Grilli sindaco, Renzi vice: il paese dove governano dem e pentastellati

Grilli e Renzi governano insieme da quattro anni, ma non bisogna farsi ingannare dai loro cognomi: il primo – Lorenzo Grilli – è un ex segretario locale del Pd, il secondo – Alessandro Renzi – un attivista del Movimento 5 Stelle. Sono il sindaco e il vice di Montegridolfo, un borgo medievale di mille anime, in provincia di Rimini, nella Valconca, vicino al confine fra Emilia Romagna e Marche.

In questo paesel’alleanza fra Pd e Cinque Stelle ha dato vita a una lista civica per le Comunali del 2014: “Volevamo dimostrare la nostra buona volontà, al di là dei gruppi di appartenenza – dice Grilli – Era un periodo di forte disinnamoramento per la politica. Molte persone avevano fatto un passo indietro, noi abbiamo preso il loro posto”. Hanno formato una sorta di “governo del cambiamento” ante litteram, nato però in un periodo molto diverso rispetto a quello attuale: erano passati pochi mesi dalle consultazioni in streaming fra Pier Luigi Bersani, Roberta Lombardi e Vito Crimi, quando il Movimento aveva sbarrato le porte a ogni possibile intesa con il Pd. A Montegridolfo sono andati contro corrente: “Ma la realtà nazionale è diversa: qui contano le persone e solo dopo le loro idee – precisa il Renzi dei Cinque Stelle – Se si ha a cuore il bene del paese, l’intesa si trova”. L’esperimento della Valconca continua comunque a incuriosire, ancora di più nei giorni dell’incarico esplorativo affidato a Roberto Fico: “È colpa dei nostri cognomi – scherza il vicesindaco – io sono Renzi e voto Cinque Stelle, lui è Grilli e vota Pd. Questo è un gioco che ci portiamo dietro da quattro anni”. “Ci prendiamo in giro per le vicende nazionali – dice Grilli – Alle elezioni abbiamo fatto campagna elettorale da avversari, io per Renzi (Matteo) e lui per i Cinque Stelle”.

Salvo poi tornare a sedersi intorno allo stesso tavolo quando si parla di Montegridolfo. Il paese fa parte del club dei borghi più belli d’Italia, ma deve affrontare i problemi tipici di una piccola realtà comunale. Si è parlato di una possibile fusione con i paesi vicini, ma l’ipotesi è naufragata, dopo il no al referendum di uno dei tre paesi coinvolti (Saludecio): “Eppure erano tre sindaci del Pd, ma non sono riusciti a mettersi d’accordo – dice Renzi – Il campanilismo e le questioni locali valgono più dell’appartenenza politica”.

A Montegridolfo l’anno prossimo si tornerà a votare e ancora non si sa se la liason fra Pd e Cinque Stelle continuerà. Anche perché Grilli ha già detto che non si ricandiderà: “È ora di pensare ad altro: noi non siamo politici di professione”.

Pd, in marcia (divisi) verso il governo con M5S

Fu un voto della direzione Pd, nel 2014, a sfiduciare Enrico Letta, sarà il voto della direzione, ora, a dare il via alla possibilità di un governo con i Cinque Stelle o a bocciare definitivamente questa ipotesi. Aprendo la strada a nuove elezioni. E stavolta la direzione (che dovrebbe essere convocata lunedì o mercoledì prossimo) potrebbe dare il via a quella conta che finora il partito ha sempre evitato, limitandosi a guerre sotterranee. I Democratici sono e restano spaccati, con Matteo Renzi che fino a sera (anche dopo aver ottenuto l’abiura di Luigi Di Maio alla Lega di Salvini) continua a dire no a un governo politico con i Cinque Stelle e dunque anche a sedersi a un tavolo per discutere con il loro leader.

