Basta cazzate

Per riassumerlo con un francesismo, il senso dell’incarico conferito da Mattarella a Fico è questo: “Basta cazzate”. Infatti il più deluso è proprio il Re della Cazzata: Matteo Salvini (almeno da quando l’altro Matteo è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari). Il perimetro disegnato dal Quirinale per l’esplorazione del presidente della Camera è speculare a quello tracciato per quella della presidente del Senato. La Casellati doveva verificare la fattibilità di un’intesa fra i 5Stelle e tutto il centrodestra o una parte di esso (la Lega) ed è tornata al Colle con un pugno di mosche in mano: no del M5S a FI, no di FI al M5S e no della Lega al divorzio da FI. Solo le cazzate di Salvini, sempre uguali dal 4 marzo: “Datemi qualche giorno e risolvo tutto io”. Invece non può risolvere nulla. B. non darà mai appoggi esterni a governi che non controlla manu militari, perché il concetto di “esterno” è incompatibile col suo Dna: non fai in tempo a dire esterno e te lo ritrovi subito interno, tipo supposta. E Salvini, se mollasse B., retrocederebbe da leader di una coalizione al 37% a capo di un partito al 17; si attirerebbe addosso la guerra termonucleare dei giornali, delle tv e dei dossier del Partito Mediaset; e metterebbe a repentaglio tutta l’argenteria (a partire dalle giunte a guida leghista in Lombardia, in Veneto e da domenica in Friuli Venezia Giulia, che senza FI crollerebbero l’una dopo l’altra come birilli).

È comprensibile che finora Di Maio abbia lasciato aperto il forno leghista, per non dare a Salvini il pretesto di incolparlo della rottura: ma se continuasse a fingere di credere (che lo creda veramente non riusciamo neppure a immaginarlo) al divorzio fra Matteo e Silvio, diventerebbe un caso di autocirconvenzione di incapace. Anzi, di capace, vista l’abilità mostrata dal capo pentastellato in campagna elettorale e nella partita delle presidenze delle due Camere. Il gioco di Salvini è chiarissimo: continuare a sparare cazzate, ad annunciare svolte che non possono arrivare, a prospettare scenari, proposte e soluzioni irrealizzabili, a rimandare continuamente la palla in campo grillino per farsi dire di no e lasciare il cerino acceso in mano a Di Maio, accusandolo di bloccare tutto per la poltrona di Palazzo Chigi o per i suoi presunti “veti, diktat e litigi con Berlusconi” (così svilisce la pregiudiziale etica e penale antiberlusconiana, che lui e la sua truppa non possono proprio capire). Il ras leghista infatti è l’unico leader che ha tutto da guadagnare e nulla da perdere da nuove elezioni presto: si mangerebbe un altro pezzo di FI, potrebbe consolidare la leadership sul centrodestra e recuperare un po’ dei voti di destra finiti ai 5Stelle.

Invece il M5S, più dura lo stallo e più si logora, perché ha vinto le elezioni con un picco storico molto difficile da replicare, specie se non riuscirà a tradurlo in un governo che cambi davvero qualcosa. Il tempo gioca a favore di Salvini e a sfavore di Di Maio (che, fra l’altro, è al suo secondo e ultimo mandato, se la legislatura durerà almeno un anno, mentre l’altro non ha fretta: fa politica da 22 anni e continuerà a farla per i prossimi 44).

Ora la mossa di Mattarella, che chiude il forno di centrodestra fra gli strilli di Salvini e apre quello di centrosinistra, toglie ogni alibi al partito che finora s’è comportato peggio: il Pd. Dopo aver governato per sette anni consecutivi con cani e porci (soprattutto porci), i renziani han simulato un’improvvisa quanto improbabile purezza schifando tutti gli altri: per loro, 5Stelle e Lega pari sono, mentre a B. riservano ben altro trattamento, e ci mancherebbe. Dopo aver imposto all’Italia (in combutta con FI e Lega) una legge elettorale proporzionale, hanno puntato al tanto peggio tanto meglio ritirandosi sull’Aventino e tradendo il principio cardine del proporzionale (le maggioranze si formano dopo il voto con coalizioni fra i partiti più vicini o meno lontani). Dopo aver scritto le regole del gioco, hanno abbandonato la partita portandosi via il pallone, per impedire anche agli altri di giocarla. Per 50 giorni hanno rifiutato anche solo di parlare con i 5Stelle, che avevano presentato una squadra di ministri tutti di centrosinistra, un programma molto più compatibile con loro che con le destre e un leader che ha definito in tv il Pd “interlocutore privilegiato”. Così Di Maio, non sapendo più con chi parlare nel Pd, ci ha provato con Salvini (che almeno risponde al telefono). Allora i pidini han fatto gli offesi perché i 5Stelle li trattano alla pari della Lega e adesso intimano loro di chiudere subito quel forno per iniziare a dialogare. Ora che Mattarella incarica Fico di lavorare a un’intesa M5S-centrosinistra e Di Maio saluta Salvini, vedremo se le vergini violate del Nazareno dicono sul serio o bluffano.

