Diritto e rovescio sono due parole ricche di significati e non a caso sono state scelte come titolo dell’edizione di quest’anno del festival delle Letterature (a Roma dal 7 giugno al 3 luglio). “L’inesauribile corrente delle parole” è infatti il tema portante di otto incontri con 24 autori, tutti nella ormai classica e sempre suggestiva cornice della Basilica di Massenzio al Foro Romano: tra gli ospiti internazionali (forse un po’ sottotono rispetto agli anni di gloria del Festival) si va dalla trentunenne statunitense Tara Westover all’ex Pulitzer per la Drammaturgia Ayad Akhtar, dall’israeliana Ayelet Gundar-Goshen a Glenn Cooper, dal francese Olivier Guez ad André Aciman. Sul palco con loro, ogni martedì e giovedì, troveremo gli italiani Carofiglio, Massini, Murgia, Simoni, Augias, Morante, Giordano e alcuni altri. Novità assoluta di questa edizione è “Letterature Off”, una nuova sezione del festival che si svolge in cinque weekend, dal 18/19 maggio al 22/23 giugno, precisamente il venerdì sera e l’intera giornata del sabato, a rotazione in cinque Biblioteche della Capitale (Cornelia, Collina della Pace, Vaccheria Nardi, Ennio Flaiano, Goffredo Mameli) per approfondire, attraverso diverse modalità di animazione culturale, le tematiche trattate nel corso del festival, con focus specifici su scritture di donne, scritture per ragazzi, scritture del e per il territorio.
Il gioco dell’oca degli italiani votati al suicidio
Antonio Tabucchi si impegnò coraggiosamente in battaglie su temi controversi. Ma i suoi scritti politici s’intrecciano con un’etica dalla letteratura animata da un profondo impegno civile. La sua presenza sulla scena pubblica va letta in controluce sulle modalità con cui l’attualità può essere trasfigurata o riflessa nella pagina narrativa. Ricordo qui, per la singolarità dell’impianto, gli interventi raccolti ne L’oca al passo (2006). Più del sottotitolo, Notizie dal buio che stiamo attraversando, è importante la struttura del libro, secondo un percorso circolare come nel “gioco dell’oca”, un tempo popolare in Italia, dove si avanza o si arretra, tirando i dadi, a seconda di quel che si trova nelle singole caselle.
Un gioco dove si gira in tondo, e vince chi ha più fortuna. Ma il titolo, L’oca al passo, allude anche al “passo dell’oca”, di casa in Italia durante il fascismo, e dunque al “fantasma del fascismo eterno” che Pasolini denunciava come un vizio insanabile della società italiana. L’oca al passo è l’italiano che, nella spirale del gioco dell’oca, non solo non riesce ad avanzare ma va indietro, ricadendo, forse senza saperlo, in una qualche forma di fascismo mascherato.
Sulla copertina de L’oca al passo, però, il tuffo nel vuoto di Yves Klein ricorda la poetica del vuoto di quell’artista, da contrapporsi ai rituali della società e del mercato. Klein appare congelato in volo, nell’atto impossibile di fotografare se stesso mentre sta per sfracellarsi sull’asfalto; ma rispetto alla disperazione che pervade ogni pagina del libro la sua copertina dichiara una vocazione al suicidio: non di Tabucchi, ma dell’Italia. Questo libro iper-italiano ha dunque una copertina francese; eppure incrocia, come spesso in Tabucchi, una sua pagina tutta portoghese: “Il vuoto è un’attrazione principe per gli spiriti in fuga”, e “la vocazione elettiva di Lisbona è il salto”. “Questa bellissima città mette a disposizione del volenteroso una gamma di salti come nessun’altra città europea. E il luogo indiscutibilmente più consono al salto è il Cristo-Re sulla riva del Tago. Quel Cristo è l’immagine di un plongeur, le sue braccia sono spalancate su un trampolino dal quale è pronto a buttarsi”.
Caratteristica dei grandi scrittori, per Tabucchi, è capire poco del proprio tempo, elaborare una “comprensione ritardata” o “anticipata”. Forse perché hanno sbagliato secolo. Henry James meritava di nascere dopo, in pieno Novecento, Gadda si sarebbe sentito a suo agio un secolo prima. Eppure la “comprensione ritardata” di Gadda innesca, come la “comprensione anticipata” di Pasolini, un enorme potenziale creativo.
È inquietante, perché infonde nel lettore l’inquietudine dello scrittore. È sovversiva, perché trasmette il contagio del dubbio, scuote le certezze, interroga le emozioni. Gadda, dice Tabucchi, indirizzava a se stesso invettive senza fine, perché la sua “comprensione ritardata” non riusciva a perdonarsela. Ma senza tale inquietudine non avremmo La cognizione del dolore. Lo scrittore (Pasolini, Gadda o Tabucchi) è il capro espiatorio della storia, ne porta il peso. Si mette sull’altare sacrificale, e dona ai lettori la propria inquietudine. Parlando di Gadda, Antonio Tabucchi parlava di sé.