La delegazione dem si presenta divisa alle consultazioni del presidente della Camera, Roberto Fico e divisa è rimasta dopo. Prima di arrivare c’è stata una riunione al Nazareno con Andrea Marcucci e Matteo Orfini fermamente sulla linea del no, Maurizio Martina decisamente aperturista e Graziano Delrio a fare da mediatore. I quattro hanno deciso di porre delle condizioni preliminari: una dichiarazione formale da parte di Di Maio sulla chiusura della trattativa e il riferimento generico al programma del Pd, i 100 punti. Al colloquio sono arrivati separati. Ed è stato Martina a prendere la parola per dire, con un’aria insolitamente rilassata, che sulla base di partenza del programma del Pd e della chiusura al Carroccio, “la direzione nazionale deve essere chiamata a valutare, discutere ed eventualmente deliberare un percorso nuovo che ci coinvolga”. Basta qualche minuto per capire che il reggente non parla per tutto il partito. Lui va via in macchina, Delrio rimane a Montecitorio, Marcucci va a riferire a Renzi, a Palazzo Giustiniani per seguire la giornata. Intanto Orfini in Transatlantico spiega ai giornalisti presenti che la sua posizione (e quella di Renzi) resta contraria a un governo politico con M5S e che le elezioni non fanno paura. Ma più che le parole conta il fatto che sostanzialmente sconfessa Martina, con la sua “contro narrazione”. Prima ancora che sia finito l’incontro di Fico con il Movimento, Renzi fa sapere che lui rimane sul no. Posizione confermata anche dopo le parole di Di Maio. Quello che conta, dicono i suoi, sono i numeri in direzione. In teoria a favore dell’ex segretario: sui 209 componenti 117 fanno riferimento a Renzi, compresi 13 turchi di Orfini e 3 legati a Delrio, che però aPorta a Porta dichiara: “Porterò le mie posizioni, cioè di chi dice che pensa che le probabilità di successo sono scarse ma evitare il confronto sarebbe sbagliato”. Per quel che riguarda i governisti, l’area Franceschini conta 20 componenti, Martina 9, i veltroniani un paio. Nelle minoranze, Orlando conta 32 ed Emiliano 14. I numeri sono sul filo. Anche perché l’incognita, come ammettono alcuni renziani, sono diversi parlamentari non ricandidati.

Intanto,i big “aperturisti” non demordono. Anche perché una serie di amministratori locali di peso, come Beppe Sala, Nicola Zingaretti, Sergio Chiamparino sono sul sì. Ieri ha aperto ai Cinque Stelle perfino Piero Fassino, dicendo che non ci sono alternative “meno dannose”: “O spingiamo di nuovo Di Maio nelle braccia di Salvini o si torna al voto”. Le trattative continuano a tutto campo, soprattutto da parte dei più vicini a Renzi (a partire da Luca Lotti) che stanno cercando di convincerlo a intestarsi lui l’operazione “apertura”. Pensando a soluzioni varie. Magari l’appoggio esterno. E ponendo delle condizioni. Prima di tutto, il passo indietro di Di Maio, in favore dello stesso Fico o di una figura terza. Ipotesi questa che sarebbe l’unica che l’ex premier potrebbe prendere in considerazione. Intanto, il Colle sentirà le conclusioni di Fico domani e sarebbe disponibile a concedere più tempo. Anche perché lo stesso Sergio Mattarella comincia a considerare il voto come un’ipotesi concreta, in queste condizioni.

Di Maio, al tavolo senza crederci: “Se va male, si deve tornare al voto”

Il capo politico ci crede poco, forse meno. E adesso deve guardarsi le spalle. Ma con il Pd ci proverà sul serio, perché ora non può fare altro. Così Luigi Di Maio saluta come “un’apertura” le parole del reggente Maurizio Martina, assicurando che “nonostante trascorsi e differenze, si può discutere assieme di temi” . Giura e rigiura che “qualsiasi discorso con la Lega è chiuso”, come gli chiedevano di ribadire i dem, e infierisce: “Salvini si è condannato all’irrilevanza”.

