Comunità ebraica: “No corteo se ci sono simboli palestinesi”

“Nonostante il tavolo aperto dal Comune e gli sforzi della Sindaca Virginia Raggi che ringraziamo per quanto fatto fino a ora e per essersi espressa chiaramente sulle provocazioni che leggiamo in queste ore, non sembra ci siano più le condizioni per partecipare al corteo del 25 aprile”, lo riferisce in una nota la Comunità Ebraica di Roma.

“Di fronte al primo cittadino di questa città, al Vicesindaco Luca Bergamo e alla Comunità Ebraica di Roma, l’Anpi ha assicurato che non avrebbe accettato una presenza organizzata delle associazioni palestinesi con bandiere e simboli estranei ai temi del 25 aprile – prosegue –. A questo punto è necessario che l’Anpi prenda una posizione ufficiale comunicando che queste organizzazioni sono fuori dal corteo unitario”. “Siamo stati entrambi protagonisti di uno sforzo incredibile per sanare ferite e divisioni – sottolinea la Comunità Ebraica di Roma – ora però Anpi, se davvero ha a cuore la presenza della Comunità Ebraica, deve dire a questi signori che hanno sbagliato giorno per manifestare. Il 25 aprile si ricorda la Liberazione del nostro Paese e va fatto esclusivamente con bandiere e vessilli inerenti alla giornata”.

Ei Towers e la fusione con RaiWay: “È logico, perché non si fa?”

Il matrimoniotra Ei Towers e Rai Way “è talmente logico che nel frattempo non si fa”. Lo dice l’amministratore delegato della società delle torri di trasmissione controllata da Mediaset, Guido Barbieri (foto), mentre l’azienda che fa capo alla Rai conferma l’interesse per Persidera, in attesa che si risolva la partita Tim. “Il vincolo è sempre lo stesso, il 51% che deve rimanere allo Stato: il progetto può andare avanti solo con la rimozione di quel vincolo”, spiega Barbieri a margine dell’assemblea di Ei Towers, che ha rinnovato il Cda a controllo Mediaset con una votazione sul filo: 50,3% alla lista dell’azionista principale contro il 49,4% ottenuto dai fondi di investimento. Ei Towers conferma di aver “preso in considerazione Persidera” facendo un’offerta non vincolante ma rinunciando per le complicazioni Antitrust legate alla presenza di Vivendi in Mediaset, mentre Rai Way spiega che “è ancora una possibilità, è un processo in essere e aperto, noi manteniamo il nostro interesse aperto.” Lo conferma l’ad Aldo Mancino a margine dell’assemblea della controllata pubblica, non escludendo la possibilità di rialzare l’offerta già presentata con F2i ma rigettata da Gedi (socio al 30%, il 70% è di Tim).

E il professore scrisse: “Ora è arduo formare governo coeso”

Il testo del contratto, quello che Luigi Di Maio vorrebbe far sottoscrivere ai potenziali colleghi di governo, ancora non c’è. Eppure una cosa è già chiara: scriverlo non sarà facile. Lo certifica il professore incaricato dai Cinque Stelle di mettere insieme i programmi delle diverse forze politiche: nella “relazione” diffusa ieri dal blog delle stelle, Giacinto della Cananea mette nero su bianco un fatto piuttosto rilevante. Scrive l’amministrativista allievo di Sabino Cassese: “Le divergenze, che si sono ampiamente manifestate ben prima dell’ultima campagna elettorale, riguardano temi e problemi tra quelli più rilevanti per l’azione dello Stato, all’interno e all’esterno, e sono quindi tali da rendere ardua la formazione di un governo coeso”. Della Cananea non distingue i temi in relazione ai programmi dei partiti, ovvero non individua le divergenze tra M5S e Lega piuttosto che tra M5S e Pd, bensì si limita a rendere conto dei nodi cruciali in cui le idee del Movimento non coincidono con quelle di nessun altro: la giustizia penale, per esempio, o il tema delle vaccinazioni, o ancora l’unione monetaria o le pensioni. Qualcosa in comune tra i partiti c’è, e il professore lo riconosce soprattutto in tre questioni: la difesa del servizio sanitario nazionale, la necessità di garantire aiuti ai giovani e alle famiglie, la lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata. Su questi tre punti, sono tutti d’accordo. Così, su queste basi, Giacinto della Cananea (che ha condiviso il lavoro con una squadra di altri sei docenti universitari) ha redatto una bozza di contratto, fondato su 10 “priorità per l’Italia”, ognuna delle quali verrà approfondita da gruppi di lavoro composti da rappresentanti delle forze che sottoscrivono il patto. Dal punto di vista del metodo, il testo prevede una valutazione di metà legislatura e un “comitato di conciliazione” che risolva le controversie. Solo il frontespizio è rimasto in sospeso. Si legge: “Un accordo per il governo dell’Italia tra Movimento 5 Stelle e …”.

