Assalto ai profughi a Lesbo. Sicilia, è ancora sos sbarchi

Più di 1400 persone sono arrivate nelle ultime 48 ore nel Canale di Sicilia con un bilancio di undici morti recuperati in mare. È di nuovo emergenza. Tanto basta a Matteo Salvini per invocare “un governo subito che controlli i confini e cacci i clandestini”. Nel frattempo la questione migrazione continua a produrre tensioni in tutta Europa: a Lesbo, in Grecia, gruppi di militanti di estrema destra hanno attaccato un centinaio di profughi nella piazza di Mytilene provocando una decina di feriti.

La giornata di ieri era iniziata con l’aggiornamento del dato sugli sbarchi pubblicata dal Viminale: alle 8 di mattina gli arrivi erano diminuiti del 79% rispetto allo stesso periodo del 2017 e del 70% rispetto all’aprile 2016. Dei 7.814 migranti arrivati sulle nostre coste quest’anno ben 5.423 provengono dalla vicina Libia. Poi la nave Aquarius con 537 persone a bordo è arrivata al porto di Trapani mentre altre 500 si trovavano su una nave tedesca di Eunavformed che sbarcherà a Catania nelle prossime ore. Altre 360 persone invece sono state salvate nel fine settimana mentre la Marina di Tripoli ha recuperato in mare le salme di 11 migranti. Le condizioni di chi fugge da guerre e fame e arriva nel nostro Paese sono sempre più precarie: dei 537 sbarcati ieri mattina a Trapani, ben 366 erano affetti da scabbia e 12 di loro sono stati portati in ospedale per le cure necessarie.

Del fenomeno sbarchi sulle nostre coste si sta continuando a occupare anche la magistratura. Ieri la Procura generale della Cassazione ha chiesto di confermare il sequestro della nave Iuventa appartenente alla ong tedesca Jugend Rettet e fermata ad agosto dalla Procura di Trapani per “favoreggiamento all’immigrazione clandestina” mentre le forze di polizia di Ragusa ieri hanno anche scoperto il business da tour operator del presunto scafista tunisino Sofien Sadek (arrestato): “Porta un amico e viaggi gratis” era l’offerta. In sostanza gli investigatori hanno accertato che i 79 migranti partiti dalla Tunisia e sbarcati domenica nel porto di Pozzallo avevano pagato in media 1.200 euro ma avrebbero potuto viaggiare gratis se avessero portato con sé un amico pagante.

Le rotte migratorie intanto stanno producendo forti tensioni in tutta Europa. Nella notte tra domenica e lunedì a Mytilene (Lesbo) una decina di migranti sono rimasti feriti dopo una protesta violenta a cui hanno preso parte circa duecento militanti di Alba Dorata. Circa cento migranti in attesa di una risposta sulla richiesta di asilo si trovavano nella piazza di Mytilene per protestare contro le drammatiche condizioni dell’hotspot di Moria e i facinorosi ne hanno approfittato per lanciargli contro bottiglie di vetro, petardi e sassi.

Regione Marche, 53 dirigenti denunciati per 776 assunzioni

Un avvocato, con contratto Co.co.co in Regione Marche, ha chiesto rimborsi per udienze che non si sarebbero mai tenute al Tribunale di Macerata. Indagando su questi fatti i militari del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza di Macerata hanno scoperto che all’Asur (Azienda sanitaria unica regionale), tra il 2008 e il 2013 – quindi prima dell’insediamento dell’attuale amministrazione regionale –, vi sarebbero state 776 stabilizzazioni irregolari di dipendenti che già lavorano con rapporti di lavoro precario (a tempo determinato, Co.co.co, Lsu). Per l’ipotesi di abuso d’ufficio sono stati denunciati 53 dirigenti regionali, ma anche 11 “stabilizzati” accusati di falso ideologico, per aver dichiarato requisiti non posseduti, e uno per truffa aggravata. I finanzieri avevano verificato che il legale oggetto di indagini era stato irregolarmente “stabilizzato”. Così hanno esteso i controlli. Dopo 18 mesi di attività, esami testimoniali e documentali, la Finanza di Macerata ha tirato le somme inviando le risultanze al pm di Ancona Ruggiero Dicuonzo che l’ha coordinata, per le valutazioni del caso. La spesa indebita per la Regione sarebbe stata pari a circa 121,7 milioni di euro, secondo la Gdf.