Quindi evita di ripetere che il candidato premier può essere solo lui, il 31enne che si intesta (quasi) 11 milioni di voti. Ma sa pure che il tempo corre, rosolando la sua immagine di vincente, fuori e anche dentro il Movimento. Così, dopo il veloce incontro con il presidente della Camera Roberto Fico, lo scandisce con tono quasi bellico: “Niente governi tecnici, governi di scopo o chi più ne ha più ne metta: se dovesse fallire anche questo tentativo per noi si deve tornare al voto”. Un messaggio proprio al Pd, ma anche al Quirinale, di cui pure il candidato premier è discepolo ostentamente devoto. Ma ora deve rimettere paletti per tutelarsi, Di Maio. E poi non riesce a fidarsi dei dem che poche ore prima, dopo aver incontrato Fico, avevano scandito: “L’asse di riferimento dovrà essere” il programma del Pd. Un atto di arroganza, agli occhi dei 5Stelle.

E il capo lo fa capire davanti alle telecamere: “Non rinunceremo ai nostri valori e alle nostre battaglie”. Quindi un eventuale contratto di governo “dovrà essere votato dagli iscritti sulla piattaforma web Rousseau”: perché non è tempo di forzature, e la sua gente va rassicurata. E comunque dentro il contratto dovranno esserci tutti i totem del Movimento: dal reddito di cittadinanza fino a una legge sul conflitto di interessi, per un po’ “dimenticata” per non irritare il Berlusconi che si voleva accompagnare alla porta. Ora invece c’è il Pd. E i contatti tra i due fronti proseguono. Però la strada resta angusta, e dal fondo del burrone dopo tanto tempo tornano voci e sussurri perfino contro il capo. Perché 50 giorni senza esito stanno fiaccando anche il monolite a 5Stelle. Così ecco che tornano a graffiare gli ortodossi, con un sulfureo Carlo Sibilia: “Non ci sono più impedimenti per far avviare un governo M5S – Pd, i nostri programmi hanno diversi punti di contatto. Andiamo oltre i nomi”. Ossia, andiamo anche oltre Di Maio.

Perché lo sanno anche i sassi che, se una trattativa con il Pd dovesse decollare, il nome per Palazzo Chigi sarà un nodo da sbrogliare. Mentre è già certo lo sfinimento nei 5Stelle. Dove erano convinti di poter chiudere con Salvini, e invece ora siamo agli addii. Anche se alcuni continuano a dire che “mai dire mai, se la Lega rompesse con Berlusconi…”. Mentre lo stesso leader del Carroccio in serata si rifà sotto, ma come “leader del centrodestra”, e sostanzialmente canzona Di Maio: “Mi accusa di essere irrilevante? Amoreggiare con Renzi e il Pd pur di andare al potere mi sembra irrispettoso nei confronti degli italiani, se vuole smettere di polemizzare e aiutarmi a ricostruire il Paese io sono pronto”.

Ma il leader del M5S è stufo, giurano. E così, pur “senza attendersi granché” come raccontano, prova a immaginare un tavolo con il Pd. Anche se gli attivisti sui social seminano già l’inferno. Mentre un grillino anonimo all’Adnkronos soffia sul fuoco: “Se ci alleiamo con i dem se ne andranno a decine”. Un’apocalisse che ad oggi non si intravede. Ma il momento è scivoloso, e così Di Maio ha convocato un’assemblea congiunta dei parlamentari per domani sera, anche per fiutare l’aria che tira. E da fuori vedono le difficoltà.

Non è un caso che un pontiere naturale come Federico Fornaro (LeU) parli di “passaggio decisivo per la formazione del governo”, nel quale “tocca al Pd mettere sul tavolo le carte”. Perché il dubbio di un bluff dei dem è diffuso. E nel M5S è evidente, tanto che il capogruppo alla Camera Danilo Toninelli lo dice al fattoquotidiano.it dopo le consultazioni: “Ci fidiamo solo di noi stessi”.

