“Conta e cammina”: la legalità in marcia nel cuore di Macomer

Sette donne con i diritti nel cuore. Macomer, nome da fantasie infantili, diecimila abitanti sul lato ovest della Sardegna, provincia di Nuoro, a 500 metri d’altezza. Calo demografico da primato, industria chimica di quelle di una volta, buone a dar posti e finanziamenti per poi chiudere ingloriosamente. Ma queste sette sarde “ottimiste e di sinistra” non guardano al passato. Con ruoli diversi si prodigano anzi per introdurre parole e pensieri nuovi nella vita di una civiltà che appare come sospesa per aria. Eccolo dunque, il loro regalo al futuro del paese: un Festival della legalità. Bella idea, disse un amico alle due fondatrici. Ma come fate, benedette ragazze, soltanto a immaginarlo? Come potete pensare che qualcuno possa venire gratuitamente in questa stagione in Sardegna, in un paese dell’interno che sta in un fazzoletto?

Loro ci hanno pensato. E hanno concluso che lo facevano lo stesso. Senza contributi pubblici, mettendoci soldi e lavoro e servizi in proprio, niente assistenzialismo. “Perché non provarci?”. Antonella Simula e Roberta Balestrucci, tutt’e due trentenni, sono le più giovani della rete. Hanno in comune la passione per la storia dell’antimafia. Tanto che l’8 maggio traslocheranno d’isola per qualche giorno. Andranno in Sicilia a Cinisi, a ricordare Peppino Impastato nei quarant’anni dal suo assassinio. Il festival, d’altronde, nasce praticamente nel ricordo di quel ribelle. Si chiama “Conta e cammina”, dal celebre dialogo notturno dei due fratelli nel film I cento passi, che qui è diventato anche il nome di una rete sociale. E non per nulla proprio quest’anno c’è stata tra gli ospiti Luisa, giovane nipote di Peppino. “Tutto è nato”, spiegano le due amiche “da un’idea del Centro servizi culturali Unla e dalla Cooperativa Progetto H di Macomer. Da subito abbiamo coinvolto la libreria Emmepì. Avevamo voglia di creare un evento culturale capace di coinvolgere bambini e ragazzi del paese in forme diverse da quelle tradizionali dell’isola. Volevamo fare qualcosa di interattivo, capace di parlare lungo la settimana anche agli adulti. E ora siamo arrivate alla quinta edizione”.

Intanto portano i loro ospiti a mangiare nel ristorante di una cooperativa che dà lavoro a ex detenuti, dove trionfa un cuoco stellato che, spiegano con orgoglio, ha preferito la sfida del posto alle lusinghe della grande città. E lì, a tavola, raccontano la loro vita. I sogni raccolti per strada, la libreria (altre due donne attivissime, Luciana e Stefania) che si è data il compito di incarnare sul luogo la voglia di resistenza civile, le cooperative sociali.

Sorridono rigorosamente, lo dice anche il titolo del festival che “la legalità appartiene al tuo sorriso”. “Perché lo facciamo? Per portare le giovani generazioni a riflettere sul senso e sui valori della legalità in tutti i suoi aspetti, e non solo pensando al fenomeno mafioso. Per favorire il confronto su temi legati alla legalità tra bambini provenienti da paesi diversi. E poi per trasformare i giovani che vengono da noi in potenziali educatori territoriali alla legalità”.

Un “vasto programma” che però non si ferma qui. Perché vorrebbero pure trasformare la loro settimana in un appuntamento nazionale. Leggi il depliant del festival e cogli l’ordine, lo scrupolo di chi ci ha lavorato per settimane. Non ci trovi i fuochi d’artificio, visto che ogni trasferta costa, e che a volte gli invitati pongono, ahinoi, condizioni impossibili per le organizzatrici. Ma accarezzi una cosa decorosa, piacevole, che fa incontrare persone, propone dibattiti, una mostra fotografica, teatro, libri, laboratori nelle scuole. Bilancio positivo, alla fine. Appuntamenti partecipati, loro felici quando la gente arriva, se ci sono i ragazzi, se anche la giunta comunale si mobilita, se la stampa locale ne scrive.

Piove e ti chiedi se davvero il periodo sia poi azzeccato. Il giorno dopo, quando lasci il “Marghine”, l’albergo locale totalmente coinvolto (altre due donne, due sorelle, Patrizia e Genny), capisci di sì. La Sardegna appare come una meravigliosa distesa gialla, ginestre a file, a grappoli, l’isola si è fatta d’improvviso luminosa. Le salite, le discese, le curve su cui Carla Scarpa (due cooperative per minori) corre come andando incontro al colore di stagione, diventano la rappresentazione di questa squattrinata ma orgogliosa battaglia “in nome della legge”. Di un’Italia che non aspetta i governi per fare qualcosa di buono.

Se 14 anni vi sembrano pochi: l’educazione di un “sappista” a Torino

“Mi sta sfuggendo il senso del tempo, il sapore di quell’aria, quegli odori di divise e di armi, quei colori predominanti nella gente, verde o nera, e i visi con rari sorrisi, dal truculento al serio, al pavido all’arrogante; quelle guance smunte, scavate, affamate, gli occhi spiritati e quelli tristi, gli sguardi disperati e malinconici dei vivi, quelli fissi immobili, tranquilli, dei morti. Ammazzati”. Già dall’incipit de Solo per i morti la guerra finisce. La resistenza di un ragazzo a Torino di Silvio Borione si intuisce di avere tra le mani qualcosa di più di un libro di memorie. E “il sapore di quell’aria”, che all’autore pare sfuggire dopo 73 anni, il lettore lo sente eccome.

