La scuola delle competenze che lascia indietro contenuti umani fondamentali

”Prof. si guardi le spalle”. Era il 2007 e la frase era diretta a me, in un istituto superiore del Trentino. Gli allarmi sul bullismo a scuola c’erano già tutti. I telefoni cellulari immortalavano anche allora scene di protervia e di umiliazione, ma sono passati molti anni e tutto è cambiato. In peggio. La scuola, e con essa il popolo silente e abbacchiato che vi lavora ogni giorno, è stata oggetto di molte riforme, fra le più dissennate e meno lungimiranti di questa opaca stagione politica. Sulla pelle degli studenti sono state avanzate pretese formative infinite, nelle aule si sono succeduti esperti di ogni tipo, progettate attività molteplici. La scuola serve, sempre più negli anni, a tamponare l’assenza di famiglie impegnate nel lavoro. Ancora oggi rabbrividisco quando sento – ed è frequente – che si debba fare in modo che i ragazzi “imparino a imparare”. Perché mi illudo ancora (da vecchia insegnante testarda) che la scuola debba insegnare a riflettere, a crescere, a maturare un pensiero critico. Ecco perché è fondamentale trasmettere contenuti chiari. Se assimilati e compresi, diventeranno patrimonio dell’individuo, oggi ragazzo, adulto di domani.

Giovanna Giugni

 

Gentile Giovanna,la sua riflessione rappresenta la posizione della stragrande maggioranza di quel silente e abbacchiato “popolo” che anima e fa vivere la scuola italiana, fatta di docenti pagati troppo poco per le responsabilità che hanno, spesso non riconosciute dai genitori per mera ignoranza. A questo si somma la pretesa di non insegnare più ai ragazzi i contenuti, ma solo il metodo per reperirli. Sacrosanto. Peccato che senza contenuti non esista l’humus per esercitare riflessione e pensiero critico. E senza pensiero critico, come si può pretendere che un ragazzo capisca la differenza tra giusto e sbagliato o preveda le conseguenze del minacciare un insegnante? La scuola delle competenze è stata una delle riforme più contestate, aggravata dal vuoto di valori, rispetto e disciplina che – evidentemente – è sempre maggiore anche in famiglia. Da studentessa ho sempre percepito nel sistema scolastico e nelle fila degli intellettuali italiani un progressivo svuotamento di spessore: morale, culturale, umano. Tutti comunicano, ma raramente si capisce bene cosa. Come la scuola, che rischia di diventare pura forma, lasciando indietro la sostanza.

Virginia Della Sala

Inpgi, resa dei conti sul bilancio chiuso in forte rosso

Per l’Inpgi,l’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani, si preannuncia oggi un Consiglio generale infuocato. Convocati questa mattina per la consueta approvazione del bilancio, i lavori del “parlamentino” dell’Ente di previdenza dei giornalisti italiani arrivano sullo strascico delle polemiche sollevate dalla preoccupata relazione presentata dalla presidente Marina Macelloni all’ultimo consiglio di amministrazione del 19 aprile scorso. I conti dell’istituto confermano un quadro drammatico. Le annotazioni finali del collegio sindacale ricordano che il disavanzo 2017 ha superato ormai i 134 milioni, quasi 30 milioni in più dell’anno precedente. L’allarmante consuntivo dell’ultimo esercizio contabile è il risultato di un trend di costante peggioramento, che la riforma varata per chiudere la falla tra entrate e uscite e il processo di dismissione del patrimonio immobiliare, rimasto ben al di sotto dei risultati sperati, non sono riusciti ancora a invertire. Si tratta, fanno notare i consiglieri della minoranza di “Inpgi futuro”, del peggior bilancio nella storia dell’Istituto che si chiude in passivo per il settimo anno consecutivo.