 

Sindaco ucciso, un carabiniere nell’indagine

C’è un filo sottile che collega l’arresto del carabiniere Lazzaro Cioffi, accusato di aver protetto il traffico di droga colombiana del clan Ciccarelli al Parco Verde di Caivano (Napoli), con le indagini sull’omicidio del sindaco Pd di Pollica (Salerno) Angelo Vassallo avvenuto il 5 settembre 2010 e rimasto ancora senza colpevoli.

È un filo che potrebbe spezzarsi se non dovessero esserci riscontri. Ma che potrebbe invece irrobustirsi grazie al travaso di informazioni tra la Direzione distrettuale antimafia di Napoli che ha arrestato il carabiniere e la Dda di Salerno che indaga sul delitto Vassallo.

Ieri il pm napoletano Mariella Di Mauro ha trasmesso ai colleghi della Procura salernitana le carte dell’ordinanza di custodia cautelare del brigadiere, che ha lavorato a lungo al Nucleo investigativo di Castello di Cisterna (Napoli). Il magistrato sa che nei mesi scorsi la Dda di Salerno ha sentito alcuni collaboratori di giustizia che hanno parlato di Cioffi (a giorni ne riceverà i verbali). E sa pure che il brigadiere ha fatto parte di una squadra investigativa agli ordini dell’ufficiale dell’Arma che fu indagato – e poi archiviato – per concorso nell’omicidio di Vassallo. Maturato, secondo le uniche piste investigative rimaste in piedi, nel contesto del traffico di droga al porto di Acciaroli, spacciata da persone forse colluse con la camorra napoletana, che il sindaco aveva cercato di contrastare in ogni modo. Fino al punto di partecipare personalmente a delle vere e proprie “ronde” insieme ai vigili urbani per stanare i pusher che innaffiavano di cocaina i locali della movida. Cioffi fu a sua volta oggetto di accertamenti degli inquirenti, che diedero esito negativo, proprio per i suoi stretti rapporti con l’ufficiale indagato (e poi archiviato), del quale era un “fedelissimo”.

Pochi giorni prima di essere ucciso, Vassallo confidò ad alcuni amici di aver scoperto “qualcosa che avrebbe preferito non sapere”. Un mistero che si è portato nella tomba. Un segreto che non si svela – secondo i familiari del sindaco – anche per colpa delle reticenze di concittadini che sanno, ma non hanno detto tutto agli inquirenti.

Da quasi otto anni il fratello del primo cittadino, Dario Vassallo, anche attraverso una Fondazione che porta il nome del “sindaco pescatore”, si batte per conservare il ricordo dell’amministratore che portò il suo borgo marinaro in cima alle classifiche per qualità della vita e per accoglienza turistica. Così quando nei mesi scorsi pareva imminente l’archiviazione delle indagini sull’omicidio, la Fondazione Vassallo ha organizzato una marcia che si è svolta il 10 febbraio e arrivò sino al luogo dove furono esplosi i nove colpi di pistola. Parteciparono in mille, tra cui sindaci e assessori provenienti da mezza Italia, per chiedere di non abbandonare il caso. Negli interventi in piazza Dario Vassallo tornò a battere il tasto del coinvolgimento di alcuni militari dell’Arma. Fu ricordata la presenza di un carabiniere che villeggiava a cinquanta metri dall’omicidio ma dichiarò di non aver sentito i nove colpi di pistola (non era Cioffi). Il figlio di Angelo, Antonio Vassallo, disse: “Vogliamo sapere cosa è successo quella notte. C’è un carabiniere che dice di non aver sentito niente ma era lì, vorremmo che si battesse ancora questo chiodo, e quello di tanti carabinieri intorno a questa storia”.

La Dda di Salerno ha definitivamente archiviato un filone d’inchiesta. Ma ne ha aperto un altro, lo sfondo resta quello della droga. Proprio oggi alle 17.30 il Comune di Napoli e la Fondazione Vassallo ricorderanno il sindaco pescatore al Teatro San Carlo con un dibattito sugli amministratori minacciati dalle mafie. Parteciperà anche il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho.

