La Flat Tax non funziona: la prova negli Stati Uniti

La flat tax è davvero miracolosa? Fa aumentare le entrate dello Stato riducendo l’evasione? Fa crescere gli investimenti delle imprese con benefici per tutto il sistema economico. La risposta è no, o meglio non c’è dimostrazione di questi automatismi sostenuti da chi, in Italia, propone l’introduzione della tassa piatta. Si tratta di un sistema di tassazione ad aliquota unica: tutti, indipendentemente da quanto si è ricchi, pagano la stessa percentuale di reddito (per esempio, il 15%).

Il centrodestra ci ha costruito l’intera campagna elettorale ma a smontare l’ottimismo sugli effetti di una simile riforma ci pensa un’inchiesta di Report che andrà in onda domani sera alle 21:15 su Rai3.

Matteo Salvini vorrebbe la tassa al 15% per tutti, il suo alleato di Forza Italia Silvio Berlusconi la suggerisce al 23% e, infine, l’Istituto Bruno Leoni la propone al 25%. Ora che le forze politiche dovranno trattare sui punti programmatici per dar vita a un governo, la questione ritornerà di moda e la trasmissione di domani sera offrirà il suo contributo alla riflessione. Il Movimento 5 Stelle, nel caso si vada verso un accordo con tutto o parte del centrodestra, sarà chiamato a mantenere la propria posizione contraria (i pentastellati vogliono una riduzione dell’Irpef per tutti, ma vogliono mantenere il sistema progressivo con diverse aliquote). Oggi in Italia abbiamo cinque scaglioni: da un minimo del 23% a un massimo del 43%. La proposta della Lega, invece, farebbe un favore ai ricchi: ogni anno, le famiglie con più di 70 mila euro di reddito guadagnerebbero 12 mila euro; solo 24 euro il vantaggio per chi guadagna meno di 10 mila. Un’ingiustizia che si spera di colmare con i vantaggi di sistema che ne dovrebbero scaturire. Ma, come detto, questa tesi è tutta da dimostrare.

Emblematica è l’esperienza dell’Illinois, dove le persone pagano il 4,95% del reddito e le imprese il 7%. Le cose – ha notato l’inviato di Report volato nello Stato Usa –, non vanno bene: il debito raggiunge i 148 miliardi di dollari e il pubblico non riesce neanche a sistemare le buche per strada. Nella città più grande, Chicago, servirebbero decine di miliardi per migliorare il sistema dei trasporti e riparare le tubature dell’acqua, ma “il gettito fiscale – ha spiegato a Report il presidente del Metropolitan Planning Council di Chicago – sono insufficienti”. Per finanziare la scuola, si usano i proventi delle imposte sulle case: quindi nelle comunità più povere, dove le abitazioni costano poco, i fondi sono scarsi, questo ha portato a un aumento delle rette universitarie e tanti giovani studenti sono andati a studiare in altri Stati.

L’obiettivo di un abbassamento generalizzato delle tasse è lasciare più denari nelle tasche dei cittadini per spingere consumi e investimenti e così creare occupazione. A questo tenderebbe la manovra di Donald Trump, che ha portato dal 39,6% al 37% l’aliquota massima per le società, e a questo tendono i sostenitori nostrani della flat tax. Ma si tratta di un atto di fede: nulla obbliga persone e imprenditori a rimettere in circolo i soldi risparmiati grazie a sconti fiscali. Semmai accade il contrario, come dice l’Ocse: dal 2000 è cresciuta la quota di soldi rimasti nelle casse delle aziende americane (dal 5 all’8,5% del Pil), ma gli investimenti netti sono scesi di un terzo. Le imprese si sono tenute ciò che lo Stato non ha chiesto loro sotto forma di tributi, insomma.

