Reati fatti apposta? Condoniamoli!

Di questi tempi molti invocano scudi rispetto alla responsabilità penale (e per la conseguente responsabilità civile discendente da reato). Si è operato e si chiede di operare per limitare la responsabilità di medici, altri operatori sanitari, giornalisti, professionisti vari e amministratori locali e non solo.

Chissà perché non si pensa di limitare la responsabilità penale (che è piena) dei magistrati (che pure svolgono funzioni almeno altrettanto delicate), anzi, con un referendum, si vuole estendere la loro responsabilità civile consentendo l’azione diretta (oggi in sede civile si deve agire contro lo Stato, che è poi obbligato a rivalersi sul magistrato, mentre in sede penale è ovviamente possibile la costituzione di parte civile contro il magistrato imputato).

Stanno così fiorendo disegni di legge volti a limitare la responsabilità dei sindaci e non solo.

Il disegno di legge “modifica all’articolo 54 del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, in materia di responsabilità penale degli amministratori locali”, di iniziativa del senatore Vincenzo Santangelo e di altri dieci appartenenti al Gruppo del Movimento 5 Stelle, affronta il problema limitatamente alla responsabilità per colpa lieve dei sindaci nell’ipotesi di non aver impedito un evento che si ha l’obbligo giuridico di evitare (l’art. 40 comma 2 codice penale prevede infatti che non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di evitare equivale a cagionarlo).

Il disegno di legge “Disposizioni in materia di responsabilità penale, amministrativa e contabile dei sindaci” presentato dal senatore Dario Parrini e da altri 14 senatori iscritti al Gruppo del Partito democratico, oltre che sulla responsabilità omissiva si propone di intervenire sul reato di abuso d’ufficio e sulla responsabilità erariale e contabile con specifico riferimento ai sindaci.

Il disegno di legge avente a oggetto “Modifica dell’articolo 323 del codice penale in materia di reato di abuso d’ufficio”, di iniziativa dei senatori Andrea Ostellari e da altri 52 senatori appartenenti al Gruppo Lega-Salvini premier – Partito Sardo d’Azione, si propone di cambiare la portata del reato di abuso d’ufficio.

Il testo attuale dell’art. 323 codice penale (in vigore dal 17.7.2020 dopo l’ennesima modifica) è il seguente: “Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto è punito con la reclusione da uno a quattro anni. La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno un carattere di rilevante gravità”.

Avevo già riferito in un articolo, pubblicato su questo giornale il 5 marzo 2021, come dopo le modifiche apportate dal 17 luglio 2020, il presidente della Sesta Sezione penale della Corte suprema di cassazione Giorgio Fidelbo, in una (allora) recente intervista aveva affermato che, alla luce di tale restrizione, tanto vale abolire il reato di abuso d’ufficio.

Il disegno di legge presentato dai senatori del Gruppo Pd propone di inserire nell’articolo 323 del codice penale, dopo il primo comma, il seguente: “Quando il fatto di cui al primo comma è compiuto dal sindaco, la violazione si intende riferita a specifiche regole di condotta previste dalla legge o da atti aventi forza di legge relative a competenze espressamente attribuite al sindaco e dalle quali non residuino margini di discrezionalità”.

Dal punto di vista tecnico non riesco a capire la reiterazione del richiamo alle regole di condotte ecc. quando bastava scrivere che se il fatto è compiuto dal sindaco si deve trattare di competenze espressamente attribuite al sindaco.

Si prevede poi una modifica nello stesso senso dell’art. 40 comma 2 del codice penale.

Il disegno di iniziativa dei senatori del Gruppo Lega ecc. propone il seguente nuovo testo: “Art. 323 – (Abuso di ufficio) – Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, omettendo di astenersi in presenza dell’interesse proprio o di un prossimo congiunto, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale, ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, è punito con la reclusione da uno a quattro anni. La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno un carattere di rilevante gravità”.

Ovviamente le scelte legislative sono di competenza dei Parlamentari e non intendo entrare ora nel merito delle valutazioni politiche sottese.

Vorrei però che un partito politico che ha condotto la campagna anche per il referendum sulla responsabilità dei magistrati con lo slogan “Con la Lega chi sbaglia paga” riflettesse sulla propria coerenza.

Quando ero bambino, un giorno mentre tiravo sassi contro il muro fui ammonito che avrei potuto rompere un vetro. Imperterrito continuai e ruppi un vetro. Mi arrivò un ceffone accompagnato dalla frase: “Così impari” (funzione rieducativa della pena). Mi giustificai dicendo che non lo avevo fatto apposta e me ne arrivò un altro con la frase: “Ci mancherebbe”, così capii la differenza fra dolo (farlo apposta) e colpa (quando l’evento non è voluto).

Abolendo, come vorrebbe il progetto leghista, la punibilità per la “violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità […] intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto” significa rendere penalmente lecite violazioni di legge dolose, cioè fatte apposta (anche per i magistrati).

