Mazzette in Togo e Guinea, fermato Vincent Bolloré

L’annuncio del fermo a metà giornata ha avuto un effetto bomba per il titolo del gruppo Bolloré sui mercati. Verso le 13 di ieri l’azione era infatti crollata oltre l’8% alla Borsa di Parigi. Poco prima il quotidiano Le Monde aveva rivelato che Vincent Bolloré era trattenuto dalle 10 del mattino negli Uffici centrali per la lotta contro la corruzione e le infrazioni finanziarie e fiscali della polizia di Nanterre, alle porte di Parigi. L’uomo d’affari francese, numero uno di Vivendi e primo azionista di Telecom Italia, è sospettato di corruzione per l’attribuzione di concessioni portuali in Africa nel 2010.

In particolare la giustizia francese indaga su due terminal, sui 16 gestiti dal gruppo nel continente africano, quelli di Lomé nel Togo e di Conakry in Guinea. Stando a Le Monde, gli inquirenti sospettano Bolloré di aver ulizzato la sua filiale di comunicazione Havas per favorire l’ascesa al potere dei dirigenti di questi paesi, fornendo loro consulenze e consigli sotto-fatturati con lo scopo di ottenere in cambio le concessioni portuali. Anche altri due dirigenti del gruppo sarebbero interrogati dalla polizia anti-corruzione, Gilles Alix, direttore generale del gruppo Bolloré, e Philippe Dorent, responsabile del polo internazionale di Havas Paris. Il fermo può essere rinnovato fino a un massimo di 48 ore. Secondo il giornale francese, Dorent si era occupato nel 2010 della campagna del candidato Alpha Condé, poi eletto presidente della Guinea. I media africani facevano notare ieri che, appena arrivato al potere, nel novembre 2010, Condé aveva sciolto il contratto che affidava la gestione dei terminal di Conacry dal 2008 e per una durata di 25 anni alla filiale Getma del gruppo Necotrans, sempre francese, specializzato nella logistica portuaria. “Bolloré corrispondeva perfettamente alle condizioni dell’asta pubblica. È un amico e io privilegio gli amici, e allora?”, aveva detto il presidente Condé nel 2016 a Le Monde. Da Conakry ieri un portavoce del governo ha assicurato che il contratto con Bolloré è “perfettamente legale”.

Sempre nel 2010 Dorent aveva curato anche la comunicazione elettorale del giovane presidente del Togo, all’epoca candidato alla sua stessa successione, Faure Gnassingbé, figlio del presidente Gnassingbé Eyadema, morto nel 2005 dopo aver governato il Togo per 38 anni. Pochi mesi prima la rielezione di Gnassingbé, Bolloré aveva ottenuto la concessione del porto di Lomé con un contratto di 35 anni. Ieri l’avvocato dell’uomo d’affari, Olivier Baratelli, confermando in un comunicato gli interrogatori in corso, ha anche definito “infondati” i sospetti contro il suo cliente: “Il gruppo – si legge nella nota – è soddisfatto di poter spiegare sui sospetti di questi ultimi giorni, che sono infondati e inesistenti. Questa udienza permetterà di dissipare tutti i dubbi”. Nell’ambito dell’inchiesta, sfociata nel fermo di ieri, era già stata perquisita la sede del gruppo a Puteaux, nel quartiere degli affari di Parigi. Il gruppo Bolloré è presente in 46 Paesi africani, dando lavoro a 25 mila persone. Oltre ai 16 terminal portuari, detiene anche tre concessioni ferroviarie. Il settore logistico e trasporti, meno glamour di quello dei media e della comunicazione, più noto, ha fatturato nel 2017 2,4 miliardi di euro, solo per le attività del continente.