Tim, sfida Vivendi-Elliott rinviata al 4 maggio

L’assemblea degli azionisti di Tim (Telecom Italia) oggi voterà solo il bilancio 2017. La sfida sul controllo della società è rinviata al 4 maggio, quando una nuova assemblea dovrà eleggere il nuovo consiglio d’amministrazione dopo la decadenza di quello attuale in seguito alle dimissioni della maggioranza dei suoi membri.

Il giudice civile di Milano Elena Riva Crugnola ha accolto infatti il ricorso presentato dal cda di Tim e dal primo azionista, la francese Vivendi. La partita giudiziaria, poco rilevante per i destini dell’azienda e destinata a fare contenti soprattutto gli avvocati, è stata innescata dalla richiesta del fondo americano Elliott di integrare l’ordine del giorno dell’assemblea di oggi con la proposta di revoca e sostituzione di sei consiglieri eletti da Vivendi, a partire dal presidente Arnaud de Puyfontaine. Gli uomini del finanziere bretore Vincent Bolloré hanno reagito facendo dimettere otto consiglieri, la metà più uno dei 15 in carica, e provocando l’automatica decadenza di tutto il consiglio, che ha convocato l’assemblea del 4 maggio per l’elezione del nuovo organo.

È stato il collegio sindacale a imporre al cda di lasciare nell’ordine del giorno dell’assemblea convocata per questa mattina a Milano le proposte di Elliott. Contro la decisione del collegio sindacale è stato fatto il ricorso al tribunale di Milano che ha dato ragione alla società e al suo primo azionista: secondo il giudice non c’è ragione di mettere in votazione la revoca di consiglieri già dimissionari. Elliott potrà giocare le sue carte per il rinnovamento dei vertici di Tim tra dieci giorni. L’assemblea di oggi si limiterà all’approvazione del bilancio e alle altre deliberazioni tecniche che di norma l’accompagnano.

Per Vivendi quella di ieri è una vittoria di tappa che non sposta di molto i termini della contesa. Il 4 maggio gli azionisti dovranno scegliere tra due liste con dieci nomi presentate dai due contendenti: chi vince si prende dieci posti in cda, chi perde piazza cinque consiglieri di minoranza. Vivendi si presenterà con il 23,9 per cento delle azioni, Elliott con circa il 9 per cento a cui va aggiunto il 4,26 per cento della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) scesa in campo su ordine del governo.

Tra i due schieramenti c’è una distanza del 10 per cento, ma l’esito verrà deciso dai fondi d’investimento che partecipano in genere alle assemblee di Tim con circa il 30 per cento totale. Sulla carta la soluzione Elliott sembra favorita visto che l’Assogestioni (associazione dei fondi comuni) ha preso l’inedita decisione di non presentare una sua lista e ha espresso preferenza per le proposte di Elliott e del governo. La strategia di Elliott è caratterizzata dall’accento posto sul disegno di scorporare la rete telefonica dalle attività di servizio e di unirla alla nuova rete pubblica in fibra ottica di Open Fiber (50 percento Enel, 50 per cento Cdp).

Comunque vada il voto del 4 maggio l’amministratore delegato Amos Genish sarà rieletto in cda. Finora ha dato segnali di disponibilità a continuare il suo lavoro con qualsiasi azionariato.

Nel 2017 i derivati sono costati all’Italia altri 5,4 miliardi

I derivati presentano un nuovo conto allo Stato italiano. Nel 2017 sono costati altri 5,4 miliardi. Sono i dati che ieri si potevano ricavare dalle tabelle allegate alla comunicazione Istat inviata a Bruxelles ai fini della procedura per deficit eccessivi. Tutti esborsi di cassa che – ha rilevato lo statistico Franco Mostacci – impattano sul debito pubblico.

