando della navigabilità in quel tratto” dell’Arno. Tiziano sottolinea che “all’incontro con le Ferrovie utile a verificare la fattibilità… era presente anche il sindaco Daniele Lorenzini”. Solo in coda al verbale Tiziano dichiara: “Per l’accettazione della quotazione (cioé della parcella, ndr) sono grato al signor Dagostino” che è “una persona affidabile e corretta”.
La procura di Firenze allega alla chiusura indagini il casellario di Dagostino: compaiono sette provvedimenti e altrettante accuse, dalla violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni e sul miglioramento della sicurezza e della protezione dei lavoratori, all’appropriazione indebita, dalla violazione delle norme sul lavoro dei minori e sui rifiuti pericolosi fino alle lesioni personale colpose con relative multe pagate e indulti incassati. In quel periodo però Tiziano e Luigi erano spesso insieme. Nella perquisizione del 10 gennaio 2017 è stata sequestrata un’agenda con diversi appuntamenti. Il Fatto ha già scritto di quello a Sanremo, quando i due andarono dal sindaco della città per proporre la realizzazione del secondo The Mall del gruppo, e di quello a Fasano (Brindisi), dove Tiziano e Luigi proposero al primo cittadino la nascita di un altro outlet. Dall’agenda sequestrata, tuttavia, spuntano molti appuntamenti. Il 2 luglio Luigi e Tiziano partono insieme in direzione Puglia. Alle 22 cena con Caracciolo (Filippo, ex assessore regionale all’Ambiente), alle 24 insieme a Bucadue, lussuosa residenza nei pressi di Fasano.
Il 14 luglio sono insieme a Milano, dove incontrano il manager Kering Carmine Rotondaro. A settembre la coppia è a Roma, dove all’hotel Boscolo è segnato un appuntamento col senatore pugliese Nicola Latorre, ex dalemiano, poi renziano, infine “trombato” dall’ex Rottamatore. Dopo due giorni, Luigi aspetta Tiziano e la moglie Laura Bovoli (anche lei indagata per la storia delle fatture false) a Savelletri e poi cenano a Polignano a Mare. Il 13 settembre incontro con il commercialista Pagliarulo e tal “procuratore di Bari Bottazzi” che potrebbe essere il sostituto procuratore generale in passato procuratore di Brindisi. Nei mesi successivi altri incontri: a Firenze, a Roma (sempre con il senatore Latorre). Insomma, il rapporto era solido, le fatture – secondo i pm – meno.
Calcio-scommesse, 31 a processo: ci sono Doni, Signori e Mauri
Sono 31 gli indagati rinviati a giudizio dal gup del Tribunale di Bologna, Francesca Zavaglia, nell’ambito del processo “calcioscommesse”, tra i quali anche gli ex atleti della Nazionale Beppe Signori (in foto), Cristiano Doni e Stefano Mauri. Sono state accolte quasi completamente le richieste del pubblico ministero Roberto Ceroni nei confronti dei 32 accusati dei reati di associazione a delinquere pluriaggravata finalizzata alla frode sportiva, mentre per uno degli imputati è stato stabilito il non luogo a procedere per non aver commesso il fatto. Il processo era nato nel 2011 da un’inchiesta della Procura di Cremona. Poi l’indagine è stata trasferita ad aprile 2017 in Emilia per motivi di competenza territoriale. Nell’udienza del 5 aprile, quindi, il pm Roberto Ceroni ha sollevato un conflitto negativo di competenza, indicando nuovamente Cremona come sede per celebrare il processo, e il gup Zavaglia ha deciso di inviare tutti gli atti alla Corte di Cassazione per dirimere la questione. In attesa del pronunciamento della Suprema Corte, però, il processo proseguirà a Bologna. La prossima udienza è fissata per il 19 giugno.
