L’ex pm: “Il Tav è una truffa”. Ma il pm archivia

“Un esposto cestinato senza passare attraverso il gip, eludendo l’interlocuzione con le parti e il controllo dell’opinione pubblica. È la regola per la Torino-Lione”. Livio Pepino – ex magistrato della Procura di Torino, poi in Cassazione e dal 2006 al 2010 al Csm, già leader di Md, ora presidente del Controsservatorio Valsusa – spiega così l’archiviazione di un esposto, depositato a settembre 2017 alla Procura di Roma, che riguardava presunte irregolarità dietro l’accordo tra governo italiano e francese di gennaio 2017, per l’avvio dei lavori definitivi della nuova linea ferroviaria Torino-Lione.

Il Tav, appunto, oggetto ancora oggi di scontro tra le scelte della politica e quella parte della popolazione che per anni si è opposta alla sua realizzazione, finendo in alcuni casi sotto inchiesta o perfino in galera. Pepino è uno dei firmatari – con Angelo Tartaglia, professore del Politecnico di Torino, dei sindaci locali e altre associazioni – di una denuncia in cui si chiede di fare chiarezza su ipotetiche “anomalie che hanno caratterizzato l’iter”, terminato con l’approvazione dell’accordo tra i governi. “Ci si riferisce – è scritto nell’esposto – alle forzature, alle attestazioni imprecise, ai giudizi tecnici realizzati e prodotti dai proponenti dell’opera, dai vertici dell’ Osservatorio per il collegamento ferroviario Torino-Lione, istituto con decreto del presidente del Consiglio dei ministri a marzo 2006, e dai loro consulenti”.

“Con tali artifici – continua l’esposto – particolarmente insidiosi per la natura pubblica degli organismi da cui provenivano, si è rappresentata una situazione di fatto diversa da quella reale e idonea a indurre in errore, sui vantaggi dell’opera, le istituzioni competenti che si sono determinate, ciascuna nell’ambito delle proprie attribuzioni, ad adottare atti funzionali al (parziale) finanziamento dell’opera fino all’approvazione” dell’accordo tra governi. Alla base di quest’ultimo, secondo i denuncianti, ci sarebbero “materiali (…) inattendibili perchè fondati su dati di fatto imprecisi e/o su elaborazioni scientifiche prive di fondamento, idonei a indurre in errore i decisori politici”. La conseguenza? Aver “procurato ai promotori e ai soggetti interessati all’opera l’ingiusto profitto consistente in un ingente impegno finanziario dello Stato per la realizzazione dell’opera, pur in assenza delle necessarie condizioni di utilità pubblica”. Per questo, quindi, si chiedeva alla Procura di Roma di accertare se vi fosse stata una truffa aggravata.

Dopo la denuncia è stato aperto un fascicolo a modello 45, ossia senza indagati né reati. Quando poi gli esponenti hanno chiesto al pm informazioni sugli sviluppi del procedimento – spiega Pepino – è stato loro risposto che non ne avevano diritto e che, in ogni caso, il magistrato “in assenza di fatti penalmente rilevanti, desumibile anche dall’esame dei lavori parlamentari, ha disposto la trasmissione degli atti all’archivio”.

La decisione di archiviare e le sue modalità sono oggi criticate da Pepino. “C’è da non crederci – spiega l’ex pm –. Archiviare in questo modo è possibile solo per gli esposti palesemente privi di rilievo penale. Qui, invece, si ipotizzava una truffa in base a elementi specifici. Era, dunque, doveroso spiegare perché la si è ritenuta insussistente e sottoporre la motivazione al giudice. Nulla di tutto ciò è stato fatto e il pm si è limitato alla curiosa affermazione di aver esaminato i lavori parlamentari (quasi che da essi dipenda la rilevanza penale di un fatto). Non è così che si fa chiarezza sulle anomalie del Tav. Inutile dire che non ci fermeremo qui”.