In 225 pagine c’è tutta l’educazione sentimental-resistenziale di un ragazzo mai stato bambino (“Sono un prodotto tipico del mio tempo, ci hanno fatto diventare delle perfette macchine da guerra”). La storia di Silvio Borione, classe 1930, inizia ben prima dell’autunno 1943, quando – appena 14enne – entra a far parte delle Sap, le Squadre di azione partigiana. Silvio è infatti figlio di un operaio comunista di Borgo San Paolo, l’antifascismo è il companatico della sua infanzia. E le descrizioni della vita quotidiana dello storico quartiere operaio sono forse la parte più gustosa. Un mondo fatto di persone che “amano il proprio lavoro odiando chi glielo da”, in cui alla solidarietà prepolitica del sottoproletariato del centro cittadino si sostituisce un consapevole e politico altruismo; un mondo di persone le cui vite erano scandite da orari e odori, chi sapeva di benzina, chi di cuoio, chi di vernice; un mondo che non si piega per vent’anni e che vive la resa dei conti come un epilogo naturale di una storia iniziata molto prima. Nei 18 mesi di guerra di Silvio Borione c’è tutto: l’incoscienza, la paura, la fame, il carcere, la tortura e soprattutto la morte. Quella data e quella ricevuta. La fine della storia è nota, ma l’autore non ne fa un lieto fine, anzi, perché come da titolo, la guerra finisce solo per i morti.

Nella memoria rimangono impresse – senza indulgenza o retorica, ma con estrema durezza – l’esecuzione di un cecchino fascista e quella di una giovane ausiliaria collaborazionista verso cui l’autore riserva persino parole di tenerezza. E nel momento della liberazione “dopo aver bevuto le sorsate della pria libertà” si fa più amaro “il ricordo dei compagni persi e il rimpianto lacerante di non averli accanto”.

Solo per i morti la guerra finisce, pubblicato dall’Anpi del Piemonte, ha una sorprendente freschezza letteraria. Un buon editor interverrebbe soltanto per eliminare qua e là aggettivi non necessari. Per il resto ha tutte le carte in regola per diventare un testo importante. Vederlo in libreria sarebbe un buon modo per celebrare il 25 aprile.

La memoria finisce, la Storia resta: il 25 aprile è ancora vivo

Antifascimo..? E che cos’è…? Può dispiacere a quanti sono cresciuti nei valori della Resistenza, ma è indubbio che nella cultura delle nuove generazioni antifascismo è una categoria marginale, scarsamente utilizzata nel dibattito politico e pressoché assente nel linguaggio comune. D’altra parte, la stessa eclisse riguarda la categoria opposta, fascismo: durante l’ultima campagna elettorale i termini sono stati talvolta rispolverati ma i risultati elettorali di Leu e di Casa Pound sono eloquenti. Non è sulla dicotomia fascismo-antifascismo che si costruisce oggi un’identità politica.

Al di là di qualsiasi rimpianto o dietrologia, il fatto non deve stupire: la memoria dei “momenti forti” della storia dura lo spazio di due generazioni, quella che ne è protagonista e quella successiva, educata dai racconti e dall’atmosfera culturale nella quale cresce. È stato così per chi è nato nell’Italia degli Anni 50-60: le ferite della guerra erano fresche, ogni famiglia aveva un ricordo, un episodio, una rabbia, frammenti individuali che si ricomponevano nei discorsi per descrivere un passato che non passava. Chi era stato in montagna parlava degli scontri durante i rastrellamenti e degli attacchi partigiani in pianura; chi era stato nella Rsi bestemmiava (sottovoce) contro i convertiti dell’ultima ora e i traditori; chi non era stato né da una parte né dall’altra raccontava di bombardamenti, di mercato nero, di pane tesserato, di paura. E chi aveva combattuto al fronte, descriveva il gelo del Don, o la sabbia infuocata di El Alamein, o i campi di internamento della Germania. Quando la società italiana è stata attraversata da una nuova stagione di conflittualità (dal ’68 all’“autunno caldo”, a tutti gli Anni 70) è stato naturale attingere a quella memoria e trasformarne le categorie in ambiti identitari: da un lato la sinistra extraparlamentare, che rivendicava l’eredità di una “Resistenza tradita” e inglobava nel suo contraddittorio patrimonio ideologico l’azionismo accanto al marxismo; dall’altro i “fasci”, che dall’esperienza estrema di Salò traevano i principi dell’onore e della “bella morte” e da quella complessiva del Ventennio i valori dell’ordine e della patria; dall’altro ancora le forze dell’arco parlamentare, che rivendicavano il carattere inclusivo dell’antifascismo traendone legittimazione storica.

Sottotraccia negli Anni 80, l’antifascismo è tornato prepotentemente sulla scena nel 1994, dopo la vittoria di Berlusconi: lo sdoganamento del Msi diventato An, l’affermazione di un uomo “forte” per personalità e per mezzi, la concentrazione nelle stesse mani dei maggiori mezzi di comunicazione, hanno portato alla riscoperta dell’antifascismo come ancoraggio di una sinistra scossa dal risultato elettorale: la manifestazione del 25 aprile a Milano in piazza del Duomo è stata l’espressione vigorosa di una volontà di opposizione che proprio nel ricordo della Resistenza trovava denominatori comuni.

Si trattava, però, di una reazione difensiva, che non sapeva coniugare la memoria al progetto. Il carattere culturalmente perdente di quell’operazione era implicito nella mancanza di reazione ideologica: alla chiamata in piazza in nome dell’antifascismo non corrispondeva una mobilitazione di segno opposto. Chi aveva vinto le elezioni, non rispondeva sul terreno dell’ideologia, ma avviava il proprio percorso insieme scaltro e farraginoso di governo: ai perdenti la storia e la nostalgia del passato, ai vincitori il potere e la presunzione del futuro.

I 25 anni successivi sono troppo noti per ripercorrerli: lo sfumare progressivo delle ideologie, l’esaurirsi della progettualità politica, i limiti di una classe dirigente inadeguata, il disagio diffuso espresso con un voto in cui è assai più chiaro ciò che non si vuole rispetto a ciò che si vuole.