Quella strana confessione
Da scandalo di provincia a caso nazionale. La vicenda giudiziaria che ha coinvolto Mattia Palazzi, sindaco Pd di Mantova molto vicino all’ex premier Matteo Renzi, inizia il 23 novembre e si conclude il 9 gennaio. L’accusa è tentata concussione sessuale continuata. Secondo la Procura, avrebbe chiesto prestazioni sessuali e in cambio avrebbe promesso fondi alla vicepresidente di un’associazione culturale. La prova, secondo i pm, sono alcune chat erotiche che Elisa Nizzoli, vicepresidente di Mantua me genuit, ha scambiato con Palazzi. Il sindaco nega su ogni fronte. La Nizzoli alla fine confesserà di aver taroccato in parte almeno una chat. Il caso si sgonfia e a gennaio il giudice archivia. Palazzi resta ancora indagato per abuso d’ufficio. Ora con il deposito degli atti del procedimento molti fatti, ritenuti non penalmente rilevanti, pongono diverse domande sia sull’andamento dell’indagine sia su un’ipotesi di fuga di notizie legata a un cellulare del sindaco scomparso pochi giorni dopo l’arrivo dell’esposto in Procura.
Palazzi, quel cellulare fantasma e i messaggi in chat scomparsi
Chat bollenti, richieste sessuali in cambio della promessa di fondi pubblici, accuse, ritrattazioni, un’indagine che corre veloce, poi rallenta e alla fine si arena davanti allo scoglio di un’ammissione inaspettata con la vittima che passa a essere indagata. Il sexgate di provincia si consuma in poco più di un mese dal 24 novembre 2017 al 9 gennaio scorso. Inchiesta lampo che prima travolge e poi archivia Mattia Palazzi, sindaco Pd di Mantova molto vicino a Matteo Renzi, il quale esce indenne dall’accusa di tentata concussione sessuale ai danni di Elisa Nizzoli, vicepresidente dell’associazione Mantua me genuit. Archiviazione chiesta e ottenuta dalla Procura dopo che la donna (indagata per false comunicazioni alla Procura) ha ammesso di aver taroccato almeno una chat. Oggi, mesi dopo la definitiva archiviazione del procedimento, disposta dal giudice, gli atti contenuti nel fascicolo delle indagini, depositati (molti ancora inediti), se pur contengono fatti giudicati dal pm e dal gip non penalmente rilevanti, tanto da aver condotto all’archiviazione, mostrano che la confessione della Nizzoli non li ha cancellati né messi in discussione. Sul tavolo verbali, intercettazioni e nuove chat.
Partiamo allora dai messaggi su Whatsapp e da un cellulare fantasma. La chat incriminata è del 23 agosto 2017. Impossibile, sostiene l’accusa, che Palazzi riceva una chat alle 15:32 e risponda sempre alle 15:32. La Nizzoli così ammette il tarocco del 23. Nessun cambiamento decisivo sulla chat del 25 che contiene la famosa frase di Palazzi: “Sai che un’associazione a volte non va avanti senza il mio consenso. Cerca di attenerti alle regole”. Quella del 25, per stessa ammissione del perito dei pm, non sarà trovata nel cellulare della Nizzoli né in quello di Palazzi. Scomparsa e mai più cercata. E questo nonostante il 22 dicembre, il consulente tecnico chieda una proroga di 30 giorni. Proroga che il pm di turno approva. Le analisi non saranno mai concluse.
Il 9 gennaio il giudice archivia tutto. Ma probabilmente gli accertamenti non avrebbero dato esito positivo. Il motivo è clamoroso: all’appello manca un cellulare. Si tratta di quello del Comune che Palazzi ha usato fino alle 19:53 del 9 novembre 2017 e poi riconsegnato. Da quel momento in poi l’apparecchio con Imei finale 2100 smette di vivere. Al suo posto un altro cellulare con Imei diversa e stesso numero telefonico. Quest’ultimo sarà sequestrato, non il primo. Attenzione ai tempi: il 4 novembre in Procura arriva l’esposto che fa nascere l’indagine, il 9 Palazzi riconsegna il telefono, poche ore dopo, ovvero il 10 novembre, il pm chiede l’acquisizione dei tabulati telefonici. Il 22 novembre ci sono i sequestri, ma del primo telefono nessuna traccia. Risultato: il messaggio “stai alle regole” scompare. Eppure Palazzi davanti alla procuratrice Manuela Fasolato a proposito dello “stai alle regole” ammette: “Può essere che in una conversazione erotica molto spinta, nella quale lei mi dice ‘ordinami’ o io le dico ‘ordinami’ io possa aver usato una frase che ora capisco può essere equivocabile”. Palazzi, però, nega di aver mai collegato rapporti sessuali con la sua attività di sindaco.
