Kim dice ‘no’ alla Bomba: chi ci crede è (nord) coreano

Andiamoci piano, con il passo indietro di Kim Jong-un e i peana conseguenti: “Una grande notizia per la Corea del Nord e per il Mondo intero”, scrive Donald Trump che si conferma uno specialista del fuori misura, nel bene e nel male; “un grande progresso”, aggiunge il presidente americano, che adesso non vede l’ora di incontrare il leader nordcoreano, alias “rocketman”, “palla-di-lardo”, “pazzo che non si cura di affamare o uccidere il proprio popolo” e vari altri nomignoli affibbiatigli di tweet in tweet fino alla ‘grande distensione’ abbozzata a inizio anno.

Nell’imminenza dei vertici con il presidente sudcoreano Moon Jae-in, venerdì 27 aprile, e con il presidente Trump, si pensa a giugno, Kim fa un annuncio importante, ma si tiene in mano tutte le sue carte: “La Corea del Nord non effettuerà più test nucleari e missilistici”, perché “non ce n’è più bisogno” in quanto – dice – “siamo in una nuova fase della storia”. Kim, però, non trascura d’elencare i successi militari conseguiti: test nucleari di vario tipo, miniaturizzazione delle ogive e acquisizione di sistemi missilistici adeguati.

“Chiuderemo anche il nostro sito nucleare nel nord del Paese”, dove sono stati compiuti gli ultimi sei esperimenti atomici, promette il dittatore, rivolgendosi al partito e alla nazione. Ma le bombe non vengono distrutte – esperti calcolano che ve ne siano una decina negli arsenali nord-coreani – e i missili restano operativi. La via della de-nuclearizzazione della penisola è ancora lunga e passa attraverso un accordo da negoziare: al tavolo. Kim si presenta avendo già fatto concessioni, che, quindi, non appariranno cedimenti agli occhi dei suoi connazionali.

L’agenzia di stato nordcoreana Kcna e la tv pubblica riferiscono le parole del terzo rampollo della dinastia comunista: cogliere “l’opportunità storica” di un riavvicinamento con gli altri Paesi e di un pieno riconoscimento della Corea del Nord da parte della comunità internazionale, concentrandosi – sottolinea il leader di Pyongyang – sulla ripresa economica.

E qui sta una chiave, se non la chiave, del successo del negoziato che verrà: Kim dichiara raggiunti gli obiettivi militari e vuole ora concentrare sullo sviluppo economico.

In cambio spera che vengano presto ritirate, magari gradualmente, le sanzioni e che i suoi alleati e i suoi interlocutori gli diano aiuti – anche umanitari – e assistenza economica e finanziaria. Inoltre, ci sarà da trattare su come verificare gli impegni assunti dal regime nordcoreano, con ispezioni internazionali; e c’è chi s’aspetta che la Corea del Nord aderisca al Trattato contro la proliferazione nucleare e consenta la denuclearizzazione della penisola. Presentato in tv dalla solita annunciatrice di rosa vestita dei grandi successi nord-coreani, esperimenti nucleari o lanci missilistici, il messaggio letto da Kim al comitato centrale del Partito dei Lavoratori può avere sviluppi importanti. Si vedono le premesse perché, 55 anni dopo la fine della guerra di Corea, l’armistizio diventi una pace e perché il regime di Pyongyang cessi di essere percepito come una minaccia dagli Stati Uniti e dai loro alleati nell’Estremo Oriente, Corea del Sud e Giappone in prima linea. Ma c’è pur sempre da fare i conti con l’imprevedibilità delle due ‘prime donne’ di questa trattativa, Kim e Trump.

È possibile che la mossa di Kim sia stata decisa nell’incontro a sorpresa a Pechino con Xi-Jinping, il 28 marzo, e che sia pure stata concordata tra le due Coree.

Entusiasmi di Trump a parte, le reazioni all’annuncio di Kim sono largamente positive: Moon, che è il vero artefice di questo processo e che ora dispone della prima linea rossa mai installata tra Seul e Pyongyang, perché i due presidenti possano sentirsi in ogni momento, vede “progressi significativi” verso la denuclearizzazione della penisola coreana.

Il premier giapponese Shinzo Abe, appena rientrato dagli Usa, è più cauto: il passo di Kim è “positivo”, ma “non sufficiente”. Tokyo continuerà a monitorare le mosse del regime: “Le nostre politiche non cambieranno fino a quando non vedremo l’irreversibilità del processo di denuclearizzazione della penisola coreana”. La Cina plaude alla sospensione dei test, Mosca chiede che ora Usa e Corea del Sud riducano l’attività militare. Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres e Federica Mogherini, a nome dell’Ue, parlano all’unisono di “passo avanti”. I ministri degli Esteri del G7 si consultano, oggi e domani, a Toronto.