Teatro Regio, passa la linea Appendino: la Regione si astiene

William Graziosisarà il nuovo sovrintendente del Teatro Regio a Torino: il suo nome è stato proposto dal Consiglio d’indirizzo, manca solo la conferma del ministero dei Beni culturali. È passata la linea della sindaca Chiara Appendino che aveva puntato proprio su Graziosi per sostituire Walter Vergnano, dimessosi la scorsa settimana con 15 mesi di anticipo. Il Consiglio si è riunito ieri a palazzo Civico, come segno di protesta due componenti – Angelica Musy e Vittorio Sabadin – si sono dimessi, mentre Filippo Fondatti, rappresentante della Regione Piemonte, si è astenuto. Il presidente Sergio Chiamparino ha ricordato che “la Regione aveva chiesto un supplemento di fase istruttoria”, più tempo a disposizione per riuscire a valutare possibili altre candidature alternative.

Graziosi, 56 anni, attualmente è il direttore generale del Museo Federico II di Jesi. È nato in Svizzera, gran parte della sua carriera si è svolta nelle Marche ma ha avuto anche importanti incarichi all’estero. Appassionato di lirica, ha guidato la Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi.

Commissario Orfini, un tempo archeologo

Qualche anno fa (ante Renzi natum) Matteo Orfini, responsabile Cultura del Pd, convocò un convegno su tutela dei beni culturali, del paesaggio, ecc. Inaspettatamente venne a chiedere a Vezio De Lucia una relazione sui Piani paesaggistici e a me una sui Beni culturali. Sorpresi accettammo, da tempo ci consideravamo su posizioni molto critiche. La sala era strapiena e la gente debordava fin sulla terrazza di Sant’Andrea delle Fratte. Grandi applausi, un clima euforico. Qualche tempo dopo, montò in sella Matteo Renzi già autore di un aureo libretto contro le Soprintendenze e la loro tutela “monocratica” intitolato Stil Novo

e concluso da una battuta di folgorante disprezzo: “Sovrintendente, de che?”. L’altro Matteo, l’Orfini, archeologo in origine, subito si adeguò con un salto mortale carpiato.

Lo riascoltai al tempo in cui era Commissario straordinario (già da vari mesi) alla Federazione romana. Eravamo nella storica sezione comunista dei Giubbonari che, trasformata in sezione Pd, era una delle più vivaci politicamente e culturalmente, e una delle meno “renziane” di Roma. Il discorso introduttivo del Commissario Orfini fu seguito da una serie di vivaci contestazioni. Si stava facendo tardi, e però la sala continuava ad essere gremita, c’era gente pure nella strada. Il Commissario tuttavia ritenne di dover arrivare alle conclusioni. Che furono press’a poco queste: io sono il Commissario straordinario che deve fare pulizia nelle sezioni romane, potete parlare finché volete, ma è così”. Insomma, più o meno, “Io so’ Io e voi nun sete un cazzo”. Molta gente se ne andò, alcuni per sempre, da Via dei Giubbonari. Le elezioni comunali furono un disastro per il Pd. La sezione dei Giubbonari chiuse per il caro-affitti e con essa finirono le iniziative culturali che vi si tenevano. Dopo un po’ ne venne aperta un’altra più striminzita in Via dei Cappellari. Ma Orfini – divenuto nientemeno presidente del Partito Democratico – è sempre lì e quindi dichiara, sostiene, detta la linea, la tattica, la strategia. Nientemeno.

“Un compromesso come quello che fece Enrico”

Luigi Berlinguer chiede: “Posso fare una considerazione prima delle sue domande?”.

Certo.

Quando è uscito il risultato delle elezioni del 4 marzo anche io pensavo che il Pd dovesse collocarsi all’opposizione.

Poi?

Il confronto politico ha avuto un’impostazione sbagliata, una visione centometrista.

Centometrista?

Sì, una visione agonistico-sportiva, cioè vince chi arriva primo, ma in un regime parlamentare non conta chi arriva primo o secondo.

La retorica dei due vincitori, Salvini e Di Maio, e dei due sconfitti, Berlusconi e Renzi. Risultato: lo stallo.