Appendino “forza” la legge: sì al bimbo con due mamme

Dorme Niccolò Pietro, come tutti i neonati ha da smaltire la fatica di esser nato. Ci sarà tempo per i pianti e i vagiti. Dorme tranquillo, nonostante tutta quella gente intorno. Dorme tranquillo nonostante il rumore che da oggi potrebbe fare il suo nome: Niccolò Pietro Foglietta Ghisleni. Doppio cognome non per ascendenze nobiliari, ma perché mamma Chiara e mamma Micaela hanno deciso di appellarsi alla legge e di dargli il cognome di entrambi i genitori. Niccolò Pietro è ufficialmente il primo bambino in Italia a essere ufficialmente riconosciuto e registrato come figlio di due mamme fin dalla nascita, avvenuta nel nostro Paese. Finora era accaduto solo per bambini nati all’estero, per i quali lo stato civile italiano aveva consentito la trascrizione dell’atto di nascita.

Registrarlo all’anagrafe, tuttavia, non è stata una passeggiata, il passeggino esce dalla porta del Comune di Torino. Perché lo Stato riconoscesse il bimbo come figlio di due mamme è stato necessario l’intervento diretto della sindaca Chiara Appendino che, nelle vesti di ufficiale di stato civile, ha “forzato la mano” (come da lei stessa annunciato pochi giorni fa via Facebook) per colmare una lacuna della legislazione.

Il merito di questo piccolo, grande passo in avanti è soprattutto di Chiara Foglietta, madre biologica del bambino (nato in seguito a procreazione medicalmente assistita effettuata in Danimarca) ma anche vice capogruppo del Pd in consiglio comunale nonché volto noto del movimento Lgtb torinese. È stata lei, sempre via Facebook, a raccontare l’iter iniziato tre mesi fa con il tentativo di presentare la domanda di riconoscimento del nascituro. “I dipendenti mi dissero: devi dichiarare – ha scritto – che hai avuto un’unione (atto sessuale) con un uomo per riconoscere tuo figlio. Non esiste una formula per dire che hai fatto la procreazione medicalmente assistita”. E la vicenda era proseguita con l’impossibilità di registrarlo all’anagrafe come figlio di entrambe se non dichiarando il falso.

L’anagrafe, infatti, segue le formule previste dal ministero dell’Interno nel 2002 che ignorano completamente la riproduzione assistita, anche in contesti di coppie di sesso diverso, o donne senza partner, e obbligano a dichiarare che la nascita deriva da un’unione naturale, cioè dal rapporto sessuale, con un uomo.

Chiara Foglietta ha chiamato in causa direttamente il sindaco Appendino la quale, dopo pochi giorni, ha raccolto l’invito pubblicando anch’essa un lungo post su Facebook in cui si dichiarava “pronta a riconoscere i figli di tutte le coppie”. Ed è stata di parola.

Non dev’essere stato facile “forzare” la legge. Chiara e Micaela (insieme a un’altra coppia di donne e a due uomini padri di una coppia di gemelli di un anno e mezzo) salgono le scale di Palazzo civico alle 10:30 e ne escono dopo quasi tre ore. Torino, come già altre volte in passato, si incarica di fare da apripista per colmare una lacuna legislativa che toccherà al Parlamento affrontare.

Per un altro genere di lacune, invece, la strada non è ancora così semplice. Accanto a Chiara e Micaela, commosse, c’è anche il papà di uno dei due gemelli di un anno e mezzo nati in Canada, che per lo Stato italiano non erano nemmeno fratelli. I bimbi sono rimasti a casa e il papà chiede gentilmente di non essere fotografato. Dall’espressione del volto pare di capire che non abbia alcuna intenzione di diventare un volto “pubblico”. Meglio evitare, sussurra.

Cassazione: nuovi esami sulla salute del detenuto Dell’Utri

La corte di Cassazione ieri ha annullato l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Roma che il 5 dicembre 2017 aveva giudicato compatibili con il carcere le condizioni di salute di Marcello Dell’Utri. Lo rendono noto i legali dell’ex parlamentare, fondatore di Forza Italia, Simona Filippi e Alessandro De Federicis. “Ora la Cassazione – spiegano – invierà per un nuovo esame gli atti al Tribunale di Sorveglianza che dovrà rivalutare la compatibilità delle condizioni di Dell’Utri con il regime carcerario”. Dell’Utri, affetto da cardiopatia, diabete e tumore alla prostata, dopo un ricovero al Campus Biomedico è tornato da pochi giorni nel carcere di Rebibbia. I giudici del Tribunale avevano così motivato: “La posizione giuridica di Dell’Utri non è in alcun modo rassicurante: la sentenza in esecuzione ha accertato i suoi rapporti con i vertici di Cosa Nostra dai primi anni 70 al 1992. Allarmante appare la pregressa latitanza in Libano, avvenuta nel 2014, vale a dire poco meno di quattro anni fa, nonostante l’età, la patologia cardiaca e le altre affezioni già all’epoca presenti”. Gli stessi giudici avevano anche citato la richiesta di condanna per 12 anni nel processo Trattativa, ora diventata effettiva condanna di primo grado.