Il modello Spagna e le amnesie dei suoi fautori: una proposta

Franza o Spagna, al solito. E s’intende che i grandi media quando non magnificano l’esempio del giovane bombarolo Macron, si buttano forte su quello dei cugini iberici. Ieri, appunto, era il turno della Spagna, che – dice il Financial Times – ci ha superato quanto a “Pil pro capite a parità di potere d’acquisto”. Ne è seguito il diluvio atteso di servizi tv ed editoriali sulla “lezione” spagnola. Ora il “Pil pro capite etc” non misura come stanno i cittadini: non tutta la ricchezza prodotta in un Paese resta in quel Paese (cosa assai probabile per una colonia economica tedesca come la Spagna). Ha spiegato, ieri sul Fatto, Franco Mostacci dell’Istat che, nel caso, meglio usare il “reddito disponibile”: 18.666 euro in Italia contro 16.457 in Spagna, differenza che sale ancora considerando i trasferimenti in natura dello Stato (sanità, scuola, etc). Il dato banale è che il Pil spagnolo, pur assai inferiore a quello italiano, in questi anni sta crescendo di più, ma il fine psicologico è indicare il modello: riforme dure (ulteriore distruzione della capacità contrattuale dei lavoratori) che andrà tutto bene. Certo, bisogna dimenticarsi di qualche particolare: lo Stato spagnolo in questi 10 anni ha avuto deficit molto più alti del nostro spingendo la crescita; la popolazione è diminuita (emigrazione), ma la disoccupazione resta elevata (16,5% a fine 2017); i salari reali sono crollati. Modesta proposta: chi propaganda il modello spagnolo si spenda per avere più deficit pubblico per tutti e inizi a fare le dure riforme a partire dal suo stipendio. Poi se ne riparla.

La rimozione della vecchiaia

Come suggerisce il salmo, la vecchiaia si prepara “imparando a contare i propri giorni”. Si tratta di prendere coscienza durante tutta la vita, attraverso modalità e acquisizioni diverse, del proprio limite. Scriveva Dietrich Bonhoeffer: “L’uomo comprende veramente se stesso solo a partire dal proprio limite”, cioè solo se sa leggere la propria vita come un cammino che ha un termine verso il quale, lo voglia o no, giorno dopo giorno si avvicina.

Non esiste però un farmaco anti-invecchiamento e il limite della vita umana, non certo la media dell’età dei decessi, è sempre quello fissato e testimoniato dalla Bibbia. Alcuni oltrepassano i cento anni, ma il limite dei centoventi resta invalicabile. Questo l’implacabile verdetto del Creatore: “Il mio spirito (ruach) non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni” (Genesi 6,3). Accettare il limite è un’arte che va imparata fin dalla nascita, ma che va praticata con più consapevolezza e assiduità nell’età matura, proprio per prepararsi a un mutamento, a una nuova tappa della vita.

Ricordo una pratica che mi è stata trasmessa quand’ero bambino: la domenica, dopo la visita al cimitero prima dell’imbrunire, vi era una passeggiata – forse l’unico tragitto a piedi che si faceva senza che ve ne fosse bisogno, non per recarsi a lavorare o a scuola, o per altri motivi pratici – in cui si ripeteva a mo’ di litania: “Gesù Cristo è la vita eterna!”. Lo si ripeteva migliaia di volte, quasi per convincersi che vi era comunione di vita con i propri cari già morti e che vi sarebbe stato un incontro con loro nella vita eterna, in un aldilà sereno e luminoso. La fine improvvisa era temuta come il male più grande e così ci era insegnato: oggi invece è facile sentir ripetere che questa subitanea et improvisa mors sarebbe per molti una beatitudine…

L’apprendistato più efficace alla vecchiaia è la vicinanza ai vecchi, il saperli vedere e ascoltare, l’impegnarsi ad avere cura di loro. Si potranno certamente anche leggere libri e ricerche sulla vecchiaia, ma nulla può prepararci a questa tappa quanto l’assiduità con chi la sta attraversando. Nella famiglia contadina i vecchi erano in casa, li si poteva osservare nel loro declinare, nella loro crescente debolezza, nel sopraggiungere in loro della malattia, scoprendo nel corpo vicino quei bisogni, quelle fatiche, quelle grida che un giorno potranno essere anche le nostre. Oggi invece i nonni sono presenza utile ma saltuaria: a loro si affidano i bambini quando si vuole essere un po’ liberi, ma non sono quasi mai una presenza quotidiana.

La vera scuola è invece quella di stare accanto agli anziani, mano nella mano, è il doverli aiutare quando non sono più autonomi e chiedono che siano tagliate loro le unghie dei piedi… Non dimenticherò mai questo servizio che mi chiedeva il rabbino Ravenna, ormai anziano e obeso. Ma mentre gli tagliavo le unghie, le sue parole luminose come diamanti mi cadevano addosso, ispirandomi a dirgli: “Rabbino, lei è una benedizione e perciò sia benedetto!”.