Quello sui derivati è un salasso che dura da tempo e non sembra destinato a chiudersi a breve. Il loro valore di mercato è negativo per 31 miliardi (potenziali perdite future). Usati dal Tesoro per coprirsi da un rialzo dei tassi che non si è verificato, hanno avuto, tra 2013 e 2016, un impatto negativo sul bilancio pubblico di 24 miliardi. Dal 2006 a oggi, il salasso ammonta a 41,6 miliardi, cifra che ha azzerato il beneficio del calo del costo del debito pubblico causato dal programma di acquisto di titoli di Stato della Bce (il Quantitative easing). L’unica nota positiva è che la spesa è calata rispetto al 2016, quando l’impatto negativo è stato di 8 miliardi. Una discesa dovuta anche alla diminuzione del “nozionale”, l’ammontare di titoli sovrani su cui il Tesoro ha sottoscritto derivati. A fine 2016 era di 145,9 miliardi, in calo dai 153,8 del 2015 ed è probabile che la discesa sia continuata anche nel 2017.

Se ci si assicura da un evento avverso, e questo si verifica, è normale pagarne il prezzo, ma l’Italia è l’unico Paese dell’Eurozona ad averci rimesso così tanto. A pesare sono state anche le clausole di estinzione anticipata garantite alle banche controparti, che le hanno esercitate. Nel 2016 sono costate quasi 2 miliardi. Tra fine 2011 e inizio 2012 il Tesoro ha pagato 3,1 miliardi alla banca Morgan Stanley che aveva deciso di esercitarne una. La banca e i dirigenti del Tesoro che gestirono quei contratti sono a processo davanti alla Corte dei conti per danno erariale.

La Ue indaga per aiuto di Stato sul prestito pubblico ad Alitalia

Nella crisi Alitalia ci mancava solo Bruxelles. Ieri la Commissione europea ha aperto un’indagine “approfondita” per valutare se il prestito ponte di 900 milioni che l’Italia ha concesso alla compagnia costituisca un aiuto di Stato illegale. “È compito nostro – ha spiegato la commissaria per la Concorrenza Margrethe Vestager – garantire che i prestiti che gli Stati concedono alle imprese rispettino le norme sugli aiuti di Stato. Verificheremo se questo è il caso”. Se così fosse, l’Italia dovrebbe recuperare quei soldi.

Le premesse non sono buone. Bruxelles “al momento è del parere che il prestito potrebbe costituire un aiuto di Stato”, ha spiegato ieri in una nota. Teme che “la durata del prestito, che va da maggio 2017 fino almeno a dicembre 2018, superi la durata massima di sei mesi prevista dagli orientamenti per i prestiti di salvataggio”, e che l’aiuto non si limiti al minimo indispensabile.

La novità aggrava una situazione già delicata. Alitalia è finita in amministrazione straordinaria ad aprile 2017, quando i lavoratori hanno bocciato l’ennesimo piano lacrime e sangue proposto dai nuovi padroni, gli arabi di Etihad, la cui gestione ha portato la compagnia al dissesto. A maggio il governo ha nominato i commissari e prestato ad Alitalia 600 milioni per farla stare in piedi assicurando che c’era l’ok di Bruxelles. L’Ue ha confermato, specificando che se il prestito è “a condizioni di mercato” non servono autorizzazioni. Poi a ottobre, con la vendita in stallo, l’esecutivo ha aggiunto altri 300 milioni, portando il prestito a 900 totali e ha notificato la novità a Bruxelles a gennaio scorso.

A pesare sul possibile epilogo ci sono anche altri fattori. A Bruxelles le decisioni delicate sono politiche e risentono del peso negoziale del Paese a Bruxelles. Quello dell’Italia, già ai minimi termini, è oggi minato dall’assenza di un governo nel pieno delle funzioni. Le autorità italiane hanno già potuto verificare la severità della Vestager – e del responsabile per gli aiuti di Stato, l’olandese Gert-Jan Koopman – nelle crisi bancarie. Già nel 2008 la Commissione, per bocca del commissario ai Trasporti Antonio Tajani bollò come aiuto di Stato illegale il prestito di 300 milioni del governo Berlusconi per traghettare l’Alitalia fallita nelle mani dei Capitani coraggiosi di Roberto Colaninno. I soldi, finiti nel calderone della liquidazione, non sono stati mai recuperati. Il governo dovrà dimostrare che prestare 900 milioni a un tasso del 10% a un’impresa insolvente come Alitalia non violi le burocratiche regole Ue sulla Concorrenza. Finora ha sostenuto che il prestito non sia stato usato, ma nel programma di gestione i commissari spiegano che è stato “impiegato per esigenze di cassa a supporto del business”. L’alternativa è motivare il prestito come aiuto alla ristrutturazione, ma serve un piano industriale e l’azienda dovrebbe contribuire. Invece giovedì il prestito verrà prorogato di altri 6 mesi, fino a ottobre.