Ottima l’idea del presidente della Camera di mettere sul tavolo pochi punti compatibili con i programmi di M5S, Pd e LeU, e solo dopo parlare del premier e dei ministri (le figure “terze” sono vivamente sconsigliate: senza Di Maio e due ministri forti a garanzia di Pd e LeU, il governo volerebbe via al primo sbuffo di vento). Pessimo invece il documento partorito dal prof. Della Cananea, incaricato di studiare concordanze e discordanze fra i programmi dei partiti. Forse per un equivoco, i 10 punti finali sono il distillato del niente che accomuna M5S, Pd e Lega. Ma nessuno (si spera) ha mai ipotizzato che i tre partiti governino insieme. Infatti il risultato è un semolino inodore, incolore, insapore e immangiabile (neppure un cenno a conflitti d’interessi, tv, prescrizione e anticorruzione) che pare scritto da Forlani per un governo balneare Rumor, non per un governo del cambiamento. Dialogare, negoziare e fare compromessi si chiama politica. Ma presentarsi al tavolo con le brache già calate si chiama suicidio.

Libor, la stretta monetaria occulta che avrà conseguenze planetarie

Da inizio anno, sui mercati finanziari è in atto un fenomeno che ha attirato l’attenzione degli osservatori e delle tesorerie aziendali: il tasso Libor in dollari, quello al quale le banche si prestano fondi, è quasi raddoppiato, ed ora sulla scadenza trimestrale si trova a circa il 2,35%, mentre il suo differenziale col tasso swap overnight, legato ai finanziamenti in contropartita con la Federal Reserve, è tornato su livelli visti durante la fase acuta di stress della crisi dell’Eurozona; ma oggi non sono presenti criticità del sistema bancario globale, motivo per cui si indagano le possibili cause di questo anomalo rialzo. Da inizio anno, il Tesoro statunitense ha fortemente aumentato l’emissione di T-Bills, titoli a breve termine equivalenti ai nostri Bot, e questo può avere indotto le tesorerie delle banche con surplus finanziari a investire i propri fondi in questo strumento anziché prestarli ad altre banche, mettendo quindi pressione rialzista ai tassi interbancari. Anche la progressiva conclusione dell’easing quantitativo della Federal Reserve ha un peso nell’aumento dei costi interbancari: poiché la banca centrale statunitense otterrà dal Tesoro il rimborso dei titoli in portafoglio e non ne comprerà di nuovi usando questa liquidità, il sistema bancario subirà una contrazione di riserve. Dato che le banche devono detenere a fini prudenziali attivi liquidi di alta qualità, è prevedibile maggiore domanda di T-Bills e minore domanda di debito bancario. L’effetto finale sarà quello di aumentare il costo della provvista di denaro per le banche.

Altra determinante è rintracciabile nella riforma fiscale statunitense: le controllate americane di banche europee e che da esse si fanno prestare euro che convertono in dollari sul mercato statunitense, ora dovranno pagare un interesse su questi prestiti della controllante, quindi è prevedibile che si rivolgeranno direttamente al mercato statunitense, mettendosi in concorrenza con le banche domestiche nella raccolta, e alzando i costi di interesse. Il combinato disposto di queste contingenze ha determinato un aumento dei costi dell’indebitamento bancario in dollari e, per questa via, anche del costo del debito per imprese e famiglie, visto che il tasso Libor rappresenta la base su cui prezzare i prestiti; anche se i recenti scandali hanno costretto il sistema finanziario a riflettere sulla sostituzione di questo tasso di riferimento, si calcola che siano in circolazione debiti legati al Libor per 240 mila miliardi di dollari. Per chi ha debiti in dollari a tasso variabile (mutui, prestiti personali, fidi aziendali), lo shock da inizio anno è evidente, e supera di mezzo punto percentuale il rialzo dei tassi ufficiali attuato dalla Fed. Non si può escludere che i settori più indebitati dell’economia statunitense (e non solo) nei prossimi mesi risentano di questa stretta creditizia frutto di conseguenze non previste né desiderate.