Ci renderemo conto prima o poi di cosa può significare la rimozione dei vecchi e della loro condizione dal tessuto quotidiano? Senza esperienza della finitezza, della vecchiaia, della malattia e della morte, tutte le età della vita sono danneggiate, impoverite e incapaci di maturare, per entrare in quella stagione che comunque giungerà inesorabile.

Non bisogna lasciare che la vecchiaia ci sorprenda e ci invada, ma essa chiede in verità un nostro impegno, ci chiede di prendere coraggio per un’avventura che ha dell’inedito ma che è sempre una tappa della vita. Nessun eroismo, ma il coraggio è una forza interiore per un cammino che è il penultimo, prima del passaggio a un’altra riva. E proprio perché oggi la durata della vita può essere più lunga, occorre trovare il proprio passo, la propria velocità di crociera, per poter andare avanti scoprendo e conoscendo nuovi orizzonti, nuovi paesaggi. Il coraggio richiesto è quello di vivere con semplicità, di vivere il presente senza lasciarsi imbrigliare dal passato e senza guardare al futuro con angoscia.

La vecchiaia non è un tempo inutile, né sterile, perché è ancora vita. Secondo James Hillman la vecchiaia non ha come fine la morte, ma a essa spetta un compito preciso: svelare e portare a compimento il proprio carattere. La vecchiaia potrebbe così essere un’epifania di se stessi, dalla propria vita interiore alla quale ci si può ormai dedicare senza essere divorati dalla frenesia della vita. Paolo di Tarso in una sua confessione riguardo all’anzianità usa una bella immagine: “Mentre il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno”. Sì, ne facciamo l’esperienza quando, dopo una malattia, una contraddizione, una prova, un’ora nella quale sembravamo fare naufragio, riprendiamo la vita con nuove forze.

Nella giovinezza e nella maturità non si sente in modo tanto forte questa esperienza del cadere e rialzarsi; per i vecchi, invece, la possibilità di rialzarsi è sorprendente, causa stupore e grande gioia. Per un cristiano, poi, il coraggio viene confermato e ispirato anche dalla sua fede: si tratta infatti di prepararsi all’esodo, facendo preparativi pasquali. Sì, preparativi pasquali, perché “pasqua” significa “esodo-passaggio” attraverso le acque profonde, verso una terra dove il sole non tramonta, le lacrime non scendono più dagli occhi e la morte e il lutto non regnano più. Speranza folle? Ma è quella che nasce dalla fede e si nutre della convinzione che qualcosa di eterno lo abbiamo vissuto nella nostra vita: l’amore. Dell’amore vissuto nulla andrà perduto e ogni pepita di amore è promessa che l’amore vince la morte.

Nell’aldilà non vorrei essere “solo con Dio”, ma anche insieme a quelli che ho amato e mi hanno amato, insieme agli altri, all’umanità intera di cui faccio parte e nella quale sono stato concepito e generato, sono nato e cresciuto, vivendo “mai senza l’altro”. La vecchiaia si costruisce insieme, e solo una cultura umanistica che sappia mettere al centro la persona, con le sue fragilità, può aiutare tale edificazione. Ognuno di noi è chiamato “a morire e a vivere insieme”, scrive Paolo, non da solo; quindi, anche ad attraversare la vecchiaia, non in un viaggio solitario nel deserto ma in un itinerario di persone che camminano insieme, anche se il percorso di qualcuno è più breve. Perché non è vero che “gli altri sono l’inferno”, come affermava Jean-Paul Sartre: il vecchio capisce bene che l’inferno è non amare e non essere amati. Anche nella vecchiaia l’amore è sempre da inventare, ma con gli altri, non nella solitudine.

Il risiko europeo per porre al sicuro le banche italiane

Senza rispetto per l’angosciosa temperie politica, le cose continuano ad accadere. Lunedì scorso il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha tenuto una lectio magistralis piena di sottintesi, cioè di notizie. Rozza sintesi da corso di educazione finanziaria per obbligazionisti Etruria: ci sono nubi all’orizzonte per le banche. La ripresina dell’economia italiana è in frenata dopo lo scarso ma incoraggiante più 1,5 per cento del 2017. Due giorni fa l’economista Donato Masciandaro ha segnalato sul Sole 24 Ore che, a dieci anni dall’inizio della Grande Crisi, potrebbe arrivarne un’altra, ancora di natura finanziaria, determinata dall’eccesso di denaro a tassi minimi. Il titolo dice tutto: “La bolla che nessuno ha voglia di vedere”.

Dice Visco: “I progressi finora conseguiti dal sistema bancario italiano sono significativi, ma rimangono aree di vulnerabilità, soprattutto, anche se non solo, tra gli intermediari di minore dimensione”. Con la tecnica del “ma anche” il governatore comunica che ci sono grandi banche a rischio. Dopo i due giganti Intesa Sanpaolo e Unicredit abbiamo corazzate tascabili come Mps, Ubi e Banco-Bpm, tutte assillate dallo smaltimento dei crediti deteriorati. La vigilanza europea della francese Danièle Nouy è in pressing. La banche italiane hanno troppe sofferenze (crediti inesigibili) e Utp (crediti dubbi) e devono disfarsene prima possibile, anche se l’operazione costerà a ciascuna svariati miliardi. Visco è spaventato: “Costringere gli intermediari a cedere queste attività troppo in fretta e a prezzi troppo bassi, di liquidazione, potrebbe rappresentare una fonte di instabilità e darebbe luogo a un indesiderato trasferimento di valore dalle banche agli acquirenti”.