Nel momento in cui il M5S pensa di allearsi in alternativa con la Lega di Salvini o con il Pd di non si sa chi, in cui lo stesso Pd oscilla tra l’Aventino, l’ammucchiata con il centrodestra o l’apertura al grillismo, in cui è difficile per qualunque elettore orientarsi nell’evanescenza delle polemiche, l’antifascismo appare una categoria desueta. E, probabilmente, lo è davvero. Quando finisce la “memoria” bisogna però fare spazio alla “storia”, sostituire la forza emotiva con la consapevolezza. Come ha fatto l’Italia ad arrivare alla deriva del 1940-45? Che cosa ha trasformato un popolo di oltre 40 milioni di cittadini liberali in un popolo di fascisti?

Che cosa ha portato il Paese ad accettare le leggi razziali e ad applaudire il Duce quando ha annunciato l’ingresso in guerra? L’Italia del 1945 ha voluto immaginarsi vincitrice della guerra e ha rielaborato il passato in modo funzionale: il fascismo come filo di ferro che tiene insieme il popolo con la repressione, la responsabilità esclusiva di Mussolini e di Vittorio Emanuele III, la verginità recuperata grazie allo sforzo collettivo della Resistenza partigiana, la fretta di voltare pagina e ripartire senza fare i conti con il passato. Non è andata così: la Resistenza non è stata una guerra di popolo, ma la scelta di una minoranza (come ha scritto Rosario Romeo, “la lotta di pochi dietro cui si sono nascosti i tanti per nascondere le proprie colpe”). E il fascismo non è stato solo autoritarismo e soppressione delle libertà: è stato anche un regime che ha costruito un evidente consenso di massa, che attraverso il controllo della scuola ha modellato gli italiani secondo il proprio modello di uomo e con la manipolazione dell’informazione ha sedotto una generazione intera. Soprattutto, il fascismo non è figlio di Mussolini e di un manipolo di gerarchi, ma di un’intera classe dirigente nazionale. Dov’erano, nel Ventennio, i professori, i giornalisti, i compilatori dei testi scolastici? Dov’erano i dirigenti della burocrazia statale, i responsabili delle forze armate, i magistrati? Dov’erano i grandi poteri economici-finanziari?

Ancora oggi, nei licei, si spiega che Mussolini nel 1931 ha obbligato i professori universitari a giurare fedeltà al regime e si ricordano i 13 docenti che hanno osato rifiutare, perdendo la cattedra. Giusto ricordo, si tratta di esempi di coerenza e di coraggio civico. Però bisogna anche spiegare che in quell’anno i docenti universitari in servizio erano 1.848: se 13 hanno detto “no”, 1.835 hanno detto “sì”. È questo il dato utile per capire il posizionamento del mondo accademico: altrimenti il valore dei 13 finisce con il mascherare il cedimento di tutti gli altri.

Fare “storia” dell’Italia fascista significa cogliere le tante complicità di cui il potere ha potuto giovarsi, della corresponsabilità di un’intera classe dirigente: il fascismo nella forma storica non è all’ordine del giorno, ma le dinamiche che ne hanno permesso l’affermazione non sono tramontate e possono determinare altre derive. E fare storia dell’antifascismo resistenziale non significa raccontare un’improbabile guerra di popolo, ma la forza di un impegno e di una testimonianza.

Come recita una delle più famose poesie di Brecht, “hanno portato via egli ebrei e non ho detti nulla perché non ero ebreo; / poi hanno portato via i comunisti e non ho detto nulla perché non ero comunista; / poi hanno portato via i sindacalisti e non ho detto nulla perché non ero sindacalista; / poi hanno portato via me e non c’era più nessuno che potesse dire qualcosa”. L’antifascismo resistenziale è stato soprattutto questo: fare in modo che qualcuno potesse ancora dire qualcosa. In questo senso, l’antifascismo può essere tramontato nel linguaggio politico, ma non nelle consapevolezze della storia e non nei doveri della coscienza civica.

Tre anni di Renzi. E sulla Rai calò la notte dei flop

Quando scriviamo di Rai, scriviamo di una televisione pubblica che non esiste più. Non esiste perché nel triennio renziano ormai in scadenza, assalita dai vindici del Nazareno, ha calpestato se stessa, la propria identità, la propria funzione. Viale Mazzini si è sottratta al ruolo di fucina delle notizie, dei dibattiti politici, dell’informazione puntuale seppur a volte troppo istituzionale, se non imbalsamata, troppo lottizzata, troppo schematica. Quella Rai, però, era viva. Con le sue contraddizioni, i suoi limiti, i suoi editti.

Oggi il renzismo consegna un’azienda malandata, non competitiva nel mercato globale, mai capace di cogliere occasioni industriali (vedi l’alleanza con Sky Italia lasciata a Mediaset), più debole in prima serata con la perdita di oltre un milione di spettatori (sul triennio precedente), più povera senza l’apporto creativo e di sinistra di Rai3, spappolata, insignificante, aggredita con ferocia luddista dagli ascari di Matteo Renzi.

Il Cda Rai di matrice renziana ha accolto e pugnalato supinamente – escluso il controllo intransigente e non banale di Carlo Freccero e Paolo Messa, che si è dimesso – il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto e poi, distratto, ha scortato verso la fine Mario Orfeo.

Il testamento ancora non è scritto, ma il lascito è scarno: -1,38 per cento di share nel giorno medio e -1,12 di sera per i canali di Viale Mazzini rispetto al mandato tecnico di Luigi Gubitosi. Per capire com’è successo ripartiamo da un giorno al solito afoso di agosto del 2015, dalla sala degli Arazzi di Viale Mazzini, dall’esordio con zainetto, allo sguardo impenetrabile, per alcuni vagolante, ai vocaboli astrusi e perciò di per sé innovativi di Antonio Campo Dall’Orto, ex La7 e Mtv, consigliere di Poste, oratore alle Leopolde, l’unico del giro di Firenze che sappia dirigere una società televisiva.