Dagli aerei agli slot: saccheggio programmato dell’Alitalia

Gli aerei? Da vendere ne sono rimasti appena 15. Gli slot, cioè i diritti di atterraggio e decollo? I migliori regalati agli arabi di Etihad. Il data base del programma Mille Miglia per fidelizzare i clienti? Consegnato all’Emiro di Abu Dhabi. L’area per la manutenzione dei velivoli che un tempo era un gioiello? Distrutta. Dicono da mesi che vogliono vendere Alitalia, ma da vendere in realtà c’è rimasto poco. C’è ancora un po’ di mercato che fa gola, ma anche quello si sta rimpicciolendo a vista d’occhio, appena il 15 per cento del totale dei passeggeri, 10 punti sotto l’irlandese Ryanair. Poi ci sarebbero i lavoratori, circa 12 mila tra piloti, assistenti di volo, impiegati, operai. Ma da tempo sono considerati un fardello più che una risorsa. Tra capitani coraggiosi messi in pista un decennio fa da Silvio Berlusconi, arabi di Etihad accolti nel 2015 come salvatori della patria e commissari straordinari che dal maggio 2017 gestiscono gli affari in gran segreto, Alitalia è stata svuotata e sperperato il suo patrimonio.

La storia degli aerei è esemplare. Solo 15 dei 118 jet della flotta Alitalia sono ancora di proprietà dell’azienda di Fiumicino. Un anno fa erano 41, ma nel frattempo 26 sono finiti in altre mani. Per la precisione: 21 in quelle di Gecas del gruppo General Electric e 5 in quelle dei tedeschi della Dvb Bank. Gecas e Dvb erano finanziatori di due delle 12 società di diritto irlandese che si chiamano tutte Apc (Aircraft Purchase Company) proprietarie degli aerei della compagnia italiana e controllate da un’altra società di diritto irlandese, la Challey, a sua volta controllata da Alitalia.

Le Apc hanno dato in pegno le loro azioni a garanzia dei finanziamenti e appena due settimane dopo il commissariamento, Gecas e Dvb hanno escusso il pegno sulle azioni prendendosi gli aerei. Hanno seguito cioè un percorso privilegiato per il rientro dei crediti perché, a differenza della capogruppo Alitalia, le società irlandesi proprietarie degli aerei non sono state commissariate. Non risulta che i tre commissari, Luigi Gubitosi, Stefano Paleari e Enrico Laghi, abbiano fatto ricorso contro l’escussione del pegno e ciò lascia supporre che il contratto delle Apc sia stato redatto a suo tempo in modo tale da consentire un’operazione del genere. Un’operazione, cioè, di spoliazione della compagnia che potremmo definire “programmata”.

Anche gli slot sono stati malamente persi da Alitalia e lasciati agli arabi di Etihad, cioè proprio coloro che tre anni fa avrebbero dovuto salvare la compagnia italiana dopo esserne diventati gli azionisti di riferimento con il 49 per cento del capitale. Gli slot in questione sono quelli dell’aeroporto internazionale londinese di Heathrow, merce rara e preziosa. Alitalia ha ceduto cinque preziosissimi slot a Etihad per 60 milioni di euro, una cifra estremamente bassa, fuori mercato. Così come riportato dall’Economist il 18 novembre 2017, Air France nello stesso periodo di tempo ha venduto un solo slot di Heathrow a Oman Air per la bellezza di 75 milioni di dollari, cioè circa 61 milioni di euro, cinque volte più del prezzo pagato da Etihad.

Se Alitalia avesse voluto avrebbe potuto per contratto riacquistare quei 5 slot dagli arabi (usciti nel frattempo dalla compagine azionaria) allo stesso favorevolissimo prezzo a cui li aveva venduti. Ma i tre commissari Alitalia non hanno voluto far valere questo diritto nonostante continuino a ripetere che l’unico modo per tentare di rilanciare la compagnia sia il lungo raggio per il quale sarebbero stati strategici proprio i diritti di decollo e atterraggio di Londra. Al limite i tre commissari avrebbero potuto riprendere gli slot per poi rivenderli al miglior offerente a un prezzo congruo guadagnandoci alcune decine di milioni di euro. Ma non è successo. E al Fatto che ha chiesto perché, Alitalia ha risposto che sulla vicenda è stato effettuato un audit (valutazione) interno all’azienda e che il prezzo di vendita è stato ritenuto giusto.