In piena sintonia con i banchieri italiani, Visco è arrabbiatissimo per la severità della Nouy, che rischia di favorire i fondi avvoltoio, e per un assetto di regole europee “del quale vanno corretti gli eccessi di rigidità”. La avverte che “interventi generalizzati, concitati e prociclici non sono d’aiuto”, e nota che “si devono prendere in considerazione tutti i rischi, non un loro sottoinsieme”, con malizioso riferimento ai derivati di cui sono piene le banche tedesche, “strumenti illiquidi e caratterizzati da opacità e complessità”.

La storia recente ci ha insegnato che la Banca d’Italia fa come Pollicino. Semina molliche di pane per segnalare a futura memoria che lei l’aveva detto. Raccogliendo subito le mollichine, si può dare un senso ai rumors che da tempo circolano in Europa. Con il “riavvio di una fase di concentrazione” (parole di Visco), cioè di fusioni, tornano d’attualità i grandi matrimoni trans-nazionali. L’unica cosa certa è che se ne parla. Le candidate italiane sono naturalmente Intesa e Unicredit, destinate a unirsi verosimilmente con partner francesi o tedeschi, e interessate a farlo entro il 2019, cioè con la garanzia dell’italiano Mario Draghi al vertice della Bce. Il governo tedesco sta cercando un compratore per la sua quota del 15 per cento in Commerzbank e il candidato ideale potrebbe essere non Unicredit, già presente in Germania, ma proprio Intesa. Ci sarebbe da convincere i dirigenti di Commerzbank a prendere ordini da italiani, ma l’operazione riequilibrerebbe l’annessione di Unicredit all’impero francese di Société Générale e darebbe all’Italia un riconoscimento di pari dignità nella nascente unione bancaria alla quale le sue banche, come abbiamo visto, dovranno pagare prezzi salati. Nulla dimostra che andrà così. Ma è sicuramente vera l’idea di mettere in sicurezza i due pilastri del sistema bancario italiano mentre gli altri istituti balleranno. Passata non è la tempesta.

 

Gesù, il pastore buono che dà la vita per difendere il gregge

In quel tempo, Gesù disse: “Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio”. (Giovanni 10,11-18)

La figura del buon pastore è stata rappresentata ovunque dai cristiani fin dai primi secoli: nelle catacombe, come negli stupendi mosaici che ornano pareti e pavimenti multicolori di chiese e cappelle. Eppure questo tema è collocato in un momento drammatico del vangelo di Giovanni. I farisei non solo si sono rifiutati di riconoscere la guarigione del cieco nato, ma scacciano quest’ultimo facendogli pagare con la scomunica il gran dono ricevuto e offrendo così a Gesù l’occasione propizia di denunciare severamente la loro cecità. La parabola, quindi, presa dal familiare e sereno contesto della vita dei pastori palestinesi diviene, anzitutto, tremenda denuncia dei falsi pastori, ladri e intrusi, capi cattivi e mercenari egoisti ai quali “non importa delle pecore”.

L’autoproclamazione di Gesù, “Io sono il buon pastore” (ò poimèn ò kalòs), ci rassicura tutti che c’è il pastore “bello e degno”, quello il cui impegno coraggioso e la cui decisione generosa lo fanno lottare per difendere dai lupi il gregge. Ecco la perfezione e la forza imparagonabili del suo nome, la nobiltà della sua condizione che gli dà titolo esclusivo e assoluto sul gregge. La presunzione della sua affermazione non fa paura, ma esprime la tenerezza del fatto che è un Dio che non chiede niente agli uomini (“le mie pecore”), anzi offre, dà la vita per loro! Gesù intende affermare che il gregge è diventato suo per la responsabilità obbediente che egli, il Figlio, esercita verso il Padre. Questa è la sua missione, mantenuta viva nella Prima Promessa.

Conosce e chiama “ad una ad una le pecore” e ad esse è familiare la sua voce. La stupenda novità dell’intimità di Gesù col gregge viene da lui posta sullo stesso livello di conoscenza e di partecipazione del suo Mistero: “Come il Padre conosce me ed io conosco il Padre”! Partecipare all’amore reciproco del Padre e del Figlio, godere della grazia dell’intimità divina è la vita eterna. “Io sono venuto perché le pecore abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”! Gesù, nella parabola, fa esplodere la metafora del “pastore bello-buono”: si fonde e sembra diventare immagine di agnello sacrificale (Is 52,13; 53,12). Dare la sua vita per le pecore, nessuna esclusa, è decisione assolutamente libera e personale, ma essendo Egli il pastore unico “ha il potere di riprenderla di nuovo”, la sua risurrezione. Il Padre ama Gesù perché ha riportato la vittoria sulla morte, il Risorto riconduce il gregge senza numero e distinzioni verso la pienezza della vita.