Il ripudio di Cdo e l’odio violento contro Rai3

Campo Dall’Orto (Cdo) sbarca in Viale Mazzini con un equivoco: Renzi non l’ha scelto perché lo considera bravo, ma perché lo considera affidabile e poi, se bravo, ancora meglio.

Al fianco di uno spaesato Cdo, il patto fra Maria Elena Boschi e Gianni Letta – per conto del premier Renzi e di Silvio Berlusconi – sancisce la presidenza di Monica Maggioni. Renzi ha un’ossessione che Campo Dall’Orto è costretto ad assecondare: distruggere Rai3, estirpare la sinistra passatista, spalancare le polverose finestre per infondere lo spirito del cambiamento. Cadono Ballarò di Giovanni Floris, il Tg3 di Bianca Berlinguer, Massimo Giannini finché la rete – affidata a Daria Bignardi – s’avvita in una spirale di clamorosi flop. Il risultato è che il martedì di Rai3 è crollato dall’11 per cento di share con 3 milioni di italiani sintonizzati (periodo 2012/15) al 4,16 per cento e la concorrenza di Floris su La7 per Cartabianca di Berlinguer.

Campo Dall’Orto ha governato con diffidenza, ignorando i metodi romani – le riunioni di inizio settimana si tenevano a Milano – i nevrotici bisogni dei politici di riferimento. Ha costruito attorno a sé un muro di collaboratori più o meno preparati, a volte ha sfidato le regole e l’Autorità anticorruzione come per l’assunzione del leggendario Genséric Cantournet a responsabile della sicurezza, selezionato da una società di cacciatori di teste a lui non ostile. Quella del padre. Ma Campo Dall’Orto ha riesumato pure il progetto – già in fase avanzata con Gubitosi – di trasformare l’informazione di Viale Mazzini con un piano editoriale all’altezza di ciò che è accaduto negli ultimi trent’anni, quando ciacun canale e ciascun telegiornale furono distribuiti secondo logiche spartitorie garantendo il pluralismo con la moltiplicazioni di poltrone, microfoni e palinsesti.

Così il direttore generale, già braccato dai parlamentari dem e inviso al sottosegretario Antonello Giacomelli, ha introdotto in Viale Mazzini una figura aliena: un giornalista vero, un direttore di razza, libero da qualsiasi legame politico, Carlo Verdelli.

Campo Dall’Orto ha sacrificato Rai3 e alterato Rai2 (talk show banditi, e via il Virus di Nicola Porro) pur di preservare il lavoro di Verdelli. Il rapporto tossico con Renzi l’ha consumato. La parabola politica del Nazareno l’ha condannato.

Il fiorentino aveva organizzato Viale Mazzini per alimentare consenso, diminuire la quantità e la qualità dell’informazione per aggirare le polemiche, sfruttare la potenza di un gruppo dal 40 per cento di share per segnare la differenza durante le consultazioni elettorali. Questa strategia si è sublimata in un programma, Politics. Era l’autunno che portava al referendum costituzionale di dicembre del 2016. Bignardi ha stravolto le abitudini ventennali del pubblico del martedì di Rai3 con l’inspiegabile avvicendamento – inspiegabile se non per ragioni del Nazareno – fra Massimo Giannini e Gianluca Semprini. Politics s’è estinto in pochi mesi col 3,5 per cento di share, con un’agonia simile – di certo più appariscente – di quella di Amore Criminale e di altre pessime intuizioni di Bignardi. Il Renzi ferito, in cerca di colpevoli per la batosta al referendum, ha licenziato Campo Dall’Orto. Non prima di licenziare il futuro da Viale Mazzini con l’affossamento del piano editoriale di Verdelli.

In silenzio, Cdo se n’è andato nel maggio 2017, dopo vari tentativi di resistenza. Con motivazioni personali, salutano anche Bignardi e Ilaria Dallatana (Rai2), male il giovane Andrea Fabiano a Rai1. La fondatrice di Magnolia, abituata ai costosi format internazionali, ha confuso Rai2 con Italia1 mescolando buone e cattive idee. Per esempio, Nemo (4,3) ha funzionato discretamente e ha rinfrescato l’offerta giornalistica.

Il passaggio di consegne fra Cdo e Orfeo, non sgradito al centrodestra, ha rallentato l’investimento su di una protagonista assoluta della televisione pubblica, Milena Gabanelli. Una pausa che si rivelerà fatale.

L’arrivo del traghettatore che sbaglia su Gabanelli

In un clima di larghe intese, il direttore del Tg1 Orfeo prende il comando di Viale Mazzini. È un uomo accorto, piace al renzusconi, non piace ai Cinque Stelle. Non tocca quello che funziona e aggiunge quello che non può funzionare, non da gennaio, leggi la trasmissione in quota centrodestra di Rai2, Kronos.

Con Orfeo i microfoni schierati davanti al politico di turno sono decine. È un ritorno all’antico. Le vecchie tribù si ricompongono, il numero dei vicedirettori – date un’occhiata agli organigrammi di Radio Rai, sei vice al Gr – lievita. Orfeo recupera Angelo Teodoli e lo promuove a Rai1, fa traslocare Fabiano a Rai2, concede un’opportunità a Stefano Coletta a Rai3, non rinuncia alla vigilanza del Tg1 con la nomina del fidato Andrea Montanari e spende cifre folli per Fabio Fazio.

Il direttore generale, marcato dall’ambiziosa Maggioni, però, fallisce subito con l’addio di Gabanelli, un’icona, usata, dimenticata e infilata in una stanza vuota con la promessa tradita di gestire la struttura digitale del servizio pubblico. Anche se Renzi non è più a Palazzo Chigi, Viale Mazzini non può permettersi l’indipendenza professionale di Gabanelli.