Le donne del Pd: “Ora una candidata alla segreteria”

Puntanoa scalare il Pd, formando un’associazione e forse presentando anche una candidata alla segreteria: sono le donne che hanno firmato il documento di Towanda, con il quale hanno denunciato le disparità di genere all’interno del partito. Alcune decine di donne del Pd di Bologna e dell’Emilia-Romagna si sono riunite ieri “per riflettere – si legge sulla pagina Facebook dell’ex parlamentare Marilena Fabbri – sulla formazione delle liste che hanno escluso da parte dei vertici le donne e non hanno rispettato le istanze di rappresentanza provenienti dai territori”.

Le donne sono state penalizzate da mancate candidature, paracaduti e ripescaggi previsti dal Rosatellum, ma adesso “non faremo più sconti a nessuno – dice la coordinatrice Lucia Bongarzone – siamo pronte a ricostruire il nostro partito ma con la nostra dignità e la nostra identità”.

Non si definiscono come una nuova corrente, ma come un “movimento trasversale” che potrebbe esprimere anche una possibile candidata alla segreteria, come sostiene l’ex senatrice Francesca Puglisi. Il documento di Towanda è stato firmato da un migliaio di militanti democratiche.

Riciclati, editorialisti, magistrati: nuova vita per gli ex onorevoli

C’è chi conta i denti ai francobolli, chi aspetta tempi migliori e chi si è già riciclato alla grande nella vita dopo il Parlamento. L’attuale legislatura è quella con il più alto tasso di ricambio della storia repubblicana, sono stati confermati solo il 34% dei seggi: orde di ex onorevoli sono rimasti fuori dai Palazzi. In pochi senza impiego.

L’ex deputata renziana Lorenza Bonaccorsi, sconfitta il 4 marzo in un collegio di Roma, ha trovato asilo alla Regione Lazio: Nicola Zingaretti l’ha nominata assessore al Turismo. Nel Pd laziale altri due avevano fiutato per tempo la malaparata e si erano candidati nelle liste del governatore: Marietta Tidei ed Emiliano Minnucci sono passati senza traumi da Montecitorio alla Pisana.

Più a nord, qualcuno benedice le morbide maglie della provincia autonoma di Trento. L’ex senatore tirolese Franco Panizza è stato restituito dopo una lunga aspettativa al dipartimento Foreste, Faune e Agricoltura del capoluogo (impiego prestigioso ma mai esercitato: vinse il concorso nel 2001 quando era già assessore regionale). Il leghista Sergio Divina invece lascia il Senato dopo 13 anni e si deve accontentare di un più modesto ufficio all’Apapi, l’agenzia per la previdenza integrativa della Provincia di Trento.

Generosa è anche la Sardegna. L’ex senatore Luciano Uras aveva a lungo brigato per una candidatura nel Pd con Dario Stefàno – entrambi “pisapiani” cooptati da Renzi – ma a differenza del collega il 4 marzo non ce l’ha fatta. Poco male: il presidente della Regione Francesco Pigliaru gli ha ritagliato un incarico “tecnico politico” nel suo gabinetto.

In questi giorni di trame e consultazioni, c’è molto lavoro per un altro ex parlamentare: Francesco Saverio Garofani – tre legislature nel Pd, e un lungo rapporto di fiducia con Sergio Mattarella – ora è consigliere politico del Quirinale.

Diversi, poi, i magistrati tornati al ruolo. La dem Donatella Ferranti è rientrata direttamente da giudice di Cassazione dopo 18 anni di aspettativa. Stefano Dambruoso (Scelta Civica) è in Procura a Bologna. Hanno chiesto il rientro anche l’ex Mdp Doris Lo Moro e il sottosegretario Domenico Manzione. Anna Finocchiaro, che aveva lasciato la Procura di Catania 30 anni fa, riprende la carriera ma non la toga: “Chiederò di essere assegnata– ha scritto al Corsera – a funzioni amministrative non apicali nel ruolo del ministero della Giustizia”.