Ma il pastore è anche universale, perché i lupi sono ovunque, sono forti e amano dare la morte! Per questo, amando Dio la vita delle creature, Gesù morirà per “radunare insieme i dispersi figli di Dio” (11,52), senza distinzione di razza, nazionalità, religione.

Papa Francesco è immagine viva e attuale del pastore bello-buono mentre stringe il piccolo Emanuele di otto anni piangente per la morte del papà, a Corviale, triste periferia di Roma davanti al “Serpentone” di undici piani per un chilometro di palazzone. Quel genitore, che lo ha fatto battezzare pur dicendosi ateo, non è “perso” ma vive nell’eternità di Dio.

*Arcivescovo di Camerino – San Severino Marche

Possiamo fare a meno dell’America?

Un presidente estroso e instabile, eletto di sorpresa da un elettorato tanto vasto quanto segreto (tuttora accade raramente negli Stati Uniti di incontrare cittadini che spontaneamente dichiarano di avere votato Trump e desiderano indicarne le ragioni) ha squilibrato un punto di potere determinante nella vita di buona parte del mondo. Ha reso impossibile individuare le persone in cui ha avuto e avrà fiducia, distinguere le cariche e funzioni della Casa Bianca dal ruolo mai discusso ma molto attivo dei familiari che, allo stesso modo, sono insediati alla Casa Bianca e siedono ai tavoli decisionali.

Altrettanto difficile capire il ruolo del giovane e ricco genero, considerato allo stesso tempo alleato politico, saldo legame familiare e co-investigato nella vasta indagine in corso a cura dell’Fbi da un lato e del Procuratore speciale del Dipartimento di Giustizia dall’altro. Trump non ha amici nel mondo politico americano, neppure nel Partito repubblicano di cui è, teoricamente, il campione vincente e regnante. Trump non ha amici nei governi del mondo, nel senso che non coltiva e non concepisce alleati, e gli piace attaccare improvvisamente un presunto amico o fare inaspettate e amichevoli proposte di lavoro insieme a Paesi nemici fino a un minuto prima. Ciò ha praticamente fermato l’intera scena politica del mondo. Dentro questa scena ferma, Donald Trump tollera locali iniziative di guerre lontane, condannando mai, partecipando poco e astenendosi dal mostrare di avere una qualunque “dottrina” o la visione di un mondo diverso, alla quale pensa o lavora. Le sue decisioni si esprimono in pochi atti che riguardano fatti, giudizi, valori e diritti. Sempre a carico di altri.

Tentiamo un breve elenco. Il muro che il Messico stesso dovrà pagare (la sua promessa più roboante e impegnativa durante la campagna elettorale). Il ritiro dei soldati americani da ogni guerra che non riguardi o minacci direttamente l’America. Un taglio drastico delle tasse in favore del profitto, della ricchezza, in modo da tagliare la spesa pubblica, dunque le cure mediche, la scuola pubblica, e ogni programma di sostegno ai più poveri. L’istituzione di dazi per bloccare molte importazioni di prodotti anche essenziali. Divieto all’immigrazione, con impegno a rendere difficile anche l’immigrazione legale. Cancellazione dell’impegno del suo predecessore di garantire la cittadinanza, al raggiungimento della maggiore età, a coloro che, in famiglie legali di emigranti, hanno sempre vissuto e studiato negli Usa, non conoscono altra lingua o Paese d’origine e sono in tutto e per tutto cittadini americani.

L’elenco non è completo, ma basta a dirci che tutte le decisioni di Trump sono negative, negano che vi sia o che debba interessare il mondo non americano. “America First” è una tragica dichiarazione di solitudine che ignora e nega la intensa collaborazione, il continuo scambio che genera il progresso. In questo modo il presidente americano isola e separa un Paese che ha sempre dovuto tutta la sua grandezza al fatto che non esistono americani, esistono immigrati, in ogni secolo, in ogni generazione, da ogni Paese, lingua, cultura ed etnia del mondo, in ogni anno, luogo e attività di vita dell’immenso villaggio americano. Spiega perché due terzi dei premi Nobel americani non appartengono al gruppo di originali pellegrini anglosassoni (WASP) a cui del resto non appartiene neppure la famiglia Trump. L’isolamento dell’America ha un prezzo grandissimo per il Paese che è stato il più rapido ad acquisire il nuovo dovunque e da chiunque il nuovo diventasse possibile.