Così Di Maio chiede un incontro a breve, prima della Direzione. “Il Pd venga al tavolo, non subito a firmare il contratto ma a verificare se ci sono i presupposti per metterlo in piedi”. Teme la palude, giorni e giorni ad attendere i conciliaboli dei democratici. Piuttosto, meglio chiarire. Per poi reclamare il voto. E non restare intrappolato.

Smacchiare il Gattopardo

Cinque giorni dopo, la sentenza della Corte d’Assise di Palermo sulla trattativa Stato-mafia è già scomparsa dai radar. Le solite dichiarazioni di pm, avvocati e imputati, il sollievo di Napolitano per l’assoluzione del suo amico Mancino, i prevedibili negazionismi di chi prima invoca le sentenze e quando arrivano le spaccia per opinioni. E poi loro: i politici che hanno sgovernato negli ultimi 25 anni, facendo di tutto per coprire e/o per non vedere, che ora infatti tacciono. Come se la cosa non li riguardasse. Invece riguarda tutti. Destra, centro e sinistra. Se i pm e poi i giudici di Palermo sono riusciti a ricostruire un pezzettino di verità giudiziaria sui retroscena delle stragi del 1992-’94 è innanzitutto grazie alla collaborazione degli uomini di mafia – da Brusca a Spatuzza a Ciancimino jr. – pentiti per convenienza o per rimorso, che con le loro rivelazioni hanno costretto fior di uomini dello Stato – Mori, De Donno, Martelli, Ferraro, Violante, Conso, Mancino, Napolitano – a ricordare ciò che avevano taciuto per 10 o 20 anni. E poi anche grazie a documenti sequestrati dai pm negli archivi dei servizi segreti, della polizia, dell’Arma, dei ministeri della Giustizia, dell’Interno e della Difesa. Tutti frammenti di una scatola nera tuttora incompleta perché – come ricorda Nino Di Matteo – mancano, dopo quelli di mafia, i “pentiti di Stato”. E perché nessun ministro della Giustizia, dell’Interno e della Difesa ha mai voluto indagare su quel che accadde dietro le quinte delle stragi.

Chi mandò Mori e De Donno a trattare con Riina tramite Vito Ciancimino ai tempi del governo Amato, subito dopo Capaci? Chi ricevette il papello di Riina, consegnato da Antonino Cinà a Ciancimino e da questi agli uomini del Ros perché lo girassero al governo con le richieste di leggi da modificare? Chi e perché convocò d’urgenza Borsellino al Viminale per conto del ministro Mancino appena insediato al posto di Scotti, facendogli incontrare Contrada sul quale, proprio in quelle ore, stava lanciando accuse il pentito Mutolo? Chi avvertì i mafiosi che Borsellino era stato avvisato per ordine di Martelli della trattativa del Ros e si stava mettendo di traverso? Cosa stava scoprendo il giudice da rendere così urgente la sua eliminazione e indurre Riina ad accelerare i tempi anche contro i suoi interessi (se dal 19 luglio la strage di via D’Amelio fosse stata rinviata al 6 agosto, sarebbe decaduto il decreto sul 41-bis, varato dopo Capaci e subito insabbiato dalle Camere). Perché Mori insisteva col presidente dell’Antimafia Violante per fargli incontrare Ciancimino a tu per tu?

