Siria, un martirio nato dal potente impero romano

Sin dall’antichità, Siria e Palmira, continuano a essere terre martoriate dal fanatismo religioso e dai più spietati interessi geopolitici. Oggi assistiamo alla più feroce e sistematica distruzione di uno Stato sovrano, una Repubblica araba laica, nemica del fondamentalismo islamico, da parte di alcune potenze mondiali (Usa, Francia e Inghilterra), che per cancellare l’anomalia siriana del regime di Assad e smembrare il Paese non hanno esitato a importare l’Isis, organizzare forze ribelli nel nome di una presunta svolta democratica e a far precipitare oltre 7 anni fa la Siria in una terribile guerra civile. Nel passato, quelle terre strategiche sotto il dominio della coraggiosa regina Zenobia furono insanguinate a causa dei disegni egemonici del più potente impero dell’antichità classica, l’impero romano. E come oggi si adducono a pretesti un presunto uso di armi chimiche e violazioni di diritti umani, a escamotages non dissimili si ricorse contro Zenobia. Un piccolo esempio è fornito da Atanasio il grande, vescovo di Alessandria e padre della chiesa, che accusava la regina di eresia: “Quando mai si udì tale iniquità? Quando mai, se non al tempo delle persecuzioni, si verificò un male di tal fatta? Elleni erano coloro che prima erano tratti in giudizio, ma neppure essi introdussero idoli nelle chiese. Giudea era Zenobia, e protettrice di Paolo di Samosata, ma neppure essa consegnò le chiese ai Giudei perché fossero convertite in sinagoghe” (Storia degli Ariani 73). L’imperatore Aureliano alla fine sconfisse Zenobia che fu decapitata, ma anch’egli finì assassinato da uno dei suoi segretari mentre si accingeva a muovere una nuova guerra contro la Persia (oggi Iran!).

Il solito, vecchio vizio dell’Eurasia: rappresentarsi sempre come il Bene

Dovrebbe crollare la Russia, potrebbe collassare anche la Cina. L’Eurasia, insomma – grazie all’evoluzione della tecnologia e all’arricchimento del ceto medio – si destina all’instabilità e al disordine politico. È la tesi di Robert David Kaplan, esperto di geopolitica e relazioni internazionali, espressa in diversi articoli, e va incontro ai desiderata dell’occidentalismo mai pago di narrazioni autoassolutorie dopo La fine della storia di Francis Fukuyama e Lo scontro delle civiltà di Samuel Huntington.

Due libri, questi, dalle conseguenze anche militari se gli esiti di dottrina hanno poi avallato l’orgia di guerre mai risolte in Medio-Oriente, in attesa di arrivare alla vera destinazione: l’inaccessibile Agartha. È il “cuore della terra”, è quello che Kipling nei romanzi indica quale centro geografico da cui l’intero mondo diventa un solo impero, lo stesso che nella dottrina geopolitica di oggi – come nei report dell’import-export – si descrive per tramite di cifre: la più alta concentrazione di materie prime, la popolazione più numerosa e più giovane, i territori con più memoria anche, se si pensa che gli dei del pantheon di Roma – dileguatesi tutti – sono ben attivi in India, una potenza nucleare economicamente vivace e con un ceto medio, va da sé, sanamente pagano e ricco più di qualunque borghese bohémien europeo.

Kaplan dice bene quando parla del passaggio dalle lotte ideologiche del XX secolo a quelle geopolitiche del XXI. Lo schema di The Great Game è questo ma nella gara di possesso del globo non si scontrano un grande torto e un’ancora più grande ragione, quella democrazia che – per usare il suo linguaggio – “sulla grande distanza sempre vince”.

La vera grande differenza con i cattivi è nella diversa appartenenza al “Tempo”. Il Tempo dei cattivi è l’Essere, quello dei buoni, al contrario, è il Divenire. I buoni – nella sequela della Rivoluzione francese – ritengono di approdare al migliore dei mondi possibili in virtù della migliore crazia possibile (l’assolutizzazione della democrazia che, per autodefinizione, e non per effettività, ha lo status di migliore sistema di governo); i cattivi, invece – pur permeati i russi della Rivoluzione Bolscevica e, i cinesi, della Grande Marcia di Mao – non si sono mai sottratti alla circolarità della storia.

Forse è un lapsus socio-culturale; l’avere data degna sepoltura e onori ai Romanov, gli zar, fu un chiaro segno – come altrettanto lo è la consacrazione di Xi Jinping a Pechino – ma di certo è un’impronta, quella dell’Eterno ritorno che li fa prossimi a un’idea soltanto a noi inaudita: all’eternità della sovranità più che al logorarsi di qualcosa che “linearmente” invecchia.