Renzi vuole far fallire “l’esploratore” mandando il solo Martina ai colloqui

Matteo Renzi sta pensando addirittura di “cancellare” la delegazione del Pd e di mandare solo il Reggente, Maurizio Martina, alle consultazioni col presidente della Camera, Roberto Fico, il neo esploratore prescelto da Sergio Mattarella. Un modo evidentemente per deligittimarlo e mostrare – anche plasticamente – che non rappresenta tutto il partito, ma solo una parte. Sarebbe uno sgarbo sia nei confronti del Movimento che di Mattarella. Ma in questo momento l’ex premier non pare preoccuparsene.

Il Pd è più diviso, spaccato, lacerato che mai. D’altra parte, i quattro che dovrebbero andare a interloquire con Fico sono su posizioni diverse. “Non ci sono le condizioni minime per una maggioranza politica tra Cinque Stelle e Pd. Ascolteremo il presidente Fico con la dovuta attenzione, ma per noi le distanze sul programma restano molto marcate”. Il capogruppo in Senato, Andrea Marcucci, inizia il fuoco di sbarramento dei renziani subito dopo l’uscita di Fico dal Colle. Sulla stessa linea, il presidente dem, Matteo Orfini. L’obiettivo è bloccare qualsiasi fuga in avanti dell’ala “governista” del partito. Anche se in un primo momento, il Pd sembra compatto: Luigi Di Maio non ha chiuso a Matteo Salvini e quindi non ci sono le condizioni per trattare.

Da settimane, Dario Franceschini, Andrea Orlando, lo stesso Martina, ma anche Graziano Delrio e Lorenzo Guerini lavorano per capire se ci sono le basi per un governo “politico”. È entrato in campo anche Luca Lotti, per sondare umori e possibilità, ma Renzi continua a essere contrario. Almeno per ora. Almeno tatticamente.

La spaccatura si produce dopo un post su Facebook di Di Maio che – apparentemente – chiude il forno con la Lega. A quel punto, cade la riserva dell’ala governista, ma non la chiusura dei renziani. “Ci confronteremo col presidente Fico a partire da una questione fondamentale e prioritaria: la fine di ogni ambiguità e di trattative parallele con noi e anche con Lega e centrodestra”. Un’apertura, valutata da Renzi eccessiva. Delrio tace ufficialmente, ma è d’accordo con il Reggente. La linea di Orlando è quella espressa dal senatore Antonio Misiani: “Si tratta di un primo passo”.

La discussione nel partito si fa serrata. Francesco Boccia chiede di convocare la Direzione. Gli “aperturisti” vicini all’ex segretario, intanto, mettono paletti al dialogo con M5S: la garanzia di una posizione europeista, il mantenimento del Jobs act; il Rei come base per il reddito di cittadinanza; soprattutto, il passo indietro di Di Maio a favore di un premier terzo. Sarebbe una base per discutere da una posizione comunque dialogante. Renzi si fa forte dei numeri: l’esplorazione di Fico fallirà, perché per un governo politico a due non ci sono i voti, visto che almeno una parte dei gruppi parlamentari li controlla lui. In un secondo momento, resta disponibile a verificare la possibilità di un governo istituzionale, su richiesta del Quirinale. Ma comincia a prendere in considerazione l’eventualità di elezioni: non è disposto a fare un governo con chiunque. E pensa che Lega e Cinque Stelle pagheranno un prezzo alle urne.