Da un lato non esclude quelle frasi, dall’altro nega la tentata concussione. Ma la sua memoria non pare tanto ferma. In un’intercettazione del primo dicembre chiede al suo capo di gabinetto di ricostruire la notte tra il 24 e il 25 agosto. Passaggio cruciale visto che il messaggio delle “regole” è stato inviato all’alba del 25. Dice Palazzi: “Devi dire qual è la sera che ci siamo fatti (…) abbiamo fatto l’alba”. E poi si chiede: “Come cazzo faccio io alle 6:40 di mattina a mandare dei messaggi? (…) Ho bisogno di capire se ero cotto, avevamo bevuto (…). E quindi ho scritto delle cazzate”. Il 18 dicembre si arriva così al secondo verbale della Nizzoli, quello in cui la donna confessa di aver detto il falso. Ma è proprio qui, nel momento della verità, che la donna non si smuove dal punto cruciale: la tentata concussione. E così spiega: “La frase a 90 gradi è una frase che usavamo spesso. Mattia collegava spesso il sesso all’associazione. Lui mi diceva a voce frasi del tipo: ‘Ma la vostra associazione, lo sai che io sono la persona che ha l’ultima parola’. Ribadisco che Palazzi mi ha fatto quelle richieste sessuali giocando sempre sul suo doppio ruolo di sindaco”.
Parole messe a verbale dopo aver confessato un reato che le varrà a breve un processo. Parole intercettate al telefono con il suo fidanzato che, ovviamente, chiede spiegazioni. “Ma lui ci provava a portarti a letto come sindaco?”. Risposta: “Ci provava come sindaco e come Mattia Palazzi”. Il fidanzato. “Ha usato la sua carica di sindaco sì o no”. La Nizzoli: “Sì”. La donna aggiunge un altro fatto. “Mi ha dato anche una palpata di culo nel suo ufficio in Comune”. Un particolare che la Nizzoli non dirà ai pm, i quali però ne sono a conoscenza. Palazzi non sarà mai iscritto per violenza sessuale. Di palpeggiamenti poche settimane fa ha parlato Loredana Buzzago, altra presidente di associazione. I pm iscrivono il sindaco per violenza sessuale, ma subito lo archiviano perché non vi è querela e perché i fatti non permettono di sostenere l’accusa.
Eppure l’abitudine agli “abbracci” e “ai caffè indiscreti” emerge in un’altra chat finora inedita tra Nizzoli e Palazzi. La chat è di settembre 2017 e svela il rapporto emerso già ad agosto e l’obiettivo della Nizzoli di tenere in scacco, se non sotto ricatto, lo stesso Palazzi. Scrive il sindaco: “A domani, io non sono uno sportivo, la cosa velocissima non mi intriga. E pure pacca sul sedere così sembra molto padana come cosa”. Nizzoli. “Dopo Curtatone, se hai mezz’ora me lo dici, meglio di così”. Palazzi: “Agli ordini!”. L’appuntamento però va oltre il previsto. Palazzi così scrive: “Bloccato a pranzo con gente (…). Se ci incontriamo in centro per ora lo berremo così (…) e ti sfioro lo stesso però”. Nizzoli: “Beh direi, così è più eccitante”. Il colloquio la Nizzoli lo gira alla sua presidente di associazione allegando questo messaggio riferito al sindaco: “Vedrai che prima o poi non potrà dirmi di no a qualsiasi cosa io gli chiederò, me lo lavoro bene”. Sesso e ricatti in Comune. Una storia ancora tutta da scrivere.
La giapponese Nidec compra l’Embraco, ma senza l’Italia
La giapponese Nidec Corporation ha acquistato dalla multinazionale Whirlpool la Embraco, ma senza lo stabilimento torinese di Riva di Chieri. L’operazione ha un valore di 1,08 miliardi di dollari cash, pari a circa 0,88 miliardi di euro. È la stessa Whirlpool a spiegare che la transazione non include la Embraco Europe srl, che ha sede a Riva di Chieri, per la quale è previsto “un accordo separato con le autorità locali e i sindacati”. “Aspettiamo fatti concreti”, commentano Fiom e Uilm, che chiedono un aggiornamento dal ministero dello Sviluppo Economico sul piano di reindustrializzazione allo studio con Invitalia. Un incontro è già in agenda per il 17 maggio, ma per i 497 lavoratori in esubero – i licenziamenti sono congelati fino alla fine dell’anno – resta la preoccupazione. Per dare un futuro a Riva di Chieri si va avanti sulla strada intrapresa. Il ministro Carlo Calenda ha parlato di tre gruppi interessati a insediarsi nell’area: un gruppo israeliano-cinese, un’azienda italiana e una multinazionale giapponese. Il gruppo nipponico non sarebbe Nidec. In particolare non si sa quale sia il futuro dei quaranta lavoratori di Riva di Chieri che resteranno in carico di Embraco, e quindi di Nidec.
