Ma mi faccia il piacere

Concorrenza sleale. “Mediaset non ha abbastanza cessi per farli pulire a tutti i grillini che dovrebbero farlo” (Filippo Facci, Libero, 22.4). Teme che gli rubino il lavoro.

Delinquenti a fin di bene. “La seconda Repubblica era nata sulle inchieste di Mani Pulite e della stessa procura di Palermo, per cui il pentapartito era stato giudiziariamente dichiarato corrotto al Nord e mafioso al Sud. Le tangenti di Bettino Craxi al Nord e i baci di Giulio Andreotti al Sud. E purtroppo a poco servono le verità storiche, con i denari delle tangenti che dal Psi andarono ai movimenti antifascisti del Sud America e a quelli anticomunisti dell’Est europeo, né le sentenze che sostanzialmente assolsero Andreotti” (Mattia Feltri, La Stampa, 22.4). Naturalmente, sentenze alla mano, nemmeno una lira delle tangenti a Craxi andò a movimenti antifascisti o anticomunisti: finirono tutte a ingrassare Bettino, il prestanome Maurizio Raggio, le amiche Francesca Vacca Agusta e Anja Pieroni e al figlio Bobo. E Andreotti non fu sostanzialmente assolto, ma dichiarato colpevole e prescritto per associazione per delinquere con Cosa Nostra fino alla primavera del 1980. Le Repubbliche passano, le balle restano.

Chi non Mori si rivede. “Io mi devo curare, e curare bene, perché devo vedere morire questa gente… i miei persecutori” (generale Mario Mori, ex comandante del Ros, ex direttore del Sisde, Il Tempo, 22.12.2017). Vedi Palermo e poi Mori.

5Stelle di giudizio. “Sentenza grillina sulla Trattativa” (Giuseppe Sottile, il Foglio, 21.4). “E’ stata una sentenza politica quella di ieri sulla Trattativa” (Massimo Bordin, Il Foglio, 21.4). “Il teorema della trattativa: condannati Dell’Utri e Mori. Sentenza assurda a Palermo” (Mariateresa Conti, il Giornale, 21.4). “Onore a Mori. Sentenza politica” (Il Tempo, 21.4). L’hanno presa benino.

Il sogno. “Se non avessi avuto il vitalizio, quando non ero deputato, probabilmente sarei stato costretto a tornare a vivere con mio padre che ha 97 anni, in attesa di maturare i 67 anni per la pensione. Sarei stato costretto a chiedere l’elemosina davanti a una chiesa. È questo che si vuole oggi dalla politica?” (Gianfranco Miccichè, FI, presidente Assemblea regionale siciliana, Italpress, 18.4). Sì.

La vittima. “Se per assurda ipotesi la sentenza (la condanna di Dell’Utri per la trattativa, ndr) fosse corretta, io sarei parte lesa dei reati che vengono contestati” (Silvio Berlusconi, Corriere della sera, 22.4). Quindi che fa, denuncia Dell’Utri?

Figlie di Putin. “Vladimir Putin mi disse: in Russia abbiamo alcune delle più belle prostitute del mondo” (James Comey, ex direttore dell’Fbi, 19.4). Ma lo diceva solo per far rosicare l’amico Silvio.

Senti chi parla. “Numerose sono le condanne di Travaglio… Anche il condannato Travaglio è delinquente, e per di più recidivo, e per di più contro magistrati” (Vittorio Sgarbi, il Giornale, 20.4). A parte il fatto che le mie condanne definitive sono una (1000 euro di multa a Previti!), è consolante che Sgarbi si indigni per quelli che vengono condannati (in primo grado) per aver diffamato dei magistrati. D’ora in poi prenderò esempio da lui, notoriamente rispettoso verso l’intera categoria.

Canti Orfinici. “Virzì in sezione dà la scossa al Pd. E accusa Orfini: non fare il buttafuori” (Corriere della sera, 18.4). Più che il buttafuori, lo sfollagente.

Fra’ Martina. “Abolire termini come renziani o orlandiani? Sarà fatto, è ora di cambiare linguaggio” (Maurizio Martina, segretario reggente del Pd, Corriere della sera, 18.4). Ora, per non farci mancare niente, arrivano i martiniani.

Gherardescocrazia. “Beh, io sono entrato in Rai con la Tarantola, in un momento di insolita meritocrazia… Se mi vorranno epurare, ebbene, lo facciano” (Costantino della Gherardesca, La Stampa, 25.3). Uahahahahahahah.

Il titolo del mese. “Di chi abbiamo fiducia?” (copertina di Sette-Corriere della sera, diretto da Beppe Severgnini, 29.3). Sicuro, Beppe, che non si dica “in chi abbiamo fiducia”? O sei passato anche tu con Di Maio?

Il titolo della settimana/1. “Berlusconi non fa il servo” (il Giornale, 20.4). Se no poi Sallusti che fa?