Soccorso sanitario, i rischi del privato

Come è possibile che un servizio così essenziale come il soccorso sanitario si regga sempre più spesso sulle spalle di privati e volontari? In un paese come l’Italia che vanta un sistema sanitario pubblico e universalistico, tra i più lodevoli al mondo, non si può far finta di niente e assistere alla privatizzazione della sanità senza indignarsi. I primi di aprile l’azienda regionale d’emergenza del Lazio (Ares), che conta oltre la metà di ambulanze appaltate a enti esterni (profit e no profit), ha pubblicato un nuovo bando per 17 postazioni riservate alla rete del volontariato. Siccome il penultimo bando è andato deserto, l’azienda ha affidato il servizio 118 a una società privata, la Heart life. Oggi i suoi 250 dipendenti protestano perché non vogliono perdere il posto. Anche i dipendenti di Ares protestano perché sono in pochi e il più delle volte si ritrovano in due sull’ambulanza, con serie difficoltà nell’eseguire manovre delicate che richiederebbero un terzo addetto. Per risparmiare? Pare di no, visto che nel bando il budget è previsto per un equipaggio di tre, e stando ai calcoli del sindacato Usb, la gestione pubblica delle ambulanze è più conveniente.

Nasce la class action europea. Ma il fallimento è assicurato

Lo scorso 11 aprile, nelle stesse ore in cui negli Stati Uniti un giudice federale ha dato l’ennesimo via libera a una class action (nel caso in questione quella contro la società guidata da Mark Zuckerberg per la violazione delle norme sul riconoscimento facciale di Facebook), la Commissione europea ha presentato a Bruxelles un pacchetto con due proposte di direttiva, battezzato “New Deal per i consumatori”, che permetterà di far valere in modo più efficace i propri diritti e ottenere compensazioni o risarcimenti in caso di pratiche commerciali illecite, sleali o ingannevoli da parte di chi produce e vende prodotti o servizi. L’innovazione più importante è la possibilità di ricorsi giudiziari collettivi (collective action), per cui un soggetto qualificato e riconosciuto potrà esigere il risarcimento o la riparazione del danno, a nome e per conto di un gruppo di consumatori che sono stati lesi dalla stessa pratica scorretta.

Bene, benissimo. Mica tanto. Anche se le associazioni dei consumatori e la commissaria Ue alla Giustizia, Vera Jourova, si dicono soddisfatti non solo la proposta è lontana dal concretizzarsi (dovrà ottenere il via libera da Parlamento e Consiglio europeo; in pratica passeranno alcuni anni), ma dovrà anche scontrarsi con i grandi industriali che da sempre hanno ostacolato la class action nei singoli Stati. A partire dall’Italia.

Un passo indietro per capire meglio. A 8 anni dal varo della class action italiana (prevista dall’articolo 140 bis del Codice del Consumo e, guarda caso, modificata nel 2012 con il decreto Liberalizzazioni per far sfumare le speranze dei risparmiatori coinvolti nei crac finanziari Parmalat, Cirio e Argentina), questo strumento si è rivelata un vero fallimento testimoniato dallo scarso numero di azioni collettive che hanno superato la fase di ammissibilità. Eppure basta fare un po’ di rassegna stampa e scoprire che quasi ogni giorno qualcuno la invoca: dagli iPhone rallentati alle buche di Roma passando per le peripezie dei pendolari all’acqua non potabile in Sardegna. Molta carne al fuoco e poche soddisfazioni. Tanto che si possono contare sulla punta delle dita le vittorie dei consumatori dal 2010: 6 correntisti rimborsati tra i 100 e i 200 euro dalla San Paolo, un gruppo di turisti che hanno pagato per alloggiare in un lussuoso resort di Zanzibar ritrovandosi in un cantiere, 300 pendolari (assistiti da Codici e Altroconsumo) che hanno ottenuto 100 euro di risarcimento da Trenord.

“L’azione di classe italiana è un flop. Oggi non fa nessuna paura alle aziende, non le mette sotto pressione economica e psicologica, non le stimola a una maggiore correttezza nei confronti dei consumatori”, spiega Alfonso Bonafede (M5S), che da anni porta avanti una battaglia per modificare la class action e renderla un vero strumento di difesa degli interessi dei consumatori e delle piccole imprese. Ma un anno e mezzo fa, dopo aver passato indenne l’esame della Camera, il documento proposto da Bonafede si è arenato al Senato e non è mai diventato legge.

Lo stop è stato ufficializzato dall’allora ministro per le Riforme Maria Elena Boschi durante un’assemblea di Confindustria. Una gioia per la lobby industriale che da sempre teme che lo strumento si possa trasformare in un boomerang facendo esplodere i contenziosi, riuscendo così ad annullare l’efficacia della modifica. “Ma tutto il lavoro svolto fino a qui non è servito a nulla, visto che con la nuova legislatura bisognerà ripartire dall’inizio per riuscire a trasformare finalmente la class action in uno strumento efficace e regolamentato dal Codice civile”, sottolinea Bonafede. “Confidiamo che il nuovo Parlamento, su pressione dei Cinquestelle e della Lega, da sempre disposti a modificare lo strumento, voti la nuova class action per trasformarlo da uno strumento farraginoso e inutile a uno di tutela”, dice Luigi Gabriele di Codici.