“Il bretone come Attila”
“Il signor Bolloré non si è smentito neppure nel modo in cui si è comportato in Tim: ha usato la delicatezza e la compostezza di un Attila”. Nel giorno del fermo del numero uno di Vivendi, la presidente di Fininvest, Marina Berlusconi, non le manda a dire su colui che dalla parti del Biscione si è temuto volesse prendersi tutto il gruppo dopo essere stato individuato come l’alleato del futuro. Ha preferito non commentare direttamente sulla vicenda giudiziaria ma ha spiegato che “i contatti che c’erano fra Mediaset e Vivendi si sono interrotti da tempo: l’unica cosa che sta andando avanti e che andrà avanti fino in fondo sono le cause legali”. A margine dell’assemblea della Mondadori, continua con un paragone, quello con Attila: “Solo che Attila un impero enorme era riuscito a crearlo, mentre finora abbiamo visto tutti e toccato con mano l’arroganza e la spregiudicatezza, anche perché non fanno nulla per nasconderle: quello che nascondono molto bene è il pensiero strategico che sta dietro i loro comportamenti e lo fanno talmente bene che a volte viene da chiedersi se esista davvero.
Bernabè pilota la partita Tim. Verso l’intesa tra 5Stelle e Pd
Il clima è perfettamente descritto dalle parole con cui Franco Bernabè apre l’assemblea di Telecom Italia, parlando come “presidente di quest’assemblea e persona che ha dedicato una parte importante della sua attività a questa azienda a cui mi lega anche un sincero affetto, perché è una realtà importante per l’Italia e per tutti quelli che ci lavorano”. In nome del sincero affetto parte un fendente per i due schieramenti in lotta, la Vivendi che l’ha nominato vicepresidente (quindi presidente di fatto dopo le dimissioni di Arnaud de Puyfontaine) e l’americana Elliott che, con l’aiuto del governo, si appresta a scalzare i francesi dalla plancia di comando. “La battaglia legale che ha preceduto quest’assemblea”, accusa Bernabè, “è il segnale del progressivo deterioramento all’interno del cda, e tra cda e collegio sindacale. C’è stata una polemica dai toni eccessivi e poco consoni allo standing di una società come la nostra, esternazione di giudizi che non giovano alla società, un clima sbagliato con gravi ripercussioni in termini reputazionali”. Segue l’appello: “Serve un atteggiamento meno conflittuale e più attento all’interesse di tutti gli azionisti, della società e dei dipendenti”.
Al di là delle idee e delle intenzioni dell’esperto manager, le sue parole assumono un significato preciso. Basta confrontarle con quelle che disse esattamente 19 anni fa, nell’aprile 1999. Da amministratore delegato di Telecom Italia, Bernabè fronteggiava la scalata della “razza padana” di Roberto Colaninno. Sparò a zero contro lo scempio che si stava facendo dell’azienda con l’aiuto del governo D’Alema in piena ubriacatura mercatista: “Dall’Unione Sovietica – disse – siamo passati al Far West. Se non si rivedono le norme vuol dire che si vuole vendere tutto al miglior offerente. Basta dire ‘qui siamo al bazar’, basta che qualcuno venga e offra e noi glielo diamo. E c’è gente che continua a dire ‘meno male che siamo in un mercato finanziario maturo”.
Vent’anni dopo, l’ennesimo scalatore di Telecom Italia è in rotta (anche grazie alla notizia del fermo del capo di Vivendi Vincent Bolloré piombata sull’assemblea appena iniziata. Bernabè, dopo il ‘99 di nuovo alla guida di Telecom per sei anni (2007-2013), si è ritrovato ancora con il timone in mano. Consigliato dall’avvocato Alberto Toffoletto (autorevole però estraneo agli schieramenti in conflitto) decide di mettere in votazione la conferma dell’ad Amos Genish che raccoglie consensi unanime. Il rappresentante di Elliott, Giorgio Furlani, fa capire che c’è un accordo per tenere il manager israeliano alla guida dell’azienda: “Siamo molto ottimisti sulle opportunità di crescita e di creazione di valore con l’attuale management guidato dall’amministratore delegato Amos Genish, al quale va la nostra fiducia”. Genish incassa e ringrazia: “Lavoriamo assieme con tutti: questo è anche il mio auspicio per gli anni a venire. Ci vediamo l’anno prossimo”.