Il titolo della settimana/2. “Carceri, Fico apre uno spiraglio” (Il Dubbio, 18.4). Movimento 5 Lime.
Marco Travaglio

Jean Cocteau, il fratello maggiore che Proust alla fine rinnegò

Da ragazzo Proust provava ogni tipo di insicurezza. Sociale, perché il padre era un medico della media borghesia e nulla più, e la madre era ebrea. Personale, per via dell’insicurezza sociale e per esser un omosessuale che se ne vergognava, in un ambiente che l’obbligava a vergognarsene. S’innamorava degli amici e dei compagni di scuola. Nell’amicizia pretendeva una dedizione esclusiva che non si dà nemmeno nell’eros. La sua generosità metteva capo a invadenza e indiscrezione.

Venerava fino all’adorazione un ambiente che tendeva a escluderlo e di lui si faceva beffe: la nobiltà legittimista, l’aristocrazia economica. In quegli anni ignorava che quel mondo egli lo stava succhiando con penetrazione e crudeltà per trasfigurarlo nella Recherche. Oggi nessuno legge più le poesie di Robert de Montesquiou, in fondo personaggio ridicolo e vanesio; ma tutti amano la sua grandiosa metamorfosi romanzesca, il barone di Charlus.

Proust coltivò un’asma di natura psicosomatica che a poco a poco gl’impedì la vita. Costretto alla notte, in una stanza tappezzata di sughero, tra puzzolenti suffumigi: espedienti per venire alla luce messi in atto dalla cattedrale della Ricerca del tempo perduto. Quando il processo ancora non s’è perfezionato irrompe nella sua vita un ragazzo, Jean Cocteau. Intelligentissimo, colto, poeta tecnicamente dotato, onnivoro di novità, ebbro di vita. Alto borghese, veniva ammesso dove Proust era rifiutato. La contessa Laura di Chevigné, una discendente della Laura di Petrarca, gli diceva: “Non mi sporchi il cane con la Sua cipria!”. Già, perché il sedicenne Jean camminava a braccetto con attori effeminati quanto lui. Non si vergognava della sua natura, non se ne vergognò mai, nemmeno quando divenne un accademico, quando Stravinsky mise in musica il suo brutto Oedipus rex per farne una delle sue opere peggiori; ma Satie aveva già scritto sul suo soggetto il delizioso balletto Parade, con quel sipario di Picasso ch’è uno dei capolavori della pittura moderna. Oggi i romanzi e i saggi di Cocteau, dopo lunga eclisse, trovano il giusto apprezzamento.

Jean incomincia a funger da fratello maggiore di Marcel. Lo conforta, ascolta per interminabili notti la lettura di quello che sarebbe diventato il capolavoro. Lo lancia, lo introduce presso Gallimard. Ma il riconoscimento del romanziere incomincia. Parte della Recherche appare postuma, ma negli ultimi anni, dopo la Grande Guerra, Proust diviene un monumento. È Cocteau, intanto, che viene gradatamente emarginato, senza che la grande letteratura lo riconosca. Proust non alza un dito; in cuor suo ne gode. Cocteau morirà nel 1963 dopo aver speso una vita di generosità, altruismo, simpatia; ma amareggiato e, alla fine, incredulo del rango occupato dall’amico di un tempo. Tutta questa vicenda è narrata in un piccolo libro di Claude Arnaud, al quale dobbiamo gratitudine per il bellissimo ritratto biografico e letterario di Cocteau pubblicato nel 2003: Proust contro Cocteau, del 2013, apparso qualche mese fa per la Archinto (pp. 224, euro 25).

Piccolo libro, quanto a dimensioni; grande per la profondità. Arnaud possiede due doni divini, la sintesi e la grazia. La sua narrazione è un’epitome e si condensa in sentenze, nello stile dei grandi moralisti francesi, Montaigne, La Bruyère. Leggendo il libro ho annotato una serie di tali sentenze che mi piacerebbe citare: quando sono andato a farne la somma, mi sono accorto ch’essa lo comprende quasi per intero. Onde posso solo dire: leggetelo, ne avrete un rarissimo diletto.

 

Leonardo, Nelson e gli altri I grandi spiegati ai bambini

Un giorno Leonardo da Vinci ricevette l’incarico da suo padre, ser Pietro, di dipingere uno scudo di legno per un contadino. Il giovane e curioso ragazzo, che non andava a scuola, pensò che lo scudo dovesse contenere immagini raccapriccianti per atterrire i nemici. E la cosa più orribile che conosceva era la Medusa greca. Ornata di pipistrelli, lucertole, serpenti e grilli osservati in campagna, quell’immagine risultò così spaventosa da far fare un balzo indietro a ser Pietro. “Leonardo era soddisfatto: aveva raggiunto il suo obiettivo. Capì allora che l’arte gli dava il potere di impressionare le persone”. Come non innamorarsi, bambini, di una figura così, l’uomo “più curioso di tutti i tempi”? In tempi di Storie della buonanotte per ragazze ribelli ancora in cima alle classifiche di vendita (sia il primo che il secondo volume, usciti per Mondadori nel 2017 e nel 2018), anche la casa editrice Gallucci ha pensato bene di creare delle Guide per piccoli alle vite dei grandi.