Perché, subito dopo la cattura (o la consegna) di Riina, il covo non solo non fu perquisito, ma venne pure abbandonato dal Ros, a disposizione di Provenzano e all’insaputa di Caselli? Chi suggerì al presidente Scalfaro di rimpiazzare l’intransigente capo delle carceri Niccolò Amato con un fautore della linea morbida sul 41-bis? Cosa sapeva del passaggio dal carcere duro a quello molle il capo della Dia De Gennaro, che in agosto avvertì per iscritto Mancino e Violante che “l’eventuale revoca anche solo parziale dei decreti di 41-bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato intimidito dalla stagione delle bombe”? E perché nessuno dei destinatari colse il senso di quell’allarme né di quello lanciato un mese dopo dallo Sco sull’“obiettivo della strategia delle bombe… di giungere a una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che affliggono attualmente l’organizzazione: il ‘carcerario’ e il ‘pentitismo’”? Chi consigliò, dopo le stragi della primavera-estate ’93, al Guardasigilli Conso di revocare il carcere duro a 334 mafiosi detenuti per “dare un segnale” a Cosa Nostra e “fermare nuove stragi”? E chi gli aveva rivelato che il nuovo Capo dei Capi era Provenzano (da molti dato per morto) e che costui era “contrario alle stragi”? E com’è possibile che né l’Antimafia di Violante né il Viminale di Mancino né i vertici della Dia, dello Sco, della Polizia e dei servizi abbiano notato quell’esodo biblico dalle celle del 41-bis? Tutte domande che attendono risposte non dai pentiti di mafia, ma dagli uomini dello Stato. Soprattutto sul primo biennio della trattativa, quella dei governi di centrosinistra Amato e Ciampi, molto più oscuro del secondo round, quando il testimone passò dal Ros a Dell’Utri che – per la Corte d’Assise – trasmise il ricatto di Cosa Nostra all’amico premier B.. Messaggio subito recepito, visto che le stragi, improvvisamente com’erano iniziate, finirono per 25 anni.

Ora si spera che la sentenza dia coraggio alla Procura di Palermo e alla Dna per illuminare i buchi neri della trattativa. E a quelle di Caltanissetta e Firenze per dare finalmente un volto a mandanti ed esecutori delle stragi “esterni” alla mafia. Come racconta Spatuzza, nel garage dove fu imbottita di tritolo l’autobomba di via D’Amelio, c’era un uomo ben vestito che né lui né gli altri killer dei Graviano conoscevano: chi era? Subito dopo la strage, dalla borsa carbonizzata di Borsellino, una mano sapiente (non mafiosa, ma statale) asportò l’agenda rossa dove il giudice annotava gli esiti delle sue indagini. Quando il killer Santino Di Matteo iniziò a collaborare e gli fu subito sequestrato il figlio Giuseppe (poi ucciso e sciolto nell’acido), la moglie lo implorò di non nominare mai gli “infiltrati” dello Stato. Poi non la mafia, ma la polizia di Stato fabbricò un falso colpevole pentito, Enzo Scarantino, da dare in pasto ai pm per nascondere i veri colpevoli dell’eccidio. Un “governo del cambiamento” dovrà pensare anche a questo, quando nominerà il ministro dell’Interno e i vertici di polizie e servizi. Altrimenti sarà l’ennesima riedizione del Gattopardo.

La Cina apre alle aziende straniere Conviene?

Dopo quello dell’eco-mobilità, in Cina cade anche il tabù dei legacci agli stranieri che fabbricano auto (ma anche navi e aerei) insieme agli autoctoni. E le due cose sono correlate. Ma andiamo con ordine: il governo cinese pochi giorni fa ha annunciato che verrà progressivamente abolito il tetto del 50% al possesso di quote azionarie da parte di aziende non cinesi nelle joint venture (che a questo punto non saranno più paritetiche) con quelle locali. Un limite imposto nel 1994 per impedire la colonizzazione dell’industria cinese e, soprattutto, permettergli di acquisire quel know-how tecnologico che storicamente gli ha sempre fatto difetto. Almeno finora. La liberalizzazione dei capitali comincerà nel 2020, quando saranno abolite le restrizioni ai produttori di veicoli commerciali. Mentre nel 2022 toccherà a quelli che fabbricano mezzi per il trasporto passeggeri.

Già entro fine 2018, tuttavia, sarà la volta delle aziende che sfornano mobilità eco-friendly, ovvero auto ibride (anche plug-in) ed elettriche. Una boccata d’aria per megalopoli oppresse dallo smog. E un bell’aiuto al nuovo corso verde della politica cinese, nonché a marchi come Nissan e Tesla. La domanda ora è: gli occidentali ci guadagnano? Forse, perché più quote azionarie significano più libertà e profitti. Ma andare a toccare un meccanismo in piedi da quasi 25 anni qualche ripercussione a livello industriale potrebbe averla. In questo caso, state sicuri che a rimetterci non saranno certo i cinesi.