Ma la missione dello scrittore sarebbe compiuta se riuscisse a trasmettere ai lettori la propria inquietudine, trasformando la “maggioranza silenziosa” in una “maggioranza pericolosa”.
È il titolo di un articolo di Tabucchi sull’Unità, il giornale fondato da Gramsci e chiuso da Renzi (un’istruttiva storia italiana): Tabucchi vi proponeva un ideale di scrittore come interprete delle inquietudini del suo tempo, a cui spetta la missione impossibile di raccogliere sotto un solo sguardo i problemi del presente, l’eredità del passato, un progetto di futuro. Ma lo scrittore non ha risposte da offrire.
Può, come davanti a un mosaico, leggere il disegno dell’insieme pur riconoscendo in ogni tessera una qualche domanda. Può tradurre in racconto quelle domande, sotto il segno di un’inquietudine interiore che rispecchia quella del nostro tempo: e può suggerire, con un dispositivo narrativo di personaggi, situazioni, trame, che tutte quelle domande vanno lette insieme.
Compongono un dubbio di fondo sulla forma della società, sul futuro dell’Europa, sulle regole della politica, sul rapporto fra etica e responsabilità.
Perciò i personaggi dei racconti di Tabucchi e i politici di cui scrive sono ugualmente funzionali al suo progetto di usare la letteratura per interpellare le coscienze. Nell’Oca al passo, egli scrive che “i personaggi che abitano questo libro sono tutti chiamati con nome e cognome. Ma, a loro modo, essi sono portatori di letteratura, perché incarnano caratteri, interpretano ruoli immutabili, sono attori di se stessi, si tramandano la maschera da tempi immemorabili”. Vero. Ma è vero anche il contrario: i personaggi fittizi inventati da Tabucchi agiscono sullo stesso gran teatro del mondo, indossano le stesse maschere. Sono, a loro modo, perfino più veri delle persone in carne e ossa.
Perché tempo e spazio per Tabucchi si intrecciano con ritmo incalzante. Il tempo lineare fa posto a un tempo frammentato (a un mosaico). E, anche se per nostra sfortuna egli non c’è più, le sue parole più severe sono rivolte anche al nostro tempo. Crescono anzi di vigore. Ci riguardano da vicino.
“Avevo torto” e il premier se ne va
Sventolano i tricolori armeni. È il giorno delle bandiere a Erevan. Il primo ministro Sargysian si è dimesso. La “rivoluzione di velluto” ha vinto ma non si ferma. L’Armenia non è andata a dormire ieri notte: la primavera è arrivata, piazza della Repubblica è piena, il Caucaso del sud è in festa.
Gli urlavano “Serzh, vattene!” e lui, prima presidente per dieci anni, poi primo ministro dopo una riforma costituzionale ad personam per mantenere il potere – approvata con un referendum nel 2015 – si è fatto da parte. “Nikol Pashinyan ha ragione, io torto”: con queste parole ha rassegnato le dimissioni l’ormai ex premier Serzh Sargsyan, in cima alla piramide del potere da quando la Repubblica era ancora sovietica. In Parlamento alle spalle aveva il partito repubblicano e quasi nessun avversario. L’opposizione reale era per le strade. “Questa crisi richiede soluzioni, ma io non ne prenderò nessuna, lascio la carica”; l’aveva ottenuta lo scorso 9 aprile. Da allora le proteste degli armeni sono andate avanti, contro la corruzione, la cattiva gestione dell’economia, l’abuso di potere del premier, per dieci giorni di fila. All’undicesimo la voce della piazza è diventata più alta di quella dell’uomo più potente del paese. Il leader dell’opposizione, Nikol Pashinyan fino a ieri contava le sbarre della cella in cui era stato rinchiuso domenica scorsa.
Oggi è il volto della “rivoluzione di velluto”, da lui stesso annunciata pochi giorni fa. Dopo un dibattito in tv con il premier durato solo tre minuti, era finito in prigione per aver commesso “atti pericolosi contro la società”. Di fronte al primo ministro c’era un uomo in maglia mimetica, la mano rotta avvolta nelle bende bianche, un cappellino nero. Un uomo alle cui spalle però c’era la piazza, che ha occupato tutte le strade della città quando è stato ammanettato.
Dalle lacrime per i gas sparati per disperdere i manifestanti, a quelle di gioia. Centinaia di soldati che dovevano reprimere la protesta si sono uniti alla folla. Gli scudi che dovevano levarsi per fermare il popolo in marcia verso il Parlamento alla fine si sono abbassati. Insieme ai soldati, i preti. Poi vecchi e giovani. L’Armenia si è riunita quando Serzh ha augurato “pace ed armonia” al paese, ha chiuso la porta della politica e se n’è andato, dice, per sempre.