I primi tre libri, in uscita giovedì prossimo con copertine colorate e molto ricche, sono destinati alla fascia d’età 8-10 e dedicati a Leonardo da Vinci, appunto, e poi a Marie Curie e a Nelson Mandela (una settantina di pagine ciascuno, al prezzo singolo di 8,90 euro). L’autrice è Isabel Thomas, che ha al suo attivo un centinaio di opere per ragazzi, la maggior parte delle quali centrata sull’ecologia e sulla scienza. A curare le illustrazioni sono invece Katja Spitzer, Hannah Warner e Anke Weckmann. Per settembre è prevista poi l’uscita della biografia di Charles Darwin. Esperimento interessante è che la traduzione dei primi tre volumi è stata affidata alla II B del Liceo Classico Massimo d’Azeglio di Torino con la supervisione di Susanna Basso e Benedetta Gallo.

Non è semplice raccontare ai bambini la storia delle persone che hanno cambiato il mondo. Si rischia di usare parole troppo complesse o, al contrario, di banalizzare eccessivamente. E allora forse è meglio affidarsi a loro. “Una volta un asino mi fece finire dritto in un cespuglio di spine. Fu molto imbarazzante! Imparai allora a non ridere mai degli altri”, afferma il giovane Mandela nella sua biografia che, come le altre, alterna la terza alla prima persona nei fumetti. O ai documenti veri e propri: “Non lascerò mai il Sudafrica e non mi arrenderò. La libertà si può conquistare solo con fatica, sacrificio e azione militante. La lotta è la mia vita. Continuerò a battermi per la libertà fino alla fine dei miei giorni”. C’è un filo rosso che lega le esistenze dei grandi e, senza voler fare i bacchettoni, possiamo ricordare che Marie Curie “studiava talmente tanto che certe volte si scordava persino di mangiare”. Buonismo? Un pochino. Ma forse più che altro bisogno di eroi.

E non a caso la tentazione di raccontare quelle voci che spesso spariscono o vengono trascurate nelle aule delle nostre scuole è venuta qualche mese fa anche alla casa editrice La Nuova Frontiera che, con la collana Scrittori del 900, cerca di avvicinare i ragazzi alla letteratura moderna e contemporanea.

Le ultime due edizioni, in uscita ad aprile, sono dedicate a Natalia Ginzburg e a Pier Paolo Pasolini (in precedenza erano usciti Calvino e Tomasi di Lampedusa). A curarle sono altri scrittori o studiosi che dichiarano apertamente la passione per l’autore del quale si occupano. La difficoltà sta, in questo caso, nel dover ridurre esistenze e opere molto complesse in un centinaio di pagine (13,50 ciascun volume) accessibili agli over 11. E magari, proprio per la sintesi (vogliamo sperare), capita di dover omettere “Atti impuri” e “Amado mio”, che pure servirebbero a comprendere a pieno il poeta di Casarsa.

“Sfortunato è quel Paese che ha bisogno di eroi”, diceva Bertolt Brecht. Eppure, in un’epoca in cui i nuovi eroi sono quelli da milioni di like, per dirla con Natalia Ginzburg, “la nostalgia si sposa sempre col desiderio di scrivere”.

La mia vita con Gianni

“Un giorno ricevo una sua telefonata, non ci conoscevamo. Mi chiede un’intervista, e francamente neanche trovavo il ‘perché’ di tale richiesta, ma per curiosità accetto: ‘Allora ci vediamo all’alba a piazza di Spagna’. Va bene. Arrivo, e a metà scalinata trovo posizionate due poltrone, l’abat jour e un tavolino. Mi siedo, iniziamo a parlare, dopo un minuto strappa la mia prima risata, la prima di una serie infinita; in qualche modo da lì, da quella magia, da quelle prime luci del mattino, da quelle poltrone, non mi sono mai più del tutto alzata”. Lui era Gianni Boncompagni, lei Raffaella Carrà. Amici, fidanzati per undici anni, di nuovo amici, solidali, vicini di casa, colleghi, confidenti, comunque e sempre complici, per cinquanta e passa anni “e il bello è che non abbiamo mai litigato, neanche una volta, l’ironia e il gioco ci hanno uniti da subito”.

Non avete discusso neanche quando vi siete lasciati?

Ma come potevo litigare con una persona che a migliaia di chilometri di distanza e un oceano di mezzo mi parlava di stracchino?

“Stracchino” è un messaggio in codice?

No, un formaggio.

Qualcosa non torna.

Premessa: Gianni era un uomo generosissimo, e nonostante la nostra relazione, non mi ha mai impedito di viaggiare per lavoro, con le conseguenti lunghe trasferte, e senza mai vederci.

La lontananza è pericolosa.

È così, e come dicevo, allora restavo per mesi in tournée all’estero, dalla Florida in giù, magari Messico, Cile, Venezuela e ancora, e lui sempre a sostenermi, a dirmi “vai, è bellissimo”…

Poi, però…

In quel periodo ero a Buenos Aires per dei concerti, alla fine dello spettacolo ci sentiamo, e catturata da un lampo di nostalgia tento l’impossibile: “Perché non prendi l’aereo e mi vieni a trovare?”….