Diventerebbero così leciti comportamenti come per esempio (spigolando da sentenze): il demansionamento di un dipendente comunale attuato con intento discriminatorio o ritorsivo (Cass. 22871/2019); il rilascio di un permesso in sanatoria in contrasto con lo strumento urbanistico di zona e per opere non sanabili nonché l’omessa revoca del permesso di costruire e la mancata emissione dell’ordinanza demolitoria (Cass. 4140/2017); la lesione delle prerogative parlamentari, nell’ipotesi di acquisizione agli atti di un procedimento penale di tabulati, relativi a comunicazioni intercorse su utenze riferibili a deputati o senatori, senza la preventiva autorizzazione della Camera di appartenenza di questi ultimi, ovvero nell’ipotesi di elaborazione di tali dati, illegittimamente acquisiti, da parte del magistrato o di un suo collaboratore (Cass. 49538/2016).

La Lega dovrebbe allora cambiare il suo slogan in questo modo: “Con la Lega chi sbaglia paga, a meno che non lo abbia fatto apposta” almeno salverebbero la coerenza anche se non il buon senso.

 

In prima linea tra sigarette, coraggio e talento: ciao Enrì

Enrico è stato un volontario di questo nostro mestiere. Un volontario delle libertà. Mi spiego. Un buon direttore sa distinguere tra giornalisti questionisti e giornalisti volontari. Nella prima categoria mi ci riconosco. Soprattutto quando si trattava di partire per un reportage scomodo (quelli comodi, in genere, non funzionano) ero lì a soppesare, a questionare, col freno tirato, fino a quando un urlaccio dei miei capi mi spediva al fronte. Poi ci sono quelli che agiscono sull’impulso, sulla volontà di fare, di esserci. A Enrico non gli ho mai sentito dire no, non lo faccio.

Lo conobbi una mattina del 2001, in via Tomacelli, nelle stanze disastrate della gloriosa Unità che tentava di riprendere le pubblicazioni interrotte dal tracollo finanziario, grazie alla generosità della compagine guidata da Alessandro Dalai. Sotto la direzione di Furio Colombo si cercava di rimettere in piedi una redazione, sia pure ristretta all’osso. Ma i no erano tanti, dai troppi che si sentivano traditi dal tracollo di un progetto politico e ideale, che non si fidavano più e preferivano andare a lavorare altrove. Qualcuno disse: “Prendete Fierro, come inviato è un fuoriclasse, cercate di convincerlo”. Non ci volle molto, questione di simpatia. È un mestiere fatto di chimica umana più che di curriculum. La sua storia professionale era già straordinaria, ma il suo biglietto da vista era il sorriso, quel sorriso da eterno ragazzo, curioso e divertito. Ci propose sul momento tre o quattro inchieste, tutte promettenti, sfiziose, ne avevamo bisogno come il pane. I giornali vivono di passione, intelligenza, scrittura, talento. E anche di quel particolare calore che scaturisce dal divertimento delle chiacchiere in libertà che spesso si trasformano negli articoli più vivaci e brillanti. I lettori se ne accorgono, e apprezzano.

Con Enrico era così. Entrava, ciao direttò, si accomodava, divagava, una sigaretta, due risate, e già la vedevo in pagina quella storia appena accennata su qualche malaffare meridionale: forza Enrì che abbiamo già il titolo. Andate a rileggere i suoi pezzi sul G8 di Genova: giornalismo da prima linea, scritti con la testa e con il cuore. Ma ci voleva soprattutto del fegato per affrontare quella macelleria messicana tollerata, e forse qualcosa di più, dal tetro regime berlusconiano. Qualche anno prima era scoppiata l’emergenza rifiuti a Napoli: per l’Unità era una grossa grana. Presidente della Regione Campania e commissario ai rifiuti era Antonio Bassolino, il “compagno” Bassolino, sì un mito della sinistra ma l’Unità non poteva fare finta di niente. Direttò vado io. Andate a rileggere quel documento duro, crudo, affilato, senza sconti perché Bassolino avrà avuto le sue ragioni ma le strade colme di rifiuti e la città disperata non sentivano ragione alcuna.