Quando si fa buio a Erevan i led degli smartphone nei pugni chiusi illuminano la notte, fuochi d’artificio brillano sulle teste di chi non vuole più tornare a casa.
È una disobbedienza civile che urla incredula di felicità da nord a sud, in una nazione di tre milioni di persone, dove le piazze delle più grandi città adesso sono piene. Si alternano membri dell’opposizione sul palco della Capitale, che presto rimarrà vuoto, come l’incarico di primo ministro.
Salah, “antipasto” belga: condannato a vent’anni
La prima sentenza contro Salah Abdeslam, 28 anni, francese di origini marocchine, chiude uno dei capitoli giudiziari collaterali degli attentati di Parigi del novembre 2015.
Il jihadista, che si era dato alla fuga dopo aver partecipato alla strage del Bataclan e nei caffè di Parigi, è stato condannato ieri a 20 anni di carcere per tentato omicidio con l’aggravante del terrorismo, e possesso illegale di armi da guerra.
Il Tribunale di Bruxelles non gli ha concesso nessuna attenuante e ha confermato il massimo della pena richiesto dalla pubblica accusa. Il processo, che era iniziato i primi di febbraio, riguardava dunque uno degli episodi accaduti a margine degli attacchi di Parigi, in cui hanno perso la vita 130 persone. Per il processo sulle stragi, su cui gli inquirenti stanno ancora indagando, bisognerà ancora aspettare, almeno il 2020. Quella sera del 13 novembre, Abdeslam, ancora in vita perché sembra che la sua cintura da kamikaze imbottita di esplosivi non abbia funzionato, era riuscito a superare i controlli della polizia e a raggiungere il Belgio in automobile.
Il 15 marzo 2016, durante la sua lunga latitanza a Bruxelles, le forze d’élite della polizia belga lo sorpresero nel suo covo della rue du Dries, nel quartiere di Forest, insieme con due complici.
Ne era seguito uno scontro a fuoco in cui 4 agenti rimasero feriti. Abdeslam e Sofiane Ayari, jihadista tunisino di 24 anni, riuscirono a fuggire. L’altro, Mohamed Belkaid, algerino di 35 anni, fu colpito a morte mentre col fucile in mano copriva la fuga degli altri due attraverso i tetti.
Abdeslam fu arrestato tre giorni dopo, il 18 marzo, in un appartamento poco lontano, a Molenbeek, il quartiere popolare dove l’estremista islamico aveva avuto un passato da delinquente ordinario, prima di radicalizzarsi.
L’arresto del jihadista fece precipitare gli eventi in Belgio e il 22 marzo un nuovo attentato kamikaze colpì l’aeroporto di Bruxelles, facendo 32 vittime. Da allora Salah Abdeslam è detenuto in una cella di isolamento nel carcere di Fleury-Mérogis, nella regione di Parigi, e stando al suo avvocato, Sven Mary, è lì che dovrebbe restare anche dopo la condanna del tribunale belga.
Mary si riserva inoltre la possibilità di ricorrere in appello. Abdeslam si è trincerato nel silenzio sin dal suo arresto, anzi, la sua radicalizzazione si sarebbe accentuata in prigione. Alla lettura della sentenza di 88 pagine, il terrorista non era presente. L’imputato ha accettato di presentarsi in tribunale una sola volta, alla prima udienza. Era stato trasportato al palazzo di Giustizia di Bruxelles durante la notte, in elicottero. Non ci era andato per spiegarsi o per rispondere alle domande dei magistrati, ma per difendere la sua causa: “Condannatemi pure, solo Allah potrà giudicarmi”, aveva detto, scortato da agenti di polizia anche in aula.
Anche Ayari, che era a processo per la stessa sparatoria ed è rinchiuso in una prigione belga, è stato condannato a 20 anni di reclusione. Il movente terrorista è “incontestabile”, hanno scritto i giudici. I due “erano galvanizzati dall’ideologia salafita” e “hanno dimostrato un totale disprezzo per la vita altrui”, ha detto il presidente del tribunale, Marie-France Keutgen. Nel covo di Forest la polizia trovò delle lettere che Abdeslam aveva scritto per la sua famiglia e di cui il magistrato ha letto alcuni passaggi.
Il jihadista nelle missive si definiva un “combattente” dell’Islam: “Allah ci impone di combattere – era scritto – quando i musulmani sono umiliati”.
“Alfie è italiano”: corsa a ostacoli per salvargli la vita
La tragedia del piccolo Alfie Evans ora rischia di trasformarsi in un caso diplomatico tra Regno Unito e Italia. Perché da ieri il bambino è cittadino italiano.