Salone di Pechino, il lusso con le auto intorno

Cosa rende importante un salone dell’auto? Il suo prestigio, certo. La sua tradizione, non c’è dubbio. Ma, soprattutto, la grandezza del mercato cui fa riferimento. Quello cinese, il primo nel mondo, è passato dai 6,7 milioni di auto vendute nel 2008 ai 24,7 milioni del 2017: ecco perché il Salone di Pechino (25 aprile – 4 maggio) è diventato negli anni un Motor show con la “m” maiuscola.

Sulla passerella non ci sono più soltanto cloni di auto occidentali o prodotti da “secondo mondo”. Ormai la Cina attira tutti i costruttori, specie quelli di lusso, e la kermesse pechinese costituisce un’occasione d’oro per svelare modelli strategici. Lo sa bene Mercedes, che a Pechino presenterà la nuova Classe A Sedan – rimpiazza la Cla – e l’inedita Maybach Ultimate Luxury Concept, prototipo per un crossover da nababbi.

Bmw punta sulla sportività con la M2 Competition, bomba da 410 Cv di potenza in salsa coupé, e la iX3, concept per un suv elettrico di medie dimensioni. Lexus, marchio di lusso di Toyota, toglierà i veli alla berlina Es, che in Europa dovrebbe sostituire la Gs e fare concorrenza a Bmw Serie 5 e Audi A6.

Appositamente fatta per la Cina la Skoda Kamiq (il nome non è confermato ufficialmente), sport utility compatta: rafforzerà il marchio ceco nel suo primo mercato e in un segmento che rappresenta il 30% delle vendite totali.

Spettacolari le Ds X E-Tense, concept di due sportive elettriche per il 2035. Sfiderà i dazi fra Cina e Usa l’americana Buick Enspire, prototipo per un suv a zero emissioni da 600 Cv e 590 km di autonomia: nel mirino, neanche a dirlo, c’è la Tesla Model X.

Psa frena sui tagli. A rischio 4 mila lavoratori Opel

Il matrimonio fra Opel e Psa, datato agosto 2017, è costato al gruppo francese 2,2 miliardi di euro. L’acquisizione del marchio tedesco (che ha reso quello transalpino il secondo gruppo europeo dell’auto, un gigante da 4,3 milioni di vetture l’anno), renderà indispensabile una riduzione dei costi operativi del brand al fine di risanarlo e farlo tornare alla profittabilità, che manca dal lontano 1999. Il target è toccare un margine operativo del 2% nel 2020 e del 6% nel 2026. Con la nuova decade le sinergie con Psa (acquisti, ricerca e sviluppo, assemblaggio etc) varranno 1,1 miliardi di euro e 1,7 miliardi nel 2026: già nel 2020 i costi di produzione e logistica di ogni singola Opel diminuiranno di 700 euro.

Entro il 2024 il numero delle piattaforme impiegate da Opel e Psa scenderà da 9 a 2 (le Emp2 e Cmp di Psa), mentre i motori passeranno da 10 a 4. Il punto di pareggio finanziario è fissato a una produzione di 800 mila unità l’anno. Pur con strategie di pensionamento anticipato e piani di uscita volontari, la razionalizzazione del marchio comporterà un ridimensionamento della forza lavoro: i tagli iniziali hanno coinvolto 650 dipendenti dello stabilimento inglese di Ellesmere Port, dove viene assemblata la Astra. Una recisione del 40% degli operai dell’impianto, certamente aggravata dalla Brexit. E c’è incertezza su cosa succederà dopo il pensionamento dell’attuale generazione del modello.