La grande distanza, con buona pace di Kaplan e di qualunque dottrina del Pentagono, appartiene all’immutabile. L’Eurasia è pur sempre ciò che è. Chi ne attende la messa a morte, al contrario, diviene.

L’odissea per adottare un gatto: nel dubbio io sto dalla parte del felino

Cara Selvaggia, scusa se scrivo per parlare di gatti, ma dimmi se questa storia non è una follia. A casa ho un bulldog femmina di dieci anni: Zampa. Qualche mese fa abbiamo allargato la famiglia prendendo un gattino trovatello. Nel tempo io e mio figlio ci siamo resi conto che lui e Zampa non si fanno la compagnia che speravamo. Lei è vecchia e brontolona e lui è un demonio e ha sempre voglia di giocare. Abbiamo perciò deciso di cercare un’altra gattina. Ho cominciato a iscrivermi ai vari gruppi su Facebook, come ad esempio “regalo gattini” e simili, ai quali si appoggiano spesso le associazioni. Durante la mia ricerca ho scoperto che per adottare un gatto da un’associazione l’iter è il seguente:

– Compilare un modulo preaffido, dove comunichi i membri della famiglia, in che tipo di casa vivi, se hai i balconi in sicurezza.

– Dopodichè un volontario viene a casa tua e controlla che la casa sia idonea.

– Infine, se tutto è a norma, puoi andare a prendere il gatto, al ritiro firmi un modulo in cui ti impegni alla sterilizzazione.

Anche se tu compili un modulo, non si fidano della tua parola e devono venire a controllare la casa. Però tu ti devi fidare e far entrare un perfetto estraneo in casa tua vedendo perciò dove abiti, come si entra, cosa possiedi. Perdonami questa piccola polemica ma visto che sono gatti trovatelli che vivono nelle gabbie e l’alternativa sono i rifugi o la strada mi sembra un tantino esagerato tutto questo. Detto ció non mi sono lasciata scoraggiare e mi sono dichiarata disposta a seguire la procedura.

In 15 giorni di ricerca non abbiamo trovato un gattino disponibile. Ho mandato diverse richieste, ma mi veniva puntualmente risposto che erano già tutti prenotati, e mi venivano offerte delle alternative di gatti adulti, che dovevo rifiutare, perché gli adulti potrebbero non andare d’accordo con un cane adulto.

Ieri sera mio figlio ha trovato un post per tre gattini, pronti, ce n’è piaciuta subito una, pareva bianca, con il pelo un po’ lungo, scrivo, non ci sembrava vero. Contatto subito la signora Morena, mi chiede l’indirizzo di casa e mi dice che il giorno successivo mi avrebbe contattato un volontario per il sopralluogo. Perfetto, le dico che siamo molto contenti, e le chiedo se gentilmente può mandarmi un altro paio di foto. Mi risponde che non vuole infastidirla con il flash e che ha caricato un video su fb. Cerco il video, non lo trovo, Riccardo mi dice che lo aveva visto, non sembrava come nell’unica foto che avevamo a disposizione, che però ora il video è stato rimosso. La mattina successiva mando un messaggio alla volontaria: “Ciao, scusa ma il video non lo trovo. Quando c’è luce, senza dover usare il flash, potresti farmi qualche foto?”. Risposta: “No mi spiace non faccio book fotografici, non è una maglietta, è un gatto”.

Dunque, mantenere un gatto costa, costa la sterilizzazione e i vaccini anche. Io mi sottopongo a tutte le loro ispezioni. E devo sentirmi rispondere in questo modo solo perché prima chiedo un paio di foto?

La conversazione è proseguita e mi è stato scritto di vergognarmi. Che non mi daranno il gatto. Ovviamente ho rinunciato all’adozione.

Ma ti pare giusto?

Valentina

 

Io, a dirtela tutta, non so se mi inquieta di più la fitta burocrazia per adottare un gatto o la tua continua richiesta di foto dell’animale manco, anziché un gatto, fosse un tizio conosciuto su Tinder. Nel dubbio su chi abbia ragione tra le due, io sono dalla parte del gatto.