Quando fondammo il Fatto non ricordo neppure di averlo chiamato, me lo ritrovai una mattina nelle due camere e cucina (ci ridevamo su) di via Orazio. Il ragazzo di Avellino sorrideva. Con l’aria beffarda di chi l’ha combinata grossa, ancora una volta. Come molti aveva lasciato un porto sicuro per unirsi a noi bastardi senza gloria in una missione insensata. Dove ritrovava la giovane pattuglia dell’Unità con Marco Travaglio e, pronto ad abbracciarlo, il grande Nuccio Ciconte. Direttò non ti liberi di me, ed era già altrove, inviato davvero speciale in qualche luogo dell’anima dove l’umanità soffriva e la giustizia pure. Per restituire un senso alle cose, al nostro lavoro. Le 111 bare, quattro bianche, degli immigrati nell’hangar di Lampedusa nel 2013, vergogna universale dell’indifferenza e dell’intolleranza. La rivolta di Rosarno contro il razzismo nel 2010. Sulle cosche – la camorra che infestava sue parti, la ’ndrangheta, la mafia albanese – ha scritto cose tremende, definitive. Però non girava con la scorta. E poi la tormentata storia di Riace e del sindaco dell’accoglienza, Domenico Lucano, a cui ha dedicato lo spettacolo teatrale Riace social blues. Come tutti i passionali aveva le sue giornate storte. Le impuntature come i cavalli di razza. Solo la dolce fermezza di Maddalena Oliva ci consentì di mandare in stampa il primo numero dell’inserto speciale Sherlock, con l’inchiesta sulle bombe della Seconda guerra mondiale sepolte vicino agli scavi di Pompei. Ripeteva non c’è pezzo (frase che agghiaccia ogni direttore). Poi lui e Ferruccio Sansa si misero di buzzo buono e ne uscì un reportage straordinario. Da capa tosta volle comunque l’ultima parola: “Una telefonata dal giornale non ti allunga la vita ma ti precipita nel gorgo del ‘facciamo un’inchiesta’”.

Poi però ammise: “Siamo soddisfatti. Ci siamo divertiti, abbiamo litigato, ci siamo incazzati, ma alla fine il nostro lavoro è piaciuto. Piccolo personale insegnamento (ovviamente rivolto a me stesso). Le idee sono pericolosissime perché ti smuovono dalla pigrizia, ma senza idee i giornali crepano. Il lavoro di squadra (dove il “chi firma?” viene dopo) in un giornale è essenziale. Divertirsi lavorando è indispensabile”.

Volontario, dicevamo, delle libertà. Un intellettuale che metteva l’intelletto al servizio delle battaglie civili del suo amato Sud: saggi, narrativa, lavori teatrali. Testi raffinati e scritti con le scarpe consumate e sporche di fango. Aveva solo 69 anni. Lascia la compagna Frances, l’ex moglie Carmen e i figli Rossella, Martina, Raffaella, Livia e James. Ci lascia il ragazzo, ci lascia il suo sorriso. Ciao Enrì, ci siamo divertiti e sono sicuro che nel paradiso dei giornalisti proporrai subito tre o quattro inchieste. Tutte promettenti.

Preti pedofili: la Chiesa svende per i risarcimenti

La Chiesa francese risarcirà le vittime dei preti pedofili vendendo il suo patrimonio immobiliare e, se necessario, ricorrerà a un prestito bancario. Ieri i vescovi riuniti a Lourdes da una settimana, hanno votato alcune misure per rimediare agli abusi sessuali nella Chiesa. Il 5 ottobre scorso, la pubblicazione del rapporto della Ciase, la Commissione sugli abusi sessuali nella Chiesa, un’istanza indipendente creata nel 2018, aveva rivelato una realtà agghiacciante: almeno 216mila sarebbero le giovani vittime dei preti pedofili in Francia, dal 1950 a oggi, almeno 330mila se si contano anche gli abusi da parte dei laici. Il rapporto avanzava 45 raccomandazioni per “riparare il male fatto”. Di fronte allo scandalo, già venerdì scorso, i vescovi avevano finito col riconoscere la “responsabilità istituzionale della Chiesa” e il carattere “sistemico” delle violenze. “Abbiamo deciso di intraprendere un percorso di riparazione e di risarcimento delle vittime”, ha detto ieri monsignor Eric Moulins-Beaufort, presidente della Conferenza episcopale francese. Sarà creata un’istanza nazionale ad hoc per verificare le denunce e costituito un fondo per finanziare i risarcimenti. Era una delle misure più attese dalle vittime. Finora sono stati raccolti 500.000 euro versati dai vescovi. Una cifra insufficiente, di qui la necessità di vendere dei beni immobiliari. In un primo tempo i vescovi avevano fatto appello ai doni dei fedeli, ma la proposta aveva sollevato ovviamente molte polemiche. Come da sondaggio del giornale Témoignage Chrétien, meno del 4% dei cattolici è disposto ad aiutare la Chiesa. I vescovi hanno anche chiesto a papa Francesco l’invio di commissari dal Vaticano.