Le accuse, i silenzi e le mancate nomine: così il Csm ostacolò i pm di Palermo

Francesco Minisci, presidente dell’Anm, replica al pm Nino Di Matteo che domenica aveva detto di non essere stato difeso dagli attacchi né dall’Anm né dal Csm: “L’Anm ha sempre difeso l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati. Lo ha fatto a favore dei colleghi di Palermo e continuerà a farlo”. Il Csm fa sapere che non replicherà. Le accuse di essere “eversivi”, di “perseguire fini politici”, ricordate dal pm dopo la sentenza, sono fioccate con il conflitto sollevato davanti alla Corte costituzionale, nel luglio 2012, da Giorgio Napolitano, che riuscì, fatto senza precedenti, a far distruggere le conversazioni con l’ex ministro Nicola Mancino, intercettato da Palermo. Gli attacchi di politici, ma anche di magistrati, non si contano. Basti ricordare il siluro di Giovanni Canzio, allora presidente della Corte d’Appello di Milano all’inaugurazione dell’anno giudiziario.

Di Matteo finì sotto procedimento disciplinare, su segnalazione del Quirinale, per un’intervista a Repubblica in cui avrebbe rivelato l’esistenza di quelle intercettazioni, di cui in realtà aveva già scritto Panorama. Con lui, sotto procedimento anche l’ex procuratore Francesco Messineo, per non aver vigilato sul pm. Nel 2014 il proscioglimento. Messineo ha rischiato anche il trasferimento per incompatibilità ambientale. E uno dei procedimenti disciplinari a carico di Antonio Ingroia, quando indagava sulla Trattativa, si aprì perché aveva definito “bizzarra” e fuori dalle regole la decisione della Consulta a favore di Napolitano: fu incolpato di “vilipendio alla Corte costituzionale”.

Dopo che la Corte aveva accolto il ricorso di Napolitano, Di Matteo e il procuratore aggiunto Vittorio Teresi si dimisero dai vertici dell’Anm palermitana, ritenendo che il sindacato delle toghe dovesse intervenire a loro difesa per essere stati accusati di aver violato la Costituzione.

C’è poi la tormentata vicenda di Nino Di Matteo e la nomina a sostituto della Dna. Nonostante titoli e anzianità superiori ad altri candidati, il Csm la prima volta l’ha bocciato a maggioranza, la seconda non ha neppure vagliato la sua posizione per supposti motivi burocratici, la terza volta l’ha nominato all’unanimità. In mezzo, la proposta di trasferimento a Roma per motivi di sicurezza. Ma Di Matteo rifiutò perché, disse, “non voglio che il mio trasferimento venga visto come una resa alla mafia” e perché voleva arrivare alla Dna dopo con un regolare concorso.

 

Graviano e quella “cortesia” che ora potrebbe spiegare

Chissà cosa pensa il boss Giuseppe Graviano nella sua cella del carcere di Terni delle due grandi novità di questi giorni: la condanna in primo grado a 12 anni per Marcello Dell’Utri e l’allontanamento della prospettiva di un governo con dentro anche Berlusconi.

Finora si è sempre avvalso della facoltà di non rispondere in tutti i processi in cui è stato chiamato a parlare di Marcello Dell’Utri. L’ultima volta è stato il 20 ottobre 2017 al processo Trattativa. La Procura aveva depositato le intercettazioni dei suo colloqui. In testa quello del 10 aprile 2016 in cui – secondo la Dia e i periti – Graviano dice al compagno di detenzione Umberto Adinolfi frasi come “io avevo i contatti con me e con lui, giusto? Voleva scendere già nel 1992 ed era disturbato (…) lo volevano indagare (…) mi ha chiesto questa cortesia per questo c’è stata l’urgenza”.