Adesso tocca a Fico. Mattarella chiude il forno con la Lega

Tre personaggi e uno scaricato: probabilmente per sempre. Partendo dal Sergio Mattarella che non ne può più e allora si affida al grillino della prima ora, quel Roberto Fico con il cuore molto a sinistra. E gli chiede di verificare se esiste un’ipotesi di trattativa tra il M5S e il Pd diviso in tribù, e solo quello, perché di centrodestra non vuole sentire più parlare. Così Luigi Di Maio si mette sulla scia del Quirinale e scarica tramite post Matteo Salvini, o almeno ostenta di farlo: “Ho capito che il segretario della Lega non vuole assumersi responsabilità di governo, non si dica che non ci ho provato fino alla fine, ma ora buona fortuna”. Saluti da fine ultimatum, più volte minacciato proprio per la giornata di ieri. Brutali, e quasi definitivi.

Quasi, perché le consultazioni sono un gioco dell’Oca senza scadenza. Così una fonte di peso in tarda serata sussurra: “Il post di Di Maio legge la situazione attuale”. Tradotto, oggi Salvini è fuori e il Pd è dentro, unico interlocutore al tavolo come pretendeva da giorni. Ma domani, se la Lega rompesse davvero con Berlusconi, forse si potrebbe fare. Però alla rottura ormai credono in pochi, nel Movimento. Anche se alle 16 di ieri sulle agenzie appariva l’ennesimo appello di un dimaiano doc come Riccardo Fraccaro: “Salvini deve decidere se fare il contratto di governo con noi o se rimanere attaccato a Berlusconi”. Ma un paio d’ore dopo Mattarella ha fatto trapelare tutto il suo fastidio, esternato nel colloquio al Colle con Fico, convocato per le 17: “Ho atteso altri tre giorni per registrare eventuali novità pubbliche, esplicite e significative nel confronto tra i partiti. Queste novità non sono emerse”. Ossia, Salvini e Di Maio non si sono messi d’accordo. Però “l’Italia ha bisogno al più presto di un governo”. Ergo, non si può aspettare la Lega che vuole innanzitutto vincere con un suo candidato in Friuli Venezia Giulia, domenica prossima. Così, arriva il mandato a Fico di esplorare i dem, e solo loro. A differenza di quanto si auguravano i 5Stelle.

E poco dopo Di Maio strappa: “Non riesco proprio a capire come mai preferisca stare all’opposizione per il bene dei suoi alleati, invece di andare al governo”. Sillabe in linea con facce e confidenze di parlamentari di peso, che ieri dentro la Camera seminavano parole amare sulla Lega: “Salvini si sta mostrando inaffidabile”. In serata, dopo il post di Di Maio, dal Movimento diffondono valutazioni di fuoco: “Il forno si chiude, non possiamo continuare così. Anche certe uscite di Salvini sulla Siria e il fatto che non ci abbia mai parlato di questioni concrete ci fanno pensare che non abbia mai voluto andare al governo”. Certo, “l’elezione dei presidenti delle Camere ci aveva fatto ben sperare, ma ora è inutile illudersi”, Così spazio al Pd, “da cui stiamo ricevendo ottimi segnali”. Però attenzione, “quello con i dem non sarà un’alleanza ma un contratto, da rispettare punto per punto: e il reddito di cittadinanza si farà”. E se non si quadrasse? “Possiamo tornare a votare, o stare all’opposizione. Ma così non si può continuare”.