Come sempre avviene in questi casi, a far muovere Bruxelles sono state le pressioni dei concorrenti, alcuni in campo per l’acquisizione di Alitalia che vede una gara, si fa per dire, a due tra Lufthansa e una cordata formata da Easyjet, il fondo Usa Cerberus e Air France, che però puntano a rilevarla a prezzi di saldo e “ristrutturata” (con migliaia di esuberi e costi sociali elevati). Come nel 2008, la situazione del settore spinge le compagnie a una guerra senza sconti. Air France oggi affronterà l’undicesimo giorno di sciopero da febbraio dei dipendenti che chiedono un aumento del salario e l’indagine Ue mette pressione al governo per accelerare la svendita di una compagnia di cui a tutt’oggi non sono noti i conti. L’unico appiglio che l’Italia può far pesare è che senza il prestito Alitalia dovrebbe chiudere e con essa il 40% della capacità di trasporto che garantisce. Uno choc per il mercato domestico dalle conseguenze imprevedibili.

Apple, l’Antitrust Ue indaga sull’acquisto dell’azienda Shazam

La Commissione europea ha avviato un’indagine approfondita che coinvolge Apple, in merito alla programmata acquisizione di Shazam, l’azienda britannica di app per il riconoscimento delle canzoni e delle tracce musicali. Il timore dei commissari è che questa operazione riduca la capacità di scelta per chi ascolta musica in streaming: Apple Music – secondo servizio di streaming per diffusione dopo Spotify – potrebbe trarre vantaggio competitivo sui gusti degli utenti dai dati acquisiti attraverso Shazam, l’app più utilizzata per riconoscere le canzoni grazie al microfono dello smartphone. “Sempre più persone utilizzano i servizi di musica in streaming – spiega la commissaria europea alla Concorrenza Margrethe Vestager, già nota per le sue indagini sui colossi tech e sul pagamento delle tasse su suolo europeo – Vogliamo assicurarci che gli appassionati continuino ad avere offerte attraenti in questo settore, senza doversi trovare ad avere meno scelta come conseguenza di questa operazione”. La Commissione europea ha tempo fino al 4 settembre per prendere una decisione.

Ma ci sono più bulli nei licei

In un articolo pubblicato sulla sua rubrica quotidiana, l’Amaca, a proposito del bullismo a scuola, Michele Serra ha ricondotto fenomeni come quelli dei tre ragazzi di Lucca filmati mentre si scagliavano contro un inerme professore, alla provenienza sociale, affermando, tra l’altro, che “non è nei licei classici o scientifici, è negli istituti tecnici e nelle scuole professionali che la situazione è peggiore”.

Il perverso meccanismo dei “social” ha lapidato l’affermazione del giornalista di Repubblica, ascrivendola a un atteggiamento tipico della “borghesia colta e radical”, che caratterizza la sinistra italiana. Serra si è giustificato con un secondo articolo, apparso domenica 22 aprile, in cui si è meravigliato delle critiche che, a suo dire, hanno letteralmente capovolto il senso delle sue parole: “È diventato ‘contro il popolo’ – scrive – ciò che a quelli come me, lungo una intera vita, è sempre sembrato il più potente argomento ‘a favore del popolo’: denunciarne la subalternità economica e culturale, dire il prezzo che paga, il popolo, alla sua mancanza di mezzi materiali (i quattrini) e immateriali (la conoscenza, l’educazione)”. L’intento dello scrittore, dunque, sarebbe stato quello di evidenziare la debolezza sociale e culturale di una classe e non certo additarla a ricettacolo del male dei nostri tempi. Il prodotto giornalistico sarebbe stato coerente con le intenzioni, però, se Serra avesse guardato meglio la realtà senza farsi guidare da una impressione. La realtà, sempre difficile da rintracciare, è desumibile in questo caso da un’analisi Istat del 2014, l’ultima disponibile, in cui si legge: “Le quote di vittime sono più alte tra i ragazzi 11-13enni che frequentano la scuola secondaria di primo grado; oltre il 22 per cento del collettivo dichiara di aver subìto prepotenze più volte al mese.