Impossibile?

Sì, e per due motivi: la sua proverbiale e atavica pigrizia, più una certa paura di volare. Comunque, non mi ascolta neanche e come se fossi accanto a lui mi chiede: “Puoi chiamare Licia – la nostra governante – e dirle di comprarmi lo stracchino fresco? Quello che prende non mi piace, non è abbastanza morbido”.

Magari era una provocazione.

Non l’ho mai capito. Però mi sono sentita avvolta da un senso di abbandono, perché il successo va bene, è bello, stimolante, intenso, gratificante, ma quando ti trovi sola di notte, nel letto, hai bisogno di un amore grande da poter abbracciare.

Quindi era realmente pigro.

Solo pigro? Pigrissimo! E con lui un po’ lo sono diventata anche io, ed è un bene: ho scoperto il valore della riflessione, ho capito quanto è importante concedere al cervello differenti ritmi rispetto al corpo; le nostre migliori domeniche sono state quelle in accappatoio per tutto il giorno, quando uno si muove al rallentatore, mangia senza orario…

Un bicchiere di vino.

Quello no, però ci attaccavamo alle “brustoline”, i semi di zucca da spilluzzicare a ripetizione davanti alla televisione.

Solo brustoline?

Il massimo era aprire il freezer e pescare lì dentro, questo perché Gianni è stato uno dei più grandi fautori e consumatori di prodotti Findus; non mangiava altro, possedeva delle scorte infinite di surgelati e guai a tentarlo con del pesce fresco, “perché? Che senso ha? Vanno benissimo questi” e apriva una scatola.

Lei ha cresciuto le sue figlie.

In qualche modo siamo diventati grandi tutti insieme, una famiglia allargata, anche se non mi sono mai permessa di prendere il posto della loro mamma; il mix era un po’ particolare, dove le certezze si sono radicate da subito e dove Gianni è stato bravissimo a dare le risposte necessarie a tre bambine lasciate solo alle sue cure.

Lui scriveva canzoni, e lei le cantava.

Come due ragazzini all’esordio, sistematicamente compravamo Billboard (settimanale statunitense dedicato alla musica, con alcune sezioni specifiche per le classifiche), piazzavamo un cartoncino per coprire la hit parade, e quel cartoncino lo spostavamo con calma, e ogni posizione scalata era un urlo di felicità mista a sorpresa.

Il suo brano preferito?

California, ma rispetto agli altri non ha ottenuto lo stesso successo.

E poi?

Ricordo quando ascoltai per la prima volta Tanti auguri; alla fine avevo qualche dubbio sul passaggio “quanto è bello far l’amore da Trieste in giù”, tanto da azzardare: “Scusa Gianni, e sopra Trieste non va bene?”. E lui, con il suo classico sorriso: “Senti, la rima non mi è venuta differente, è questa, quindi è ok”. Ah, ho amato e da subito Fiesta, un pezzo nato in pochi attimi di genialità.

Nel 1976 un grande successo è stato “Forte forte forte”.

In quell’occasione ho sbagliato la valutazione: Gianni mi porta A far l’amore comincia tu, sempre scritta da lui e da Franco Bracardi; la sento e mi lancio nei dubbi: “Ancora una sambina? Ma sei sicuro?”. Lui insiste. E io: “Pubblichiamola come lato B del 45 giri”. Risultato? Ha venduto milioni di copie, ha raggiunto il secondo posto in Inghilterra.

Cosa le manca di lui?

La sua visione della vita, la sua leggerezza, la sua ironia, il saper associare il divertimento alla serietà.

Qualche volta lui l’ha definita iper precisa…

Io? Non sono mai stata una secchiona, solo una che cerca di portare sul lavoro una certa professionalità, quindi se prendo un impegno non mollo, ma per il resto non sono ossessionata dal corpo, dalle diete, non mi interessa il botox, e in palestra vado quando è necessario. Insomma, se devo lavorare è un conto, altrimenti sto bene senza.

Boncompagni scriveva per il Fatto.

Una sera mentre andavamo a Milano con Renzo (Arbore) per la trasmissione di Fabio Fazio, gli parlo del giornale: “Non lo conosci?” Veramente no. “Guarda che sono forti”. Senza aggiungere altro prende il Fatto, resta in silenzio, lo legge, e una volta arrivati mi dà ragione.

Quella volta da Fazio, Boncompagni rilasciò una dichiarazione “esplosiva”.

Raccontò questo dialogo dedicato al giornale, salvo poi aggiungere: “Raffaella è una nota estremista comunista”.

La sua rubrica si intitolava “Complimenti”.

Si divertiva, però come al solito, ogni tanto veniva assediato dalla sua pigrizia, se capitava scattava la lamentela: “Oddio, oggi non so cosa scrivere, è talmente complicato pensare sempre qualcosa di carino”.

Era romantico?

Molto, però questo lato lo celava, si vergognava in maniera folle.