Per questo preferisco parlare di successi e insuccessi. Nella vita della democrazia è necessario che si determini una maggioranza.

È questo il vero obiettivo di chi ha scelto e votato?

Votare liberamente è una premessa necessaria ma non sufficiente. Un Paese che non raggiunge una maggioranza che vada a prendere la fiducia in Parlamento, è un Paese destinato a sbattere. A che cosa serve essere liberi di votare se poi non si concorre alla formazione del governo?

Luigi Berlinguer ha 85 anni. Accademico di fama, è stato rettore dell’Università di Siena. In politica ha seguito un filo unico dal Pci al Pd. È stato parlamentare e ministro. È cugino di Enrico, il leader più rimpianto della sinistra italiana.

Ed è per questo, professore, che adesso lei è favorevole al dialogo tra Pd e Cinquestelle.

Appare chiaro che il rischio di ingovernabilità – ripeto: il più grave che possa occorrere ad una democrazia – possa costringere anche il mio partito a una trattativa con il M5S. Ma lo si può fare solo a partire da criteri di chiarezza e trasparenza per il rispetto che dobbiamo alla nostra grande comunità di partito.

Epperò ci troviamo di fronte tre blocchi difficili da scongelare.

Chi si proclama vincitore, che sia il M5S o la coalizione di centrodestra, deve abbandonare la visione agonistica. Non sono le vittorie o le sconfitte a decidere la convergenza politica tra forze diverse.

I renziani alzano lo scudo degli elettori del Pd che non vorrebbero un’apertura con i Cinquestelle. Eppure sono tantissimi a sinistra ad aver scelto il movimento di Grillo e Di Maio.

Ormai ci sono più studi fatti dagli analisti che dimostrano che una parte rilevante di elettori del Pd il 4 marzo ha votato Cinquestelle. E anche io ho avuto vari riscontri.

Ovvero?

Ho conosciuto elettori che hanno votato nel Lazio per Zingaretti, cioè per un’amministrazione di sinistra, e che poi nella stessa urna hanno scelto il M5S per il voto politico nazionale.

Che cos’è allora, per lei, il M5S?

Un partito che non ha definito la sua collocazione ma che non è certamente razzista e non difende gli interessi anti-popolari. Oppure ancora non vuole dividere l’Italia in due.

Di qui la convergenza tra forze diverse, come ha detto lei prima.

Per creare queste convergenze ciascuno deve rinunciare a una parte della propria identità e del proprio programma. Ci sono dei punti chiari su cui trovare l’intesa: il lavoro e la scuola. L’importante è non partire dalla lottizzazione dei posti, altrimenti non si comincia bene.

Uno snodo cruciale è la premiership di Di Maio.

Non mi permetto di entrare in questo dettaglio, ma sono contro veti e pregiudiziali. In ogni caso non si deve partire da lì. La verifica delle convergenze va fatta sulle cose reali, sui contenuti.

Esempio: il Jobs Act, abolirlo o mantenerlo?

Un esempio calzante. Si discute, punto. Tenendo presente che tanto l’abolizione bruta del Jobs Act quanto il suo mantenimento non portano da nessuna parte. L’importante è partire: prima i contenuti, poi si vedranno i posti e la durata.

Le convergenze rimandano al lessico di Aldo Moro, a quarant’anni dalla più grande tragedia repubblicana. Servirebbe un nuovo compromesso storico tra Pd e Cinquestelle?

Questo compromesso non sarebbe alieno dall’idea che ebbe Enrico Berlinguer. Anche lui si pose il problema di una maggioranza. In sé il compromesso è necessario per garantire la governabilità in una fase come questa. Se lei deve comporre dei colori non può pretendere che il bianco e il nero rimangano tali mescolandosi.

E di che tinta potrebbe essere un eventuale accordo tra grillini e democratici?

Rosa, mettendo insieme il vermiglio e un po’ di bianco.