Ma ha un prezzo grandissimo per il resto del mondo. Lancia una corsa all’indietro in cui ciascuno impoverisce l’altro o si astiene dal migliorare e avanzare se stesso, pur di non accettare valore, idee, cultura e talento che arrivano (come in tutti i secoli della civiltà) da altre parti del mondo. Non esiste progresso e non esiste modernità nei confini chiusi e nell’isolamento che vede in ogni straniero un nemico. Ci sarà povertà in questo mondo chiuso e ottuso. Il Paese che fino a un momento fa era stata capofila dell’avanguardia, culturale, tecnica, politica, e dei diritti, sventola con orgoglio arrabbiato la bandiera della retroguardia, che prima di tutto segnala: fermi tutti, non si parte, non si arriva e non si inventa nulla, e il nuovo è pericolo. Forse Trump, con tutti coloro che lo stanno imitando, sta rappresentando la profezia di Fukuyama: la Storia si è fermata.

Mail box

 

“La trattativa c’è stata” e io sono felice per la sentenza

Da cittadina italiana oggi sono felice e voglio ringraziare tutti, ma proprio tutti, coloro che hanno lottato per arrivare a una sentenza contro mafia e istituzioni deviate (politici non pervenuti ancora). Sono vicina a Salvatore Borsellino che non ha mai smesso di coinvolgere con dignità e fermezza. Anche Giovanna Maggiani Chelli e tutti i cittadini che hanno creduto che pm, giudici e giornalisti onesti moralmente e intellettualmente esistono. Grazie al Fatto Quotidiano e a Marco Travaglio perché avete tenuta altissima l’attenzione sui fatti ritenuti dai più scabrosi. Anche per voi è una gratificazione una sentenza per me scritta nella pietra, incancellabile perché ha squarciato veli non più stendibili sulla verità. Una sentenza necessaria per continuare a credere che è giusto lottare, sempre, per una “giusta causa” senza deroghe dal principio di idealità e giustizia.

Francesca Garro

 

Ma i telegiornali di Rai News danno poco peso alla notizia

Ieri pomeriggio guardando RaiNews24 si è toccato penso uno dei punti più bassi dell’informazione rai. Nei titoli non una parola del processo di Palermo sulla trattativa stato-mafia apertura con Berlusconi che parla come padre della Repubblica di un discorso sulla formazione del governo, come terza o quarta notizia un accenno sul processo di Palermo con un commento a bassa voce del cronista, non una parola su Dell’Utri e Berlusconi: è vergognoso.

Pierantonio Agostini

 

La formazione del governo tenga conto del processo

Quando si nasconde la verità basta una voce isolata, ma insistente, per portare i nodi tra i denti del pettine. Come ha evidenziato il Fatto Quotidiano che senza le sovvenzioni statali, stampando la verità, ha aumentato la tiratura. La sentenza di Palermo toglie quella coperta le cui trame sono intrecciate da mafia e politici corrotti al buio di una stampa che ci raccontava quanto stavamo bene sotto questa splendida democrazia. Ma dovrebbe anche indirizzare la formazione del nuovo governo verso quel cambiamento espresso dalle elezioni.

Omero Muzzu

 

Vedere il declino di Berlusconi ci rende italiani orgogliosi

Gli italiani sono stupidi, inetti, incapaci di ragionare: emerge evidente questa realtà dall’ultima tornata elettorale. Gli italiani non sanno votare, hanno sbagliato: vogliono il cambiamento? Migliorare la loro qualità di vita? Eliminare disparità sociali e sprechi? Ma suvvia, che eresie! Gli italiani non hanno capito niente, la vera novità era un altro voto, un fervente omaggio elettorale al Salvatore dell’Italia, a colui che per vent’anni l’ha spolpata, massacrata per suo uso e consumo e che per vent’anni ha fatto accomodare persone di infimo livello in posti di comando, con laute prebende e con opportunità di riconoscimento sociale! Invece, guarda un po’, gli italiani hanno sintetizzato così il loro apprezzamento: una piccola mancetta di voti che lo ha irritato, innervosito, reso rabbioso e livoroso! Grazie a tutti gli italiani che hanno permesso tutto questo, grazie perché forse l’Italia riuscirà a liberarsi dal pericolo di un nuovo triste, catastrofico ventennio. Sono orgogliosa di essere italiana, forse solo adesso che intravedo il declino del peggior personaggio politico a memoria di uomo.

Susanna Di Ronzo

 

Tutti preoccupati sul futuro ma ci si dimentica del passato

Giorni e giorni passati dai giornali e dalle televisioni a chiedersi con il sorrisetto come farà il povero Luigino Di Maio a governare e pochi o pochissimi spaventati di fronte al condannato e impresentabile Berlusconi che, burattinaio palese, col burattinaio nascosto Renzi, stanno bloccando la possibilità di dare un governo all’Italia.

E che dire dell’incapacità legislativa della classe politica uscente che ci ha consegnato le ultime leggi elettorali indecenti?