Tra le anime più o meno smarrite c’è pure Ernesto Carbone. Malgrado il “ciaone” che gli hanno restituito gli elettori, fa politica più o meno come prima: soprattutto in tv e sui social (l’ultimo tweet fondamentale: “Quelli della Formula E sono i vegani della Formula 1”). È tornato a fare l’avvocato (ma il racconto è generico): “Esercito in un grande studio con sede in via San Lorenzo in Lucina”. A pochi passi da Montecitorio, e a poche traverse dall’agenzia di lobbying Utopia, dove sono stati visti transumare diversi ex onorevoli in cerca di ricollocazione (sulle identità, massimo riserbo). Commenta un altro ex, Daniele Capezzone: “Molti di quelli facevano i lobbisti già in Parlamento… almeno ora non fanno danni”. Lui – già radicale, berlusconiano e poi “fittiano” – si dedica al giornalismo: scrive su La Verità e dirige la rivista Atlantico.

Le porte tra i palazzi e le redazioni sono girevoli in entrambi i versi. Nicola Latorre, Pd, ex presidente della commissione Difesa al Senato, scrive un editoriale a settimana per Il Messaggero di Caltagirone, mentre l’eterno Denis Verdini si diletta da colonnista per Il Tempo dell’amico Angelucci (è diventato presidente del ramo Editoria della sua Tosinvest). Fabrizio Cicchitto dopo 6 legislature coltiva velleità da storico: scrive un libro su Forza Italia (“Sono arrivato al 2014”).

Francesco Russo (Pd), Alfredo D’Attorre e Miguel Gotor (LeU) hanno ripreso la carriera universitaria. Poco si sa invece sulle meteore dei 5Stelle (fatta eccezione per l’imminente ritorno in America latina di Alessandro Di Battista) ma pochi giorni fa si è riaffacciato alla Camera, da privato cittadino, Ivan Della Valle: di lui si erano perse le tracce dopo lo scandalo delle mancate restituzioni (il padre disse, poi smentito, che se n’era andato in Marocco con i quasi 200 mila euro che aveva omesso di versare). Ora verga parole amare sugli ex colleghi: su Facebook paragona M5S alla fattoria degli animali di Orwell.

Tutti, ma proprio tutti gli ex parlamentari si sono consolati con una buona uscita: la camera di appartenenza ha versato loro 45 mila euro a testa per ogni mandato. Il recordman è Carlo Giovanardi: 7 legislature e 315 mila euro di liquidazione. Sopravvive senza patemi: “Mi dedico alla filatelia”. Ovvero i francobolli. “Sto curando una mostra per il centenario del primo bollo stampato a Fiume, il 2 dicembre 1918”. Senza nostalgia: “Per Forlani ‘l’ambizione della posizione perduta porta gli uomini alla rovina’. Io sono stato ministro, sottosegretario, capogruppo; di posizioni non ne ho mancate molte”. Rosy Bindi ha lasciato il Pd e la politica dopo sei legislature. “Mi occupo di mia mamma, studio, riordino le carte. Sto mettendo a posto 30 anni di vita”. Dice di essere finalmente felice.

“Prof e intellettuali venduti alle poltrone. Ma poi finisce male”

Ad Atene la frontiera del terrorismo allarga i suoi obiettivi. Ammazza accademici che sono diventati politici. È la trama dell’ultima indagine di Kostas Charitos, il popolare investigatore inventato da Petros Markaris, ottuagenario ellenico nato a “Costantinopoli”.

Un giallo con tre politici uccisi: un ministro, un viceministro, un ex ministro. Un segno dal cielo per la rabbia populista. O no?

L’assassino nel romanzo non uccide i politici in senso stretto. Cerca professori universitari che abbandonano la loro cattedra per diventare ministri e, appena perdono la poltrona, ritornano all’università. È questa la ragione per la quale dedica gli omicidi a docenti morti che erano rimasti fedeli per tutta la vita all’università e ai loro studenti. Al giorno d’oggi questo è un grande problema per le università greche, perché molti professori non vedono l’ora di entrare nel governo.

È la logica della Casta.

D’altra parte, le università sono in difficoltà perché a causa della crisi mancano fondi per assumere altri professori. È ovvio che quando i professori lasceranno la loro posizione e ritorneranno ai loro corsi, ricominceranno a percepire i loro stipendi e le università non potranno fare nuove assunzioni. La conclusione è che molti corsi sono stati cancellati nonostante alcuni professori emeriti abbiano deciso di intervenire dando lezioni gratis.