La decisione di concedergli la cittadinanza è dei ministri degli Esteri, Angelino Alfano, e dell’Interno, Marco Minniti, che in una nota auspicano “che l’essere cittadino italiano permetta al bambino l’immediato trasferimento in Italia”.
Alfie è il piccolo di 23 mesi affetto da una malattia neurologica sconosciuta ricoverato all’ospedale pediatrico di Liverpool Alder Hey’s. Per lui varie Corti hanno preso atto dei diversi pareri medici che hanno stabilito l’impossibilità del bambino di sopravvivere alla malattia, decidendo di staccare la spina dei macchinari che lo tengono in vita.
Una storia tragica, che devasta la vita dei giovanissimi genitori di Alfie, Tom e Kate, mobilita gruppi di opinione e movimenti che si oppongono alla eutanasia, e che ha innescato una lunga battaglia legale arrivata fino alla Corte europea dei diritti umani, che ieri ha comunicato di non voler interferire nella vicenda. Ma sempre nella giornata di ieri la decisione della direzione dell’ospedale pediatrico di sospendere e rinviare di qualche ora l’operazione di spegnere i macchinari che tengono in vita il bambino, ha scatenato altre proteste e nuovi ricorsi legali.
I medici non possono decidere, è la tesi degli avvocati, devono tornare davanti al giudice, per l’esecutività della sentenza non basta la sola autorità dell’Ospedale.
In serata nuovo colpo di scena, Anthony Hayden, il giudice della Corte di Appello britannica che nei giorni scorsi ha firmato il verdetto che autorizza i medici a staccare la spina al bambino, ha deciso di aspettare ancora qualche ora per avere un confronto “urgente” con i legali italiani che assistono la famiglia Evans.
Evidentemente a rendere più complessa dal punto di vista giuridico la vicenda è il fatto che da ieri il piccolo Alfie è a tutti gli effetti cittadino italiano.
Il padre lo aveva detto: “Ora mio figlio appartiene all’Italia, attendiamo che il ministro degli Esteri italiano chiami Boris Johnson”.
Il padre del piccolo “si è immediatamente rivolto alla Corte con la richiesta di permettere al governo italiano di intervenire nel caso per rappresentare il proprio cittadino e garantirne il ritorno in Italia”, ha spiegato il Christian Legal Center.
Sempre ieri, Mariella Henoc, presidente dell’Ospedale Bambin Gesù, che si è offerto di assistere e curare il bambino, è stata a Liverpool, ma le autorità sanitarie dell’ospedale si sono rifiutate di riceverla.
“Sono stata in sala d’attesa con i genitori, l’ospedale non mi ha ricevuta. Ero davanti alla sala di rianimazione, i medici facevano avanti e indietro ma nessuno mi ha parlato. Io sono andata a Liverpool per portare la vicinanza del Papa (che ieri sera ha rinnovato l’appello alla vita del piccolo, ndr) la mia solidarietà e quella di tante mamme, ma anche per vedere se era possibile aprire un dialogo. Non si può fare altro”.
Per Maria Pia Garavaglia, vicepresidente del Comitato Nazionale di Bioetica, “i genitori di Alfie ora sono liberi di decidere per lui. Perché adesso è un cittadino italiano e in Italia, per quanto riguarda i minori, le scelte sulla prosecuzione o meno delle terapie le prende chi ha la potestà genitoriale. Abbiamo una legge esplicita sul fine vita ed è evidente che, con l’acquisizione della cittadinanza italiana, si applicherà quella”.
Questo caso “ha reso evidente che in Gran Bretagna manca una legge come la nostra, che serve proprio a evitare discrezionalità nella gestione di situazioni come questa”.
Dall’Italia, in pieno accordo con i legali inglesi della famiglia, sono pronti a partire altri ricorsi all’Unione europea. “Abbiamo identificato un percorso che ci porta a verificare la validità dell’applicazione dell’articolo 265 del trattato di funzionamento dell’Unione europea – dice il professor Stefano Zunarelli dell’Università di Bologna –, secondo noi le decisioni delle autorità britanniche evidenziano una palese violazione del diritto alla libera circolazione degli individui e alla libertà di prestazione di servizi. La concessione della cittadinanza italiana al bambino non fa che rafforzare questa impostazione”.