Sfoghi, parecchio sinceri. Contro quel Salvini che non la prende affatto bene: “L’incarico a Fico è una presa in giro, se ci escludono facendo governare secondi e terzi faremo una passeggiata fino a Roma”. Ed è la marcia in salsa verde. Corredata da giuramento: “Mai governissimo, piuttosto si va al voto”. Nell’attesa, la palla passa al presidente della Camera Fico, che oggi alle 14.30 riceverà il Pd nel suo studio, per poi vedere alle 18 l’ex rivale Di Maio. In un clima teso, con diversi ortodossi che quasi auspicano che i dem gli chiedano di proporsi per Palazzo Chigi (ipotesi dell’irrealtà), oggi il grillino cercherà di sondare il Pd su possibili convergenze di programma. “Ascolterà, con un approccio istituzionale” assicurano. Ma sul tavolo c’è anche la bozza di contratto di governo diffusa ieri dal M5S. E potrebbe affiorare nell’incontro con i dem, a patto che siano loro a citarlo. Poi Fico incontrerà i rappresentanti del Movimento, e vedrà di incrociare gli (eventuali) segnali del Pd con le loro proposte. La via è stretta e arriva fino a giovedì. “Il punto è sempre quello, cosa faranno i renziani”, ricorda un parlamentare. Molto stanco. E si capisce.

Nel Molise perdono tutti, ma B. lo fa vincendo lo stesso

E ora addio Campobasso, addio Isernia e Casacalenda e addio pure all’Ohio italiano. Da ieri il piccolo Molise torna nell’oblio da cui era venuto soprattutto perché non ha dato – e per il semplice motivo che non poteva – una risposta alla domanda: quale governo nazionale? Quello regionale, di governo, è andato alla vasta coalizione di centrodestra (nove liste) che candidava il commercialista Donato Toma, che ha vinto di 5 punti sul grillino Andrea Greco (43,6 a 38,4%), ma questo importa poco persino ai molisani, uno su due dei quali non è nemmeno andato a votare.

Ecco, l’astensionismo ha sicuramente vinto con quasi il 48% del “consenso” degli aventi diritto totali al voto (ma con una particolarità che vedremo): gli altri, se la visuale è quella nazionale, hanno perso tutti, ma con una piccola eccezione. La sconfitta di Forza Italia è di successo. Ecco perché.

Astenuti. L’affluenza sembra assai più bassa rispetto a quella delle Politiche (52,1% contro il 71,6%), ma in realtà i molisani che sono andati a votare sono solo diecimila in meno: 172.823 domenica, 182.007 il 4 marzo. Nella base elettorale delle Regionali, infatti, sono inclusi anche 78.000 molisani residenti all’estero, che non sono tornati in Italia per votare.

M5S. È di gran lunga il primo partito, ma ha perso. Il 4 marzo in Molise aveva preso il 44,7 per cento dei voti, domenica la sua lista s’è fermata al 31,5%, sette punti meno del suo candidato governatore (38,5): vero che cinque anni fa i consensi grillini ammontavano solo al 16,7%, ma se nella piccola regione cercavano una qualche base “morale” alla rivendicazione dell’incarico di governo si sono dovuti ricredere. I voti assoluti sono rivelatori: 78 mila alle Politiche – sufficienti per vincere largamente anche stavolta – contro i 64.800 presi dal candidato alla guida della Regione e i 45.886 finiti alla lista 5 Stelle (il voto disgiunto è tutto a favore del centrodestra). Evidentemente la classe dirigente locale grillina non ha convinto i cittadini.

Forza Italia. Ha preso 13.600 voti, il 9,3% del totale: un tracollo rispetto ai 28 mila voti col 16,1% dei consensi di cinquanta giorni fa. Colpa soprattutto della debolezza politica dell’ex partitone berlusconiano che ha dovuto dare il permesso a due ras delle preferenze azzurri – l’eurodeputato Aldo Patriciello e l’ex governatore Michele Iorio – di presentarsi con due partitini personali: il primo con “Orgoglio Molise” è addirittura la seconda lista della coalizione con l’8,3% dei voti. Forza Italia, però, riesce a restare davanti alla Lega e, con questo risultato, può ribadire che solo un centrodestra “plurale vince”, mentre “se si vuole comprimere l’offerta politica si perdono consensi” (copyright: Renato Brunetta).