Il presidente della Corte d’Assise Alfredo Montalto prima di dargli la parola quel giorno ha fatto una premessa affatto scontata: “Lei sa che sono state fatte delle intercettazioni dei suoi colloqui in carcere con il detenuto Umberto Adinolfi, e questo è uno dei motivi per il quale è stato chiamato in questo processo e lei aveva detto che si aspettava di essere chiamato al processo Trattativa per ‘colpire in tutte le maniere senza alcuna remissione’”. Poi Montalto aggiunse: “Ma la devo avvertire che è indagato per lo stesso reato e ha la facoltà di non rispondere”.

Graviano non rispose. Esattamente come nel dicembre del 2009 al processo Dell’Utri o come al processo per le bombe e le stragi di Firenze, Milano e Roma del 1993.

Graviano è l’uomo chiave delle nuove indagini sui rapporti tra il governo Berlusconi del 1994 e Marcello Dell’Utri. Subito dopo le intercettazioni in carcere, chiuse un anno fa, Graviano ha ricevuto un atto nel quale la Procura di Palermo gli contesta lo stesso reato per il quale è stato condannato ora in primo grado Dell’Utri: minaccia a corpo dello Stato.

Graviano sa anche che la Procura di Firenze ha già iscritto di nuovo Berlusconi e Dell’Utri per l’ipotesi di strage, già archiviata nel 2011, per i fatti del 1993. Sa anche che la Procura di Caltanissetta, per le stragi del 1992, sta valutando le stesse parole con i propri periti. Le domande sono le stesse. Graviano quando afferma: “92 già voleva scendere” e poi parla di una “cortesia”, a cosa allude? E perché dice che al destinatario della cortesia “lo stavano indagando”?

Per la difesa di Marcello Dell’Utri la parola “Berlusca”, che sarebbe il soggetto della frase e il destinatario della “cortesia”, non è stata mai pronunciata. Quel suono sarebbe un “bravissimo” smozzicato in dialetto. Però c’è un secondo problema che sta ritardando la decisione dei pm di Caltanissetta: la data della “cortesia” di Graviano. Per i periti dei giudici della Trattativa nella registrazione si sente l’interlocutore di Graviano (il boss campano Umberto Adinolfi) dire “misi i luglio”, cioé mese di luglio. Mentre per la Dia, Adinolfi direbbe “disse lui”. Nel primo caso il boss Adinolfi daterebbe la cortesia chiesta a Graviano (condannato per la strage di via D’Amelio) proprio al luglio del 1992. Nel secondo caso la cortesia, chiesta da un soggetto che “stavano indagando”, non sarebbe necessariamente datata al luglio 1992. I periti dei pm di Caltanissetta stanno lavorando per sciogliere questo rebus acustico.

Nelle sue conversazioni registrate fino a marzo 2017, Graviano ha dato dimostrazione di grande nervosismo. Secondo l’interpretazione degli investigatori si riterrebbe deluso dal comportamento di Berlusconi. Graviano è in carcere in silenzio dal 27 gennaio del 1994, quando fu arrestato a Milano in un ristorante insieme a un suo favoreggiatore palermitano che voleva portare il figlio, di dieci anni di età, a fare il provino per entrare nel Milan. Il giorno prima Berlusconi annunciò la sua discesa in campo con Forza Italia.

La Corte di appello nel 2010 ha escluso che sia provato il rapporto tra Marcello Dell’Utri e i Graviano e ha limitato il concorso esterno dell’ex senatore di Forza Italia al 1992, escludendolo per la fase politica.

Ora la condanna a 12 anni in primo grado per il processo Trattativa sembra estendere il ruolo di Dell’Utri al 1994, quando nacque il primo governo Berlusconi. Quando Giuseppe Graviano e suo fratello Filippo furono arrestati nel ristorante milanese “Gigi il cacciatore”, i carabinieri guidati dal capitano Andrea Brancadoro e dal comandante del Nucleo di Palermo Marco Minicucci, gli trovarono addosso un cellulare. Aveva avuto contatti con pochissimi numeri. Inspiegabilmente c’erano alcune chiamate al telefonino di un disoccupato di Misilmeri che aveva fondato uno dei primi circoli di Forza Italia in Sicilia. Quando nel 1994 i carabinieri gli chiesero il perché di quelle telefonate non seppe dare spiegazioni. Graviano potrebbe darle con 24 anni di ritardo. Quando fu arrestato aveva 30 anni e il berlusconismo era all’apice. Ora ne ha 54, Dell’Utri sta scontando la pena e Berlusconi è in declino.