 

La tesi di Michele Serra: sei maleducato se sei povero

Cara Selvaggia, non so se ti sia capitato di leggere l’ultima Amaca di Michele Serra. Un allucinato, prima ancora che allucinante, concentrato del classismo più manicheo che non faticherei ad immaginare uscito dalla bocca di un vecchio borghese sudafricano nostalgico dell’apartheid. Il riassunto è questo: i fatti di Lucca, con studenti tiranni che minacciano e si prendono gioco dei professori, può succedere nelle scuole professionali dove ci stanno i poveri, figli dei poveri, rozzi e stupidi, mentre nei licei ci stanno i ricchi, figli dei ricchi, intelligenti ed educati. Perché, cito testualmente, “il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza”.

Non un tentativo di far passare la propria posizione per una provocazione e non per la spremuta di presunzione che invece è. Perché è inutile contare i casi di violenza, i chili di droga che circolano nelle scuole dei ricchi educati. Non serve ricordare il celebre rispetto delle regole degli alti ceti sociali, da cui provengono i probiviri che patteggiano col fisco dopo aver rubato a quelli dei bassi ceti sociali che non rispettano le regole. Ininfluenti tutte le storie come quelle di mia madre, figlia di un muratore, che non si è laureata e ora è tra i quadri dirigenti di un’importante banca estera.

“Ma io davvero devo spiegare a Michele Serra che non è vero che i poveri sono una torma di barbari e i ricchi intelligenti ed educati?”. La verità è che vorrei tanto, più che altro per far sì che si renda conto che la sua rimpianta sinistra una volta stava dall’altra parte, e se non ci sta più, e per questo più non esiste, è proprio grazie a discorsi come questo, fatti da gente come lui.

Michele

 

Caro Michele, non è che sei proprio quel Michele lì e stai cercando di fare ammenda? Scherzavo, non potrei immaginare una tale schizofrenia nemmeno in un intellettuale di sinistra.

 

 

 

 

Inviate le vostre lettere a: il Fatto Quotidiano 00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2.

Tranquille ragazze, l’impero è al tramonto

Godiamocela, ragazze. Anziché lamentarci dell’assenza di donne dalle trasmissioni politiche, assaporiamo l’ultimo scorcio dell’epoca dei talk-show stile spogliatoio del calcetto, tutti maschietti sotto la doccia a controllare chi ce l’ha più lungo. Perché il momento delle pari opportunità è sempre più vicino, il patriarcato brucia lentamente ma inesorabilmente come un foglio di carta attaccato da una fiammella. E verranno le sere in cui a parlare di un dopo-elezioni o dello sfascio di una coalizione ci saranno in maggioranza opinioniste e politiche, moderate da una matura conduttrice che strapazza dallo studio inviati in esterna giovani e carini. E ci renderemo conto di sentire le stesse minchiate di quando su quei divani c’erano soprattutto uomini. Ci sentiremo meno conculcate, ma al tempo stesso avremo perso l’illusione di essere diverse, dove diverse sta per migliori, ovviamente (per inciso: che siamo migliori ce lo ripetono soprattutto gli uomini, perché costa meno lisciarci il pelo che lavarsi i calzini da soli).

Quando opinioniste, intellettuali e politiche verranno invitate in tivù secondo lo stesso algoritmo ottuso con cui si invitano oggi gli omologhi maschi, ne vedremo di illuminate e di capre, mentre le pochissime che oggi riescono ad approdare sul piccolo schermo sono, ognuna a suo modo, eccellenze. Ma c’è un altro problema: le pari opportunità varranno non solo nei talk politici, ma anche in quelli di gossip, dove per ora prevalgono, anche se ormai di stretta misura, le donne. E allora protesteremo perché i sofà del pomeriggio, i più divertenti, saranno occupati militarmente da ospiti maschi, che invece di sprecare preziosi neuroni sui tormenti di Mattarella o sul cambio di strategia di Salvini, potranno scatenarsi su temi veramente scottanti, come il ritorno di fiamma di Al Bano e Romina o la rivalità fra le cognate Kate e Meghan a Buckingham Palace. Divertendosi come pazzi.

Vogliamo la tv: fate largo alle opinioniste nei talk show

“Opinionisti donne ne abbiamo?” scriveva ironicamente su Facebook la sociologa Giorgia Serughetti all’indomani del voto del 4 marzo. Improvvisamente, infatti, i salotti dei vari talk show si erano riempiti di giornalisti ed esperti di politica. Anche – finalmente – quelli finora schifati perché non schierati o da sempre all’opposizione, ma solo nella versione giacca e cravatta. Impossibile intravedere una gonna, quasi che le giornaliste o esperte di politica con approccio radicale, e magari filo 5Stelle o Lega, siano una razza inesistente.