Qui scatta l’incidente. Nell’assemblea di ieri sembrava comune la volontà di non contarsi, in attesa dell’appuntamento del 4 maggio al quale il tribunale di Milano ha rinviato la contesa sul nuovo consiglio d’amministrazione. Invece gli uomini di Vivendi tentano di imporsi sul nome del presidente del collegio sindacale. Si pronunciano contro la conferma di Roberto Capone, già più volte in contrasto con il vertice Tim, fino allo scontro sull’ordine del giorno di ieri. Capone ha imposto al cda l’inserimento della revoca e sostituzione di sei consiglieri, secondo le richieste di Elliott, Vivendi ha parato il colpo ricorrendo con successo al tribunale civile di Milano. Al voto la conferma di Capone passa con il 58 per cento dei voti, la sala applaude. È la definitiva conferma che i fondi d’investimento hanno voltato le spalle a Vivendi. È l’anticipazione di come andrà il voto, salvo imprevedibili colpi di scena, il 4 maggio.
Eliminati i francesi e affidata la società ai dieci uomini indicati da Elliott nella lista guidata dall’ex ad dell’Enel Fulvio Conti, Telecom darà corso allo scorporo della rete, destinata così a finire in orbita pubblica attraverso Cassa Depositi e Prestiti che ieri ha esordito in assemblea con il suo 4,8 per cento fresco di acquisto. Si troverà il modo di far monetizzare a Elliott, ma anche a Vivendi, il loro investimento, a spese dei contribuenti o del mercato azionario.
Ma il disegno che Bernabè si è trovato a dover gestire in queste settimane ha una perfetta corrispondenza con il clima politico. Il ministro Pd Carlo Calenda vuole la fusione tra la rete Telecom e quella pubblica di Open Fiber voluta da Matteo Renzi proprio per mettere in mora gli azionisti privati di Tim, attenti più ai dividendi che agli investimenti. Un controllo pubblico della rete telefonica che la salvaguardi dalle scorrerie dei furbetti del telefonino piace anche al M5S. Potrebbe diventare un primo concreto terreno di dialogo tra i due partiti arcinemici che il presidente Sergio Mattarella sta tentando di far almeno parlare. Se va male Bernabè consegnerà il dossier Tim al “governo del presidente”. La strada è tracciata.
Argilla e radiazioni girando a Crotone
Ogni tanto in questi anni mi sono detto: devo andare a Crotone, chissà che aria tira a Crotone. Ora ci sono andato e anche se avevo i nervi stanchi qualcosa ho visto. Crotone è una città italiana che somiglia a tante città italiane: in una strada pare Bari, in un’altra pare Genova e poi Napoli, Palermo. Crotone può sembrare anche una città greca, libanese, turca. E a starci dentro qualche ora ti dà un senso che è un posto pieno di problemi, ma non è un posto malato. Dopo un poco mi sono scordato la notizia che il castello è chiuso perché pare abbia nelle fondamenta materiale radioattivo. Mi sono scordato le colline argillose dove i palazzi sembrano appoggiati in attesa di una destinazione migliore. A un certo punto compare il mare e compare anche la statua di Rino Gaetano. Forse Crotone ha ancora nelle vene le lezioni di Pitagora. Forse la sua aria indefinibile viene proprio dal miscuglio della lezione greca con i riti della modernità. A un certo punto il traffico è talmente vorticoso che sembra frutto di un’ordinanza sindacale che obbliga gli automobilisti ad andare in giro per dare a Crotone l’aria di una città convulsa, affollata. Ma qui alla fretta non ci crede nessuno: davanti a un bar ho rivisto una ragazza che un’ora fa mangiava un panino e ora è alle prese con una busta di patatine. E io non so se sia più sbagliato il suo pomeriggio o il mio.