Sofferenze bancarie, la Bce evita la seconda stangata all’Italia

La Banca centrale europea starebbe valutando di mettere da parte il suo piano per velocizzare la riduzione dello stock esistente di crediti deteriorati (Npl) delle banche europee. Lo ha rivelato ieri l’agenzia Reuters che ricorda che il piano riguardante lo stock esistente di crediti in default – circa 759 miliardi di euro nell’Eurozona con Grecia, Italia e Portogallo i più esposti – era atteso per fine marzo. Le nuove linee guida sui futuri Npl impongono una tempistica compresa fra i due e i sette anni per la copertura integrale degli Npl, e nei piani iniziali l’approccio allo stock di Npl esistenti avrebbe dovuto avere una simile configurazione. Dopo un lungo braccio di ferro con l’Italia arrivato a coinvolgere il Parlamento europeo, la Bce aveva solo leggermente ammorbidito il suo approccio sui “nuovi Npl” e stava considerando se, con riferimento allo stock accumulato di crediti in default, guardare ai progressi fatti dalle singole banche anziché emettere nuove linee guida. Ora, secondo la Reuters, potrebbe cadere del tutto la stretta sullo stock: una valutazione d’impatto della Bce avrebbe evidenziato rischi per il sistema finanziario. Rischi corsi soprattutto dal sistema bancario italiano.

La Finlandia non avrà il reddito di cittadinanza

La Finlandia non è l’Italia: il suo reddito di cittadinanza è soltanto un esperimento per 2000 persone, mentre il Reddito di inclusione italiano ne copre già quasi 900 mila e quello proposto dal Movimento 5 Stelle punta a oltre 8 milioni. Ma la notizia lanciata da Business Insider Nordic, cioè che Helsinki “sta uccidendo il suo famoso esperimento di reddito minimo” sta facendo discutere per le sue possibili implicazioni in Italia.

È vera, ma solo in parte. Il reddito di cittadinanza finlandese è un esperimento di due anni lanciato nel 2017 da un governo conservatore con lo scopo di favorire l’occupazione (i disoccupati sono l’8,5 per cento): 560 euro al mese per 2000 persone sorteggiate tra i disoccupati tra i 25 e i 58 anni senza chiedere impegni particolari in cambio. Un gruppo di controllo con caratteristiche simili, ma senza sussidio, viene monitorato per studiare le differenze. I 560 euro possono sommarsi a eventuali benefici di disoccupazione ulteriori a cui ha diritto il partecipante e ai redditi da lavoro che riesce a cumulare. Lo scopo è capire se si può semplificare il sistema di welfare e se dare un reddito minimo aiuta a trovare lavoro più in fretta (perché, per esempio, si accettano anche offerte che verrebbero rifiutate se il basso salario offerto fosse l’unica fonte di reddito).

L’Ocse, il centro di ricerca dei Paesi industrializzati, in una prima analisi si è detto molto critico. È vero che oggi il welfare finlandese è frammentato tra più di 40 interventi diversi, ma questa struttura permette di concentrare gli interventi su chi ne ha più bisogno. Con il reddito minimo che invece è uguale per tutti, a parità di risorse investite ci sarebbero 150 mila nuovi poveri, tra questi 50 mila pensionati e 30 mila bambini, la disuguaglianza aumenterebbe. Per evitare questi effetti servirebbe un aumento dell’imposta sul reddito del 30 per cento, non politicamente sostenibile. Per questo l’Ocse suggerisce di abbandonare questa via e mutuare il modello inglese del credito di imposta universale come sostituto dell’attuale sistema di sussidi mirati.

Il governo ha già deciso di intraprendere questa via in dicembre, quando ha riformato i benefici per la disoccupazione introducendo vincoli più stringenti, secondo una tendenza europea che sta rafforzando la “condizionalità” abbinata ai sussidi. Per evitare decurtazioni del sussidio di disoccupazione bisogna dimostrare di aver lavorato almeno 18 ore negli ultimi 65 giorni o aver guadagnato 240 euro oppure di essere impegnati in attività di formazione nei centri per l’impiego. È il passaggio dall’idea di un reddito di cittadinanza al modello del “reddito minimo condizionato” che è di fatto quello proposto dai Cinque Stelle.