Forse perché la donna è considerata moderata per definizione (anzi per stereotipo), oltre che disinteressata alla politica, perché nell’immaginario normalmente dedita alle soft news, costume, gossip, lifestyle. Sta di fatto che, mentre i giornali facevano le pulci alla politica sulle quote rosa in Parlamento, dell’assenza di opinioniste politiche nessuno si è accorto. E l’embargo continua tranquillo anche oggi, nell’indifferenza generale. Chi tenti di chiedere come mai si verifichi questa situazione ottiene risposte bizzarre. La più comune? “Non ce ne sono”. Strano, vista la percentuale di donne laureate in Scienze Politiche col massimo dei voti, oltre che di giornaliste che di politica scrivono tutti i giorni.

Oppure: “Non verrebbero in televisione, sono meno narcisiste”. Tesi curiosa, visto che per sapere se le donne davvero non verrebbero in televisione occorrerebbe quanto meno chiederglielo. Quanto al narcisismo, siamo sempre alla vecchia storia per cui le donne sarebbero più schive e meno esibizioniste, quando nessuna ricerca lo dimostra (e, anzi, fin troppe depressioni nascono dal volerci sempre nell’ombra del privato). Invece, sorpresa, anche le donne vorrebbero che ogni tanto il loro sano egocentrismo fosse gratificato. E, soprattutto, incredibile, vorrebbero dire la loro. Ovunque e, dunque, persino in tv.

A 25 anni dalla morte di don Tonino: chi sono i preti davvero “scomodi”?

Chi sono i preti cosiddetti scomodi? Forse sarebbe ora di ribaltare sui media il significato di questo aggettivo, scomodo, abbinato a sacerdoti e monsignori. Di solito s’intende per scomodo un prete di strada, che predica il Vangelo autentico e che si rivolge agli ultimi della società: poveri, prostitute, carcerati, migranti.

Invece, per un vero uomo di Chiesa, questa scomodità potrebbe risultare addirittura offensiva. Lo ha spiegato benissimo sabato scorso Gianni Gennari su Avvenire, nella sua rubrica Lupus in pagina: “Davvero scomodi per Chiesa e Vangelo sono altri preti tristemente in pagina, magari noti anche come rigidi e capaci di giudicare gli altri senza servire nessuno”. Gli autentici preti scomodi sono quelli ipocriti, capaci di orrendi reati come la pedofilia o di venerare solo Mammona.

Questa sottile ma decisiva differenza cade nel venticinquesimo anniversario della morte di don Tonino Bello, vescovo di Molfetta. Papa Bergoglio lo ha ricordato venerdì scorso andando a pregare sulla sua tomba ad Alessano, in provincia di Lecce. “È la bellezza degli ultimi”, come ha raccontato Sandra Amurri sul Fatto. Anche don Tonino, uomo di pace e contro la guerra con ogni mezzo, aveva fama di prete scomodo. Ma scomodo per chi, come si chiede sempre Gennari?

Forse per quella parte di credenti che contesta persino il suo processo di beatificazione avviato nel 2007. Cinque anni fa, per esempio, una rivista cattolica di destra si è cimentata in un lungo saggio a firma di un religioso per dimostrare “l’incompatibilità” con la santità del vescovo di Molfetta. Queste le accuse: “Iperconciliarismo, progressismo, antropologismo teologico, linguaggio secolarista, pensiero filo-socialista, pacifismo utopico e assoluto, disistima verso il Sacro e verso i Dogmi, mariologia profana, sensualità, femminismo”.

Non solo. Di Bello sarebbe stato anche causa della “protestantizzazione” della Chiesa. Guarda caso le stesse colpe che vengono imputate a papa Francesco. Altro prete scomodo oppure eretico. Per gli ipocriti della destra clericale, ovviamente.

Ariete: lascia l’ex nel suo noioso brodo Bilancia, affila la lingua e conquistalo

ARIETE – Smettila di star dietro al vecchio spasimante: “È il passato. Non m’interessa più, e lo voglio lasciare tranquillo”. Appunto: lascia l’ex nel suo noioso brodo e preparati a incontrare l’allettante Sconosciuto di cui parla Irène Némirovsky (Edb).

TORO – “Questo luogo ha le sue storie. Anche senza di noi?”: la risposta la sa solo Lorenza Zambon (Ponte alle Grazie). Ma non è importante: ora tu hai bisogno di Un pezzo di terra tutto per me, cioè per te, dove coltivare te stesso senza erbacce e amanti tra i piedi.