Il vermiglio lo mette il Pd?

Sì, ovviamente.

I Cinquestelle sono stati percepiti pure come gli eredi della questione morale di Berlinguer.

La questione morale è entrata fino in fondo nel Pd e nei membri del Pd: dal M5S non ci differenzia la lotta alla corruzione e i grillini non credo possano avere il monopolio della morale. Il Pd è ancora il partito di Berlinguer.

Berlusconi a Porzus festeggia il 25 aprile nel luogo dell’eccidio

Berlusconi ricorderà oggi il 25 aprile a Malghe di Porzus, in provincia di Udine: in uno dei luoghi più controversi della storia della resistenza, passato alla storia per l’uccisione, fra il 7 e l’8 febbraio 1945, di 17 partigiani (fra loro una donna e il fratello dello scrittore Pasolini) della Brigata Osoppo-Friuli, formazione di orientamento cattolico e laico-socialista, da parte di un gruppo di partigiani comunisti, per lo più appartenenti ai Gap, i Gruppi d’azione patriottica. Berlusconi sarà in Friuli Venezia Giulia fino a sabato, impegnato nella campagna elettorale in vista delle regionali del weekend: “Io non lo chiamo giorno della Liberazione – ha detto Berlusconi – ma giorno della libertà, perché da quel giorno si è iniziato a guardare al futuro”. La ricostruzione dell’episodio storico dell’eccidio di Malghe di Prozus è ancora oggi accompagnato da molte ombre, che riguardano soprattutto mandanti e moventi. I partigiani della Osoppo-Friuli furono uccisi da un gruppo di partigiani delle Brigate Garibaldi, vicini al Partito comunista friulano.

La campagna per “spettinare” Di Maio

“La politica non è un mestiere per novelli Napoleone, ma per artigiani. Bisogna mettersi lì, faticare, limare, discutere, con pazienza. Fino a quando si raggiunge il risultato. Come fa un artigiano nella sua bottega…”. Jacopo Fo, figlio di Dario e Franca Rame, è scrittore, attore, regista, umorista e tante altre cose. Ma soprattutto, da sempre, è un uomo di sinistra. Che ora vota 5 Stelle. Nel giorno dell’inizio dell’esplorazione di Roberto Fico verso il Pd, la sua speranza è che il dialogo tra le due forze politiche vada in porto e si arrivi alla formazione di un governo targato M5S-Dem. La cosa, però, è complicata. “Io ci spero”, dice Jacopo Fo, “perché la speranza è l’ultima a morire, ma è difficile. Con me lo sperano anche tanti elettori di sinistra che ora votano il movimento di Grillo e Di Maio. Però, ecco, proprio quest’ultimo dovrebbe cambiare atteggiamento…”.

Del leader M5S a Fo non piace quel continuare a dire “abbiamo vinto, quindi tocca a noi governare”. “Almeno nel linguaggio Di Maio sta usando il metodo Renzi. E io sono uno di quelli che pensa che Renzi abbia fatto molte cose buone. Chi lo paragona a Berlusconi non sa di cosa parla. Detto questo, su Facebook ho lanciato la campagna: spettiniamo Di Maio…”. Troppo ingessato? “Non è una questione di forma, ma di sostanza: si muove come un piccolo Napoleone. La politica per ripartire deve cambiare linguaggio, dismettere certi toni da guerra nucleare. Non se ne può più di certi atteggiamenti muscolari. Basta, non funziona così. Invece bisogna guardare ciò che ci unisce. Nella scorsa legislatura il 39% delle leggi del Pd sono state votate anche dai 5 Stelle, perché nessuno lo dice? Mi sembra un buon punto di partenza per costruire un percorso. Invece i 5 Stelle stanno facendo lo stesso errore che fece il Pd nel 2013: o si fa come diciamo noi oppure…”.