Il primo a morire è Clearco Rapsanis, ministro per le Riforme amministrative. Viene avvelenato. Rapsanis è avido di dolci e potere, un uomo solo, odiato dalla moglie e dal figlio. Ma nonostante questo riduce al minimo la sua scorta.

È solo ipocrisia. Rapsanis e Archontidis (la seconda vittima, ndr) sono entrambi desiderosi di diventare ministri ma, allo stesso tempo, vogliono dimostrare alla gente che non sono i soliti professionisti della politica che girano sempre con la scorta della polizia al seguito.

In Italia Lega Nord e Cinquestelle hanno appena vinto le elezioni e va di moda andare a piedi, senza auto blu.

Dato che ci sono già passato, vorrei avvertirvi di non giungere a conclusioni affrettate. I politici del nostro partito di governo, Syriza, hanno fatto lo stesso. Ma da quando sono ministri la maggior parte di loro ha comunque la scorta.

La trama dell’Università del crimine è originale, se non geniale. Com’è nata l’idea?

Da tre fonti differenti. Primo, le proteste degli studenti, che perdono regolarmente delle lezioni a causa della carenza di insegnanti. Secondo, i professori universitari che combattono quotidianamente per far funzionare l’università e proseguire le lezioni tra incredibili difficoltà. Terzo, i professori emeriti, che mi hanno dato un’immagine disastrosa della condizione delle università. Dopo aver sentito alcune denunce mi sono arrabbiato con quei professori che hanno lasciato l’università per diventare ministri. È sempre così. Prima mi arrabbio, poi scrivo un nuovo romanzo.

Non dimentichiamo che i professori universitari, i cosiddetti “tecnici”, sono quelli che appoggiano le “lacrime e sangue” nel nome dell’Unione europea.

Lo so e sono d’accordo con lei. Molti accademici credono di poter sostituire i politici con soluzioni tecniche. Ma non è solo colpa loro. Per la maggior parte è colpa dei politici, a cui mancano le capacità, la volontà e la credibilità per imporre le soluzioni richieste.

Il secondo a morire è il viceministro Archontidis. E qui compare l’Italia. Il politico aveva studiato da noi ed era stato un simpatizzante di Lotta Continua. Poi si è convertito al Sistema: un classico di tutti i rivoluzionari.

Sì, ma l’Italia non è sola. La Grecia è un altro esempio. Molti parlamentari e membri del governo dell’odierna maggioranza hanno cominciato come rivoluzionari e sono finiti a far parte dell’establishment. Sono disposti a firmare qualsiasi cosa pur di mantenere il loro posto al governo e al Parlamento. Sono partiti con l’obiettivo di cambiare il Paese e sono finiti mentendo alla gente.

Lei ritorna anche sul caso Sofri per l’assassinio del commissario Calabresi nel 1972. Arrestato a causa di una testimonianza falsa contro di lui. Ne è certo?

Perché lo chiede a me? Dovrebbe chiederlo al personaggio del romanzo che ne parla. È un ex terrorista. Non conosco nessuna persona di sinistra, terrorista o non terrorista, che non sostenga che Sofri sia stato incastrato.

La Grecia che “viviamo” grazie a Charitos è ancora senza fiato. E sono passati tre anni dalla vittoria della sinistra.

La situazione in Grecia non cambierà nel prossimo futuro. Abbiamo ancora di fronte tempi lunghi e difficili. Onestamente, non solo questo governo, ma tutti i governi che sono stati in carica durante gli anni della crisi, hanno dato false speranze alla gente. Non hanno detto la verità e non ci hanno preparato ai tempi difficili. I greci hanno votato per Syriza perché erano disperati. Un popolo disperato non è lucido.

Nel frattempo in Italia la sinistra è scomparsa.

Sta accadendo in tutta Europa. Dobbiamo ammettere che la sinistra ha commesso gravi errori dopo la caduta dei Paesi socialisti. La sinistra europea si è avvicinata così tanto al centrodestra che ormai non c’è quasi differenza. Questo è quello che è accaduto, con l’eccezione di alcuni piccoli partiti di sinistra che non hanno alcun impatto. La cosa peggiore è che i partiti della sinistra ancora si rifiutano di affrontare i loro errori e ripensare a cos’è andato storto nelle loro politiche.