I liceali si mantengono di poco sotto la media in merito alle azioni ripetute di bullismo (19,4 per cento), ma solo nel 45,5 per cento dei casi dichiarano di non essere mai stati oggetto di comportamenti vessatori (quota che è più contenuta anche di quella riscontrata tra quanti frequentano la scuola secondaria di primo grado: 46,2 per cento). Una minore presenza (sottolineatura nostra, ndr) di fenomeni di bullismo si riscontra, invece, tra quanti frequentano gli istituti tecnici: il 16 per cento dichiara di aver subìto più volte al mese azioni di bullismo, ma oltre il 50 per cento di questo collettivo sostiene di non averne subite neanche sporadicamente”. L’analisi sottolinea anche che il bullismo è più frequente al Nord che al Sud e, anche se non banalizza il dato delle zone più disagiate, la differenza tra queste e le zone più benestanti, circa il 2 per cento, non è tale da giustificare un’intera teoria. Si potrebbe certamente sostenere che questi dati riguardano il bullismo tra i ragazzi e non quello contro i professori, ma è difficile disgiungere i due fenomeni.

Astraendosi dai dati di fatto, quindi, Serra sembra vittima non di bullismo ma di un pregiudizio, quello per cui sono i figli dei “poveri” a macchiarsi di “aggressività” e “indisciplina”. Le cose sono più complicate.

Le “armi” disciplinari dei prof: quali sono e perché non vanno

Se un alunno colpisce un docente, questi può reagire? E se lo offende verbalmente? Nella scuola gli studenti sono giustamente tutelati, spesso anche troppo secondo i dati rilasciati ieri (si veda scheda accanto) che mostrano come quasi 6 scuole su 10 registrino almeno un episodio violento durante l’anno, ma meno di un terzo di questi sfoci in sanzioni, con il conseguente indebolimento della figura e dell’autorità del docente. Gli strumenti a disposizione, poi, non sono molti. Abbiamo chiesto a insegnanti, dirigenti e avvocati quali siano.

Aggressione verbale. Offese, aggressioni verbali, comportamenti fuori controllo ma senza minacce per la sicurezza: “In questi casi – spiega Mario N., insegnante di Matematica in un liceo di Milano – richiamo lo studente a voce. Poi scrivo una nota disciplinare sul registro, riportando esattamente le sue parole e i suoi comportamenti. Purtroppo, però, questo spaventa sempre meno”. A seconda della gravità, il docente può però convocare il dirigente scolastico che può intervenire come crede sia meglio, anche chiamando i genitori dell’alunno. Solo nei casi più gravi si indice un consiglio di classe straordinario in cui concordare le sanzioni a cui sottoporre l’alunno, come la sospensione con o senza obbligo di frequenza. Bisogna invece indire un consiglio d’istituto per le sanzioni più gravi, fino alla bocciatura. Che viene quasi sempre evitata per evitare complicazioni. Il rapporto tra sanzione e comportamento è stabilito nel regolamento d’istituto (ad esempio, a 5 note disciplinari corrisponde l’annullamento della gita). “Il problema – spiega Attilio Fratta, presidente di Dirigentiscuola – è che spesso le note disciplinari non hanno efficacia. Sopprimere il voto in condotta (dall’anno scorso, ad esempio, non fa più media alle scuole medie) è stato un grande errore”. E il 5 in condotta alle superiori? L’anno scorso solo allo 0,1% degli studenti è stato fermato per motivi disciplinari, 1.835 su 2 milioni. Il rischio, poi, è che i dirigenti tendano a ignorare le segnalazioni dei docenti “che spesso – spiega Fratta – non segnalano neanche perché sanno che finirebbe tutto in un nulla di fatto, per evitare di scontrarsi con i genitori”. Genitori che ricorrono a ogni mezzo: “Ci sono cause in tribunale di genitori che sostengono di aver visto dalla finestra i propri figli sgridati dagli insegnanti oppure che ritengono che il figlio meritasse 8 e non 7”.