Jacopo Fo ha dato vita a un sito, peopleforplanet.it, con cui, grazie a esperti di ogni settore, raccoglie idee per realizzare leggi semplici e funzionali. Una delle ultime proposte è quella della vendita sfusa dei medicinali, come negli Usa: se servono dieci pillole, si comprano dieci pillole. Una novità che, secondo i loro calcoli, farebbe risparmiare 500 milioni di euro, contro i 150 del taglio dei vitalizi.

“Bisogna partire dai programmi, dalle cose concrete, l’idea del contratto proposta da Di Maio è positiva, peccato che il programma presentato prima delle elezioni sia assai deludente, non si entra nel merito delle questioni”, osserva Fo. Il programma, però, si può sempre mettere a punto in corso d’opera. “Molti elettori sono in comune, ce li potremmo scambiare come figurine. E sono tutte persone con una speranza nel cuore: che in questo Paese le cose possano cambiare”.

Anche nel Pd qualcosa si sta muovendo. “L’Aventino di Renzi non aveva alcun senso: ma come, hai fatto l’accordo con Verdini e con Di Maio nemmeno ci parli? Assurdo”. Però Di Maio ha guardato prima di tutto a destra, l’accordo con Salvini… “Se fosse andato in porto, il movimento avrebbe perso tanti voti. Spero che l’alleanza col centrodestra venga evitata. Ora c’è uno spiraglio da questa parte, è difficile, ma occorre provarci…”. Da buoni artigiani, magari un po’ zen.

Forni, poltrone e sermoni: dedicato ai “fuori di testa”

Così parlò Luigi Di Maio e se non abbiamo capito male, due forni erano e due forni restano, anche se il secondo ha l’insegna delle elezioni anticipate. Il forno del dialogo col Pd, oggi come oggi, appare piuttosto spento per le secchiate di acqua gelata con cui Renzi e i renziani cercano di spegnere le poche fiammelle favorevoli accese dalle consultazioni di Roberto Fico. Poi però prefigurando un solo scenario, quello appunto del ritorno alle urne nel caso la difficile intesa con i Democratici fallisse, il capo politico del M5S concorda nei fatti con la richiesta caldeggiata da Matteo Salvini. Che fallito il governo con i grillini, ripete da giorni che a lui le ipotesi di governi presidenziali, di larghe intese e governicchi vari danno la nausea. E dunque senza una maggioranza politica, meglio sciogliere subito le Camere. Prospettiva che, inutile dirlo, terrorizza soprattutto gli sconfitti del 4 marzo, i partiti di Renzi e Berlusconi. Insomma non potendosi fare per amore il matrimonio Pd-M5S, potrebbe essere combinato per paura. Vedremo.

Comunque, ormai rintronato da cinquanta catatonici giorni di consultazioni, da mille spossanti dibattiti in tv, da dense articolesse su caminetti, forni, sonde, esploratori, oltreché dal professore Giacinto Della Cananea, saggio M5S che al termine di lunghi e approfonditi studi ha concluso con infinita saggezza: “Arduo fare un governo”, questo diario ha perso del tutto il senso dell’umorismo (e della realtà). Ragion per cui, pur di riempire le poche righe a disposizione, prende sul serio tutto ciò che gli raccontano i soliti male informati.

Questa puntata che potremmo simpaticamente dedicare ai fuori di testa, o meglio alle teste calde, non può non cominciare che con Matteo Salvini. Avete notato che dopo le ritrosie iniziali il leader leghista si è improvvisamente fatto avanti per l’incarico di governo, disposto a cercare i voti mancanti al centrodestra direttamente in Parlamento? E sapete perché ha detto: “Dopo il Friuli pronti a fare da soli”? Tenetevi forte: è convinto che se non si sbriga a prendere il potere, gli americani potrebbero ammazzarlo, politicamente s’intende, a causa dei troppo stretti rapporti con lo zar Putin, sostegno fortemente ribadito da Salvini durante l’ultima crisi siriana.