Lega. Il risultato in sé non è malvagio: l’8,3% e 12 mila voti in una regione del Sud contro l’8,6% e i 15 mila delle Politiche, dove però “inglobava” il movimento sovranista di Gianni Alemanno, che invece domenica è andato da solo (poco meno di 4 mila voti e il 2,97%). Matteo Salvini però, nonostante una mega campagna in Molise e 50 giorni sotto i riflettori, non ha aumentato i consensi e non ha scavalcato Forza Italia: ora punta forte sul Friuli, dove si vota domenica e la Lega asfalterà FI, ma nel Mezzogiorno il suo partito non pare avere un gran bacino potenziale e, per di più, finisce per “nutrirsi” di pezzi di vecchio ceto politico del centrodestra in cerca di nuova poltrona. Difficile così staccarsi da Berlusconi.

Udc, Popolari, etc. Come a ogni elezione locale al Sud rispuntano i democristiani: le 13 liste di centrodestra – molte di centro – sfiorano il 50%, sei punti in più del governatore, partendo dal 29,8% del 4 marzo. Ha buon gioco Maurizio Lupi a parlare di “una coalizione in cui la componente moderata è decisiva e preponderante”: “Il Molise dice che staccarsi dal centrodestra non ha senso”.

Pd e sinistra. Dopo il lunghissimo regno di Iorio, aveva strappato la guida della regione cinque anni fa (ma candidando uno di Forza Italia): ne esce a pezzi tanto a livello nazionale che locale. I dem mettono insieme solo il 9% con 13 mila voti (la metà di quelli presi il 4 marzo, quando erano al 15,2%). Liberi e Uguali, stavolta alleato col Pd e tre liste civiche, continua a galleggiare poco sopra il 3%. Il candidato del centrosinistra, Carlo Veneziale, assessore uscente, si ferma a un pessimo 17%: quasi 4 punti in meno rispetto ai (già pochissimi) voti presi dai suoi sostenitori il 4 marzo.

Dal “Caimano” a “Silvio Forever”: le altre pellicole

Soggetto e oggetto. Berlusconi è stato diverse volte protagonista al cinema. Da Il Caimano di Nanni Moretti (2006) – un produttore di film di serie B sull’orlo del fallimento decide di girare un film intitolato Il Caimano, con l’intenzione di raccontare la storia di Silvio Berlusconi – a Silvio Forever di Roberto Faenza e Filippo Macelloni (2011) – che ripercorre, attraverso testimonianze e immagini, tutta la vita di o Berlusconi: la voce è del comico Neri Marcorè, che imita la cadenza berlusconiana. Passando per Videocracy di Erik Gandini (2009) e per Belluscone di Franco Maresco (2014) sulle relazioni siciliane del politico-imprenditore.

In 500 sale da oggi. Ma il leader FI dice: “Io non lo vedrò”

Schermo nero. Silvio Berlusconi ha deciso di “snobbare” la nuova pellicola di Paolo Sorrentino Loro 1, ispirata alle sue vicende personali e politiche in sala da oggi (Loro 2 uscirà invece il 10 maggio). Il Cav, raccontano fonti di FI, non avrebbe nessuna intenzione di assistere all’anteprima della prima parte dell’atteso film del regista premio Oscar. Forti polemiche avevano già accompagnato le prime indiscrezioni sulla pellicola. Berlusconi aveva parlato di possibile aggressione politica. Ghedini aveva un po’ smussato: “Non credo che Sorrentino, che è un bravo regista, si sia spinto oltre i confini del diritto di satira o di critica. Certo, poi vedremo e decideremo se fare qualcosa. Ma non abbiamo fatto nulla per fermare neanche Il caimano di Moretti, che pure finiva con l’incendio del tribunale…”. Ben più irritata la reazione da parte di Renato Brunetta: “Da quei trenta secondi e da quello che ho sentito, mi sembra che sia una cosa ignobile. Una di quelle robe che a me fanno schifo, che si ritorcerà contro chi l’ha fatta e che finirà, come sempre, per far guadagnare voti e consensi a Berlusconi. Sorrentino avrà disegnato Berlusconi con la cupezza di quei registi d’accatto”.