Aggressione fisica. In questo caso, tutto cambia: “Di fronte alla presenza di reati, dall’aggressione verbale o fisica o quando se ne percepisca il pericolo, è possibile chiamare le forze dell’ordine”, spiega l’avvocato Maria Giovanna Musone, del foro di Torino ed esperta di diritto dei minori. “Se invece il docente ha assistito a un reato, è tenuto a denunciare. Così come la scuola”. Il dirigente chiede al docente una relazione di servizio con tutti i dettagli e ne redige anche una sua da consegnare all’autorità giudiziaria. La reazione fisica del docente invece non è mai giustificabile. “Già esiste una disputa dottrinale sulla legittima difesa – spiega Musone –. Nel contesto scolastico poi, deve trattarsi di una situazione davvero ingestibile e di vita o di morte. Ma appare improbabile, visto che si tratta di minori”.

Non c’è il rischio di apparire deboli agli occhi degli alunni? La risposta sta nell’equilibrio e nelle spalle coperte. “Il docente non deve avere un atteggiamento passivo e remissivo – spiega Musone – e deve servirsi di tutti i canali istituzionali”. La scuola intera, insomma, dovrebbe trasmettere la solidità di un pubblico ufficio. “Il docente è un pubblico ufficiale, chi lo interrompe, interrompe un pubblico servizio e il cancello deve essere un limite invalicabile anche per i genitori, che devono essere autorizzati o convocati. Tutto, sempre, tramite canali istituzionali”.

Francia: nuova legge per rendere più facile espellere i migranti

Ulteriore stretta della Francia per l’espulsione dei migranti irregolari. Mentre il ministro dell’Interno, Gérard Collomb, ha annunciato l’invio di “importanti rinforzi” di polizia per “garantire il rispetto assoluto” dei controlli ai varchi alpini tra Francia e Italia oltreché al confine tra Mentone e Ventimiglia, l’Assemblée nationale ha dato il proprio via libera – dopo una settimana di roventi dibattiti e un migliaio di emendamenti – al progetto di legge su “asilo e immigrazione” che prevede un giro di vite contro i flussi irregolari e sulla carta una migliore accoglienza per i rifugiati. Criticato per aver parlato di regioni francesi “sommerse” dalla crisi migratoria, Collomb ha difeso fino all’ultimo la legge, per lui perfetta sintesi di “fermezza” e “umanità”, le due parole d’ordine del presidente Emmanuel Macron (in foto). “Misure pericolose”, tuona invece Amnesty International. Tra i provvedimenti l’aumento della durata massima di detenzione amministrativa, portata da 45 a 90 giorni (e non 135 come auspicato inizialmente) o da 16 a 24 ore della custodia per verificare il titolo di soggiorno. Critiche anche per la riduzione da 120 a 90 giorni dei tempi per presentare una richiesta d’asilo.

I “neri” anti-immigrati con navi ed elicotteri. E una app “patriottica”

Prima una nave utilizzata contro le Ong nel Mediterraneo. Poi elicotteri, un aereo, diversi suv e logistica per un centinaio di militanti pronti a bloccare i migranti sulle Alpi. Hanno i contatti giusti con i media e attivisti formati per non pronunciare mai la parola sbagliata. Organizzazione e militanza, ma anche soldi e ricco merchandising.