La stella Cardinale che la nostra tv non fa brillare
Un tempo si dimenticavano i morti, oggi si rimuovono i vivi, così si fa prima. Impossibile spiegare diversamente la latitanza dei media sugli ottant’anni di Claudia Cardinale caduti il 15 aprile, celebrati su quel che resta della carta stampata, ma quasi ignorati da cinema e tv (con l’eccezione di Iris), non pervenuti in Rete, quella che si entusiasma per il pannolino di Leoncino e per il tacco 25 postato da Diletta Leotta. Come si spiega? Forse proprio per lo splendore di quella stella. La luce delle stelle arriva sempre dal passato, ma mai passato fu più luminoso. La Cardinale è l’icona del momento magico del cinema italiano fin da quando girò in contemporanea Il Gattopardo e Otto e 1/2. Da allora la sua sensualità materna ha brillato sia nel fu cinema d’autore (Visconti, Fellini, Ferreri, Germi…), sia nella defunta commedia all’italiana (Gassman, Manfredi, Sordi, Tognazzi…). Perfino Sergio Leone, specializzato in malmostosi cavalieri solitari, per lei fece un’eccezione volendola in C’era una volta in America per la parte di Jill McBain: metà vedova coraggio, metà ex prostituta che al tempo del #MeToo, avrebbe qualche problema (“Se qualcuno ti tocca il sedere, tu fai finta di nulla” le dice il bandito Sentenza. Lei sorride, e seguirà il consiglio). Rimuovere la Cardinale significa rimuovere la grandezza perduta del nostro cinema. Come sempre, l’inconscio va al nocciolo della questione; infatti i media hanno fatto finta di nulla.
Debora, il futuro del Pd e quella macchia renziana
Ognuno ha i suoi modi per elaborare una sconfitta. Il Pd ne ha due. Il primo è frignare, portare via il pallone e sperare che quelli che giocano ancora muoiano tutti. Il secondo è inventare nomi a caso. Matteo Richetti ha creato la corrente “Harambee”, un incitamento che in Kenya sta per “Oh, issa!”. Secondo Richetti, con un nome così, ci sarà la ressa per votare Pd. C’è poi l’associazione Towandadem, che non è una tribù di tardivi nativi americani, ma il grido di battaglia dell’ex senatrice Francesca Puglisi. Towanda fa riferimento alla protagonista di Pomodori verdi fritti alla fermata del treno, “vendicatrice degli oppressori”. L’attrice è quella stessa Kathy Bates famosa per il ruolo, assai rassicurante, della fan violenta di Misery non deve morire: quel che si dice la testimonial giusta. Per la Puglisi il Pd “deve ripartire dalle donne”. Be’, dipende: se la donna è Nilde Iotti okay, se la donna è una Boschi votala tu. E non è colpa mia se le “politiche” renziane son troppo spesso improponibili. La Puglisi ha fatto tre nomi come nuove segretarie Pd. Il primo nome è la Mogherini, che come Lady Pesc (?) in effetti non ha sfigurato. Il secondo è la Pinotti, e qui vien da ridere. Il terzo nome è quello della Serracchiani. Oh, ecco: Debora Serracchiani. Secondo la Puglisi, il Pd dovrebbe ripartire da una che come presidente del Friuli Venezia Giulia ha generato una disillusione tale che domenica prossima Fedriga vincerà con agio e in ciabatte. Che bella idea. Si dirà: la Serracchiani è molto più brava di Renzi. Certo che lo è, ma quello vale per chiunque.
Sarebbe come prendere come metro di paragone Povia nella musica per poi dire: “Il Volo non è male, è meglio di Povia”. Sai che sforzo. Molti pidini aggiungono: “La Serracchiani è alternativa a Renzi e ha pagato la sua opposizione all’ex segretario”. Certo, come no. La Serracchiani, finché le è convenuto, è stata più renziana di Renzi. Nel 2014 era potentissima, in politica come in tivù. Non aveva pietà alcuna di critici e oppositori. Null’altro che una Genny Migliore più minuta, ma anche politicamente ben più “efferata”. C’è stato un tempo (marzo 2009) in cui alla finta tenera Debora bastò un bel discorsetto contro i dirigenti dell’epoca per assurgere a “Obama italiana” (sic) e “Amélie Poulan della politica” (ciao core). Con quel discorsetto ha vissuto di rendita per un po’, facendo il pieno di preferenze alle Europee 2009. Teneva anche un blog sul Fatto. Divenuta potente, si è rivelata poi identica se non peggiore a quei dirigenti che sembrava criticare. Il suo appoggio convinto al renzismo, che fingeva di osteggiare quando ebbe pure lei la fase civatiana, le ha regalato un crollo di consensi e credibilità tanto repentino quanto meritato. Nel maggio 2017 si è raccontata a Vanity Fair: “Per la prima volta arrivo a dire che la politica non è tutta la mia vita, e questo mi fa stare meglio con me stessa e con gli altri”. Nel dicembre 2016 aveva abbandonato piangendo l’aula del Consiglio regionale. “Un giorno, dopo 24 anni insieme (mio marito) mi ha comunicato che se ne andava, che non mi amava più e che si era innamorato di un’altra. Non è stato facile per me, ero sconvolta, anche perché non avevo avuto da lui alcun segnale di crisi, o forse ero io troppo assorbita per accorgermene”.