Questa volta il commissario prende il posto del suo capo Ghikas ma l’indagine langue. I presunti terroristi usano il veleno, come le donne, e lasciano rivendicazioni in onore di vecchi professori. È un rompicapo difficile, anche se lei si diverte a lasciare indizi qui e là per i lettori.

In questo romanzo ci sono importanti cambiamenti nella famiglia di Charitos e nella sua carriera professionale. D’altra parte, il romanzo precedente Il prezzo dei soldi aveva un finale amaro, anche per me che ne sono l’autore. Quindi, prima di cominciare il nuovo libro, mi sono detto che questo avrebbe dovuto essere più ironico e che doveva far ridere il lettore. Ha ragione sul fatto che questo romanzo ha una struttura più simile a quella del giallo tradizionale.

Questi tempi difficili mostrano la differenza tra studiosi e intellettuali. Questi ultimi sono più che altro commentatori, con un atteggiamento da “so tutto io”: è il brutto dei nostri tempi?

Viviamo in tempi in cui parlare è più importante che pensare. Molti intellettuali hanno un’opinione su ogni cosa e sono pronti in ogni momento a tirarla fuori. Sfortunatamente l’influenza dei social media ha contribuito a diffondere questa tendenza. Sarei più contento se si pensasse di più e si parlasse di meno.

Maestre diplomate: in duemila escluse dalle graduatorie

Ora c’è anche il pareredell’Avvocatura dello Stato: duemila maestri e maestre senza laurea verranno esclusi dalle graduatorie a esaurimento e non potranno entrare nel ruolo. Hanno tutti il diploma magistrale conseguito prima del 2001-2002 e hanno fatto ricorso contro una sentenza dello scorso dicembre del Consiglio di Stato che li escludeva dalle graduatorie per le cattedre. È probabile che lo stesso destino riguarderà molte più persone nei prossimi mesi. Secondo i sindacati, con l’arrivo delle sentenze da parte dei giudici del lavoro e dei Tar, ci sono circa 43 mila persone a rischio, tutte inserite nelle graduatorie a esaurimento. Le loro storie non sono tutte uguali: alcuni sono già in servizio da anni, altri invece non hanno fatto neppure un giorno di insegnamento.

Dal lato opposto ci sono circa 23 mila aspiranti insegnanti, laureati e molti vincitori di concorso, che ambiscono a quei posti che i diplomati non laureati lascerebbero liberi se la magistratura continuasse – come è probabile dopo la sentenza del Consiglio di Stato – a dare loro torto.

Brugnaro invita a votare l’amica Cisl. Risultato: voti dimezzati

Sonora bocciatura per Luigi Brugnaro, imprenditore e sindaco di Venezia. Aveva giocato pesante, alla vigilia delle votazioni per le rappresentanze sindacali del Comune, che negli ultimi anni è stato al centro di conflitti sindacali senza precedenti. Pensando di essere al timone di una delle sue aziende, aveva scritto ai quasi 3 mila dipendenti, invitandoli a votare per la Cisl (senza citarla), cioè l’unica sigla che ha finora siglato l’accordo decentrato, indicandola come la parte buona del personale, pronta a rimboccarsi le maniche e a lavorare. Tutti gli altri erano il “partito del no”, contrari alla modernizzazione.

Risultato: Cisl ha quasi dimezzato i consensi, passando dai 278 voti (12,6%) del 2015 a 161 voti (7,9%) e scendendo da 5 a 3 rappresentanti. A brillare Cgil e Uil, i maggiori antagonisti di Brugnaro e del suo piano di riduzione del personale e degli interventi sul territorio comunale. La Cgil è passata da 377 (17,1%) a 559 voti (27,5%) aumentando da 7 a 10 i delegati nella Rsu, la Uil è cresciuta da 497 (22,6%) a 563 (27,7%), confermando i 10 delegati. In calo alcune sigle autonome come Diccap (dal 24,3% al 15,3%) e Cobas (dal 14,9% al 12,6%).