“Le notti di Arcore: una setta del Male con tuniche e riti”

Imane Fadil, modella di origine marocchina, nel 2011 aveva poco più di 25 anni quando venne invitata per la prima volta ad Arcore, a casa di Berlusconi, allora presidente del Consiglio. Partecipò a ben otto “cene eleganti” e durante alcune di queste, a suo dire, vide di tutto: ragazze disponibili, spogliarelli, palpeggiamenti, vide insomma in che cosa consisteva il Bunga Bunga. Dopo l’ennesima cena alzò i tacchi e se ne andò. E qualche tempo dopo si presentò in Procura per raccontare tutto quello che aveva visto, con tanto di nomi e cognomi. Risultato? Fotografi, interviste, titoli sui giornali, querele. Oggi Imane ha 33 anni, si è costituita parte civile nel processo “Ruby bis” e “Ruby ter”. Sta per finire un libro nel quale racconterà tutto ciò che sa.

Oggi, dopo qualche anno, come ricorda tutta quella vicenda?

È stata una cosa devastante, impossibile descriverla. All’inizio ero sola contro tutti, nessuno credeva alla mia versione.

Cosa pensavano tutti?

Che io avessi raccontato quelle cose solo perché non avevo ottenuto soldi e successo. Ma non era così, poi è emerso.

E com’era?

Io andavo ad Arcore perché speravo bastasse entrare in quel giro per ottenere un lavoro. Solo dopo ho capito. E ho parlato.

È stata diffamata in quel periodo?

Sì, da tutti. Il primo è stato Emilio Fede. Però poi l’ho querelato e in primo grado l’hanno condannato, ora c’è l’appello. Anche lui mi ha querelata, ma la sua è stata archiviata. Quindi io ho detto il vero, lui no.

Torniamo alla sua vita dopo che ha raccontato il Bunga Bunga.

Non riuscivo neanche a uscire di casa, mi è stata fatta terra bruciata intorno: la gente pensava fossi una prostituta, ho perso gli amici e quei pochi lavoretti che avevo, come fare l’hostess. Ho vissuto un periodo di forte depressione, piangevo sempre, ho anche perso i capelli a causa del forte stress.

Come si è curata?

Con un po’ di tranquillanti, non riuscivo più a dormire.

Lei di quelle cene ha raccontato cose forti…

Sì, le cose che ho raccontato, il Bunga Bunga, Emilio Fede, la Minetti, le ragazze nude che ballavano, è tutta la verità.

Il ricordo più brutto?

Ricordo bene l’ultima sera che sono andata là, c’erano tutte queste ragazze nude che ballavano: una di queste, svaccata per terra, con solo il perizoma addosso, si agitava in modo disperato fissandomi. Con gli occhi sembra dirmi “non giudicarmi, aiutami!”. Come un grido, un ricordo terrificante.

Lei ha mai visto scene di sesso esplicito?

No, quelle non accadevano lì.

E chi le ha detto che accadessero?

Beh, l’ultima sera viene da me una ragazza e mi dice: guarda che per ottenere qualcosa devi fare qualcosa in più. E lì ho capito tutto. Fino a quel momento speravo non mi venisse mai chiesta una cosa del genere.

Ora sta scrivendo un libro: perché?

Perché voglio raccontare tutto. La cosa non si limita a un uomo potente che aveva delle ragazze. C’è molto di più in questa storia, cose molto più gravi.

Spieghi.

Non è facile da raccontare, è la prima volta che lo faccio, però è giunto il momento.

Prego.

Questo signore fa parte di una setta che invoca il demonio. Sì lo so che sto dicendo una cosa forte, ma è così. E non lo so solo io, lo sanno tanti altri.

Sanno cosa?

Che in quella casa accadevano oscenità continue. Una sorta di setta, fatta di sole donne, decine e decine di femmine complici.

Parla perché ha visto dei riti particolari?

Diciamo che ho molti indizi. In quella saletta dove si faceva il Bunga Bunga c’era uno stanzino con degli abiti, tutti uguali, come delle tuniche, circa venti o trenta: a cosa servivano? E poi c’era un’altra stanzetta sotterranea con una piscina, con a fianco un’altra saletta, totalmente buia, senza nessuna luce. Una piscina sotterranea e una stanza senza luci? Perché?

Indizi deboli, potrebbe essere una zona relax. Sta di fatto che lei non ha visto riti satanici o cose del genere?