Sua figlia Barbara ha dichiarato: “Donne? Con lui abbiamo visto di tutto”.

Con me è stato di una fedeltà assoluta, e io con lui: per undici anni abbiamo vestito i panni dei carabinieri.

Lei, Boncompagni e le tre figlie abitate tutti nello stesso complesso.

Le nostre case erano aperte, venivano gli amici, serate infinite, gags, scherzi, siparietti, idee in circolazione.

Soprattutto scherzi.

Quando iniziavano con il telefono, era la fine, a volte mi piegavo in due per il dolore ai reni, o non trattenevo le lacrime: il classico era chiamare alle quattro di notte l’hotel Hilton (un cinque stelle lusso) e far trillare direttamente l’apparecchio delle camere, poi aspettare la risposta dei clienti, e con una calma spiazzante domandare: “Scusi signore, cosa preferisce da colazione? Croissant con la crema o semplice?”.

Alla ricerca di un “vaffa”…

Arrivava matematico, spesso in inglese.

Detestava le ferie.

Per lui ad agosto si doveva lavorare, a lungo sono stata d’accordo, fino ai miei 60 anni l’estate l’ho passata in tournée per concerti, poi ho smesso.

Il vostro amore…

Come dicevo, è cresciuto piano piano, tra una risata e una confidenza; non abbiamo mai forzato, mai alcuno strappo o momento di imbarazzo; credo fosse intimidito da me.

I suoi genitori cosa ne pensavano?

Tragedia di mia madre: Gianni era separato, aveva tre figlie.

In quale campo ha dato il meglio?

Lui era universale, non riconducibile a un’unica situazione. Quando l’ho conosciuto era principalmente un fotografo, bravissimo, i suoi bianco e nero sono dei capolavori; poi la musica, ogni notte con le cuffie in testa e il volume sparato a livelli esagerati, tanto che sia lui che Arbore sono diventati un po’ sordi.

E la regia…

Quando l’ha scoperta, si è innamorato della televisione, e si è visto: alcuni programmi ancora vivono delle sue trovate.

Battutista feroce.

Aretino nel midollo, lui per una battuta poteva serenamente passare sul “corpo della madre”. Godeva della trovata. Del lampo. Della sintesi.

Cosa le ha insegnato?

Quanto tempo abbiamo? Tanto, tantissimo, ma a volte, tra due che condividono così tanto e per tanto, è complicato marcare il confine. Però lui era la fantasia, l’estro, la genialità.

E lei?

Gli ho trasmesso alcune regole, come il non alzarsi sempre alle tre del pomeriggio e una maggiore tolleranza verso chi non gli era proprio simpatico.

L’oggi.

Lunedì scorso, in occasione dell’anno dalla sua morte, con le figlie abbiamo piantato un ciliegio giapponese.

E…

Amo affacciarmi la mattina dal balcone, guardarlo, fermarmi qualche minuto, sognare, ritrovare alcuni profumi della nostra vita insieme. A partire da quelle benedette poltrone in piazza di Spagna.

 

Matrimonio a prima vista, divorzio quasi assicurato

Nel filone reality, il mio programma preferito di sempre, quello per cui ho una dipendenza che neanche per i selfie su Instagram di Francesco Boccia, è Matrimonio a prima vista: due devono sposarsi e andare d’accordo per un mese pure se si stanno inesorabilmente sulle balle. La storia di Matteo Salvini e Luigi Di Maio insomma.
L’anno scorso il programma era così riuscito che una delle coppie si sposerà in chiesa al più presto; quest’anno tutti, dopo due minuti di convivenza, si stanno chiedendo “perché non ho scritto al centro arruolamento legione straniera anziché a Matrimonio a prima vista?”.

La prima coppia è quella formata dal trentino Andrea e dalla lucana Rossella. Andrea ha l’aria sveglia del cocker nella fase acuta del cimurro ma è docile, premuroso e paziente. Rossella, capelli lunghissimi neri e una faccia da santino, è quella che dalla prima elementare in poi viene scelta per fare la Madonna nei presepi viventi. Inizialmente i due si piacciono assai, li vedi durante la festa post matrimonio e ti aspetti che da un momento all’altro, mentre parte Despacito, si nascondano in bagno per accoppiarsi. Invece la produzione pensa bene di mandarli con EasyJet in viaggio di nozze a Taormina a ottobre, con 15 gradi, e giustamente i due finiscono per attraversare la prima crisi di coppia dopo 20 ore dalle nozze.

Rossella è il classico elemento della coppia che il primo giorno ti vuole sposare e fare con te sei gemelli biondi, il terzo si sveglia la mattina e le stai sul cazzo pure per come versi i cereali nel latte. Manco Pier Ferdinando Casini ha mai cambiato idea su qualcosa con ‘sta rapidità. Il povero Andrea, il quale era già partito con l’energia vitale di un comodino, si deprime puntata dopo puntata e se a questo si aggiunge il fatto, drammatico, che lui muore dalla voglia di saltarle addosso e lei lo schifa che neanche Heather Parisi con la Cuccarini, finirà che ‘sto povero ragazzo a breve farà sì coppia fissa. Ma con uno psicoterapeuta.