Questa esperienza l’ha senz’altro cambiata. Forse l’ha fatta persino tornare in sintonia con la sua parte ribelle. Glielo auguriamo. Poiché però persona molto intelligente, i suoi anni da fiancheggiatrice renziana restano tra i più colpevoli, deprimenti e imperdonabili nella storia della Seconda Repubblica.
Una sentenza si rispetta anche se è avversa
Siamo alle solite. Dopo la sentenza della Corte di Assise di Palermo che ha condannato gli ex vertici del Ros Mario Mori, Antonio Subranni, Giuseppe De Donno e Marcello Dell’Utri per essersi fatti interpreti delle richieste della mafia nei confronti dello Stato, la Magistratura è stata investita dalle accuse che sentiamo ripetere da un quarto di secolo, dall’epoca di Mani Pulite: cioè di essere “politicizzata” e niente affatto indipendente come il suo ruolo richiede. Poiché in Italia si sono persi i “fondamentali”, per dirla in gergo calcistico, bisogna sempre ricominciare da capo, dal punto e dalla retta.
Nel diritto moderno lo Stato assume su di sé il monopolio della violenza per evitare l’interminabile filiera delle vendette private (la faida dell’antico diritto germanico). In questo schema la magistratura, secondo la classica divisione dei poteri disegnata da Montesquieu, ha il compito di punire i delitti e di giudicare sulle liti dei privati cittadini. Cioè è chiamata a far rispettare la legge così come nel calcio l’arbitro ha il compito di far rispettare le regole del gioco. Naturalmente si può rifiutare questo schema e porsi al di fuori dello Stato, con ciò combattendolo, come fecero a suo tempo i terroristi delle Brigate Rosse che quando venivano incarcerati si dichiaravano “prigionieri politici”. È una posizione coerente e logica. Totalmente illogico è invece negare la validità delle sentenze della magistratura quando ci sono contrarie e pretenderne la validità quando sono a nostro favore. Cercherò di spiegarmi con un esempio. Anni fa ero in una trasmissione a confronto con Cirino Pomicino che lamentava di aver avuto una ventina di assoluzioni. “Ma lei ha avuto anche due condanne” dissi. “Ah, ma quelle non sono valide” affermò Pomicino. “Ma allora non sono valide nemmeno le sue venti assoluzioni” replicai. E Cirino Pomicino si zittì. Insomma la funzione dell’arbitro va accettata in toto o negata in toto, non può essere valida a giorni alterni.
Le sentenze della magistratura vanno quindi sempre accettate, tenendo naturalmente presente che, sul piano giudiziario, se si è in primo grado, come nel caso del verdetto della Corte di Assise di Palermo, c’è sempre la possibilità del ricorso in Appello e infine in Cassazione.
Ma se le sentenze vanno accettate per quello che dicono, non vanno nemmeno interpretate a nostro gusto per quello che non dicono. E la Corte di Assise di Palermo non ha sentenziato che Berlusconi, nella sua qualità di presidente del Consiglio, si sia attivato per favorire i desiderata della mafia. E infatti non è stato incriminato per questo, come non sono stati incriminati i suoi predecessori Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi. È scorretto attribuire a Berlusconi una responsabilità che la magistratura non ha accertato e inoltre offrirgli la possibilità, questa volta con qualche ragione, di fare la vittima. Di Berlusconi ci basta e avanza quello che sappiamo con certezza (la certezza giudiziaria): che è stato condannato in via definitiva per una colossale evasione fiscale e definito dai Tribunali della Repubblica un “delinquente naturale”.
Trattativa, lo Stato ora non ha scuse
In un (fortunatamente breve) periodo buio e turbolento della storia costituzionale inglese, tra il XVI e il XVII secolo, il giurista Edward Coke, presidente del più alto organo giurisdizionale del tempo, la King’s Bench, fu destituito dalla carica per una congiura di Palazzo ordita dal suo arcinemico, il Cancelliere del Re, Lord Ellesmere. Questi rimproverava al primo, su istigazione reale, di aver contrastato con la sua coraggiosa opera di difesa dell’indipendenza dell’ordine giudiziario dalle sovrane interferenze, l’idea, dominante, secondo cui “rex est lex” affermando l’opposto principio per il quale “The King is not above the law”, ossia quello – poi posto dal padre del costituzionalismo inglese, Albert Venn Dicey, a fondamento della teoria della rule of law – del pari assoggettamento alla legge di tutti i cittadini, indipendentemente dal rango istituzionale o dalla titolarità di funzioni o poteri pubblici.