E la questione Dieselgate? Se negli Usa, la Volkswagen è stata obbligata a pagare compensazioni per 5.000 dollari a ciascun cliente ingannato, oltre a decine di miliardi di dollari in multe per aver violato la legge, in Europa nessun automobilista ha ottenuto nulla. Neanche in Germania. A maggio 2017, il tribunale di Venezia ha accolto la class action presentata da Altroconsumo contro i veicoli a marchio Vw, Audi, Skoda e Seat i cui motori (EA189 Euro 5) sono stati manipolati per truccare le emissioni delle auto e superare i test di omologazione. Ora il 6 giugno è stata fissata una nuova udienza, dopo quella interlocutoria di fine dicembre. Altroconsumo chiede che gli automobilisti vengano risarciti del 15% del prezzo d’acquisto dell’auto. Peccato che, con la legge attuale, sarà difficilissimo visto che, al contrario di come funziona negli Usa (concorrono al rimborso anche le spese morali e legali) , in Italia vengono risarciti solo i danni effettivi (il rimborso cioè di quanto si è speso). Che per il caso Vw potrebbe essere il costo del software illegale.

Ex che non esultano e fischietti “insensibili”: tifo in cortocircuito

14 marzo 1982, Ciccio Graziani viene sostituito al 79’ della ripresa. Percorre il tragitto che lo separa dalla panchina all’ingresso degli spogliatoi del Comunale tra gli applausi di migliaia di persone. Non sono i suoi tifosi (gioca nella Fiorentina): sono i suoi ex tifosi, quelli del Torino con cui ha giocato per otto stagioni, vincendo uno scudetto e realizzando 122 reti in 289 partite. Fin qui nulla di strano. Di insolito semmai, con gli occhi del 2018, c’è che Ciccio Graziani ha appena segnato due gol al Toro (2-2 il finale), per di più sotto la curva Maratona. E si è ben guardato dal non esultare, anzi, la Fiorentina lotta per lo scudetto, che perderà all’ultima giornata per un solo punto.

Una scena molto simile si ripete tre anni dopo, il 6 gennaio 1985: ancora Torino-Fiorentina, ancora 2-2 e ancora una doppietta in viola di un amatissimo ex granata: Eraldo Pecci, che, come il collega Graziani, esulta eccome.

Sembra fantascienza all’occhio pelosamente politically correct del calcio dell’era social. Per fare un esempio (rimanendo sempre in campo granata) il 26 aprile 2015 il Torino torna a vincere un derby dopo 20 anni. Il gol decisivo lo realizza l’ottimo Quagliarella che – incredibile ma vero – non esulta per rispetto della sua ex militanza juventina.

È un must – fastidiosissimo e spesso falsissimo – in voga da molti anni. È l’altra faccia di una medaglia scadente, la stessa che impedisce al milanista Gigio Donnarumma di dialogare in maniera del tutto innocua con un suo parente napoletano sui social, scherzando sulla sua spettacolare parata che ha impedito la vittoria a San Siro del “suo” Napoli, mettendo probabilmente la parola fine al sogno tricolore dei partenopei. Donnarumma, com’è noto, è stato costretto a scusarsi (!) pubblicamente dopo essere stato investito dagli insulti dei suoi concittadini napoletani.

Che cos’hanno in comune le due facce di questa medaglia? Sono il sintomo del cortocircuito del calcio “moderno”, dove non ci sono più bandiere e chi non vince non esiste. A fronte di questa erosione sentimentale di un sano passatempo popolare, è montata un’esasperazione emotiva che consente al tifoso di considerare legittimo violare le regole: Donnarumma avrebbe dovuto far segnare la squadra della sua città. Se non lo ha fatto, è un ingrato. Solo pochi anni fa nessuno se lo sarebbe sognato, proprio come gli ex tifosi di Pecci e Graziani (va beh, non c’erano ancora i social…) non si sognarono di considerare i gol subiti dagli ex beniamini (per di più esultanti) come un affronto.

Ma in fondo, perché mai un tifoso “moderno” dovrebbe rinunciare a pensare che a suo favore si possano calpestare le regole sportive se il gigante Buffon – da professionista – si comporta allo stesso modo lamentando l’ormai celebre “insensibilità” dell’arbitro Oliver, reo di aver fischiato a tempo scaduto contro la Juventus a Madrid un rigore che nel restante 99% dei casi non avrebbe certo destato scandalo?
Insomma è il calcio moderno, il calcio del Marchese del Grillo: “Io so’ io e voi nun siete un cazzo”.