Poi ci sono il 38enne bergamasco Roberto e la 28enne Daniela, la coppia che ha la stessa probabilità di riuscita dell’attuazione del reddito di cittadinanza: Daniela si sente una figa imperiale che questi mentecatti di Matrimonio a prima vista hanno osato accoppiare con un cesso a pedali. Tutto questo nella sua testa di dietista filiforme, ovviamente. Roberto inoltre, ha ai suoi occhi un difetto ignobile, uno di quei vizi che è impossibile ignorare: mangia. E lei per questo lo odia con lo stesso odio ancestrale con cui si odia Robozao a Ballando con le stelle. Dunque lo cazzia se mangia il grasso del prosciutto già al pranzo di nozze e ottiene l’effetto immediato di andare sulle balle a tutti gli spettatori del prime time e delle repliche nei giorni a seguire nello stesso istante. La produzione infierisce e li manda in viaggio di nozze ad Hammamet a ottobre in una struttura in cui ci sono loro e un cameriere che fa anche il cuoco, il receptionist, l’autista di pulmino e il comandante dell’aereo che li riporterà a casa. Una mestizia infinita tra vessazioni psicologiche di lei degne del peggior uomo (lui va al mare in felpa per non mostrare la panza) e l’obbligo da parte di lei a scattare un numero di selfie che la Ferragni al confronto è una riservata. Insomma, potete dire con serenità “possa colpirmi un asteroide se questi due funzionano” (e non ci sarà un finale alla Buondì Motta).

Infine c’è la mia coppia preferita: Mauro e Camilla, ovvero un agente immobiliare e un’insegnante di ginnastica ritmica. Appena li ho visti mi sono detta: fategli tagliare la torta di nozze con un cucchiaio perché se vedono un coltello ‘sti due si ammazzano. La loro storia parte più o meno così: lei – una coatta romana di rara fattura- lo vede e decide che lui è l’uomo della sua vita. Lui – un perfettino romano con la fissa per ordine e pulizia – la vede e decide lei che sarà l’incubo della sua vita. Il viaggio di nozze è finalmente in una meta calda ed esotica, per cui tutti pensano che la faccenda aiuterà, e invece finisce che su Santo Domingo si abbatte l’uragano Maria e i due devono trascorrere 24 ore in camera mentre i palmizi, devastati dal vento, si piegano quanto la loro relazione.

Va detto che Mauro e Camilla erano gli unici ad aver consumato la sera stessa del matrimonio quindi c’era un certo ottimismo. Per intenderci, se ti piaci e ti devi chiudere 24 ore in camera dopo poche ore che ti conosci, speri che fuori non solo ci sia un uragano, ma che l’umanità intera si estingua e restino solo fenicotteri rosa e cascate d’acqua cristallina in cui replicare Laguna Blu fino alla fine dei tuoi giorni. Invece i due danno segni di insofferenza destinati a peggiorare definitivamente quando Camilla scopre che l’idea della donna che ha Mauro è più o meno la seguente: Elisa Isoardi che stira la camicia in un tubino nero. Il problema è che con un braccio di Camilla si può fare il trasloco di almeno due piani di Buckingham Palace e che lei si sente una casalinga quanto Sergio Mattarella un capo-animatore Valtur, per cui a Matrimonio a prima vista potrebbe avvenire il primo caso di femminicidio della storia della tv. Particolarmente simbolico il momento in cui in macchina lui le dice “Sei un po’ mascolina per me!” e lei gli risponde piccata “Ancora co’ ‘sto mascolina?”, il tutto mentre lei guida a 159 chilometri orari sgommando e lui si tiene terrorizzato alla maniglia sopra al finestrino.

Insomma, non prevedo alcun accordo possibile in questa edizione, manco con un mandato esplorativo della Casellati.

La scelta di Portman: “Maltrattamenti e abusi non in linea con i miei valori”

“Israele è stato creato 70 anni fa come un rifugio per chi fuggiva dall’Olocausto. I maltrattamenti a chi soffre e le atrocità odierne non sono in linea con i miei valori. Dato che m’importa d’Israele, mi ergo contro la violenza, la corruzione, la disuguaglianza e gli abusi di potere”. Nessun boicottaggio contro lo Stato ebraico semmai una critica al primo ministro Netanyahu. L’attrice Natalie Portman ha spiegato perché non intende recarsi in Israele per ricevere il Genesis prize, il Nobel ebraico. Il suo gesto aveva sollevato polemiche e l’accusa di essersi piegata al movimento Bds che boicotta lo Stato ebraico. Secondo le regole, l’attrice avrebbe dovuto scegliere enti di beneficenza a cui versare 2 milioni di dollari di premio. A farlo sarà ora la Fondazione Genesis.