Due le lezioni per l’Italia: prima di fare grandi riforme meglio testarle con piccoli esperimenti. E visto che il reddito di cittadinanza deve sostituire altri sussidi, invece che aggiungersi, è meglio valutare prima l’impatto netto anziché dispiacersene dopo. Mentre, finora, questo tema non è stato discusso.

“Di Maio si è mosso, ma l’intesa col Pd è quasi impossibile”

“Un’intesa tra Pd e Cinque Stelle mi pare un’impresa al limite dell’impossibile”. Il politologo Piero Ignazi lo dice senza sfumature: il mandato esplorativo dato dal Quirinale a Roberto Fico rischia di essere un passaggio puramente pleonastico. “Ma chiudendo alla Lega Luigi Di Maio ha almeno aderito a una condizione per dialogare con i dem”.

Ma il Movimento non può proprio fare nulla con il Pd? In fondo convergenze di programma ci sono, come scrivono nero su bianco i 5Stelle.

Mettendoci buona volontà, dei punti di contatto sui programmi si possono trovare. Ma il tema è che il M5S non può rivolgersi al Pd dopo aver fatto il bello e il cattivo tempo con Matteo Salvini.

Oggi però Di Maio sembra aver chiuso il forno con la Lega.

Certo, ed è una mossa che mi ha stupito. Secondo me è stata concordata proprio con Fico, che l’avrà richiesta per essere in condizione di intavolare una vera trattativa. Dopodiché non credo che possa cambiare radicalmente il quadro, perché il M5S si è troppo esposto verso il Carroccio in queste settimane.

Di Maio ha sempre parlato di “due forni” equivalenti. Non era sincero?

Se avesse voluto tenere sullo stesso piano il Pd, non avrebbe dovuto spartirsi tutte le cariche in Parlamento con la Lega. E poi per stringere l’accordo con Salvini è arrivato al punto di dichiararsi disponibile ad accettare i voti di Berlusconi e della Meloni. E ora, dopo tutto questo, il Pd dovrebbe accettare di fargli da scendiletto?

Tutto vero. Ma all’inizio Di Maio era partito occhieggiando soprattutto a sinistra.

Quando si è rivolto al Pd, Di Maio lo ha fatto sempre senza convinzione.

Eppure dicono che perfino Matteo Renzi abbia aperto a una possibile trattativa con il Movimento. Fantasie?

Forse potrebbe essere un gioco maligno, all’insegna del sabotaggio. Ovvero, facciamo partire un governo dei 5Stelle per poi mostrare quanto sono incapaci. Alcuni ci pensano.

E questi alcuni sono Renzi e i suoi?

Beh, sono sufficientemente machiavellici. Anche per le loro origini…

Ma se la trattativa con il Pd non decolla e Salvini non strappa con Berlusconi, che succede?

A quel punto Sergio Mattarella cercherà un’altra soluzione. Ovvero un governo del presidente.

E con quali voti? I 5Stelle non ci staranno mai.

E chi lo dice? Guardi, il M5S ha un problema, diventare e mostrarsi come un partito di governo. E per riuscirci ha bisogno del bollino, governando.

Ma la base insorgerebbe vedendo il Movimento in un governissimo.

I 5Stelle devono decidersi, non possono sempre inseguire la protesta. In questo caso potrebbero rimettersi alla saggezza del presidente della Repubblica, e accettare.

E il Pd? Deve stare fermo?

Ma no, deve fare politica. E può farlo mostrandosi disposto a dialogare, ed entrando nell’ottica di partecipare a un governo del presidente.

Ma con i 5Stelle…

I dem non possono andare a fare il junior partner con il M5S dopo aver governato.

Resta il fatto che anche in Molise sono andati malissimo.

Il risultato del Pd è catastrofico, non ci sono dubbi. Mentre il centrodestra è stato capace di mettere in campo liste e listarelle, fondamentali in un voto amministrativo. E in uno scenario del genere i 5Stelle sono andati sicuramente bene.

Ma come può riprendersi il Pd?

Questo è un discorso che richiede molto tempo. E magari lo faremo un’altra volta.