1984, lo scandalo di Roma-Dundee

Succede domani: per la seconda volta nella sua storia la Roma scende in campo per una semifinale di Champions League. La sola volta in cui capitò fu 34 anni fa, nell’aprile dell’84, quando la Champions si chiamava ancora Coppa dei Campioni e la Roma sfidò gli scozzesi del Dundee United. Nel programma La tribù del calcio da me curato per molti anni su Premium, andò in onda nel 2011 un servizio, a firma Marco Piccari, su questo famoso scandalo. A narrarlo in prima persona fu il figlio dell’allora presidente Dino Viola, Riccardo, che all’epoca dei fatti era il dirigente addetto agli arbitri. Ricapitolando. Coppa dei Campioni 83-84. Priva di Falcao, la Roma di Liedholm ha malamente perso (0-2) la semifinale d’andata al Tannadice Park. Il 25 aprile si gioca il match di ritorno e il presidente Viola riceve una telefonata da Spartaco Landini, a quei tempi d.s. del Catanzaro, che sostiene di avere notizie importanti sul conto dell’arbitro francese Vautrot designato per la partita. La mattina della vigilia, Viola incontra Landini a Villa Pamphili. “Arriva il signor Landini – racconta Riccardo Viola – e ci dice che Vautrot è un amico e attraverso un altro amico, Giampaolo Cominato, si può arrivare a lui. Ma bisogna dare all’arbitro 100 milioni. Noi rispondiamo: che sicurezza abbiamo che Vautrot prenda questi soldi? Ci si accorda per un segnale convenzionale. Durante la cena della vigilia, all’Hosteria dell’Orso, un cameriere va da Vautrot e gli dice che è desiderato al telefono. Quello era il segnale. Quando l’arbitro torna al tavolo dice: “Ha chiamato l’amico Paolo e mi ha detto di salutarvi”. Allora io mi alzo, chiamo papà e gli dico: “Il messaggio è arrivato”.

“Che la Roma abbia dato a un intermediario 100 milioni per l’arbitro Vautrot è vero e – ammette Riccardo Viola – è un fatto vergognoso; voglio però ricordare che lo scandalo, tempo dopo, lo fece scoppiare mio padre per smascherare i colpevoli: era stato al gioco solo per poter fare denuncia”. Sia quel che sia, la mattina del match Viola consegna a Landini i 100 milioni destinati a Vautrot e al misterioso amico Paolo. “Chi fosse davvero questo Paolo non l’abbiamo mai saputo – assicura Riccardo Viola –. Papà tentò in tutti i modi di scoprirlo e in quel periodo c’erano solo due possibili Paolo, Bergamo e Casarin. Lui parlò con entrambi, ma finì che entrambi si accusarono a vicenda”. Si gioca la partita. La Roma vince regolarmente grazie a due gol di Pruzzo e a un rigore (netto) di Di Bartolomei e si qualifica per la finale: non ci sono polemiche. Tempo dopo, allertata dallo stesso Viola, la Figc apre un’inchiesta; che va per le lunghe fino a che la Corte Federale, nel febbraio dell’86, assolve tutti ma solo per sopraggiunta prescrizione e specificando di “aver riscontrato un comportamento gravemente censurabile dell’ing. Viola. Non può quindi dichiarare caduta l’incolpazione contestata ai signori Landini e Viola in merito al passaggio della somma di 100 milioni”.

Chi non perdona è l’Uefa: che squalifica Viola per 4 anni e la Roma per uno, sanzione trasformata poi in multa da 168 milioni. Ancora: nel processo penale il Tribunale di Roma, al quale i risvolti sportivi non interessavano, condanna Landini e Cominato a 12 mesi di reclusione e a rifondere a Viola la somma di 100 milioni più interessi. Succedeva 34 anni fa. Per capirci, Moggi aveva 47 anni e lavorava al Torino.

Caro, vecchio “Linus”, una nuova vita con Igort

Sto per parlare di Linus. Ritorna. Qualcuno ricorda. E molti dovranno scoprirlo. Perchè Linus è stato fumetto, letteratura, sociologia, interpretazione politica, bandiera di un certo militantismo senza bastoni, molte finestre su un’Italia che non era ne la politica ne l’apatia. E su un’America carica di segnali nuovi e non aveva niente a che fare con l’America-potenza.

Era più piccola e più grande dell’America rock, meno celebre, e molto frequentata da chi voleva sapere come si fa ad attraversare, senza danno e senza nuocere, il terreno minato della guerra fredda.

Chi c’era ripenserà a Giovanni Gandini, fondatore e direttore, l’uomo che ha portato Linus in edicola, in libreria, nella stanza dei bambini, nello studio di alcuni magnifici rettori.