“È un risultato straordinario che dà ragione alla nostra scelta di contrastare la linea della Giunta che sta destrutturando i servizi pubblici e umiliando i lavoratori – ha detto Daniele Giordano, segretario generale Funzione pubblica della Cgil – Il sindaco pensava con la propria lettera di orientare i lavoratori sul sindacato che lo sostiene, i risultati dicono che non ci è riuscito. Gli consigliamo di cambiare radicalmente linea e ascoltare le ragioni del lavoro se vuole rilanciare l’azione amministrativa nell’interesse della città”. Brugnaro cercava conferme, i lavoratori lo hanno bocciato, visto che solo l’8 per cento ha approvato le sue scelte su personale, incentivi, servizi educativi e chiusura delle municipalità.

I bulli a scuola e l’occidente

Si moltiplicano gli episodi di studenti, in genere delle prime classi, cioè adolescenti o preadolescenti, che offendono, minacciano, picchiano, umiliano i loro professori. Ma anche di genitori che aggrediscono i docenti. Sono solo le manifestazioni più appariscenti di una questione che solo apparentemente riguarda la scuola e i giovani, o in particolare l’Italia, ma si innesta nella profonda decadenza del mondo occidentale, il suo lento e inesorabile marcire. Dove tout se tient.

1. Il crollo del principio di autorità. Da troppi decenni, direi anzi da un paio di secoli, abbiamo privilegiato la libertà sull’autorità. Ma la libertà è la cosa più difficile da gestire. Del resto l’autorità non esisterebbe da millenni se non fosse necessaria alla convivenza sociale. Lo sapevano molti dei nostri maggiori, da Platone a Dostoevskij, pensatori di cui oggi è perfin difficile immaginare l’esistenza, in un mondo che non pensa più se non in termini scientifici, tecnologici, quantitativi.

2. La graduale scomparsa della famiglia come nucleo essenziale di una comunità, scomparsa che si lega ad un individualismo senza più freni e inibizioni.

3. La necessità assoluta dell’apparire per poter essere in una società dove ci sentiamo tutti omologati, tutti dei “nessuno”. Non è certamente un caso che i fenomeni di bullismo, scolastico e non scolastico, non abbiano, agli occhi di chi li compie, valore di per sé ma solo se visualizzati nel mondo globale.

4. Lo strapotere della tecnologia che ha preso il posto dell’umano. Dai robot alle macchine che si guidano da sole a tutto l’enorme complesso dell’intelligenza artificiale. Gli adolescenti poiché più fragili ma quindi anche più sensibili, sono solo la spia più evidente di una tragedia che ci coinvolge e ci travolge tutti.

Rimontare la china, a questo punto, è impossibile. Bisogna lasciare che il corpo malato si decomponga ulteriormente fino a diventare cadavere. Solo allora si potrà ricominciare.

Fare il sindaco è un incubo: serve il ministero delle Città

“Voi lo fareste il sindaco sapendo che ogni firma può costarvi la fama di delinquente?”, si domandava qualcuno qualche tempo fa. Io da 4 anni sono il sindaco di Bari e nonostante tutte le difficoltà continuerei a rispondere di sì. Ma vi assicuro che non è per nulla facile. Per preservare questa mia certezza bisogna, al giorno d’oggi, dotarsi di una buona armatura e di un’incrollabile dose di coraggio.

Fare il sindaco non significa inaugurare piazze e fare discorsi in consiglio comunale. Il sindaco passa la maggior parte del suo tempo a prendere decisioni scomode e impopolari. Un sindaco affronta ogni giorno sfide enormi senza avere quasi mai gli strumenti giusti per affrontarle; deve lottare contro una burocrazia che non lo aiuta, anzi, spesso gli mette i bastoni fra le ruote. Insomma un sindaco, se vuole fare bene il suo mestiere, sa che dovrà mettersi nei guai.

Succede quando ti arrivano cinque notizie di allerta, nel giro di poche ore, e tocca a te, proprio a te, solo a te, decidere se devi dare la precedenza a quella che ti segnala un incendio o a quella che ti avvisa di un temporale, se devi chiudere le scuole o evacuare un condominio. E mentre sai di stare decidendo della sicurezza e della vita delle persone, pensi che potrebbe arrivarti, da un momento all’altro, un avviso di garanzia per disastro o per omicidio colposo. È successo a Genova, a Livorno, a Senigallia, ora a Parma.