GEMELLI – “L’impiegato è di due sole specie: celibe o coniugato. Il celibe è di solito un cattivo impiegato”: non hai bisogno di leggere la Fisiologia dell’impiegato di Balzac (elliot) per sapere chi, in ufficio, sta campando sul tuo lavoro. Fallo presente ai capi.

CANCRO – Non sarò mai la brava moglie di nessuno, dice l’eroina di Nadia Busato (Sem). Tu, invece, evita di atteggiarti a femme fatale o sarai risucchiata, come lei, dalle tue stesse teorie “infantili… Arrivò a congetturare che qualcuno pagasse il suo uomo per fingere di amarla”.

LEONE – “Nessuno ti crede quando parli della felicità”: perciò stai zitto e mantieni il segreto ancora per qualche settimana. È presto per spifferare che ti sei innamorato, anche se la tua somiglia tanto alla folle Storia dei miei lupi di Emily Fridlund (DeA Planeta).

VERGINE – In azienda impara Come organizzare una crociata (Utet): “I criminali ne erano attratti… La deportazione di indesiderabili per servire una buona causa ha storia antica”. Cristopher Tyerman ti consiglia di collaborare con colleghi poco raccomandabili ma efficienti.

BILANCIA – Alessio Romano ti regala un’ottima ricetta D’amore e baccalà (Edt): “Posso offrirti un caffè?”. “No”. “Te lo chiedo in nome di Pessoa”. Se vuoi conquistare l’amante un po’ snob studia poetica e retorica, ovvero affila la lingua.

SCORPIONE – Ti rassicura Emma Glass (il Saggiatore): “La fulminea violenza che è venuta se n’è andata e ha fatto vacillare ogni cosa ma soltanto per un istante”. Cura le ferite della Carne e guariranno presto anche quelle dello spirito. Ammesso che tu l’abbia ancora.

SAGITTARIO –“Non c’è un modo buono per essere abbandonati. Un modo giusto, che renda le cose più facili”: però tu sei riuscita a fare di peggio, sparendo nel nulla anziché affrontare l’altro. Dove sei stata, rimbrotta Giusi Marchetta (Rizzoli). Torna almeno per le scuse.

CAPRICORNO – Devi spegnere tu Il grande fuoco, perché dall’altra parte “K. M. non si pente mai. Non le ho mai sentito chiedere scusa. È immune dal senso di colpa”, racconta Krysten Ritter (Sperling&Kupfer). Dall’impresa, e dalla relazione, uscirai vittorioso, seppur bruciacchiato.

ACQUARIO – “Ce ne stiamo lì a guardarla innamorati mentre lei ha già scritto la fine in un linguaggio abbreviato e rarefatto che non capiremo mai”: Curtis Dawkins sta parlando di uno che è stato mollato via sms. Questo ero io (Mondadori), ma anche tu: occhio al ghosting.

PESCI – Ama l’italiano, ma guardati dall’italiana! È una “calandrona, stregonizza errante,/ maliosa, ciarlona, broccoliera,/ maestra di fatture e gran barbiera…”. Anziché insultarla, spediscile questo sonetto quattrocentesco riportato da Annalisa Andreoni (Piemme).

Facce di casta

 

Bocciati

Senti chi parla Debora Serracchiani, effigie femminile del renzismo, vicesegretaria del partito democratico che ha pazientemente accompagnato la disfatta della sinistra fino all’orizzonte del 18 per cento, governatrice uscente di un Friuli Venezia Giulia che per tutta risposta alla sua presidenza si accinge a incoronare un leghista alle prossime regionali, ha comunicato che a seguito delle posizioni assunte dalle varie parti politiche in merito alla vicenda siriana e al riposizionamento di Di Maio a favore della Nato, sarà possibile cominciare a comunicare: “Sì al dialogo, ma prima gli altri ammettano il fallimento”. Cominciate voi intanto, che poi magari vi vengono dietro.

voto 4

 

Non tutte le amministrazioni riescono con il buco Sabato a Roma è indetta la manifestazione Basta Buche: si tratta di un vero e proprio tour in moto per toccare con mano, anzi con ruota, il progressivo declino in cui versano le strade della capitale. Niente di nuovo sotto il sole, se non l’inaspettata identità del promotore dell’iniziativa: nientepopodimeno che Gianni Alemanno. Un caso di ominimia? No no, si tratta proprio dell’ex sindaco della capitale. Le ipotesi sono due: o Alemanno ha deciso di sottoporsi a un mea culpa pubblico per ottenere il perdono dei suoi concittadini, o le buche sono come i funghi, vengon su in una notte.