Generazione identitaria non è la solita sigla dell’estrema destra. Mai un braccio teso, non parlano di razzismo, ma puntano alla deportazione di tutti i migranti. Addestrati e impermeabili. Non comunicano i dettagli dei loro incontri – gli indirizzi li inviano solo a chi li contatta per email, dopo opportuno screening – e a chi chiede di partecipare ai meeting, come quello tenuto a Londra il 14 aprile scorso, impongono di dichiarare di non essere “giornalista o attivista”. L’indirizzo della sede romana viene tenuto riservato, come i conti delle loro missioni, dalla nave xenofoba C Star, lanciata in operazioni anti Ong nel Mediterraneo centrale, fino al blocco della frontiera sulle Alpi, col supporto di elicotteri e un aereo. Si sa solo che per la nave avevano raccolto oltre 200 mila dollari.

Organizzano azioni mediatiche per dettare l’agenda politica sulla questione migrazione. Sono, però, solo la punta visibile di una struttura riservata. Per comunicare all’interno della rete di militanti stanno per distribuire una app, chiamata Patriot Peer, che dichiara di “unire la maggioranza silenziosa”. Chi è iscritto può vedere dove sono gli altri militanti, fino a un raggio di 5 chilometri; scambiandosi un QR code si può riconoscere e autenticare gli altri attivisti. Se partecipi alle iniziative, guadagni punti che ti permettono di salire di livello nell’organizzazione. La promuove Martin Sellner, espulso già due volte dalla Gran Bretagna, leader del gruppo in Austria e membro del board ristretto dell’operazione Defend Europe, la sigla utilizzata come marchio delle azioni anti migranti. Pochi giorni fa ha annunciato su Youtube che ormai l’applicazione è in fase beta e tra poco potrà diventare operativa. Sellner non è un semplice militante. È socio e attivissimo promotore della società che a livello mondiale distribuisce il merchandising dell’organizzazione, l’austriaca Phxe Creatives Og, proprietaria del marchio Phalanx Europa. Nello store ci sono le divise di Generazione Identitaria, dalle felpe alle magliette, dalle spille agli adesivi, dai libri di area ai poster. Un giro di affari che cresce. E conti correnti aperti in mezza Europa.

La segretezza e la paura dei giornalisti undercover sono una vera ossessione. Il sociologo francese Samuel Bouron nel 2014 è riuscito a infiltrarsi per più di un anno all’interno del gruppo identitario francese, raccontandolo dall’interno. “L’ingresso negli Identitari – si legge nel saggio pubblicato sulla rivista Agone – segue un processo standardizzato. Il primo contatto si stabilisce normalmente via email, salvo quando il nuovo attivista è introdotto da altri militanti. Un componente dell’organizzazione è a quel punto scelto per svolgere il ruolo di ‘padrino’, che deve verificare se le motivazioni del candidato siano plausibili, coerenti e conformi alla linea politica”. La formazione dei quadri che verranno poi utilizzati nelle azioni è affidata ai campi di addestramento identitari, organizzati da due militanti storici dell’estrema destra francese: “Ogni giorno quindici minuti di corsa, poi stiramenti, conferenze, sezione di Boxe, atelier pratico”, racconta Bouron. A quel punto scattano ulteriori filtri, con interviste dettagliate e incalzanti.

La segretezza è stata la linea seguita per la missione navale dello scorso anno, con la C Star. Solo nel corso di una conferenza stampa congiunta tra Generazione Identitaria, Mario Borghezio della Lega e Gabriele Adinolfi (cofondatore di Terza posizione) del 19 febbraio scorso, Gian Marco Concas – ex ufficiale della Guardia Costiera, a capo della parte tecnica delle azioni contro i migranti nel Mediterraneo – ha parlato di “una seconda nave” che sarebbe entrata in azione dalla Spagna, “con attrezzature per identificare e monitorare le navi delle Ong”. Una informazione finora tenuta riservata.