Maria Blasetti

 

Anche le famiglie hanno colpa se nelle scuole c’è il bullismo

Sono condivisibili le osservazioni di Angelo Cannatà sul bullismo, pubblicate sul Fatto di ieri. Ma non si sottolinea sufficientemente le gravissime responsabilità della famiglia. Nella mia, come in quasi tutte, se tornavo da scuola con un brutto voto o con una nota disciplinare erano botte, punizioni, privazione della paghetta, lavoro di servizi familiari extra, eccetera. Il professore aveva sempre ragione, la famiglia stava sempre dalla parte della scuola.

Questi comportamenti “educavano” i figli al rispetto dei docenti, delle persone adulte, a prescindere dai loro comportamenti di loro torto o ragione. Questo sistema educativo non determinava e non conosceva il bullismo. Infatti quando io ero giovane il bullismo non esisteva. Andare a scuola era un privilegio, tutti i ragazzi avrebbero voluto andare a scuola, purtroppo pochi potevano farlo. Io fui tra i privilegiati ma andavo tutte le estati a lavorare.

Oggi la scuola è obbligatoria e forse è per questo che i ragazzi la sentono come un fastidio a cui vorrebbero sottrarsi. Ma è forse questo mondo che genera il bullismo?

Romano Lenzi

 

Il Giro d’Italia parte da Israele: non è il caso di ripensarci?

Leggevo approfondimenti del Fatto sugli ultimi avvenimenti a Gaza e di colpo mi son ricordato che a breve inizia il Giro d’Italia, con la prima tappa che si svolge proprio in Israele.

Dati gli ultimi sviluppi, non sarebbe il caso di ripensare la scelta e cancellare questo discutibile evento che contribuisce a legittimare l’azione israeliana? Vale tutto ciò 10 milioni di euro?

Domenico Donniacono

Federica e i cronisti minacciati hanno bisogno dello Stato

“Sono qui perché le istituzioni non devono mai lasciare soli i cittadini soprattutto quando si tratta di lottare contro la mafia. Sono qui come sindaco della città per lanciare un messaggio forte e duro contro la malavita”.

Il sindaco di Roma Virginia Raggi in prima fila mentre la giornalista di “Repubblica” Federica Angeli testimonia contro il clan Spada di Ostia

 

Mi viene in mente una recente sentenza della Cassazione quando leggo del coraggio di Federica Angeli. Ha stabilito che anche le telefonate mute sono molestie e in qualche modo minacce. È capitato a molti, spesso a chi fa il nostro mestiere. Il telefono squilla. Pronto? Silenzio. Una, dieci, troppe volte finché si chiede un altro numero, possibilmente anonimo. Intanto però un tarlo ti accompagna. Chi è? Cosa vogliono da me? Ti senti minacciato, spiato, sporcato da quella voce muta. Quando esci ti guardi intorno, cambi le tue abitudini e quelle dei tuoi cari. E magari prima di scrivere un pezzo che tratta delle malefatte di questo o di quello ci pensi bene. Ora, provate a moltiplicare questa intrusione per mille e avrete una pallida idea di ciò che Federica (la chiamo per nome anche se non ci conosciamo) ha dovuto passare. Di come, da anni, la sua esistenza sia stata stravolta. E quella della sua famiglia. E quella dei suoi figli ancora piccoli. Per cosa, poi? Per non darla vinta ai criminali. Continuando a vivere lì, blindata, in quel quartiere di Ostia occupato militarmente dai mafiosi. Gli stessi che incroci per strada, nei negozi, delinquenti che ti sfidano con lo sguardo, con il sorriso dell’impunità. Che osano perfino intimidire tuo figlio perché non vogliono più leggere le inchieste che malgrado tutto continui a scrivere. Perché sanno che sai, che hai visto ciò che non dovevi vedere e non vogliono che testimoni contro la famiglia Spada. Finalmente alla sbarra. Federica ma chi te lo fa fare, pensa alla salute. Ma Federica ha tenuto duro, ha testimoniato, ha vinto la sua battaglia, che è anche la nostra se ci sentiamo Stato. Che è quella dei tanti giornalisti che, soprattutto al Sud, in posti lontani dai riflettori della cronaca nazionale, vivono la quotidianità delle minacce. Dei soprusi. Dell’amico che ti mette la mano sulla spalla: ma chi te lo fa fare? Dei parenti che forse ti considerano un problema. Fino a che si scopre che qualcuno voleva farti la pelle. Penso a uno fra i tanti, al collega Paolo Borrometi cronista dell’Agi, colpevole di non essersi voltato davanti a “quelle” notizie. Di aver scritto, di averci informato. Per questo insultato e minacciato da un boss di Siracusa. Giornalisti che avrebbero bisogno della solidarietà, troppo spesso latitante, delle istituzioni. Di un sindaco come Virginia Raggi che ti si siede accanto.

Chi fa la legge sulla Privacy difende Facebook in aula

È un professore universitario di fama, ordinario di Diritto costituzionale all’Università Bocconi di Milano e da qualche mese anche membro della task force dell’Ue per la lotta alle fake news. Ma Oreste Pollicino è sia membro della commissione che ha scritto la bozza di decreto sulle nuove norme della privacy, depenalizzando il trattamento illecito dei dati personali, sia un avvocato che Facebook ha assoldato per una causa italiana.