voto 4

 

Ops Marine Le Pen ha commentato ai microfoni di Piazza Pulita lo scenario politico italiano post voto: “Matteo Salvini, per come lo conosco io, è un uomo d’onore che mantiene la parola. Lui ha preso parte a una coalizione politica elettorale e oggi rispetta quella coalizione. Però se Berlusconi si rendesse conto di essere un ostacolo per la coalizione e facesse un passo indietro, allora Salvini avrebbe le mani libere”. Se facendo il passo indietro addirittura inciampasse sarebbe ancora meglio.

voto 5

 

Promossi

Toscani inaspettati A interrompere la litania degli intellettuali che hanno fatto la fine delle mezze stagioni, compare Paolo Virzì. Il regista toscano ha deciso di prendere la tessera del partito democratico, e ad un’assemblea nel circolo dem di Ostiense, in presenza del segretario Martina, non solo ha detto qualcosa, ma l’ha detta di sinistra: “Non ci credo a chi dice che non esistono più la destra e la sinistra. Credo che su ogni cosa ci sia un approccio di destra e un approccio di sinistra. E l’approccio di sinistra è quello che tiene conto dei più deboli”. Ovvio? A giudicare dalle ultime politiche democratiche non si direbbe. E sullo snobismo con cui troppi esponenti democratici hanno liquidato i Cinque Stelle e il loro elettorato, Virzì ha rincarato la dose: “Attenzione a irridere certi temi come la democrazia diretta. Su questo vanno sfidati. Non si può irridere il reddito di cittadinanza perché pezzi grandi di società si sentono perduti e non hanno idea del futuro e la narrazione di un’Italia smart non aiuta”. Insomma mentre i notabili si sono presi le ‘Ferie d’Agosto’ anticipate e sull’Aventino si godono la vacanza, un regista comincia a sporcarsi le mani e ad aprire i cantieri per la ristrutturazione.

voto 7

La Settimana Incom

 

N.c.

Isola dei Famosi Grazie, è finita. (Per la cronaca ha vinto Gaspare. Che ha dichiarato: “Ho partecipato all’Isola con l’intento di far vedere alle persone che, anche senza Zuzzurro, Gaspare era ancora vivo”). Purtroppo è cominciato il Grande Fratello.

A qualcuno piace concettuale. Costantino della Gherardesca (conduttore di The Voice of Italy 5) dichiara al Corriere: “Molti miei colleghi sembrano amare le cose più brutte, squallide e volgari della vita, come le emozioni esibite pubblicamente, i drammi sentimentali in video. Io riesco a dire di amare con serenità solo un’opera d’arte concettuale o un piccolo cuscino tibetano”. Eh, no?

 

Promossi

Girl power L’astrofisica Marica Branchesi, unica italiana, è nella classifica delle cento persone più influenti del mondo della rivista americana Time. La scienziata, 41 anni, è una professoressa associata del Gran Sasso Science Institute: lavora nei Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn). Deve la sua fama al fatto di aver “ascoltato” le onde gravitazionali. Nb: per andare a trovare i colleghi del Cern pare che usi il tunnel della Gelmini.

Agitato non mescolato Daniel Craig ha sciolto le riserve: tornerà a vestire i panni dell’agente segreto più famoso del mondo. Il film, sarà la 25esima puntata della lunga serie ideata dallo scrittore britannico Ian Fleming, la quinta volta di Craig come James Bond. Danny Boyle, il regista premio Oscar di “The Millionaire”, dirigerà il film. Brindare con un Vesper.

Il capitale umano Il regista Paolo Virzì ha presenziato a una riunione in un circolo del Pd di Roma a metà aprile (pare che ci abbia messo più di un mese per trovarne uno). Secondo il Corriere ha “picchiato forte”, rimproverando a Matteo Renzi la “torbida” defenestrazione del sindaco Ignazio Marino e la “debole” opposizione dei dem a Virginia Raggi. E poi: “Attenti a irridere, da sinistra, la democrazia diretta o il reddito di cittadinanza”. Ce n’è anche per il presidente del Pd rimproverato per l’ironia su Calenda : “Scusa Orfini, non ci serve un buttafuori, non ci piace. Ci serve un buttadentro”. Non fosse un dramma, sarebbe una bellissima commedia.