Riflessione dell’ingenuo cronista: ma se così fosse, l’ipotetica scalata di Palazzo Chigi non lo esporrebbe vieppiù alla contraerea di The Donald (da cui, se ricordiamo bene, l’allora uomo delle felpe ottenne una photo opportunity, orgogliosamente esibita)? Sbagliatissimo, corregge la fonte che ricorda il triste destino di cui fu vittima Bettino Craxi dopo l’affronto anti-Usa di Sigonella, una volta detronizzato. Timida replica: ma il leader del Garofano non fu spazzato via da Tangentopoli? Non capisci niente, con te perdo solo tempo, e l’informatore si dilegua. Scusandoci con l’interessato per l’accostamento, vorremmo inserire in questa breve galleria di (presunte) stravaganze nientemeno che Eugenio Scalfari.

Non ci capacitiamo infatti della proposta contenuta nel suo ultimo sermone domenicale su Repubblica. Dove il Fondatore dispensa due consigli da urlo. Il primo a Sergio Mattarella affinché scelga Paolo Gentiloni come nuovo premier e vabbè. Il secondo a Luigi Di Maio che farebbe cosa buona e giusta a fare il vicepremier di cotanto premier soprattutto, udite udite, “per imparare il mestiere”. Dopo attente riflessioni il diario è giunto a una conclusione, anzi a due.

Scalfari detesta a tal punto i cinquestelle da escogitare qualsiasi marchingegno pur di promuovere la loro rapida estinzione dal pianeta. Sinceramente preferiamo l’altra ipotesi: forte della sua veneranda età, Scalfari si diverte un mondo a fare il burlone gettando dei mortaretti tra i piedi di noi affezionati lettori. Lo immaginiamo infatti che si sganascia mentre guarda l’effetto che fa: “Ah ah la prossima volta propongo la Fornero ministro di Salvini”. L’ultima, per così dire, maldicenza viene attribuita a Dario Franceschini e alle sue insistenti aperture per una maggioranza del Pd con i 5Stelle (frase chiave: “Adesso confronto con i grillini non si può dire solo no”). Con Roberto Fico, mettiamo, alla guida di siffatto governo, resterebbe libera la poltrona di presidente della Camera. Pronta per essere occupata indovinate da chi? No, basta, si tratta di una calunnia eccessiva perfino per questo diario e ci fermiamo qui.

Il ministro Calenda: “Distanze siderali sul futuro dell’Ilva”

“Sulle cose vererestano distanze siderali”. Mentre iniziano le trattative per un’intesa fra Cinque Stelle e Pd, il ministro Carlo Calenda – che da poche settimane ha la tessera dem – rimarca via Twitter le differenze: “Il M5S a Bruxelles ha provato a far passare una risoluzione che chiedeva la chiusura immediata dell’Ilva e la sua riconversione in ‘energie rinnovabili’ (?!). Al di là dei pezzi di carta e dei tatticismi sulle cose vere restano distanze siderali”.

Il riferimento è a una risoluzione presentata al Parlamento europeo e bocciata ieri, in aperto contrasto con il piano che lo stesso Calenda sta portando avanti per salvare l’impianto di Taranto dalla chiusura. Rosa D’Amato ed Eleonora Evi, eurodeputate dei Cinque Stelle, hanno accusato il Parlamento europeo di miopia: “Questo voto rappresenta una sconfitta per tutti quelli che guardano al futuro con ottimismo”, hanno scritto in una nota.

Intanto a Taranto proseguono gli incontri fra i sindacati e l’azienda “ma le posizioni sono ancora distanti per quanto riguarda i premi di risultato”, hanno fatto sapere. Le trattative riprenderanno domani.