Attacca gli agenti con un coltello ma in Italia era un “regolare”

Aveva un permesso di soggiorno italiano, Lakhdar Benrabah, l’algerino che ieri mattina ha aggredito dei poliziotti con un coltello davanti ad un commissariato di Cannes. Gli agenti si sono salvati grazie ai giubbotti antiproiettile. L’uomo avrebbe invocato il profeta Maometto. I poliziotti sono stati più volte bersaglio dei terroristi in Francia. Il 23 aprile, era rimasta uccisa una funzionaria della polizia, aggredita da un jihadista tunisino a Rambouillet. Ma se la pista terrorista resta probabile, e anche favorita, nell’attacco di ieri, in serata l’inchiesta era ancora affidata alla polizia giudiziaria di Nizza e non all’antiterrorismo. I fatti si sono verificati alle 6.30 del mattino. In un video delle telecamere di sorveglianza, si vede un uomo in nero dirigersi senza esitare verso dei veicoli della polizia parcheggiati davanti al commissariato. Fa ancora buio. A bordo di un’auto ci sono quattro agenti. L’uomo si ferma a livello del conducente come per chiedere un’informazione poi, quando il finestrino si abbassa, colpisce ferocemente il poliziotto con il coltello al torace. Mentre gli altri agenti scendono dall’auto, si lancia contro la poliziotta che era seduta lato passeggero. Quindi gli altri due agenti aprono il fuoco. L’uomo è stato stato ricoverato all’ospedale di Cannes ed è grave. I poliziotti sono sotto choc, ma non hanno ferite. Per la forza dei colpi la lama del coltello si è deformata.

Chi è Lakhdar Benrabah? Da fonti investigative, l’uomo, 37 anni, è sbarcato a Cagliari nel 2008. Nel 2011 gli è stata rilasciata una carta di soggiorno dalla questura di Napoli, dove lavorava come venditore ambulante. Nel 2018 ha ottenuto un permesso a tempo indeterminato, che gli ha permesso di muoversi, in tutta legalità, all’interno dell’area Schengen. Si sarebbe recato regolarmente per lavoro in Francia dal 2016. Lo scorso 22 ottobre aveva chiesto un permesso di soggiorno alla Francia, che gli è stato rifiutato. Non è schedato. Delle perquisizioni sono state portate avanti a Napoli e a Cannes. Anche il killer che aveva ucciso tre persone nella cattedrale di Nizza, nell’ottobre 2020, un afghano di 21 anni, era passato per l’Italia, sbarcando a Lampedusa nel 2011, ma non era mai stato regolarizzato e aveva attraversato la frontiera eludendo i controlli.

Una Cina formato “Zio Xi”. Jinping, fine incarico mai

Come sarà la vita dei cinesi nei prossimi vent’anni lo si decide, a porte rigorosamente chiuse, nella sessione plenaria del Comitato centrale del Partito comunista cinese (Pcc) che si è aperta a Pechino e durerà quattro giorni. Il segretario del Pcc, nonché presidente della Repubblica Popolare, Xi Jinping, in carica dal 2012, getterà le basi per il terzo mandato mentre i 200 membri del Comitato Centrale che partecipano al plenum tremano per il timore di venire epurati. Xi si presenta con una bozza di risoluzione sui “grandi risultati e l’esperienza storica” del partito che è stata di fatto già approvata grazie alla potenza dell’estensore. Si tratta della terza dichiarazione del partito sui suoi 100 anni di storia, e rafforzerà ulteriormente lo status di Xi innalzandolo al livello del fondatore della Repubblica popolare cinese Mao Tse Tung e del suo successore Deng Xiaoping. La Cina ha rimosso i limiti di mandato alla presidenza nel 2018, il che consentirebbe a Xi di rimanere in carica a vita.

Un decennio dopo aver assunto la leadership, Xi non sembra infatti avere rivali all’interno del partito. È stato il segretario-presidente ad aver aumentato e consolidato il potere della Cina, ormai superpotenza al pari degli Stati Uniti, mantenendo stabile l’economia, mettendo a punto una politica estera assertiva, imponendo il potenziamento delle forze armate e incentivando la repressione della corruzione. Allo stesso tempo, i gruppi religiosi e gli attivisti per i diritti umani sono stati duramente repressi. La stretta contro l’autonomia delle minoranze etniche è aumentata e, oltre ai tibetani, ne stanno pagando le conseguenze almeno un milione di uiguri – la minoranza etnica turcofona di religione islamica – sottoposti a detenzioni di massa e indottrinamento politico. Ma è a Hong Kong dove il resto del mondo ha visto alzarsi definitivamente il velo dietro cui si celano i metodi dittatoriali del Pcc incrementati da “zio Xi”, come i cinesi chiamano il 69enne leader dall’espressione imperturbabile. Nella ex colonia britannica l’opposizione politica è stata azzerata e la maggior parte dei giovani manifestanti incarcerati. Da un paio di mesi la Cina inoltre sta minacciando l’autogoverno di Taiwan protetto dagli Stati Uniti. Secondo la nomenclatura cinese tutte queste misure sono necessarie per salvaguardare la stabilità e la sovranità nazionale. “La risoluzione sulla storia del partito di Xi non dovrebbe produrre sorprese”, ha affermato Yang Yang, professore alla Scuola di Scienze Politiche e Pubblica amministrazione dell’università cinese di Giurisprudenza.