Il “boa della finanza” col vizio della querela
I soprannomi che gli sono stati affibbiati in Francia la dicono lunga sul personaggio, da “squalo” a “Pirata del capitalismo” a “piccolo principe del cash flow”. Gli specialisti parlano persino di “metodo Bolloré”. Consiste nel prendere di mira le aziende in difficoltà, entrando nel capitale con una quota sufficiente a condizionarne le scelte a risucchiarle nell’orbita a poco a poco, sempre col sorriso e piazzando uomini di fiducia nei posti chiave.
Anche in Italia il finanziere bretone si è costruito una reputazione di raider senza scrupoli per la scalata a Mediaset. Mentre scriviamo il patron di Vivendi, primo azionista di Tim, 66 anni, sta passando un brutto momento nei locali della polizia giudiziaria di Nanterre accusato di aver pagato tangenti in Africa. È uno degli uomini più ricchi del mondo. Forbes lo classifica al dodicesimo posto in Francia, con un patrimonio di 7,7 miliardi nel 2017. Un impero messo su a partire dal 1981 quando, da giovane banchiere d’affari in Rothschild, decise di riprendersi per due franchi la cartiera di famiglia in difficoltà.
I suoi business fortunati vanno ben oltre la Francia. Dopo aver investito nel gruppo telefonico Bouygues, nel 2001 Bolloré approda in Mediobanca (di cui oggi è secondo azionista, con l’8%) e nel 2004 entra nel capitale del gruppo di pubblicità Havas. Il suo campo di azione si allarga ai trasporti, all’agricoltura, all’energia. Nel 2012 diventa il primo azionista di Vivendi, una vera media company attiva nel settore delle telecomunicazioni, dei media, della musica e dei videogiochi.
Nel 2016 inizia la seconda e vera campagna d’Italia: entra nel capitale di Telecom, di cui oggi è socio col 23,9%. In Italia è presente anche in Generali (dove Mediobanca è primo azionista), di cui è stato vicepresidente fino al 2013, con lo 0,13%.
In Africa si è costruito un impero nei porti, in Guinea, Congo, Costa d’Avorio, e nelle ferrovie in Camerun, Burkina Faso, Benin. Detiene anche il 38,8% della Socfin, una holding del Lussemburgo che controlla aziende che producono olio di palma in Africa e Asia. “Niente sembra poter fermare l’industriale. O quasi”, scriveva ieri il giornale economico Les Echos, che paragona Bolloré ad un “serpente boa” e a una “belva feroce”, più abituato alle comodità della sua bella villa parigina o del suo lussuoso yacht (quello che nel 2007 aveva prestato all’amico ed ex presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy, anche lui nei guai fino al collo con la giustizia) che ai locali scomodi di un commissariato di polizia.
Gli italiani hanno imparato a conoscere Bolloré soprattutto per la sua battaglia con il fondo americano Elliott per il controllo di Tim e per il blitz in Mediaset. Una guerra iniziata nel 2016 quando, rompendo gli accordi con Berlusconi, Vivendi ha stracciato il contratto d’acquisto della disastrata Premium, la pay tv del Biscione, per poi salire in Mediaset fino a quasi 30%. Fininvest lo ha accusato di aver fatto crollare apposta i titoli Mediaset in Borsa per poi far partire la scalata, organizzata per tempo. La battaglia legale è ancora in corso.
È un momento delicato dunque per l’industriale bretone, un tipo fumantino poco avvezzo a a subire ingerenze nei suo affari. Lo sanno i media francesi che si prendono denunce a tutto spiano quando indagano negli affari del magnate, soprattutto in Africa dove ha stretti legami con i politici locali. Dal 2009 Bolloré avrebbe avviato una ventina di denunce in diffamazione contro testate francesi, tra cui anche Le Monde, che a inizio anno, insieme ad altri giornali, tra cui Libération, aveva pubblicato una lettera aperta contro i metodi dell’industriale. Ora i pesanti sospetti di corruzione in Africa sono stati formulati dai magistrati. Proprio ora che l’industriale sembrava prepararsi un po’ alla volta a farsi da parte. Di recente, forse intuendo la burrasca in arrivo, ha lasciato a sorpresa le redini di Vivendi al figlio Yannick, 38 anni, già presidente del gruppo Havas dal 2013. E ha più volte fatto capire che sarebbe stato pronto per la pensione, magari nel 2022, per i suoi 70 anni.