Lo stato di salute
di una tv rassegnata

I danni del renzismo su Viale Mazzini sono lampanti, ma non ancora circoscritti. Il canone in bolletta – ridotto a novanta euro – dà una stabilità ai ricavi dagli abbonati. Il prelievo forzoso di 150 milioni di euro del 2014 più altri brandelli di canone previsti negli anni dall’allora governo Renzi dimostrano l’interesse strumentale nei confronti della televisione pubblica. Il tetto agli stipendi di 240.000 euro, applicato con le distinzioni d’uopo (il caso di Bruno Vespa, per esempio), pone Viale Mazzini fuori dal perimetro di una società dal fatturato miliardario ambita dai manager di livello. E la scellerata riforma renziana sulle nomine presto farà impazzire la politica: è talmente impastata male che al Tesoro, azionisti di controllo di Viale Mazzini, non sanno neanche se il Cda sarà di 7 o 8 membri.

Lo scenario: commissione di Vigilanza inutile, gruppo parlamentare di maggioranza che può far razzia di consiglieri, amministratore delegato indicato dal Tesoro con poteri enormi. Il triennio renziano ha sfigurato Rai3 (-400.000 spettatori di sera) e Rai2 (-245.000) e non aggiornato la rugosa fisionomia di Rai1 (-430.000), esanime per la Domenica In delle sorelle Cristina e Benedetta Parodi.

Nell’elenco dei cinquanta programmi più visti dall’agosto 2015 al marzo 2018, a parte il festival di Sanremo e le partite della Nazionale, troviamo soltanto qualche puntata del Commissario Montalbano e di Don Matteo. Al contrario, la stagione di Gubitosi era più variopinta. Pure l’informazione è sincronizzata agli anni Ottanta: i telegiornali crescono all’unisono di qualche decimale. E Rai3, dove il nuovo s’inabissa (Cyrano di Gramellini già chiuso), regge per l’ostinata presenza delle trasmissioni di servizio pubblico rimaste, Report, Presadiretta, Mezz’ora in più, Chi l’ha visto?.

Inamovibile Porta a Porta di Vespa, e sciorinare lo share non ha senso: Vespa è il talk show per gli eventi politici, di cronaca, di esteri, nonostante l’1,4 smarrito. L’impresa di Viale Mazzini non sarà recuperare il milione di telespettatori che si dirigono altrove in prima serata, ma fermare l’emorragia di pubblico, persuadere i dubbiosi, attrarre i giovani.

Cos’ha fatto il Cda uscente per il domani? Niente. Mezzi di produzione obsoleti, appalti a iosa, diritti tv modesti, sport zero, eventi mai, quest’anno i Mondiali su Mediaset, sinergie industriali assenti, raccolta pubblicitaria confusa (e sempre Mediaset gode), versione Internet da medioevo della tecnologia.

Disse Renzi un’ora prima di indicare Campo Dall’Orto: “Costi quel che costi, toglierò la Rai ai partiti. Il mio Pd non metterà mai bocca”. Evidentemente, costava troppo.

Preso a calci in classe: “Teme ritorsioni”

Un’escalation di violenza che non risparmia nessuno. Né gli studenti né i docenti. Da un lato i casi recentissimi di Velletri e Lucca che hanno per protagonisti due insegnanti. Dall’altro ragazzi comuni che diventano prede dei loro stessi coetanei. Alla ribalta ora il caso del diciassettenne leccese, immortalato in un video in cui viene messo spalle alla lavagna, ripetutamente calciato e immobilizzato con una sedia.

Non ha voglia di rilasciare dichiarazioni la madre, che ha ricevuto le immagini da un compagno di classe del figlio che stanco dei ripetuti episodi ha deciso di filmare. “È atterrita e arrabbiata”, dichiara al Fatto quotidiano il legale, Giovanni Montagna, a cui si è rivolta dopo aver visto il breve filmato di cui non si conosce con precisione la data. L’episodio è accaduto in un istituto tecnico professionale di Lecce. La querela presentata alla Procura risale a circa dieci giorni fa. Calci, pugni e la maglietta utilizzata come cancellino sarebbero poi emersi dalla testimonianza del minore, incoraggiato dalla famiglia a raccontare. A quel punto la madre ha compreso il perché di quei lividi sul corpo già nei mesi scorsi.

Il legale lo descrive come un “ragazzo normalissimo, sensibile, introverso”. Montagna però fa sapere che “ora che ha confessato ha paura”. “Teme ritorsioni”. Ora si attendono i provvedimenti disciplinari da parte del preside, che, assieme al corpo docente, ha preso in esame la vicenda. Nel frattempo, però, i responsabili continuano a frequentare la stessa classe del diciassettenne. “Non parla da giorni, è rinchiuso nella sua camera”, dichiara il legale in attesa di sapere se del caso si occuperà la Procura ordinaria o quella minorile. Al momento i capi di imputazione che si ipotizzano sono minacce, lesioni e violenza privata.

Per il caso di Lucca, sospensione e bocciatura è quanto stabilito dal collegio docenti per gli studenti che hanno bullizzato il professore di italiano presso l’istituto tecnico “Francesco Carrara”. “Non mi faccia incazzare, metta sei! Si inginocchi”, le parole di uno dei responsabili che compare nel video circolato su internet. Per quanto accaduto, invece, alla docente di Velletri la Procura ha aperto un fascicolo per minacce e oltraggio al pubblico ufficiale. Tre gli indagati. Virale il filmato in cui uno degli studenti le dice: “Ti sciolgo nell’acido”.

Il fenomeno del bullismo è in crescita. Lo rivela il Telefono Azzurro, che registra in media almeno un caso al giorno nel 2017. In prima fila, il Nord Italia con il 46%.