Il documento riassumerà essenzialmente l’emergere della Cina dalla dominazione straniera, la sua scalata economica e l’ascesa come potenza mondiale. “La risoluzione darà il via a una nuova era per il governo del Partito comunista sotto la guida di Xi e farà in modo che lui possa continuare a governare per il prossimo mandato”, ha aggiunto Yang. Il sinologo Francesco Sisci ha sottolineato all’Adnkronos che “questo documento sarà estremamente importante perché prepara il Congresso dell’autunno del prossimo anno e, in teoria, i dieci, venti anni futuri di governo diretto o indiretto di Xi Jinping”. Secondo il docente, i prossimi 20 anni saranno dominati da Xi in base ai risultati di questo plenum dato che il riconoscimento del suo ruolo storico significa conferirgli i pieni poteri. E i quattro giorni di lavori a Pechino gettano anche “le basi per il potere dei quadri che saranno promossi da Xi, marginalizzando tutte quelle forze che finora hanno ostacolato”.

Se Mao ha rimesso in piedi la Cina – un contributo testimoniato nel 1949 con la fondazione della Repubblica popolare cinese – e Deng l’ha messa sul cammino della ricchezza, che cosa offrirà alla prossima generazione di cinesi Xi lo si capirà a partire da questa terza risoluzione che sarà il viatico per il Congresso che si terrà tra un anno. Intanto l’agenzia Xinhua sta divulgando articoli sul ruolo di Xi capace di portare benessere dalle città alle campagne, in ogni strato della società e in grado di sconfiggere la corruzione e far trionfare l’etica.

Peccato che nessuno possa sostenere un’altra versione, pena il carcere, come testimonia la vicenda della blogger che aveva raccontato con video e post la negligenza del regime a Wuhan. La giovane Zhang Zhan, in sciopero della fame da tempo, è ormai in fin di vita dietro le sbarre. Zio Xi non perdona.

Tutti in carrozza: regine, zuppiere e medici di corte

Thiers. “Potremmo regalare una ferrovia ai parigini per divertirsi, ma non credo che trasporterà mai un viaggiatore, né un bagaglio” (Adolphe Thiers, nel 1832, respinge la proposta dei fratelli Pereire di costruire una ferrovia. In quel momento funzionano in Francia solo i 21 chilometri della Saint-Étienne-Andrézieux su cui corrono i tre vagoni che portano fino alla Loira il carbone delle miniere di Saint-Étienne – all’andata il treno va in discesa, al ritorno è trainato da un tiro dei cavalli – e i 16 chilometri della Givors-Rive-de-Gier; sempre carbone, sempre cavalli, ma stavolta sono ammessi i passeggeri).

Luigi Filippo. Al re Luigi Filippo fu impedito, nel 1837, di salire sulla prima linea francese per viaggiatori (Parigi-Le Pecq), perché – gli spiegarono – non era il caso di rischiare la vita. Nessuna questione invece per la regina Maria Amalia, che fece da madrina all’inaugurazione.

Arago. “E se all’interno di una galleria la locomotiva scoppiasse?” (Il fisico François Arago nel 1837).

Ferdinando II. Il re di Napoli Ferdinando II di Borbone all’inaugurazione della Napoli-Portici, prima linea italiana, pronuncia un discorso in francese in cui si augura che la ferrovia sia prolungata fino all’Adriatico (1839).

Lenoir. Tra i primi veicoli “auto-mobili” della storia, la hippomobile di Étienne Lenoir (1862), un carro di legno a tre ruote: dotato di un motore a gas ideato dallo stesso Lenoir, era alimentato da una miscela a base di idrogeno, ricavato per elettrolisi dall’acqua.

Vittoria. “Quando sale al trono, il 20 giugno del 1837, la Regina Vittoria ha diciotto anni. La Gran Bretagna è in piena rivoluzione industriale. Il Paese eccelle nella costruzione delle ferrovie. Lord Melbourne, mentore e primo ministro della giovane sovrana, le aveva predetto: ‘Voi che amate la velocità, adorerete il treno’. Non si sbagliava. Il 13 giugno 1842, alla stazione di Slough nei pressi del Castello di Windsor, la regina sale per la prima volta su un treno, trainato da una locomotiva Phlegethon. Il convoglio corre a 35 chilometri l’ora, e in appena mezz’ora raggiunge la stazione di Paddington a Londra. Lei è stupefatta: per percorrere la stessa distanza su una carrozza a cavalli erano necessarie almeno tre ore. Scrive nel suo diario: ‘Abbiamo impiegato trenta minuti esatti per andare a Paddington, pochi scossoni e più leggeri che in vettura, con meno polvere e calore. È stato deliziosamente veloce’. Del tutto conquistata, la regina diventa una fervente sostenitrice del treno. È la prima sovrana a disporre di questo mezzo di trasporto per fare il giro del Paese e incontrare i propri sudditi. Nel 1858 una delle principali stazioni di Londra sarà battezzata Victoria Station and Pimlico Railway”.