Succede ogni giorno anche in tanti piccoli comuni in cui i sindaci sono un po’ capi tribù, un po’ parroci, un po’ amministratori di condomino. Spesso ci sentiamo una via di mezzo tra SuperMario e il signor Wolf, quello che, in Pulp fiction, risolveva i problemi. Così si sarà sentita Chiara Appendino, qualche giorno fa, quando non ha potuto dare una risposta a due donne che chiedevano all’anagrafe di riconoscere come di entrambe un figlio che è di entrambe. O Massimo Caravaggio, sindaco di Gombito quando, un giorno, ha scelto di potare gli alberi che rendevano pericolosa la viabilità in una zona del suo paesino. Ebbene lo Stato, invece di consegnargli una medaglia al valore civico, l’ha multato perché “non formato per quel tipo di mansione”.

Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Perché in momenti come questi, da Gombito a Parma, da Bari a Torino, noi sindaci ci domandiamo: ha senso fare il sindaco in questo modo? E il dramma è che cominciano a domandarselo anche tanti potenziali sindaci. I quali, di fronte alle troppe responsabilità, all’impotenza di fronte ai problemi dei cittadini, ai rischi, anche giudiziari, legati a ogni decisione che dovrai prendere, cominciano a rinunciare anche solo all’idea di candidarsi.

È il caso (immagino non sarà l’ultimo) di un paese lombardo, Sorico, in cui a pochi giorni dalle elezioni non si è ancora trovato un cittadino disposto a candidarsi a sindaco. È un’eccezione, ma potrebbe presto diventare la regola: siamo stanchi di fare gli eroi in nome e per conto di uno Stato che non ci aiuta né ci sostiene. Se facciamo due conti scopriamo che le spese di funzionamento degli oltre 8mila Comuni pesano solo per l’8,7% sui conti pubblici e che la metà dei tagli operati in questi anni, 12 miliardi su 25, sono stati a carico dei bilanci degli enti locali, cioè risparmiando sulla carne viva dei cittadini.

Eppure, nonostante questo, noi sindaci siamo rimasti a bordo. Siamo rimasti accanto alle comunità che ci hanno eletto, si fidano di noi e continuano a ritenerci i più credibili tra i rappresentanti delle istituzioni. Per questo chiediamo a quelle istituzioni che noi rappresentiamo sul territorio, al nuovo governo, di sostenerci con i fatti, di darci un interlocutore diretto e serio che conosca i nostri problemi.

Chiediamo l’istituzione di un ministero delle Città. Non un carrozzone per creare nuove poltrone, ma un riferimento nel governo autorevole, serio e competente, che inauguri un approccio diverso alle questioni che i sindaci sollevano e che dia una visione strategica alle politiche urbane. Una visione che valorizzi i tratti distintivi dei Comuni che sono stati nei secoli il luogo centrale dell’identità, dello sviluppo e della vita del nostro Paese.

Presidente dell’Associazione
dei Comuni italiani
(Anci)

Sconti fiscali, l’Italia è il primo Paese in Europa: 799 voci

Record europeo, dell’Italia, per gli sconti fiscali. Nel nostro Paese le agevolazioni per imprese e famiglie valgono oltre 313 miliardi di euro e sono quasi 800, una realtà peraltro cresciuta sistematicamente negli ultimi anni: nel 2011 si attestavano a 250 miliardi ed erano 720. Una situazione che pone il nostro Paese in cima alla classifica di quelli che nel mondo fanno maggior ricorso, in rapporto al Pil, alle “eccezioni” in campo tributario: l’Italia (8% del Pil, prima in Europa) è seconda dietro l’Australia (8,2%) e precede gli Usa (7,6%), la Gran Bretagna (5,9%), la Spagna (3,8%), la Francia (2,2%) e la Germania (0,8%). In Italia tra il 2011 e il 2016 si è registrata una variazione in positivo, in termini percentuali, dell’11% per quanto riguarda il numero delle voci che compongono la complessa mappa di sconti tributari, salita di oltre il 23% in termini di valore. È quanto emerge da un’analisi del Centro studi di Unimpresa, secondo cui le agevolazioni fiscali in vigore nel 2016 sono dunque 799 e valgono 313,1 miliardi, 43 in più rispetto alle 756 del 2105 quando l’ammontare si era attestato a 289,5 miliardi.