Secondo i dati Istat del 2015, in Italia un ragazzino su due è vittima di episodi di bullismo. L’età a rischio è compresa tra gli 11 e i 17 anni. Al primo posto nella statistica ci sono le parolacce e gli insulti. Seguono derisione e violenza fisica. La percentuale delle vittime è più alta tra le ragazze (20,9%) che tra i maschi (18,8%). I licei sono in testa (19,4%), seguiti dagli istituti professionali (18,1%) e da quelli tecnici (16%).

L’alleanza Pd e M5S è già fatta: si trova tra gli iscritti della Cgil

Un’alleanza tra Pd e Movimento 5 Stelle, sia pure di fatto, c’è già. La si trova in Cgil, sindacato nel quale, sulla base di un’analisi del voto del 4 marzo, effettuata dalla Fondazione Di Vittorio in collaborazione con Tecnè, il 33% degli iscritti dichiara di aver votato per il partito di Luigi Di Maio mentre il 35% per il Partito democratico. La somma è superiore ai due terzi, una massa significativa.

La percentuale dei 5 Stelle è la stessa del voto nazionale delle ultime elezioni politiche, mentre quella del Pd è quasi il doppio: 35% contro il 19,3. “L’analisi conferma l’orientamento progressista della base sociale della Cgil” dicono in Corso Italia dove però non si sbilanciano sul “progressista” come giudizio da riferire anche al movimento fondato da Beppe Grillo. Sicuramente si sottolinea che il 52% è un voto che va ai partiti del cosiddetto centrosinistra, comprendendo l’11% di Leu e altre briciole agli altri partiti. L’analisi permette di cogliere con più ampiezza il voto dato ai Cinque Stelle lo scorso marzo e offre una indicazione su quale possa essere il futuro di un partito che, come il Pd, si ostina ancora a definirsi di sinistra nonostante un curriculum imbarazzante.

Il fatto che un terzo degli iscritti al sindacato “rosso” abbia votato Di Maio, infatti, dovrebbe far riflettere la sinistra istituzionale, attivando un comportamento diverso verso l’area grillina. Come spiega la stessa Cgil nella sua inchiesta, a influire sul voto di marzo “sono stati la condizione economica e sociale delle persone, le paure e le insicurezze. Le motivazioni principali dei comportamenti di voto riguardano infatti la mancanza di lavoro, le tasse eccessive, gli stipendi troppo bassi. I dati indicano che chi, invece, ha rivendicato solo ottimismo e successi non è stato premiato”.

Chiaro in questo passaggio l’attacco a Matteo Renzi, ma gli intervistati della Fondazione Di Vittorio e di Tecné hanno ampiamente confermato che a influire sul proprio voto sono stati argomenti sociali ben precisi. Il 46%, infatti, ha votato in base al fatto di non potersi permettere nemmeno “una settimana di ferie all’anno”. Il 43% perché “non riesce a far fronte a spese impreviste” e il 42% perché “ritiene di non avere risorse adeguate per la propria famiglia.

Il M5S in quest’analisi ha colto soprattutto questi temi con il 35% degli elettori che lo hanno votato a causa della “mancanza di lavoro”, mentre solo il 21% per paura dell’immigrazione (percentuale che sale al 41% nel caso della Lega); il 36% lo ha votato per il welfare insufficiente e il 31% per gli stipendi troppo bassi. “È la conferma – scrive la Cgil – di quanto la condizione di povertà assoluta (oltre 4,5 milioni di persone) e relativa, la disoccupazione e il disagio occupazionale, incidano sui comportamenti elettorali”. Il voto del 4 marzo dunque “rispecchia una condizione sociale di forte difficoltà e una forte preoccupazione per il futuro”.

Questa considerazione, ampiamente dimostrata da diverse analisi e che solo il gruppo dirigente renziano si ostina a non voler comprendere, spiega anche il modo in cui hanno votato gli iscritti alla Cgil. Il 52% per il centro sinistra/sinistra; il 13% per il centro destra (con un voto alla Lega del 10%); il 33% per il M5S. Solo il 18% dichiara di essersi astenuto.

Se si vuole far tesoro di queste analisi occorre ammettere diverse cose. Innanzitutto che un terzo dei propri iscritti che votano Cinque stelle mostra una provenienza significativa degli elettori grillini da valori di democrazia e uguaglianza. Demonizzarli senza comprenderne le ragioni non serve a molto anche se questo non significa fare sconti alle tendenze più moderate o alle posizioni ambigue in tema di immigrazione.

La Cgil, del resto, lo ha capito e anche se il suo gruppo dirigente non ammette che quel movimento possa essere un interlocutore privilegiato per formare un governo, Susanna Camusso ha mostrato come interloquire con il M5S andando a discutere con il suo gruppo parlamentare della legge di iniziativa popolare sulla Carta dei diritti del lavoro che la Confederazione ha presentato al Parlamento. La Cgil non fa dichiarazioni politiche e si fa forte della propria “autonomia” ma è sempre disposta ad ammettere che una cosa andrebbe evitata: un governo con la Lega, cioè con un partito “xenofobo”.

La seconda considerazione riguarda il Pd. Nella Cgil c’è ancora una ricca base di elettori di quel partito. Il 35% di circa 5,5 milioni di iscritti corrisponde grosso modo a due milioni di votanti, un terzo di quelli ottenuti (6,1 milioni) il 4 marzo. Nonostante Renzi, il Jobs Act, le pensioni e altre malefatte, una fetta consistente del sindacato si rivolge ancora al Partito democratico.

Il quale se volesse leggere questi dati potrebbe capire che per uscire dalle macerie che si è tirato addosso – con la responsabilità di un intero gruppo dirigente, non del solo Renzi – dovrebbe intraprendere una vera rifondazione guardando ai temi che hanno caratterizzato il voto del 4 marzo. Ai dirigenti renziani i riferimenti ad alcuni “vecchietti” socialisti, come Jeremy Corbyn o Bernie Sanders, suscitano risate di scherno. Eppure una sinistra non particolarmente radicale o conflittuale, ma che voglia tenere quella denominazione, è da quella parte che dovrebbe guardare. Soprattutto se una fetta ancora importante dei suoi elettori è collocata lì.