Re David È stato attribuito al regista Cronenberg il Leone d’Oro alla carriera della 75esima Mostra del cinema di Venezia (dal 29 agosto all’8 settembre). La decisione è stata presa dal consiglio di amministrazione della Biennale di Venezia presieduto da Paolo Baratta, che ha accolto la proposta del direttore della Mostra Alberto Barbera. “Ho sempre amato il Leone d’oro di Venezia. Un leone che vola su ali d’oro, è l’essenza dell’arte, non è vero? L’essenza del cinema. Sarà davvero entusiasmante ricevere il Leone d’oro”, ha dichiarato il grandissimo regista canadese.

Dalla Russia con armi, la guerra sporca in Siria

È caduto dal balcone del suo appartamento all’ultimo piano, via Vostocnaja 38, distretto Kirov, ad Ekaterinburg, Siberia. Maksim Borodin abitava in una di quelle palazzine popolari che chiamano krushevka, cinque piani di cemento scadente dell’epoca Krushev. Quando è stato ritrovato dai vicini sanguinante, il giornalista è stato trasportato in ospedale ed è entrato in coma. Qualche giorno dopo, domenica 15 aprile, è morto. La porta di casa sua era chiusa dall’interno, dice il poliziotto Valery Gorelykh: “I fatti suggeriscono che nessuno ha lasciato l’appartamento”. Nessun caso verrà aperto, questa morte non è sospetta, dicono gli investigatori. Maksim è upal, caduto dal balcone traballante della krushevka. Forse era ubriaco. Oppure si è suicidato? A chi lo chiede, la direttrice del suo giornale, il Novij Den, risponde “stava per sposarsi con una ragazza di Mosca, perché avrebbe dovuto?”.

Borodin prima di morire aveva chiamato l’amico Vyacheslav Bashkov: “C’è un uomo armato sul mio balcone, uomini a volto coperto, in mimetica sono in agguato sulla mia scala”. Poi richiama un’ora dopo: “Mi sbagliavo, era solo in corso un’esercitazione”. Degli uomini in passamontagna parla anche alla conoscente Yulia Fedotova, che dopo la sua morte dice: “Invertiamo la logica, perché in pieno giorno lo avrebbero buttato giù dal balcone? Chi lo voleva morto, sapeva che a quella caduta si può sopravvivere”. Ma Borodin non è sopravvissuto.

Il 14 marzo il Novij Den aveva pubblicato le sue foto di una tomba ad Asbest, 80 km da Ekaterinburg, uno di quei paesi uguali a mille nel deserto siberiano, dove non ci sono che case popolari, neve e la colla che tiene insieme tutto è la povertà. C’è il funerale di Stanislav Matveev. Borodin, che aveva cominciato a scrivere dei mercenari russi in Siria, sa che è uno di loro e scatta foto da lontano di chi piange il combattente. Il 19 marzo c’è un’altra fossa da riempire, del cugino e collega di Mateev, Igor Kosoturov. Borodin comincia a intervistare i parenti delle vittime, una di loro dice che da quel paesino, di membri del Chvk, – abbreviatura cirillica per compagnie militari private – sono partiti in trenta e almeno 3 di loro sono morti il mese prima.

Per il raid aereo della coalizione americana del 7 febbraio scorso a Deir el Zor sono morti decine, forse centinaia, di mercenari russi. I giornali russi in quel febbraio riportavano il numero dei mercenari morti in dozzine. La cifra delle vittime ora varia da 200 a 600, secondo le diverse fonti, ma nessuno conosce il numero preciso. Il ministero della Difesa a Mosca aveva smentito la notizia di vittime russe in quell’attacco, non c’erano truppe russe nella zona, “combattenti locali hanno agito senza coordinarsi” e sono deceduti. Comunque, di quella nebulosa cifra, Borodin aveva trovato tre fosse, tre tombe di fiori, tre cadaveri. Poi hanno trovato il suo, un mese dopo.

Nel settembre 2015 la Russia è entrata in guerra al fianco di Assad, con le eliche dei suoi aerei più che con gli stivali dei suoi soldati, combattendo più tra le nuvole in cielo che tra la polvere della rovente terra siriana. Prima dei soldati russi, però sarebbero arrivati i suoi naemniki, i mercenari, che ufficialmente non esistono e non possono esistere: la legge russa vieta qualsiasi tipo di raggruppamento militare non statale.