In Germania l’accettata sarebbe più aspra, con la riduzione della forza lavoro di circa 3.700 persone. Inoltre, in questo primo semestre dell’anno è in corso una contrazione dell’orario di lavoro nella fabbrica di Rüsselsheim e degli interinali. La “pillola” non va giù alla cancelliera Merkel, che ha invitato Psa a rispettare gli impegni presi coi leader tedeschi, a cui era stato promesso il mantenimento dei livelli occupazionali. Da qui l’incontro, avvenuto ieri e definito “fruttuoso”, tra Carlos Tavares, presidente del gruppo francese, e Michael Lohscheller, amministratore delegato di Opel con rappresentanti del governo tedesco. Incontro cui è seguita una nota ufficiale “rassicurante”, in cui si legge che Opel sta rispettando ogni accordo di produzione esistente e “qualsiasi altra informazione sarebbe pura speculazione”.

Nel frattempo, nondimeno, è bagarre col sindacato Ig-Metall: per garantire l’arrivo di un nuovo suv presso il polo produttivo di Eisenach, Psa ha chiesto ai 19 mila dipendenti di Opel Germania di rinunciare a un aumento delle retribuzioni del 4,3%, negoziato a livello nazionale. Richiesta respinta al mittente: per Ig-Metall il suv in questione garantirebbe solo metà dei 1.800 posti di lavoro della fabbrica e non darebbe le necessarie garanzie sul futuro degli stabilimenti di Rüsselsheim e Kaiserslautern.

Graziano e Forni: album poliglotta

Potrebbero essere i nuovi Serge Gainsbourg e Jane Birkin se fossero amanti, o i White Stripes italiani, ma senza essere fratelli: lei, dotata di una voce fanciullesca e armoniosa è Ilaria Graziano; lui, chitarrista virtuoso e sopraffino, è Francesco Forni. Due cantautori fuggiti dalle italiche riserve indie per cercare fortuna altrove, che pubblicano il loro terzo album dopo anni in giro per il mondo, impegnati in un tour approdato nei teatri italiani, quando hanno preso parte ad Angelicamente anarchici, spettacolo di e con Michele Riondino. Twinkle Twinkle è il loro nuovo disco, poliglotta, composto da 11 brani dalle sonorità acustiche e cantati in più lingue: in inglese (Chains, Leftlovers) e con un sound blues acustico; nella lingua natale (Sospesi, Passaggi) e legati alla forma canzone italiana. E in francese con La glace et la neige che vira in direzione etnosound. Sabato suoneranno all’Angelo Mai in Roma, a luglio saranno al Festival delle Colline torinesi. Due appuntamenti da non perdere.

C’è aria (jazz) nuova al Festival di Torino

“Il pubblico è molto più vivo di quello che noi organizzatori ‘rincoglioniti’ pensiamo e vogliamo sempre ricreare”. È molto diretto Giorgio Li Calzi, da quest’anno direttore artistico del Torino Jazz Festival (www.torinojazzfestival.it), parlando di quella sensazione che si ha dando uno sguardo ai programmi delle rassegne concertistiche in Italia, monopolizzate quasi sempre dagli stessi grandi nomi. La rassegna del capoluogo piemontese – iniziata ieri, prosegue fino al 30 aprile – porta aria nuova, ospitando diversi nomi che si ha meno occasione di ascoltare nella penisola, come Archie Sheep, Melanie De Biasio o Carla Bley. “Certo – ammette Li Calzi – c’è anche una generale pigrizia culturale, la stessa che ci spinge a comprare libri sempre della stessa grande casa editrice, o a entusiasmarci per quel regista o quel musicista che da trent’anni non fanno altro che ripetersi. Proporre un personaggio più mediatico fa pubblico, ma noi organizzatori dobbiamo smettere di aver paura di non ottenere il tutto esaurito, è una paura un po’ infondata, se sei una persona competente accanto a un nome importante riesci a mettere quegli artisti che fanno la differenza, nomi nuovi, musicisti giovani, e combinando le due cose il pubblico cresce davvero”. Quel pubblico che altrimenti tende ad addormentarsi sempre più. Ma che tipo di ascolto vuole avere chi gestisce un festival jazz? “È vero che i nomi italiani che girano sempre nei festival sono quelli di artisti senz’altro stratosferici, ma quest’anno non li ho chiamati a Torino – magari lo farò i prossimi anni, per questa edizione comunque abbiamo Fabrizio Bosso – perché esiste un mondo ulteriore e incredibile che desidero far conoscere maggiormente. Ho un’esperienza di nove anni alla guida di un piccolo festival a Chamois (Valle d’Aosta) e in questi anni il pubblico è cresciuto in maniera pazzesca dal punto di vista musicale: persone comuni, senza particolare dimestichezza con la musica, dopo un concerto che ritenevo ‘difficile’ e viceversa ha avuto successo, mi hanno stupito chiedendomi addirittura programmi più sperimentali”.