Di Matteo: “L’Anm e il Csm non ci hanno mai difeso”

La sentenza Stato-mafia? “Sposta in avanti il ruolo di tramite esercitato da Dell’Utri tra Cosa nostra e Berlusconi” e “può costituire un input anche per la riapertura delle indagini sulle stragi che probabilmente non furono opera solo di uomini di Cosa nostra”. Allo stesso modo “non pensiamo che i carabinieri abbiano agito da soli”: sarebbe utile, ora, un “pentito di Stato”.

In tv a ½ e più di Lucia Annunziata Nino Di Matteo fa il punto della situazione giudiziaria oltre il verdetto di venerdi scorso, difende i giudici dall’accusa di avere emesso una sentenza “politica’’ e parla di silenzio assordante di chi non ha difeso il pool palermitano: “Quello che ha fatto più male – ha detto – è che, rispetto alle accuse di usare strumentalmente il nostro lavoro, abbiamo avvertito un silenzio assordante di chi speravamo ci difendesse, come l’Anm e il Csm, e invece è stato zitto’’. In serata gli ha replicato il presidente dell’Anm, il pm romano Francesco Minisci, secondo cui “l’Anm ha sempre difeso dagli attacchi l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati. Lo ha fatto a favore dei colleghi di Palermo e continuerà sempre a difendere tutti i magistrati attaccati, pur non entrando mai nel merito delle vicende giudiziarie”.

Bruciano ancora i 5 anni trascorsi “sotto attacco’’ anche “giuridico-culturale’’, visto che Di Matteo ha voluto spiegare per l’ennesima volta, che trattare con la mafia è una strategia fallimentare: “Trattare non è stato neutro, ha rafforzato la mafia, ogni volta che lo Stato ha cercato il dialogo con i vertici di Cosa Nostra ha rafforzato notevolmente il prestigio dell’organizzazione e la convinzione che la politica delle stragi pagasse e che quindi bisognava andare avanti’’. “Né Silvio Berlusconi, né altri hanno denunciato le minacce mafiose, né prima né dopo”, ha ribadito rivendicando la “doverosità del processo’’ il cui esito, “non è stata una sorpresa: eravamo sempre stati convinti della trattativa: nel momento in cui la mafia faceva sette stragi e, per fortuna, ne falliva altre – ha detto – c’era qualcuno nelle istituzioni che trattava con i vertici e trasmetteva le richieste per far cessare la strategia stragista”.

Un’accusa, quella della strumentalità della sentenza, da cui Di Matteo ha difeso anche i giudici della corte di assise quando l’Annunziata gli ha ricordato che Giuliano Ferrara ha parlato di “prima sentenza dell’era grillina”: “Accusare una sentenza di Corte d’Assise di rispondere a criteri partitici è ingiusto e offensivo”, ha detto. E sulla sua partecipazione al convegno di Ivrea, organizzato dai 5 Stelle, ha detto di “non doversi vergognare di nulla: a parlare di giustizia ci sarei andato anche se il convegno fosse stato organizzato da altre forze politiche, ho sempre sostenuto la gravità dei rapporti tra mafia e politica: se qualcuno manifesta stima nei miei confronti non ho motivo di impedirlo e non ho nulla di cui vergognarmi’’. “Tutto il resto – ha concluso – è bagarre politica”. L’unica domanda a cui ha preferito non rispondere è stata quella su un suo prossimo impegno in politica. L’intervista non è piaciuta a Maurizio Gasparri che minaccia provvedimenti contro la conduttrice: “Lucia Annunziata ancora una volta fa un uso fazioso degli spazi televisivi che la Rai le concede, il magistrato Di Matteo, ospite nella sua trasmissione su Rai3, ha detto che i carabinieri avevano, tramite Ciancimino, cercato di contattare Riina. Sono gli stessi carabinieri che hanno arrestato Totò Riina. Questo – aggiunge Gasparri – era il loro obiettivo ma l’Annunziata, come del resto Di Matteo, hanno evitato di precisarlo”.

E sull’intervento televisivo del pm è intervenuto anche l’avvocato di Dell’Utri, Giuseppe Di Peri: “Spiace che il dottor Di Matteo rappresenti all’opinione pubblica una realtà riduttiva rispetto a quella effettiva. Con la sentenza che ha condannato Dell’Utri per il periodo precedente al 1992 ne è stata pronunciata anche una di assoluzione piena per i fatti successivi a quell’anno che riguardavano tutta la stagione politica e i rapporti tra Dell’Utri, la mafia, Berlusconi e Forza Italia. Rapporti che sono stati assolutamente esclusi”.

Il Molise è l’Ohio: duello centrodestra e Cinque Stelle, ma l’affluenza è un flop

Tutti guardano al Molise per trovare slancio nella formazione del governo, ma i molisani guardano con poca partecipazione all’esito delle consultazioni regionali.