Senta, io ho visto di peggio. Cose difficili da raccontare in poche parole.

Ci provi.

Ho visto presenze strane, sinistre. Io sono sensitiva fin da bambina: da parte di mio padre discendo da una persona che è stata santificata e le dico che in quella casa ci sono presenze inquietanti. Là dentro c’è il Male, io l’ho visto, c’è Lucifero.

Lo sa che raccontando cose di questo tipo potrebbe essere presa per pazza?

Certo che lo so, ma non mi importa niente di cosa dirà la gente. Non l’ho mai raccontato perché non avevo prove, mentre ora le ho, inequivocabili.

Ha le prove? Ce le mostri.

No, non ancora, lo farò più avanti. Ma non manca molto, devo solo finire questo libro. E poi il mondo saprà.

“Loro” vanno a caccia, ma B. è un tatuaggio sulle chiappe

In esergo, il compianto Giorgio Manganelli: “Tutto documentato, tutto arbitrario”. E le condizioni d’uso: “Il riferimento a persone effettivamente esistenti e a fatti realmente accaduti è finalizzato a una loro rielaborazione e reinterpretazione in chiave strettamente artistica in quanto tale del tutto priva di intenti cronachistici”, dunque, siamo di fronte a “una creazione narrativa che fa interagire personaggi immaginari e persone reali in contesti di pura fantasia”, sicché “qualsiasi riferimento a persone, diverse da quelle espressamente individuate nel film come reali, è puramente casuale”. Però sono loro, anzi, è Loro 1, la prima parte del dittico su Silvio Berlusconi firmato da Paolo Sorrentino, da oggi nelle nostre sale (500 schermi). Dura 105 minuti e col cerone d’ordinanza, i capelli calafatati, una cadenza alla Dogui, il cumenda di Guido Nicheli, e il metamorfismo dell’attore feticcio Toni Servillo Berlusconi non compare prima di un’ora e spicci, travestito da odalisca. Siamo in Sardegna, a Villa Certosa, e Veronica Lario, interpretata da Elena Sofia Ricci, non gradisce né il costume né i fiori: “Non mi ha fatto ridere neanche un po’”.

Il mastice e lo sbarco a Villa Certosa

In verità, il faccione di Silvio compare anche prima: a mo’ di tatuaggio, sopra le natiche di una escort già ginnasta. A farsela a pecorina, con l’ausilio di alcune righe di coca, è Sergio Morra, cui Riccardo Scamarcio dà strafottente e sguisciante determinazione: prostitute profferte a politici in cambio di appalti, un gioco vecchio come il mondo il suo, eppure Taranto ormai gli sta stretta, come pure alla moglie e complice Tamara (Euridice Axen). La meta è Roma, l’obiettivo è Lui, Lui Lui. Si capisce, ogni riferimento a Gianpaolo Tarantini e l’ex moglie Angela Devenuto è puramente casuale. E altrettanto casuale ravvisare nella Kira di Kasia Smutniak assonanze con Sabina Began, l’Ape Regina, nonché individuare un tot di analogie, non fosse altro che la passione per i componimenti poetici, tra l’ex ministro Santino Recchia interpretato con pelata ad hoc da Fabrizio Bentivoglio e l’ex ministro Sandro Bondi. Già, tutto “puramente casuale”. Il mastice è il sesso, con i proverbiali secondi fini: Santino, e non solo lui, brama Tamara; Sergio, Tamara, Kira e Santino anelano Lui Lui, che pure latita da Roma, e persino dal Bagaglino, e se ne sta recluso in Costa Smeralda, diviso tra una moglie da riconquistare e le elezioni perdute, siamo nel 2006, per 25 mila voti.