Sting è tornato. E per fortuna non è da buttare

A scuola ci avevano insegnato che per i professori la prima impressione è quella che conta. Per fortuna che con l’arte (e la sua riproducibilità tecnica) le cose funzionano un po’ diversamente e dopo aver pensato, a lungo, che Sting si fosse venduto al peggior marketing, avesse sbagliato un disco come mai gli era capitato o peggio ancora fosse voluto andare in giro come un qualsiasi benestante pensionato … ecco che ci si è dovuti ricredere (quasi) su tutta la linea. Rimane la sensazione che l’inventore del “reggae ‘n roll” – pur in compagnia dei fidi e inimitabili Police – un omaggio agli amati suoni di Kingston avrebbe potuto tranquillamente realizzarlo senza l’apporto (?) di un tamarro della portata di Shaggy. Però 44/876 è nel complesso un album decisamente migliore della facciata che mostra a prima vista. C’è tanto Sting, peraltro in forma smagliante alla voce come lo avevamo ascoltato un paio d’anni fa non senza sorpresa nel concerto dell’Auditorium Parco della Musica. Replica a luglio prossimo. Di certo la scelta del singolo non rende giustizia, troppo banale Don’t Make Me Wait. Forse meno rappresentativo dell’intero album ma sicuramente di maggiore impatto sarebbe stato Gonna Get Back May Baby, facile candidato a prossima uscita radiofonica. Ci sono melodie interessanti, già a partire da Morning Is Coming, sfiziosi inserimenti del Fender Rhodes come in Crooked Tree o complessi arrangiamenti come in Waiting For The Break Of Day in cui gli arpeggi del pianoforte s’intrecciano delicatamente alla punteggiatura offerta dalla chitarra in levare. Prima di concludersi con la voce di Sting mescolata a quella delle due coriste. Vecchio amore di un po’ tutte le produzioni di Mr Sumner. Just One Lifetime è la sintesi dello Sting migliore: combina un ballabile aggraziato con inflessioni vocali che richiamano quelle pacate e raffinate di The Last Ship. 22nd Street è una dolce ballata come tante uscite dalla penna del biondo di Newcastle, Sad Trombone probabilmente da solo vale l’album: un ritmo reggae mitigato dalla poliedricità di Sting, una linea melodica avvolgente portata avanti dalla parte vocale e il ritorno a una scrittura capace di rendere profonda una storia fantastica come il trombone triste del titolo lascia intuire. Insomma, ascoltato con attenzione e messo da parte qualche pregiudizio i fan possono stare tranquilli: l’impressione di aver perso un giro, dover aspettare ancora qualche anno per un nuovo buon album è sfatata.

Fatta la tara a qualche ammiccamento di troppo al dance-floor, ai gargarismi al microfono di Shaggy e a un paio di episodi meno riusciti, i brani dell’album nascondono spunti interessanti. Alcuni sono persino dei gioiellini e rimane intatta la notoria accuratezza del grande bassista-songwriter. Un po’ di pazienza e l’ascolto è garantito. Spiazzati forse dal non poter, come in passato, giocare subito alla ricerca delle chicche e poi godere dell’impatto complessivo. Stavolta si gira al contrario.