Alle 19 per dire, i seggi aperti alle 7 e chiusi alle 23, avevano accolto soltanto il 38,7 per cento degli oltre 331.000 aventi diritto, molto meno rispetto al 56 per cento alla stessa ora delle elezioni politiche del 4 marzo. E proprio per il risultato del 4 marzo e per le difficoltà incontrate dai partiti che si aspetta l’esito del Molise – la regione per abitanti più piccola d’Italia dopo la Valle d’Aosta – per capire il rapporto di forza all’interno del centrodestra (la Lega è data in costante crescita) e conferma del peso del Movimento Cinque Stelle, che qui ha sfondato registrando il 44 per cento, 12 punti sopra la media nazionale. Tutti i leader, soprattutto Luigi Di Maio e Silvio Berlusconi, negli ultimi giorno hanno girato la regione alla ricerca di consenso. I Cinque Stelle, senza appartamenti come sempre e con un’unica lista, presentano il giovane trentenne Greco. Lo schema del centrodestra, invece, è quello sperimentato già alle politiche di marzo e vede, a supporto del candidato governatore Donato Toma, il terzetto Lega Salvini, Forza Italia, Fratelli d’Italia e tanti cartelli centristi, incluso quello dell’ex governatore Iorio. Il centrosinistra affidato a Carlo Veneziale ha poche speranze di vittoria, ma si presenta compatto con un’alleanza – non avvenuta il 4 marzo – del Partito democratico e di Liberi e Uguali. A differenza del 2013, in Molise si vota solo la domenica, ma comunque arrivano delle curiosità di “colore” per ingannare l’attesa. Come la presenza ai seggi di Tobia Petta, detto Francesco, classe 1913, elettore più anziano della provincia di Isernia, che ha votato alla Sezione n 2 di Carpinone, il paese in cui è nato, 105 anni fa, e dove ha sempre vissuto grazie a un piccolo allevamento. Al voto dal 1946, Tobia è padre di due figli, vedovo dal ‘94, ha 6 nipoti e 8 pronipoti. Uno dei quali lo ha accompagnato: “mio nonno non ha mai disertato le urne. È appassionato di politica, guarda tutti i talk show, si informa e si confronta con i suoi amici e con noi”. Tra le scrutatrici impegnata nel seggio di Montefalcone del Sannio, invece, Miss Equilibria Molise, Rachele Del Borrello, finalista a Miss Italia 2015. Oggi 24 anni, studentessa universitaria in biologia.

Il Colle oggi lancia Fico, ma il Pd resta congelato

Dopo il fallimento del mandato esplorativo di Sergio Mattarella alla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, e passati i due giorni di riflessione che il capo di Stato si era dato, oggi il presidente della Repubblica apre un nuovo scenario politico per la formazione del governo. E se – come confidato da Luigi Di Maio ai suoi ieri, di ritorno in treno dal salone del Mobile di Milano – non ci fossero alternative per tenere insieme la Lega e il Movimento 5 stelle, Mattarella potrebbe convocare per una seconda esplorazione la terza carica dello Stato, il presidente della Camera, Roberto Fico.

Mandato questo, a più ampio raggio rispetto al primo e non “mirato, mantenendo però un tempo limitato”. Il Colle, infatti, non sarebbe più disposto ad accettare ulteriori rimpalli di responsabilità tra i leader della Lega e dei Cinque stelle. Cosa che potrebbe comunicare loro in un incontro prima di convocare Fico. Possibilità, quest’ultima sempre più concreta, visto che Forza Italia ieri, dopo l’intervista di Berlusconi, ha ribadito che l’alleanza con la Lega non è in discussione. A meno che “Salvini non voglia andare a fare il vice di Di Maio”, come ha ironizzato il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani. “Credo che manterrà i patti – ha continuato – e rimarrà nel centrodestra. Tocca a lui indicare il premier a Mattarella, non credo che tradirà i suoi alleati”. Per Fi, quindi la linea resta la stessa e “se l’alternativa sono le elezioni, la maggioranza si trova”, ha spiegato Renato Brunetta. “Se il Capo dello Stato affiderà un mandato esplorativo al presidente Fico, anche per ‘simmetria’ dopo il tentativo della presidente del Senato, lo schema non cambia, il centrodestra deve trovare la maggioranza in Parlamento”. Da parte sua, Matteo Salvini su Twitter ha fatto sapere di stare “facendo di tutto per dare un futuro all’Italia” e di avere “voglia di aria nuova e pulita, voglia di futuro, voglia di combattere per ricostruire”. Messaggio rivolto a chi – nel Pd – lo richiama “al dovere di mettere fine ai tatticismi e alle furbizie, ai giochi delle parti che da 40 giorni impediscono all’Italia di avere un governo”, come Piero Fassino. “Più che discutere su cosa debba fare il presidente della Repubblica, le cui decisioni sono insindacabili – ha dichiarato l’ex sindaco di Torino – diano vita a un governo, se sono in grado. Se non sono in grado, si passi ad altri scenari”. Scenari che – se Mattarella dà un pre-incarico a Fico – coinvolgono anche il Pd, nell’eventualità di un esecutivo o M5S e Dem o di molti. I dem, però, prendono ancora tempo e ripetono che aspettano le scelte del Colle. Ma secondo fonti interne, a sbloccare il Pd non basterà la figura di Roberto Fico, considerato l’esponente M5S in grado di dialogare con il centrosinistra. “La pregiudiziale – spiegano – è che Di Maio chiuda con la Lega. In caso questo non avvenisse e soprattutto in caso le due parti continuassero a tergiversare, anche alla luce dei vari ultimatum già scaduti di Di Maio a Salvini, il Pd non si siederebbe neanche al tavolo”. Il che comunque – chiariscono i dem – non significherebbe automaticamente un governo Pd-M5S, “ma provare a confrontarsi e vedere che succede, l’esito non lo sappiamo”.

E c’è chi come l’ex ministro Cesare Damiano chiede di “ridiscutere con un Assemblea il posizionamento politico del Pd deciso nell’ultima Direzione, non più adatto a fronteggiare il nuovo corso che si apre oggi”. E ribadisce che “il periodo dell’attesa delle mosse altrui è terminato: occorre, dunque un nuovo protagonismo politico del Pd, dopo settimane di afasia”. Sarebbe questa l’occasione, secondo Damiano, per andare subito al congresso e eleggere un segretario, ma soprattutto di ridiscutere “il nodo politico attuale, costituito dalla scelta di Salvini: se deciderà di rompere con Berlusconi, diventando lo junior partner di Di Maio, avremo il governo dei ‘vincitori’, cosa che non auspico, per il bene del Paese”. Dirimenti , anche i risultati delle regionali in Molise.