Sissi. Il 31 agosto 1875, quando l’imperatrice Elisabetta “Sissi” d’Austria raggiunse in treno la stazione di Fécamp per trascorrere l’estate sulla costa normanna, insieme a lei scesero dal convoglio ben settanta persone. “Tra gli altri, le damigelle d’onore e il padre spirituale, il primo intendente, il tesoriere, il medico imperiale, tre cuochi, due panettieri, due pasticcieri austriaci – incaricati di provvedere ogni giorno ai dolcetti di Maria Valeria (l’ultima dei quattro figli della coppia imperiale, ndr) –, due staffieri (Sissi si è portata dietro un paio di cavalli), e, per finire, la sua soupière, una cuoca che si occupa delle minestre che Sua Maestà consuma ogni giorno per non ingrassare”.

Notizie tratte da: Sophie Dubois-Collet, “La storia prende il treno”, Add, 247 pagine, 16 

(1. Continua)

 

Terza dose, potere rinvigorente là sotto e gli sbuffi del tempo che fu

Nella piazza popolata, si fa per dire, dal solo monumento al poeta Tommaso Grossi mi capita di sentirmi chiamare e il primo pensiero è che sia lo stesso letterato amico del Manzoni ad attirare la mia attenzione. Forse, chissà!, perché in qualche scritto ho sbagliato un congiuntivo o due oppure per averlo definito in qualche occasione, e coram populo, un poco noiosetto. La fantasia però svanisce subito poiché la voce non è ultraterrena, esce piuttosto dalla bocca di un individuo in età che, avendomi visto dalla vetrata del bar di fronte all’imbarcadero, mi deve sottoporre una questione. Trattasi del vaccino e al sentirlo nominare mi scappa uno sguardo al cielo. Da tempo infatti non mi venivano sottoposte questioni relative al suddetto ed ero convinto che, almeno tra quanti conoscevo, non esistesse più alcun dubbio sul farselo iniettare. Così mi predispongo a recitare la solita predica sulla sua importanza, ma le parole mi restano nel gozzo. Poiché di vaccino trattasi ma di un suo effetto collaterale di cui mi viene chiesta spiegazione. Alla quale però non so rispondere se non con la mimica della sorpresa. Perché il richiedente mi aggiorna che dopo la seconda dose ne ha ricavato un beneficio rinvigorente, là bas per intenderci, e vuole sapere se, stante la situazione, gli convenga predisporsi anche alla terza. Lo rassicuro sull’importanza di garantirsi un’ulteriore copertura anticorpale, oltre che un anno di green pass. Sul resto mi complimento promettendo, sapendo di mentire, che andrò a cercare pubblicazioni scientifiche che possano svelare il mistero. Penso di aver concluso la consulenza en plein air, ma mi illudo visto che il mio interlocutore sbuffa afflitto, affermando che è un bel problema. Proprio adesso che ormai da tempo s’era arreso alla pace dei sensi gli tocca tornare in campo per colpa di una maledetta pandemia. Non so cosa rispondere però, stante l’età, gli faccio tanti, ma tanti auguri. E me ne vado certo che, se dovesse colpire, sarò tra i primi a essere informato.

Mail Box

Pene meno severe
contro i manifestanti

A Stefano Puzzer è stato inflitto un Daspo perché stava manifestando, tra l’altro in maniera pacifica. Ora non discuto le sue idee, che sono diverse dalle mie, ma la Lega e Fratelli d’Italia che hanno bombardato per mesi sul ddl Zan dicendo che in caso di approvazione avrebbe bloccato il diritto di opinione? Vietare a un cittadino di manifestare pacificamente non è grave? Perché stanno così in silenzio?

Giovanni Caggegi

Forse perché l’ultima stretta contro i manifestanti in piazza l’ha data il decreto Sicurezza di un certo Salvini…

M. Trav.

 

Covid, le rassicurazioni
hanno davvero stancato

Quanto valgono le parole di un ministro nell’Italia odierna? Per rispondere a questa domanda vorrei fare un brevissimo riepilogo delle affermazioni di Roberto Speranza, ministro della Salute. Nel gennaio 2020, quando l’epidemia di Covid si manifestò in Cina, ci disse che dovevamo essere tranquilli perché il virus non circolava assolutamente in Italia; a marzo quando iniziò il lockdown ci spiegava che dovevamo resistere solo pochi mesi e poi tutto sarebbe tornato alla normalità; nell’estate del 2020 si esaltava per la sconfitta del Coronavirus e preparava un libro per celebrare il successo, ma con la seconda ondata tornava però a dirci che dovevamo resistere ancora pochi mesi, e nel gennaio 2021 l’inizio della campagna vaccinale era sostenuto dalle confortanti rassicurazioni che tutto sarebbe finito ancora una volta in pochi mesi. Adesso alla fine dell’anno ci racconta che dovremo avere pazienza fino alla metà del 2022. A questo punto vorrei dire al ministro che la pazienza è ormai finita, e forse sarebbe più opportuno che stesse finalmente zitto.

Cristiano Martorella

 

Caro Cristiano, purtroppo le stesse contraddizioni si possono notare in tutti i massimi esperti della materia: colpa di un virus di cui sappiamo ancora molto poco e che muta più rapidamente del progredire delle nostre conoscenze.