Attacco con il gas, ispettori a Douma: alcuni campioni spediti in Olanda

Bombe, evacuazioni e ispettori alla ricerca di prove su chi abbia usato il gas a Douma. In Siria dopo il raid aereo di una settimana fa firmato da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, non è cambiato nulla. In alcune zone si combatte, in altre gli oppositori al regime si spostano in aree più gestibili.

Le truppe governative ieri hanno preso di mira il distretto di Yarmouk, a sud della capitale Damasco; vi sono ancora jihadisti dell’Isis asserragliati nel campo palestinese; si tratta di un’area vasta, che ha scuole e ospedali.

Si ripropone uno dei temi principali della guerra siriana: miliziani trincerati in zone dove vivono civili, messi a rischio dal fuoco incrociato, e usati dalla propaganda dell’una e dell’altra parte per sensibilizzare il resto del mondo. La presenza dell’Isis a Yarmouk testimonia che la dissoluzione dello Stato Islamico non è avvenuta, i combattenti di certo non possono contare sui loro “confini” come quando avevano le mani su Raqqa e Mosul (in Iraq), ma contribuiscono ancora a destabilizzare i quartieri alle porte di Damasco.

Altri gruppi armati invece hanno accettato un accordo di trasferimento proposto da lealisti e russi; si tratta di 3.200 persone fra armati e le loro famiglie che lasciano tre villaggi a circa 40 chilometri dalla capitale, e andranno nella provincia di Idlib e nella città di Jarablus. Mete non casuali perché Idlib è una delle ultime roccaforti degli estremisti islamici – in questo caso forte è la presenza degli affiliati ad al Qaeda – e a Jarablus vi sono oppositori anti-Assad legati alla Turchia.

Particolare la posizione tenuta dall’Onu: è critica con questo tipo di operazioni perchè ritiene che servano ad Assad solo per avere di nuovo il controllo sull’intera provincia di Damasco, ma non è chiara l’alternativa proposta, se non la lotta casa per casa fra lealisti e “insorti”.

A Douma ieri i primi accertamenti degli ispettori dell’Opac, che dovranno stabilire se e chi ha usato il gas la sera del 7 aprile. Sono stati raccolti alcuni campioni che saranno poi analizzati nel laboratorio Opac di Rijswijk, in Olanda. Il team è composto da 9 esperti; sarebbe dovuto entrare a Douma già mercoledì, ma il sopralluogo è saltato dopo che il gruppo di valutazione dei rischi è stato fatto sloggiare da colpi di fucile.

Il tema dell’attacco con il gas tiene banco anche nei sondaggi; uno è stato realizzato da Gpf, su un campione di mille italiani, alla domanda “c’è stato veramente un attacco chimico?” la risposta è affermativa per il 71%; fra questi, il 32,3% crede alla responsabilità del regime di Assad; al contrario, il 29% degli intervistati ritiene che l’attacco sia una notizia creata ad arte.

“Due Stati e basta violenze, ma Hamas vuole solo il caos”

Abraham B. Yehoshua non fa marcia indietro circa le considerazioni su Gaza contenute nel saggio appena pubblicato dal quotidiano israeliano Haaretz in cui spiega perché la soluzione dei due Stati è ormai impossibile da realizzare. Anticipato mesi fa ai microfoni della Radio dell’esercito israeliano, il pensiero dello scrittore è stato affidato alle colonne del quotidiano progressista. Yehoshua, noto non solo per i suoi romanzi ma anche per la sua battaglia contro l’occupazione e per la ricerca di un modus operandi che metta fine a quello che lui e altri suoi noti colleghi israeliani definiscono un regime di apartheid, sostiene che vada innanzitutto sottolineata la differenza tra Gaza e la Cisgiordania.

Anche lo scorso venerdì, sono stati uccisi manifestanti palestinesi disarmati che chiedevano di fare ritorno nelle proprie case e terreni sottratti loro ufficialmente quando venne creato lo Stato d’Israele, esattamente 70 anni fa. Perché ritiene che Israele abbia il diritto di agire in modo così sproporzionato?

Perché Israele se ne è andato da Gaza già 13 anni fa, eppure Hamas non ha riconosciuto il suo diritto a esistere come invece ha fatto l’Autorità Nazionale Palestinese nella Cisgiordania ancora sotto occupazione. Hamas manipola la frustrazione degli abitanti di Gaza, in maggioranza profughi, per spingerli a distruggere la rete di protezione ed entrare nel nostro territorio in massa, mettendoci alle corde. Se ci riuscissero, Israele non riuscirebbe più a gestire la situazione: si tratta di due milioni di persone, non di poche migliaia.

È vero che non ci sono più colonie ebraiche a Gaza, ma Israele continua a impedire ai suoi abitanti di uscire dalla Striscia non solo attraverso i confini terrestri ma anche marini. Non pensa che sia solo una libertà di facciata quella data ai gazawi?

L’esercito israeliano e il governo ci devono proteggere e pertanto non possono permettere che Hamas faccia arrivare dal mare ancora più armi iraniane e usi ciò che dovrebbe andare alla popolazione per costruire tunnel e venire ad attaccarci nel cuore della notte, come hanno già tentato di fare. Anche l’Egitto, paese musulmano come Hamas, tiene quasi sempre chiuso il valico con la Striscia perché il movimento islamico sostiene i terroristi annidati nel Sinai ed è legato alla Fratellanza Musulmana.