I mercenari ora in Siria avrebbero già combattuto in Donbas e fanno parte del “gruppo Wagner”, battezzato così dal loro fondatore, Dimitry Utkin, in onore del suo amore per il compositore tedesco. Utkin faceva parte delle forze speciali – più speciali delle altre – dei servizi russi, la Gru, punta di diamante dell’apparato segreto, ed è stato insignito con la medaglia d’onore da Putin al Cremlino due anni fa.

Nel giugno del 2017 è entrato nella lista degli individui colpiti da sanzioni del ministero del Tesoro americano, perché ha “reclutato e spedito soldati per combattere con i separatisti nell’Ucraina dell’est”. Adesso dei suoi uomini in Siria ce ne sarebbero circa 2.500. C’è l’ombra di un altro uomo dietro Utkin ed è quella dello “chef del Cremlino”.

Yevgeny Prigozhin è il signore del caviale e del petrolio. Ha, si dice, un esercito di troll e di soldati, truppe digitali e d’artiglieria fantasma, di cui nessuno ha ancora provato davvero l’esistenza.

Le ha finanziate con le sue fortune nella ristorazione in Russia e all’estero, fino in Siria, dove spedisce le razioni dell’esercito russo. Oltre ai Wagner, ha altre truppe, quelle dei troll della Internet Research Agency di Pietroburgo. Obiettivo: diffondere commenti filorussi nel web per bombardare la rete su Crimea, Ucraina ed elezioni americane.

Il Cremlino parla poco dei raid aerei e molto di quelli economici delle sanzioni per la Siria, “per far fuori le imprese russe” dice Dimitry Peskov, portavoce di Putin. Secondo un sondaggio dell’istituto indipendente Levada, il 49% dei russi vuole ritiro delle truppe dalla Siria.

Ma se a morire sono dei fantasmi, non degli impavidi figli della madre patria, la narrativa statale del conflitto continua a reggere in tutti i tg. Ufficialmente dall’inizio dell’intervento in Siria sono morti solo sei soldati russi, nessun altro legno delle tombe è finito sotto i flash dei giornalisti, se non negli articoli che scriveva Borodin e qualche suo collega, reportage che non alimentano dibattito pubblico. La guerra della Siria russa è muta. Per il resto, i russi sanno solo quello che ascoltano dalle tv: il loro esercito sta combattendo il terrorismo jihadista, spedisce carichi di aiuti umanitari ai siriani bisognosi, Ovest, Isis e Caschi Bianchi hanno compiuto l’ennesima inzenirovka, messa in scena di attacchi chimici a Duma per rovesciare Assad.

A. faceva parte delle truppe filorusse del Donbass, poi dall’Ucraina si è trasferito a Mosca. I Wagner, i mercenari “che non esistono” si sono allenati e per la trenirovka, l’addestramento, servono solo coraggio e corpo allenato. A. è andato con loro, ma non vuole dire dove. Alla base di Molkino, a Krasnodar, Russia sud? Se glielo chiedi, A. sotto la statua di Majakovskij dove ci vediamo sempre, centro di Mosca, risponde solo: “La Siria non è la nostra guerra, il mio comandante si è rifiutato di procedere, per quel tipo di combattimento comunque non siamo pronti”. Dice quanto l’avrebbero pagato: circa seimila dollari al mese.

“I Wagner feriti in Siria vengono curati con tutte le premure, sono negli ospedali di Mosca, lo sanno tutti”. A. adesso scrive un libro su quello che è successo in Donbas, si è sposato, ha riempito il vuoto che la guerra gli ha lasciato. Non beve, non fuma più. È rimasto un patriota, ma non sa se tornerà indietro al fronte, lì dove ci siamo conosciuti.

Quando muore un giornalista in Russia, dove le parole si pagano a pallottole, tutto è sospettoso e nessuno sa davvero come titolare le notizie. “Skoncalsja Maksim”, Maksim è finito: ha annunciato così la morte il suo giornale. Novaja Gazeta, il giornale della Politovskaja, ha un’altra versione. Titolo: svet za perilami balkona, la luce dietro la ringhiera del balcone. Svet come sinonimo di illuminazione e verità sugli eventi. L’ultima frase è ego ubili, l’hanno ucciso. Quella di Borodin è stata nesvobodnoe podenie, una caduta non libera dal quinto piano. Sono morti i Wagner, è morto Borodin e chi è ancora vivo non risponde al telefono. A. riappare dopo giorni, con un messaggio che dice solo ja ne v kurse, io non lo so. Dopo molte parole, rientra in una sola frase tutto quello che si sa di certo oggi dei Wagner che non esistono in Siria e dell’uomo che ne scriveva in Russia: sono morti.