Anche l’assioma secondo il quale la tassa piatta renderebbe più attrattivo un territorio non sempre trova conferma. C’è un’impresa dell’Indiana, per esempio, che nonostante l’imposta flat al 6% e le promesse di nuovi sconti ha deciso comunque di spostarsi in Messico. In Indiana, negli ultimi trent’anni, si è decimata l’industria dell’acciaio a causa delle importazioni; nello Stato c’è comunque la piena occupazione, ma i salari sono bassi. Dunque, i ricchi sono più ricchi, e i bassi stipendi di chi lavora non bastano a coprire l’insufficienza dei servizi pubblici. Anche a Detroit (Michigan), che ospita l’industria automobilistica, i lavoratori non hanno tratto beneficio dalla tassa piatta. Addirittura, c’è un’inchiesta giudiziaria nella quale il vicepresidente di Fca Alphons Iacobelli di aver dato una mazzetta a un dirigente sindacale in cambio di un atteggiamento favorevole all’impresa in sede di contrattazione. Gli operai hanno fatto partire una class action.

In Europa dell’Est c’è chi ha provato ad “appiattire” il fisco per scucire imprese alle nazioni concorrenti. La Slovacchia, per esempio, ci è riuscita con l’Embraco: l’azienda, che produce compressori per Whirlpool, sta per lasciare il Piemonte e trasferirsi in Slovacchia. L’esempio però non deve far pensare che sia tutto oro. Bratislava riserva alle imprese un trattamento fiscale di favore (e i salari sono molto bassi), ma l’esperimento della flat tax non è stato positivo: è stata introdotta nel 2004 al 19% per tutti, ma nove anni dopo si è dovuto fare marcia indietro e rimettere le aliquote. Nel frattempo, non sono mancati enormi scandali di evasione.

Oggi si vota in Molise: i 5 Stelle partono dal 44% delle Politiche

Per la primavolta sulle elezioni regionali in Molise – regione da circa 300 mila abitanti – si concentra l’attenzione di tutto il Paese: si vota oggi dalle 7 alle 23 e, per l’evento, sono arrivati la bellezza di 100 tra giornalisti e cameramen di testate nazionali. Il risultato elettorale in Molise (e in Friuli tra sette giorni) potrebbe infatti – o almeno così ha dichiarato Matteo Salvini – influenzare la creazione di una maggioranza di governo. Non ci sono sondaggi ufficiali sulla competizione, ma quelli riservati di qualche giorno fa vedevano una corsa a due: il M5S, favorito, che parte dal 44,7% del 4 marzo, e il centrodestra, che ha fatto una campagna battente in regione e spera di recuperare i 14 punti di distacco dai grillini accusati alle Politiche. In realtà, il voto della coalizione conservatrice è importante soprattutto per i pesi interni: 50 giorni fa Forza Italia aveva preso il 16,1% e la Lega un lusinghiero 8,6 (Meloni solo il 3 per cento), ma le rilevazioni delle ultime settimane segnavano addirittura un rovesciamento della situazione a favore di Salvini, favorito anche dalla gestione non proprio arguta del partito berlusconiano (due ras azzurri delle preferenze hanno ottenuto il permesso di presentare due liste civiche).

E il Pd torna nel freezer: “Aspettiamo il Colle”

Nel Partito democratico si registrano, al momento, due linee di pensiero sul rapporto con i Cinque Stelle: quelli che aspettano le prossime decisioni del Quirinale e quelli che aspettano il dibattito sui programmi. In entrambi i casi, dunque, non si segnalano passi in avanti verso la formazione di un governo Pd-M5S. Forse, passi indietro e il costante silenzio di Matteo Renzi, l’ex segretario dem che condiziona fortemente l’orientamento dei gruppi parlamentari.

Il più disponibile nei confronti del Movimento è il sindaco di Milano. Dice Beppe Sala: “Auspico assolutamente un dialogo tra Pd e M5S, partendo dal presupposto che ovviamente su alcuni principi fondamentali bisogna intendersi. Tra reddito di cittadinanza e il nostro modello di welfare solidale, che porta aiuto a tanti e coinvolge il terzo settore, è chiaro che io scelgo il nostro. Detto ciò, bisogna parlare con tutti, però va fatta una riflessione sui programmi. Non servono mille cose, ma quattro cinque cose fondamentali. Non possiamo pensare di allearci con chi pensa distruggere quello che la sinistra ha fatto fino a oggi”. E su Renzi, che Sala non sente da un po’, spiega: “Per me è indecifrabile anche perché non sta parlando. Parlano un po’ i suoi, ma da ciò non si riesce a capire cosa abbia in testa”.