Per tornare alla sua articolata proposta per uscire dall’impasse in cui si trova la soluzione dei due Stati, perché ritiene che vada annessa a Israele l’area C della Cisgiordania, come sostiene da tempo la destra israeliana a cui lei non è mai appartenuto?

Perché nell’area C vivono ormai, anche se illegalmente, mezzo milione di coloni e non è realisticamente pensabile che Israele li possa far tornate entro i suoi confini. A questo punto è meglio annetterla e dare agli abitanti di Gerusalemme Est la piena cittadinanza israeliana e in alcuni anni anche ai palestinesi che vivono nell’area C. In questo modo i palestinesi della Cisgiordania non subiranno più le conseguenze dell’occupazione che li tiene segregati come avveniva per i neri del Sudafrica, e godranno degli stessi diritti degli ebrei e dei palestinesi che hanno la cittadinanza israeliana.

Nel suo saggio lei suggerisce che Israele dovrebbe diventare una Repubblica presidenziale, come quella francese, e confederata, con la Cisgiordania trasformata in uno dei cantoni, come in Svizzera.

Sarebbe l’unico modo per dare la possibilità anche ai palestinesi di votare direttamente il capo dello Stato che avrebbe più poteri e sarebbe slegato dalla conflittualità parlamentare. Inoltre i palestinesi dell’area C della Cisgiordania, diventati cittadini israeliani a tutti gli effetti, potrebbero avere molti più parlamentari a rappresentarli nella Knesset (Parlamento) e potrebbero aspirare a veder nominati ministri dei palestinesi, cosa finora impensabile. Ma non sarà facile che ciò avvenga, perché né la destra israeliana né alcuni esponenti dell’Autorità Nazionale palestinese accetteranno di perdere parte del proprio potere a favore del bene di questi due popoli.

Nicaragua, stavolta i cattivi sono i sandinisti

In Italia la riforma pensionistica della Fornero, oltre ad aver fatto piangere la stessa ministra, fa discutere e sposta gli equilibri elettorali. In Nicaragua va peggio e la decisione del governo di aumentare i contributi dei lavoratori e, al tempo stesso, ridurre del 5% l’ammontare complessivo delle pensioni, ha scatenato la rabbia della popolazione.

Alla proposta del presidente Daniel Ortega, militare sandinista – per alcuni un mito – sono scoppiate le rivolte. Da tre giorni le strade della capitale, Managua, si sono riempite di manifestanti. Il bilancio, ancora provvisorio, parla di almeno una dozzina di vittime e più di cento feriti, mentre non si contano gli arresti.

Ortega non parla, al suo posto è intervenuta la moglie, Rosario ‘Rocio’ Murillo, vicepresidente del Nicaragua: “Le rivolte sono organizzate da individui che provano a rompere la pace e l’armonia. Gruppi minuscoli abili ad attizzare l’odio sociale. I militanti sandinisti? Hanno agito per legittima difesa”.

Tra le vittime ci sono sia manifestanti, compreso un giovane di appena 17 anni, che poliziotti. Come prima reazione, il presidente Ortega ha ordinato la sospensione delle trasmissioni di tre canali televisivi, due all-news e un canale della Conferenza episcopale nicaraguense. Sebbene per motivazioni diverse e, per ora, conseguenze ben inferiori, gli incidenti di Managua somigliano alla rivolta di Caracas, represse nel sangue dal governo di ispirazione socialista di Nicolas Maduro.

Un risultato le proteste lo hanno ottenuto: “Il dialogo resta aperto, tutti i temi sono sul tavolo, nessuna decisione è stata presa, ma il confronto deve restare democratico” ha ribadito la vicepresidente Murillo. Sono passati undici anni e mezzo da quel 6 novembre 2006, quando i risultati delle elezioni presidenziali videro trionfare il vessillo rossonero dell’Fsln (Frente Sandinista de Liberacion Nacional). Una vittoria anti-americana, col ricordo drammaticamente fresco della contra, la guerriglia guidata dalla Casa Bianca per destabilizzare il Paese a cavallo tra il 1979 e il 1990. Dopo decenni di giunte presidenziali corrotte, il ritorno di Ortega al potere era stato visto come una luce di speranza nel cuore del Centro America, insanguinato da repressioni in Guatemala, El Salvador e Honduras. La celebrazione del successo anticapitalista arrivò proprio quella sera all’hotel Intercontinental di Managua, quando a congratularsi con Ortega, con una stretta di mano passata alla storia, fu Jimmy Carter: da presidente degli Usa anti-sandinista a osservatore internazionale del voto. Daniel Ortega vinse quelle elezioni col 38%, surclassando il rivale di estrema destra, Eduardo Montealegre, ma facendosi sottrarre una buona fetta di voti dal Movimento di rinnovamento Sandinista, da tutti considerato il vero partito di sinistra.