M. Trav.

 

Il 2022 sarà un anno
di referendum popolari

Il 2022 sarà un anno di grandi appuntamenti per il nostro Paese. C’è grande attesa per il nuovo presidente della Repubblica: chi sarà il sostituto di Sergio Mattarella? Sarà anche l’anno dei referendum: se la Corte costituzionale darà via libera, gli italiani si pronunceranno nella prossima primavera. Giustizia, cannabis, eutanasia e caccia sono tematiche importanti per milioni di italiani

Massimo Aurioso

 

Caro Massimo, i referendum sulla giustizia porteranno di fatto all’abolizione della giustizia. Auguriamoci che la Consulta li blocchi per manifesta incostituzionalità, o che ci pensi il popolo italiano con una valanga di “No”, come nel 2006 e nel 2016.

M. Trav.

 

Le riforme (disattese)
della libera concorrenza

Cosa ne pensate di quei partiti che, a parole, incensano l’Europa di cui si proclamano i grandi difensori contro le insidie dei sovranisti e, poi, in pratica, fanno il possibile e l’impossibile per disattendere le direttive europee? Come ad esempio la Bolkestein del 2006, che prevedeva la messa al bando delle concessioni pubbliche in scadenza nonché regole per aumentare la concorrenza in molte attività economiche, come ad esempio gli ambulanti e i taxi, recepita dall’Italia nel 2020 e mai finora tradotta in legge? Mi riferisco in particolare al Pd che dal 2011 in poi, con il breve intervallo del governo gialloverde, è sempre stato al governo, anche da solo dal 2013 al 2018, ben guardandosi dal rendere esecutiva la direttiva europea in discorso. Anche la Lega è contraria alla Bolkestein, ma perlomeno lo dice chiaramente e non eleva ripetuti inni di gloria all’Unione Europea come fa invece il Pd che parla molto bene, ma in realtà razzola molto male. Chi ci rimette dalla mancata applicazione della direttiva Bolkestein sono tutti gli italiani, penalizzati dalla poca o nulla concorrenza in importanti settori dell’economia.

Pietro Volpi

 

DIRITTO DI REPLICA

In merito alla pubblicazione di sabato sul Fatto Quotidiano del conto corrente (di Renzi, ndr), voglio precisare che la Fondazione Spadolini Nuova Antologia, erede universale di Giovanni Spadolini, e l’Associazione Amici della Fondazione Spadolini Nuova Antologia a essa collegata nulla hanno a che fare con l’“Associazione Spadolini” che appare nella tabella, a noi assolutamente sconosciuta, e che nessuna erogazione viene da noi fatta per relatori di conferenze o simili.

Prof. Cosimo Ceccuti, presidente della Fondazione Spadolini Nuova Antologia

 

Nell’articolo pubblicato domenica – “Renzi, i soldi del governo saudita: 83.700 euro per due conferenze” – c’era un errore. Sul palco insieme a Matteo Renzi c’era John Flint, allora Ceo di Hsbc non Larry Fink, Ceo di BlackRock, presente anche lui a Riyad ma in un altro panel della medesima “Financial Sector Conference” organizzata dai sauditi. Ci scusiamo con i lettori e con i diretti interessati.

M. L. e V. Pac.

Ecologia “Basta riempirsi la bocca con sfide impossibili: ormai è tardi”

Gentile redazione, leggo sempre con grande interesse gli articoli del prof. Mercalli del quale ho sempre ammirato la competenza e la passione. Non ho particolari qualità né grandi titoli: sono un comune cittadino mediamente informato di 67 anni, uno dei tanti. Ma ho cercato di vivere a occhi aperti e coi piedi per terra. Quindi credo di poter dire che anche il prof. Mercalli, come me, quando è solo con se stesso sa benissimo che tutti i suoi auspici sono irrealizzabili. Qualcuno lo chiamava “pessimismo della ragione” credo. Hanno (i grandi della Terra) impostato e non da oggi, un sistema globale: consumistico, economico, finanziario (e noi dietro come pecoroni) per consentire a noi – il 20% “ricco” del pianeta – di accumulare il superfluo, depredando e sfruttando e depredare l’80% “povero” (che guarda caso è per ironia della sorte, il più ricco di risorse naturali che però, scusate, servono a noi). L’enorme balzo tecnologico degli ultimi anni, invece di risolvere il problema, lo perpetua, rendendo obsoleti sempre più in fretta tutti i nostri elettrodomestici, macchine e dispositivi producendo così milioni di tonnellate di rifiuti speciali che non riusciremo mai a smaltire. Ci riempiamo la bocca con le macchine elettriche mentre continuiamo a produrre energia coi fossili. In conclusione, un paradosso: chiunque ami veramente questo pianeta, può solo augurarsi che i “sapiens” si estinguano quanto prima. Dopodiché la Terra coi suoi tempi tornerà più bella e prospera che prima. E chissà che un giorno lontano non nasca una forma di vita davvero intelligente.