E ricorderà che tra gli autori c’erano Oreste Del Buono, Elio Vittorini, Umberto Eco, dal principio alla fine. Ah, e c’era anche Charlie Brown dell’indimenticabile Schulz, il cane Snoopy che ha segnato milioni e milioni di vite nel mondo.

E Linus, protagonista da sempre e per sempre perchè per rassicurarsi aveva bisogno (e ha bisogno), come tutti noi, di una coperta a cui restare aggrappato.

Sissignori, torna Linus. L’idea e l’iniziativa sono di Elisabetta Sgarbi, la publisher de La nave di Teseo che si è affacciata sbadatamente su una mezz’ora libera della sua vita, fra case editrici (Nave di Teseo, Baldini e Castoldi, Oblomov), cinema (c’è un cofanetto con i suoi film sul Po, sulla grandezza elusiva e misteriosa di quel fiume e se qualcuno della Polizia italiana li avesse visti con la dovuta attenzione, il bandito omicida nascosto fra le braccia del Po che solo la Sgarbi conosce, non sarebbe sfuggito alla cattura) ed eventi come la “Milanesiana” che segnano l’estate italiana.

Sgarbi ha messo insieme la squadra, organizzato la redazione, trovato che c’è, tra i nomi storici, e chi ci sarà, nel nuovo mondo, sta per dare il via. Dirigerà Igort (Igor Tuveri). Cito da Sgarbi: “Uno dei più importanti fumettisti ed editori di fumetti italiani”.

Meglio affrettarsi in sala per questo evento, che non promette nostalgia, promette un modo diverso di uscire dallo “stallo”.

I leoni di Sebastiano, un piccolo genio che sembra Ligabue

Pensate alla “Testa di Tigre” di Antonio Ligabue, il pittore di Gualtieri considerato “matt”. Ora guardate uno di questi leoni. Potrà sembrarvi incredibile ma sono dipinti da un bambino nato e cresciuto in pianura Padana senza aver mai visto il re della foresta proprio come il genio di Zurigo trapiantato in Emilia Romagna.
Sebastiano Colombi di Soncino (Cremona) ha dieci anni e da quando ne aveva cinque davanti ad un foglio bianco, ad una tavola di legno o ad una tela, prende in mano la matita o il pennello, il gesso o i pastelli e dipinge leoni. Sebi è un bambino autistico che i neuropsichiatri definiscono a basso funzionamento. Per anni il suo unico modo d’esprimersi è stata l’arte. Attraverso gli occhi tristi, malinconici o aggressivi dei suoi leoni si è raccontato, ha parlato di sé, ha tracciato la sua vita e qualche volta quella di chi lo ha circondato fino ad oggi.

A guardare lo sguardo del coniglio o gli occhi vispi e allo stesso tempo impauriti della “Lepre con scoiattolo” di Ligabue è inevitabile pensare a come il tratto artistico di Sebi somigli a quello del celebre pittore. Chi è stato capace di dare “voce” a questo bambino è la sua insegnante di sostegno Regina Belloni che lo segue da quando ha messo i piedi alla scuola primaria. È lei che intuisce da subito che Sebi supera ogni barriera comunicando attraverso l’arte: “Lui non riesce ad esprimere ciò che sente attraverso le parole ma ogni sensazione, ogni nostalgia, ogni emozione è miracolosamente espressa con delle pennellate”.

Quando ha sette anni gli dona dei fogli più grandi, poi delle tavole di legno. Sebi non si ferma davanti alle dimensioni: coinvolge ogni centimetro quadrato della superficie pittorica per dare spazio ai suoi leoni, alla sua anima.

Inevitabile pensare a quanto ci raccontano Giuseppe Caleffi e Ezio Aldoni, esperti conoscitori di Ligabue che nel libro dedicato all’artista di Gualtieri pubblicato per “Imprimatur” spiegano che nel primo periodo usava compensati e faesite. “Quando dipinge usa di tutto: pennelli, mani, colori a tempera, gesso, saliva.

Se prende il mano il pennello non ha bisogno di fare prima il tratto grafico con la matita ma costruisce direttamente l’immagine mentre se usa la matita non colora”, spiega Regina Belloni che oggi ha raccolto 140 opere e ha dato vita all’associazione “I leoni di Sebi” oltre che ad una mostra organizzata con l’istituto “Falcone e Borsellino” a Offanengo.

Nemmeno la sua maestra sa spiegarsi da dove venga la passione per il leone. Anche Ligabue, tigri, leopardi, serpenti e foreste non li aveva mai visti ma trascorreva parecchio tempo in biblioteca e conosceva le figurine Liebig degli animali.