La lezione di Coke, letta nella sua traduzione attuale equivale a dire che la soggezione alla legge non si esprime solo mediante la regola della eguaglianza individuale, ma implica come necessario postulato quello della sottoposizione a giudizio, al fine dell’insopprimibile controllo di legalità, dell’operato, sia a livello soggettivo che delle organizzazioni istituzionali, dei poteri statali. E ciò nel preciso senso dell’inconfigurabilità perfino teorica di aree di immunità, individuale o collettiva, che valgano a preservare gli autori di condotte antigiuridiche dal rischio dell’affermazione di ogni possibile forma di responsabilità. L’ulteriore corollario di questa architettura di equilibrio tra poteri statali è quello, ancora oggi incrollabile nell’esperienza giuridica inglese (come dimostra la sentenza del gennaio 2017 della Supreme Court che ha dichiarato illegittimo il tentativo del primo ministro Theresa May di sottrarre al voto parlamentare il disegno di legge governativo abrogativo della legge del 1972 prevedente l’ingresso del Regno Unito nell’allora Comunità europea), che esclude dal circuito delle possibilità giuridicamente praticabili l’ipotesi della “ragion di Stato” come esimente non solo da qualsivoglia forma di responsabilità ma perfino dalla verifica della sua concreta ricorrenza attraverso le ineliminabili attività d’indagine. E infatti, nessuna ragione politica può prevalere su quella giuridica, consistente nel primato della legge e nell’intimo significato effettuale di tale principio identificabile nell’eguaglianza, senza discriminazioni discendenti dall’esercizio di poteri pubblici, di ogni appartenente alla comunità nazionale.
Di certo la Costituzione italiana né è rimasta insensibile all’insegnamento del common law, né ha mancato di esplicitare in forma precettiva il principio dell’eguaglianza sociale e individuale come presidio della Repubblica.
È altrettanto certo, tuttavia, che specifiche, contingenti e spesso manifeste contraddizioni a questa base fondativa del senso stesso di “corpo sociale” abbiano talvolta preso il sopravvento, pretendendo di imporsi sulla rule of law: il mantello di copertura è stato proprio quello della “ragion di Stato”, indicibile nel suo oggetto e imperscrutabile (o, forse, fin troppo facilmente intellegibile) nei suoi reconditi fini, tracce e sintomi dei quali potrebbero fortuitamente trovare testimonianza nell’improba opera di utili scrivani. La recente reinterpretazione dell’epistolario di Aldo Moro durante la cattività, e la irriducibile opposizione della maggioranza politica del tempo a salvarne la vita pur di salvare se stessa dall’incombente estinzione, dimostrano come la tecnica di insignirsi del fregio di custodi di quella ragione da parte dei detentori di cariche pubbliche sia quasi connaturale alla prepotente conservazione del potere.
La sentenza della Corte d’Assise di Palermo dei giorni scorsi, conseguente, e confermativa di un atto di accusa raccolto attorno all’idea che lo Stato possa, mercè l’opera di suoi sleali rappresentanti, cercare di fagocitare se stesso (proiettandosi nella medesima vicenda come carnefice e vittima al tempo stesso, ossia attentando alla propria integrità e contestualmente patendone gli effetti), pretendendo l’esonero dalle conseguenze prodotte dall’accertamento processuale costituisce l’incarnazione coraggiosa della dottrina di Coke e rinfranca tutti i cittadini italiani, soprattutto i più giovani, circa la realizzabilità del desiderio di una nuova stagione dell’amministrazione del potere pubblico solo obbediente alla legge, al bene comune e del tutto indifferente agli interessi e ai profitti spregiudicati e insaziabili di singoli o di gruppi d’impresa o consorziati per la per l’osservanza di giuramenti inviolabili.
Parte essenziale di questa stagione, in cui auspicabilmente cammineranno mano nella mano aspirazione alla conoscenza piena della verità circa la storia italiana dell’ultimo quarto di secolo e protensione della magistratura ad assecondarla, non può che essere la ripulsa della deleteria nozione che vuole in ogni caso tutelate e immuni le condotte singole o riferibili a interi apparati statali poste in essere a difesa di un preteso interesse collettivo, insondabile, incontrollabile, unilateralmente determinato, inaccessibile ai cittadini. E allora, onore a tutte le persone intemerate e indipendenti che, esercitando rischiosamente nel tempo distinti Uffici, hanno, a dispetto delle contrarie opinioni di sacerdoti e vestali della res publica contribuito a scrivere questa illustre pagina di democrazia del diritto: non meritano isolamento ma tributo di riconoscenza.
Da questi valori ideali la temperie politica che sta per aprirsi e i suoi nuovi protagonisti non dovranno mai prescindere poiché dovranno assumere il passato come viatico del futuro.
Mail box
Quando si tratta di bullismo sanzione anche per i genitori
La cronaca continua ad offrirci episodi di bullismo o di “semplice” maleducazione e aggressività nei confronti di altri nel tentativo di sottometterli.