Giovanni Medri

 

Gentile Giovanni, grazie per la sua stima e la sua attenzione ai temi ambientali.

È vero, la situazione è molto complessa e le possibilità di risolverla senza gravi conseguenze sono poche.

Ma dobbiamo ovviamente provare a salvarci fino all’ultimo sangue, perché è vero che la maggior parte degli umani si dichiara essere poco “sapiens”, ma ce ne sono alcuni che hanno fatto cose grandiose in questi ultimi millenni: il duomo di Siena, la “Pastorale” di Beethoven, le “Memorie di un cacciatore” di Turgenev, il teorema di Clausius… e varrebbe la pena portare avanti questa avventura per vedere se ce la facciamo a portare la saggezza a standard collettivo.

Le possibilità sono esigue, ma la posta in gioco è altissima. Vedremo!

Luca Mercalli

Salvini, sommersi e “Salvati”: non ne azzecca più una

È forse tempo di chiedere scusa a Matteo Salvini. Qualche giorno fa, per la prima volta, mi ha fatto quasi tenerezza. Ho avuto la netta percezione di avere a che fare con un politico al livello minimo di se stesso. E tenendo conto che in questo caso anche il suo massimo è di fatto un minimo, significa che il Salvini attuale viaggia costantemente sottoterra.

Salvini, di per sé mai stato Churchill, dall’harakiri del Papeete 2019 è imbarazzante un giorno sì e l’altro pure. Disastri, suicidi, autogol. Con la pandemia è ulteriormente peggiorato, ora flirtando coi no-vax e ora passando dalla feroce opposizione a Conte all’azzerbinamento patetico a Draghi.

La Waterloo mediatica di Luca Morisi, suo belluino Richelieu propagandistico, lo ha tramortito. I rapporti con la Meloni sono ai minimi termini. La fronda giorgettiana è sempre più forte. Salvini ha la sindrome dell’accerchiato, in tivù appare fuori fuoco e nel governo conta meno di niente. Anche alle Amministrative non ne ha beccata una. A Milano è riuscito a candidare un personaggio con zero chance di vittoria e a Roma ha accettato l’imbarazzante “Michetti Chi”, genialmente imposto dalla sedicente statista Meloni. L’unica fortuna attuale di Salvini è che esiste Renzi, e dunque c’è sempre qualcuno peggiore di lui. Ma è anche vero che Renzi fa storia a sé, e dunque per il Matteo lombardo c’è poco da ridere.

Per quanto in caduta libera, Salvini non dà segnali di ravvedimento. Anzi. Sul ddl Zan ha nuovamente mostrato il peggio di sé, incarnando quella parte di Paese più becera, retrograda, egoista e ignorante. Incapace di modulare la sua politica in base agli eventi, Salvini continua a inseguire la pancia del Paese per arginare la crescita di Fratelli d’Italia e perché adora gli Orbán (che non a caso ha definito Salvini “il mio idolo”) e i Bolsonaro.

Ecco: Bolsonaro. La scorsa settimana, dopo il G20, questo personaggio politicamente abietto e moralmente irricevibile riceve la cittadinanza onoraria dalla giunta a trazione leghista di Anguillara Veneta, paese nel Padovano da cui proviene la famiglia Bolzonaro (sì, in origine nel cognome c’era la “z” e non la “s”). La scelta politica, semplicemente riprovevole, viene rivendicata da Salvini che decide di incontrare Bolsonaro a Pistoia. E qui, tanto per cambiare, Salvini raccatta un’altra figuraccia planetaria. Già è vergognoso voler abbracciare un omofobo razzista, sterminatore di Indios e negazionista Covid con colpe eterne nella gestione della pandemia, ma Salvini va oltre e chiede addirittura scusa a Bolsonaro per le polemiche “a nome del popolo italiano” (a nome mio no di sicuro). Nelle sue tenere e patetiche speranze, Salvini crede che inginocchiandosi di fronte a Bolsonaro ne trarrà un giovamento politico internazionale. La realtà sarà appena diversa. Il giorno dopo chiedono a Bolsonaro come sia andata la trasferta italiana. E lui, seraficamente, risponde così: “Ho incontrato anche un politico, mi pare abbia fatto il primo ministro, si chiama Salvati…”.

Meraviglioso: dopo neanche 24 ore, Bolsonaro non si ricordava già neanche più chi fosse Salvini. Al punto da sbagliarne ruolo (mai stato primo ministro) e nome (Salvati). Praticamente lo ha trattato come un pezzente qualsiasi, e farsi umiliare da Bolosonaro non è facile. Ecco perché ho quasi voglia di chiedere scusa al tramontante leader leghista: perché c’è un limite a tutto, ma lui continua a scavare. Un’agonia indicibile. Povero Matteo: si credeva Roosevelt, ma era solo un Salvini qualsiasi. Anzi: un Salvati.