Il metodo-farfallina e il trenino dei desideri

Che fare? Pianificare, Sergio e Tamara, un abboccamento con B., passando per Kira, che sfoggia al collo una sintomatica farfallina, tenendo sulla corda Santino e, soprattutto, facendosi conoscere a “loro, quelli che contano” con un piano rigidamente cartesiano: coca per ascissa, ragazze per ordinata, e l’affitto di Villa Morena, antistante Villa Certosa, per cavallo di Troia. Ma Berlusconi, questo Berlusconi, chi è, meglio, com’è? Premesso che “un uomo è il risultato dei suoi sentimenti più che la somma biografica dei fatti”, per Sorrentino “Berlusconi è probabilmente il primo uomo di potere a essere un mistero avvicinabile”, “un simbolo”, dunque, “una proprietà comune” e “un torero”, giacché scriveva Hemingway in Festa mobile “non c’è nessuno che viva la propria vita sino in fondo, eccetto i toreri”. Ebbene, nella tranche de vie 2006 – 2010 selezionata non mancano le incornate al torero Silvio, di cui vengono deplorati i processi, le leggi ad personam, le promesse non mantenute, i nove anni per associazione mafiosa comminati a un collaboratore (il riferimento implicito è a Marcello Dell’Utri, che in primo grado l’11 dicembre 2004 venne condannato dal Tribunale di Palermo a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa).

Se rimane “con il cuore e la prostata a pezzi”

Un uomo di 70 anni – affonda la sceneggiatura redatta da Sorrentino e l’abituale Umberto Contarello – “con il cuore e la prostata a pezzi”, che “vuole divertirsi, per deprimersi c’è già la moglie”, che ha familiarità con frode fiscale e falso in bilancio, che condanna “i magistrati disturbati, ci odiano” e, confida a un nipote, sogna “un mondo senza carceri”. Per ingraziarselo la corte gli prepara spettacolini con D’Alema, Lenin, Stalin e Mao che mangiano bambini, eppure, “una comunista che condivido c’è”, ed è Natalia Ginzburg e il suo “non si dovrebbe mai metter da parte soldi, sentimenti, pensieri: perché dopo non si usano più”. All’appello non mancano Noemi Letizia, Mariano Apicella (Giovanni Esposito), un fantomatico Dio, così appellato perché sta sopra persino a B., la segretaria Marinella (Michela Cescon), il tuttofare Paolo Spagnolo (Dario Cantarelli). Non latitano Mike Bongiorno (Ugo Pagliai), un simil Stefano Ricucci (Ricky Memphis) ribattezzato Riccardo Pasta, un campione di calcio che Silvio vorrebbe portare al Milan, né il carnaio, ovvero le 28 (non) vergini che Sergio Morra gli sbatterà in faccia, eppure, manca qualcosa. Il controllo dell’immagine è meno ferreo che ne La grande bellezza, i dialoghi meno originali che in The Young Pope, soprattutto, non si scatena la reazione tra stile pop e personaggio politico che guadagnò al Divo un inedito e avvincente Andreotti. Servillo fa il suo e più del suo, per mimesi e antifrasi insieme, eppure Loro 1 non si libera, almeno non del tutto, da un complesso d’inferiorità poetica, e dunque ideologica, rispetto al personaggio larger than life che ha scelto per protagonista. Che poi il focus, dice Sorrentino, sono “alcuni italiani, nuovi e antichi al contempo, anime di un purgatorio” che ruotano intorno a “una sorta di paradiso in carne e ossa”, Berlusconi stesso: problema, all’uno e agli altri difetta l’empatia necessaria alla nostra immedesimazione, e un film pop(olare) freddo, come pure una caccia al tesoro anodina, è già una contraddizione in termini.

Un’altra “bellezza” e il “brillante” che manca

Scansata la copia conforme de La grande bellezza, approcciato, ma senza eguagliarne il radicale nichilismo, lo spreco edonista del superbo Spring Breakers (2012) di Harmony Korine, Loro 1 denuncia fin troppo chiaramente il perché non abbia trovato posto a Cannes: non c’entrano i supposti timori del festival per ripercussioni legali, né una resa cinematografica forse meno brillante del previsto, ma crediamo una rappresentazione delle donne poco edificante, lontana anni luce da quell’empowerment femminile che oramai è una calda raccomandazione, se non una tacita prescrizione. In tempi di #metoo e Time’s Up, e con presidente di giuria sulla Croisette una pasionaria quale Cate Blanchett, un peccato mortale. Anzi, un divieto d’accesso.