La famiglia: “Quella foto, fatto gravissimo”. Poi Martina si scusa

“Non strumentalizzate Giulio”: lo scrive su Facebook Paola Deffendi, mamma di Giulio Regeni dopo che il segretario reggente del Pd Maurizio Martina si era fatto fotografare nel cimitero a Fiumicello, in provincia di Udine, davanti alla tomba dove è sepolto il ricercatore friulano ucciso in Egitto. “Chi va a trovarlo in cimitero non si faccia la foto sulla sua tomba, è un fatto gravissimo”, ha scritto la madre.

Martina aveva detto che si trattava di una visita privata, ma ha preferito cancellare la foto. E ieri pomeriggio si è anche scusato con la madre: “L’intenzione – le ha detto al telefono – era stata quella di tenere viva la memoria di Giulio andandolo a trovare per qualche minuto, dato che mi trovavo nel suo paese natale”.

Il gesto è stato comunque accompagnato dalle polemiche. “In visita privata col fotografo al seguito?, si è chiesto su Twitter Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International. Noury ha definito Martina come “un altro sciacallo, i cui due governi non hanno fatto nulla per avere verità per Giulio Regeni”.

Quelli che spingono per il sì: Carrai, Lotti & C.

Interpretare la psicologia politica del senatore Matteo Renzi, rintanato nel più atipico dei silenzi nel “piccolo Colle” di palazzo Giustiani, è un esercizio troppo ardito. Più semplice captare – e semmai interpretare – i segnali che provengono dal renzismo nei primi giorni di contatto fra il Pd e il M5s.

Il ministro Luca Lotti, sempre rapido a sondare chiunque per conto di Matteo, s’è mosso con eccessiva disinvoltura e il capo l’ha fermato, un po’ infastidito. Lotti va ascritto al gruppo dei “dialoganti”. La politica è il mestiere del “lampadina” e l’esperienza gli suggerisce di non spingere il Nazareno verso un ritorno al voto oppure a farsi rosolare in un esecutivo del Quirinale di limitata durata.

Il giovane ministro conserva il piano di una scissione per plasmare un movimento centrista, ma pure le rotture richiedono tempi lunghi. Ancora una volta, Maria Elena Boschi non è d’accordo con Lotti. “Meb” segue logiche personali, non è immune a sentimenti di rancore nei confronti del Movimento: come strategia politica, non proprio lungimirante. Anche il tesoriere Francesco Bonifazi è su posizioni diverse rispetto a Lotti. Non stupisce. Dov’è Bonifazi, c’è Boschi. Al momento, i parlamentari renziani usano il manuale numero 1: dire di no, lanciare campagne social, alzare un muro. Chi guarda da fuori, cioè chi non siede in Parlamento e però ha un posto nel cuore di Matteo, dispensa ottimismo: “Vede, ancora qualche giorno di gestazione mediatica e poi Renzi potrebbe cambiare idea. O meglio, illustrare la propria idea: sì ai Cinque Stelle con alcune condizioni”. Quella dirimente: no a un eletto del Movimento a Palazzo Chigi, no a Luigi Di Maio alla guida del governo. Non è complicato, raccontano i renziani non politici: Di Maio deve indicare una figura vicina al Movimento, ma non ostile al Nazareno.

Marco Carrai, il migliore amico di Matteo, di professione imprenditore, è un convinto sostenitore di un governo con i Cinque Stelle. Per varie ragioni, la più robusta: rifiutare la proposta di Di Maio è dannoso per Matteo e l’Italia. Nelle ultime settimane, Renzi è scomparso dal dibattito politico, però ha trascorso un paio di giorni con Carrai in Qatar, non col capogruppo dem Delrio a Roma. Forse neanche Matteo s’aspettava lo scenario disegnato da Sergio Mattarella e il precipizio delle urne prospettato da Di Maio.

Renzi pensava all’ennesima Leopolda e a un moderno assetto della Fondazione Open, destinata alla chiusura. E l’avvocato Alberto Bianchi, presidente di Open (gli altri componenti sono Boschi, Carrai e Lotti) e ascoltato consigliere dell’ex segretario , è più in sintonia con “Marchino” che con Maria Elena.