Oggi Sebastiano si esprime con la parola, scrive, legge, usa il personal computer e spesso va in rete a cercare figure di leoni. Il re della foresta l’ha visto una sola volta dopo averlo dipinto.

Il sogno di Regina Belloni ora è dar vita ad una mostra permanente di opere realizzate da bambini come Sebi per far comprendere quanto sia importante dare loro spazio, creare laboratori artistici per loro. Intanto alle opere di Sebi si è interessato anche un noto stilista e qualche critico milanese le ha persino prese in considerazione.

L’unico a non accorgersi di essere diventato “famoso” è Sebi che davanti ai suoi quadri ha solo un’espressione: “Mio”.

Il piccolo artista non sa nemmeno di essere riuscito in una grande opera: quella di far parlare di autismo in maniera diversa. Il professor Gianfranco Marchesi, colto studioso di neuroscienze parlando di Ligabue disse che “non è un matto, ma che ha una personalità schizopatica, un disturbo bipolare, una prepotente ricchezza emozionale”.

Forse anche il pittore di Gualtieri sarà stato autistico?

 

“Sono fuori moda: suono per chi ascolta, non per chi consuma”

Ognuno ha il proprio passo, i propri tempi, e quando la protagonista è la musica, anche i tempi diventano delle note oltre lo spartito e le apparenze; così c’è chi vive la musica per ottemperare alle proprie esigenze, e chi come Raphael Gualazzi la vive come esigenza primaria, “tanto che non farei altro tutto il giorno, sempre”, e anche i concerti diventano delle parentesi troppo corte rispetto alle necessità personali, “e quando sono sul palco andrei avanti oltre il previsto. A volte mi fermo solo per non far incavolare il mio gruppo”. Alto più di tanto, fisico importante più di tanto, a 37 anni è una star non solo per palati fini, in Italia Sanremo prima e la Notte della Taranta poi lo hanno sdoganato dal ruolo di bravo per chi ama il jazz e le sue declinazioni, “però non riesco a inquadrarmi in un solo genere: da ragazzo ascoltavo anche i Pantera e i Metallica (gruppi heavy metal statunitensi)”. Da poco è tornato dal Giappone, dove hanno pubblicato una sua raccolta di successi.

Nemo profeta non solo in patria…

È un altro lato bello di questo lavoro, poter viaggiare grazie alla musica, pagato, mentre un tempo dovevo racimolare i soldi, o magari chiedere ai miei genitori, per non perdermi i grandi appuntamenti nel mondo, come il Festival jazz in Indonesia.

Dove è più conosciuto, all’estero?

In Francia va molto bene, ma anche la Germania non è male.

Su un palco non parla molto con il pubblico…

Perché le persone vengono ad ascoltare la musica, e poi quando si suona, bisogna prima creare un’atmosfera tra i musicisti, nel momento in cui arriva la giusta complicità, allora si può aprire la scena alla platea e rendere l’atmosfera ancora più magica.

L’opposto rispetto ai comuni frontman…

Sono così, senza il giusto clima non riesco a rivolgermi agli spettatori, non lo trovo rispettoso.

Sicuro che non sia timidezza?

Non credo, anzi a volte è il pubblico a dettare la scaletta: se percepisco la necessità di un pezzo, lo suono, non aspetto il momento concordato e varia pure la lunghezza del brano: se funziona può durare dieci minuti.

Ha mai pensato di percorrere un’altra strada rispetto a quella musicale?

Ho studiato Conservazione dei Beni Culturali, poi l’idea di una vita chiuso in un solo posto, senza pianoforte, mi ha angosciato.

E…

Ho inciso un mini disco con una qualità del suono pessima, una pronuncia terrificante, quasi imbarazzante, eppure ha funzionato. E non è stata neanche una mia idea, ma di un mio amico.

Però la carriera non è decollata immediatamente.

È passato qualche anno, ma senza particolare ansia da prestazione, a me andava bene pure suonare nel pub della mia cittadina.

Urbino.

Lì c’è un locale, si chiama il Caffè del Sole, avevo 20 anni e mi chiedono di lavorare la sera per suonare qualche brano di musica classica. All’inizio non veniva nessuno, alcuni amici e basta; poi nell’arco di un annetto hanno iniziato a chiamare i vigili per controllare tre, quattromila persone presenti.

Suo padre è un musicista che ha suonato con Ivan Graziani.

Tra loro c’era un rapporto di forte amicizia e le famiglie si sono spesso frequentate. Persona vera, sincera, carattere forte e onesto un po’ come le sue canzoni.

Cantautore sottovalutato…

Purtroppo oggi la percezione di tutto è un po’ distratta, forse c’è una bulimia della fruizione; oggi esiste l’ascoltatore e il consumatore, e oramai vincono sempre i secondi.

Cos’è il successo?