È di questi giorni la notizia di ragazzini che cercano di intimidire insegnanti al fine di acquisire voti immeritati. La domanda che sorge spontanea è: dove sono i genitori? Se è vero che il “mestiere” di genitore è tra i più difficili, soprattutto quando i giovani cominciano a frequentare ambienti esterni alla famiglia, è pur vero che l’educazione e il rispetto per chi lavora va insegnato prima, quando i figli sono piccoli e vivono prevalentemente in casa. I genitori che non vogliono vaccinare i propri figli secondo la Lorenzin vanno severamente multati perché potrebbero arrecare danno agli altri, ma i genitori degli aspiranti farabutti invece no? Tali giovanissimi bellimbusti non danneggiano nessuno? Oltre a tutto l’esempio miserevole che offrono ai coetanei è assolutamente deleterio. I ragazzi che hanno minacciato un professore sono stati finalmente bocciati (il che mi sembrerebbe il minimo), ma non mi risulta venga preso alcun provvedimento nei confronti di genitori che dovrebbero rispondere dei figli fino al raggiungimento della maggiore età.
Domanda: non dovrebbero essere pesantemente sanzionati anche loro visto che evidentemente non sono stati in grado di insegnare l’educazione e soprattutto il rispetto nei confronti di chi cerca di svolgere il proprio lavoro?
Albarosa Raimondi
Orgoglioso del mio giornale che non ha padroni
A chi, come me, legge il Fatto da quando uscì per la prima volta in edicola il 23 settembre 2009, la sentenza dei giudici di Palermo sulla trattativa Stato-mafia ha procurato una doppia soddisfazione: la prima, ovviamente, per quanto stabilito sul piano giudiziario, la seconda perché mi inorgoglisce vedere scritto nero su bianco quanto il “mio” giornale e il suo direttore, Marco Travaglio, hanno sempre detto, quasi in beata solitudine, tramite articoli, libri e spettacoli teatrali.
E non lo hanno sostenuto in virtù di qualche posizionamento politico, di destra o di sinistra, a favore o contro questo o quel governo, ma semplicemente facendo quello che i giornalisti dovrebbero fare sempre: informare, raccontare i fatti, pubblicare notizie.
Soprattutto quando fatti e notizie riguardano i potenti di turno, quando tutti o quasi preferiscono non esporsi, non rischiare o, peggio, pubblicare solo le “veline” di chi li comanda.
Il Fatto fa bene a ricordare quotidianamente che “Non riceve alcun finanziamento pubblico”, a differenza di quasi tutti i giornaletti e giornaloni in circolazione; ma dovrebbe anche scrivere “Non ha padroni”, per rimarcare la propria incoercibile libertà.
Sergio Cappellini
Il rapporto con la mafia e l’ipocrisia dell’informazione
Tommaso Rodano, nell’articolo uscito sul Fatto Quotidiano domenica, parla di rimozione e ironia da parte dei giornali di destra in merito al processo sulla trattativa Stato-mafia.
Per quanto riguarda la Rai e la stampa “indipendente” userei il termine ipocrisia. Ancora venerdì, prima che fosse resa nota la sentenza, il giornale radio faceva riferimento alla “presunta” trattativa. Il dizionario dà questa definizione di presunto: “supposto, ritenuto tale, in base a congetture, impressioni, indizi e simili”. Mi associo ai tanti cittadini che hanno espresso gratitudine ai magistrati per il loro lavoro in nome della verità e della giustizia e ai giornalisti del Fatto, Marco Travaglio in testa, che hanno continuato a informare su questo processo irriso e osteggiato.
Maria Antonia Trezza
L’Italia dignitosa e orgogliosa rappresentata dai magistrati
Va detto che esiste veramente un’Italia dignitosa e orgogliosa, rappresentata, un po’ a sorpresa (per la verità) da una magistratura con la schiena diritta che ha saputo sollevare il coperchio sulle trattative Stato-Mafia. In un paese normale chi stava vicino alle stesse si autosospenderebbe, liberando finalmente l’Italia di un bravaccio ormai penoso. Non si capiscono i giornali che umiliano la legge, arrampicandosi sui vetri senza la capacità dei ragni. Una legione di parassiti si vede togliere la rete di protezione, dimostrando, senza di essa, il loro disvalore, la loro imbarazzante pochezza. Non c’è bisogno di gente del genere. Questi magistrati hanno dimostrato che se ne può fare veramente a meno a patto che l’etica ritrovi interamente il suo abito. Sicuramente più bravi gli elettori che hanno messo all’angolo i piazzisti, venditori di caramelle succhiate mille volte.
Dario Lodi
Stiamo attenti ad appoggiare l’America in tutto e per tutto
Mi domando davvero cosa ce ne facciamo di un’America in cui nessuno ammette di avere eletto Trump. Oltre che di un’America che permette il genocidio palestinese e la fine ingiustificata di tanti capi esteri che la ostacolavano o criticavano la sua politica. Facendoci pensare che prima o poi potrebbe capitare a noi se cercassimo davvero di smettere di privilegiare la ricchezza e il profitto dei già ricchi.
Anton Rocha