La vicenda. Poco prima di Pasqua, il Consiglio dei ministri ha approvato uno schema di decreto legislativo elaborato da una commissione i cui membri sono segreti. Il decreto, nel recepire il nuovo regolamento europeo sulla privacy, depenalizza il trattamento illecito dei dati personali lasciando come punizione per le aziende solo le sanzioni amministrative, quindi multe fino al 4 per cento del fatturato. Lo schema di decreto, che sarà di nuovo sottoposto all’esame delle commissioni e del garante italiano della Privacy prima di essere approvato definitivamente, aveva anche provocato il richiamo del Garante europeo della privacy, Giovanni Buttarelli, e di molti giuristi. Tra gli articoli pubblicati in difesa della scelta di depenalizzare il reato c’è quello della presidente della commissione, l’avvocato Giusella Finocchiaro, che invoca la necessità – smentita da altri giuristi – di evitare una situazione di ne bis in idem (duplice sanzione per lo stesso reato) e quello pubblicato il 17 aprile sul sito agendadigitale.eu dal titolo “Decreto Gdpr, perché abbiamo depenalizzato il trattamento illecito di dati personali”. Firmato da Oreste Pollicino.

Le osservazioni. “Valutata superficialmente – si legge nel testo – la scelta della nostra Commissione può apparire avventata, specialmente nel clima rovente scaturito dallo scandalo Cambridge Analytica. Se però l’analisi provasse ad andare oltre una prima lettura superficiale, la valutazione circa la scelta di una tendenziale depenalizzazione potrebbe apparire tutt’altro che avventata”. Pollicino e il suo coautore (Marco Bassini, assegnista di ricerca nella stessa università di Pollicino) sostengono che non si tratta di una depenalizzazione assoluta, spiegano che l’articolo 167 del Codice Privacy, che prevede sanzioni penali, “si sia rivelato assai limitato nel corso del periodo di vigenza”, aggiungono che il regolamento lascia libertà agli Stati di scegliere il tipo di sanzioni con l’obiettivo primario di evitare “lo spettro del ne bis in idem”. Anche loro riconoscono che sulla possibilità di mantenere sia le sanzioni amministrative che quelle penali ci sono interpretazioni contrastanti da parte delle Corti Ue: “Stante l’incertezza dei confini del ne bis in idem e la relativa flessibilità dimostrata dalle corti nell’interpretare questo principio, la scelta di escludere la previsione di sanzioni penali appare ispirata a cautela e lungimiranza”.

La sentenza. Pollicino, però, compare anche come avvocato nel collegio di difesa di una delle più grandi aziende che dai dati trae profitti. Ha infatti rappresentato Facebook in una causa la cui sentenza di secondo grado è stata depositata alla Corte d’appello di Milano il 16 aprile. Causa che vede il social network contrapposto alla startup milanese Business Competence per violazione del diritto d’autore e concorrenza sleale nella creazione della app Faroud che rintraccia eventi e luoghi vicini agli utenti. Secondo l’azienda, Facebook – che ha perso l’appello – ha creato la sua versione della app (Nearby Places) pochi mesi dopo Faroud e dopo la sua ammissione tra quelle autorizzate a utilizzare le funzionalità di Facebook. Pollicino ha rappresentato il social con i soci dello studio con cui lavora (Portolano Cavallo, di cui risulta of counsel, professionista non associato allo studio ma che presta le sue consulenze). Il Fatto ha provato a contattare il professore per chiedergli un commento, ma lui ha declinato.

L’amministratore di banca guadagna 50 volte il suo dipendente

L’amministratore di una banca guadagna 50 volte quello che mette in tasca un comune lavoratore. A diffondere questo dato è uno studio Uilca, sindacato del settore creditizio. Le retribuzioni dei manager bancari, depurate degli eventi straordinari, nel 2017 sono rimaste stabili (meno 0,15%) rispetto al 2016. Nonostante il calo della differenza (nel 2016 il rapporto era 59 volte), il sindacato sottolinea come nel 2017, e anche nell’anno precedente, nelle retribuzioni dei manager resta molto alta la parte fissa, che raggiunge l’83,9%. “É veramente imbarazzante che qualcuno di loro voglia ipotizzare che una parte dello stipendio di un impiegato debba essere legata ai risultati conseguiti”, dice il segretario Uilca Massimo Masi. Fa eccezione il gruppo Intesa Sanpaolo, la cui parte variabile si configura al 32,9% della retribuzione, mentre la media generale è del 16,1% per l’anno di riferimento. I compensi dei presidenti hanno subito una riduzione dell’8,9%, cosa che deriva soprattutto dalla decisione di UniCredit di diminuire del 40% il trattamento di alcuni vertici, nonché all’uscita, in Banca Monte dei Paschi di Siena, dell’ex amministratore delegato e dell’ex direttore generale.