Per me è avere delle date e poter suonare.

Va poco in tv.

Non mi interessa molto, è solo funzionale per poter suonare, ma niente di più.

Chi ringrazia?

Lista lunga: dalla mia famiglia a Caterina Caselli e la Sugar, il mio manager Marco, fino a Gegè Telesforo: lui mi ha guidato a trarre insegnamento dagli altri, da qualcosa di diverso, come poi ho sperimentato a New Orleans…

La città dei sogni…

Esatto, lì mi sono lanciato in ogni situazione dalle undici del mattino fino a piena notte.

Qualità degli artisti trovati?

Senza eguali. In un negozio di dischi ho scoperto il vinile di un tizio che negli anni Quaranta cantava con la stessa inflessione di Elvis, solo che allora gli artisti di colore arrivavano solo fino a un certo punto, le vette erano dei bianchi.

Insomma, lì si è lanciato in una jam session.

Ricordo un anziano elegantissimo, papillon e doppiopetto, con un pianoforte che mi sembrava scordato e suonato con un atteggiamento quasi stanco o svogliato. Dopo un po’ ho capito: era solo un’affermazione del proprio sound, alla fine sono andato ad ascoltarlo tutti i giorni.

Suonava con loro?

La prima volta mi avvicino, chiedo se posso dedicare una canzone alla mia ragazza, “va bene”. Non mi sono più alzato, mi hanno dato dritte.

L’anno scorso è stato il maestro concertatore de La Notte della Taranta.

Il ritmo misterico che c’è dietro la pizzica è simile a quello del blues. Ho arrangiato quaranta brani, dalle nove del mattino alle cinque del pomeriggio, e poi un caldo assurdo, io lo soffro, però esperienza bellissima, con cinquantamila persone anche solo per le prove.

E poi…

Finito il mega concerto ho pensato “ok, va bene, basta”. E invece siamo andati a mangiare e hanno riniziato fino alle sette del mattino. È un patrimonio incredibile, andrebbe promosso nel mondo, è il punto di congiunzione tra la cultura greca e quella italiana.

Caterina Caselli.

Sul piano musicale abbiamo dei gusti simili, amiamo il soul; poi su certe situazioni scattano le opinioni differenti, a esempio credo che se un brano nasce in inglese, nella traduzione si perde qualcosa.

Lei non è da volume alto…

Quando suonavo nei ristoranti temevo sempre di disturbare, quindi abbassavo. Una sera si avvicina un ragazzo e mi dice: “Scusa, secondo me sei bravo, potresti alzare? Perché non si sente nulla”.

A 37 anni cosa ha capito?

Che l’onestà intellettuale con se stessi va conquistata ogni giorno.

 

L’audizione per “Pronto chi gioca”

Da sempre io e Manolita abbiamo dei sogni che ci portano via, lontano, col pensiero che un giorno possano diventare veri. Ho passato ore di sudore alla sbarra, con una cura maniacale della forma perfetta. Ballerina! Come una professione, anzi un’identità. All’audizione di Pronto chi gioca mi trovo difronte Gianni Boncompagni, Enrica Bonaccorti con uno sguardo tenero e sorridente, e molti altri occhi attenti. Siamo tanti, tutti accalcati, il mio numero è il 1275, ho il cuore in gola, sorrido più che posso, parte la musica di Prince Kiss e una massa di corpi tremanti affronta la difficile coreografia. Un assistente dà inizio alla scrematura toccando qua e là qualche corpo che si ritrova fuori dal ring. Eliminato. Mi sembra di vivere dentro Chorus line e un divertimento smisurato si scatena dentro di me. Devo farcela. Rimaniamo in pochi, ci dicono “…vi facciamo sapere”. Il giorno dopo l’audizione arriva una telefonata a casa: “Ciao sono Gianni…”. “Gianni chi?”. “Boncompagni, visto che abiti vicino casa mia, ti va di accompagnarmi a fare la spesa all’Upim?”. Rimango perplessa e un po’ divertita, mi precipito al supermercato e lui lì, davanti all’entrata, con una tuta da ginnastica rossa, gli occhiali poggiati sulla fronte, con un sorriso sornione mi stringe la mano e mi invita a prendere il carrello. Compra solo surgelati! Senza proferire una sola parola arriviamo alla cassa col carrello gonfio di cibo precotto, paga, mi guarda severo e dice: “Complimenti farai parte del cast di Pronto chi gioca!”. E se ne va. Rimango per un po’ immobile, attonita, lo vedo allontanarsi e una gioia prepotente mi pervade, poi torno alla realtà e faccio la spesa. Voglio festeggiare con una cenetta deliziosa, solo cose fresche però. Boncompagni sarà un maestro della tv, ma a cena da lui, anche no, grazie.