Il segretario reggente Maurizio Martina, dopo alcune dichiarazioni che facevano presagire uno scongelamento del Nazareno, frena su tutto: “Noi dobbiamo fare una cosa: aspettare le indicazioni del presidente Mattarella e capire quale sarà lo scenario da domani. Dal punto di vista politico, è indubitabile che abbiamo vissuto 48 giorni di una polemica continua tra le cosiddette forze vincitrici del 4 marzo e questo la dice lunga sulla capacità di creare una prospettiva. Il Paese è fermo siamo passati da ‘prima gli italiani’ a ‘prima i fatti loro’ e questo è inaccettabile”. E contestualmente, dal partito arriva una smentita sui presunti contatti fra Renzi e Davide Casaleggio. All’improvviso, però, il ministro Andrea Orlando, capo della minoranza, parla come i renziani: “Tocca a loro, tocca agli altri. Il Movimento sta alacremente lavorando per costruire un’asse con la destra”.

Orlando si limita a guardare all’interno del Pd e critica la scelta di rinviare l’assemblea inizialmente prevista per ieri: “Vuol dire che il partito non riesce ad imboccare la strada per una discussione”.

La botta finale a un possibile contatto M5S-Pd, almeno per ora, arriva tramite il renziano Andrea Marcucci, capogruppo dem al Senato: “Ormai Di Maio, pur di fare il premier, chiede l’appoggio esterno a tutti, anche a Qui, Quo, Qua. Ma loro, come è noto, vogliono Paperino alla Presidenza del Consiglio. Forse mediazione su Paperon de’ Paperoni. Quante revisioni del programma dovrà prevedere Casaleggio per accontentare Di Maio?”.

M5S, rotta verso Salvini. “Ma si decida entro domani”

La differenza è già negli aggettivi, quindi nei toni. Perché con il Matteo Salvini sempre più inquieto “possiamo fare cose molto importanti”. Mentre le aperture plurime dal Pd “fanno piacere”. In un sabato già estivo, dal Salone del mobile di Milano, Luigi Di Maio conferma che la rotta alla ricerca di un governo punta sempre più verso la Lega. Tanto che anche ieri, dopo il venerdì del riavvicinamento, ha scambiato messaggi a ripetizione e telefonate con il segretario del Carroccio, ragionando di punti di programma e scenari. Mentre non ha incontrato il segretario reggente dem Maurizio Martina, che pure transitava per il Salone.

Però Salvini deve sbrigarsi. Perché dal Movimento riparlano di ultimatum: “Ci aspettiamo segnali chiari entro domani, altrimenti lunedì si muoverà il Quirinale con un mandato esplorativo a Roberto Fico per sondare un accordo tra noi e il Pd, dove si stanno aprendo al confronto”. Non solo. “Il Colle – assicurano – è stufo delle giravolte di Matteo, ogni ipotesi di governo del centrodestra è finita con l’esplorazione della Casellati”.

Ergo, nelle prossime ore il Carroccio deve strappare con Silvio Berlusconi, o almeno muoversi in maniera decisa in quella direzione. Rassegnandosi ad avere Di Maio a Palazzo Chigi, “perché di terzi nomi non ce ne sono”. In cambio, avrà ministeri di peso e un programma calibrato anche sulle sue esigenze. Scadenze e condizioni che ovviamente Salvini potrebbe anche ignorare, per aspettare le Regionali in Friuli Venezia Giulia. Ma la sua rottura con il Caimano appare possibile. E può favorirla anche la sentenza del tribunale di Palermo sulla trattativa Stato-mafia: “Uno spartiacque”, secondo Di Maio. Molto meno rilevante per Salvini. Però la sentenza è pur sempre un nodo in più nel rapporto traballante tra Forza Italia e il Carroccio, silente sulla decisione. E comunque il leghista si era mosso già prima dei giudici: agevolato proprio da Silvio Berlusconi, che venerdì mattina aveva parlato di un possibile aiuto in Aula “da Pd e gruppi misti” a un governo di centrodestra.

Un autogol, perché ha permesso al leghista di tuonare contro “chi guarda a sinistra, mettendosi fuori da solo”, ventilando “tre passi in avanti”, da solo. Non a caso, ieri mattina Berlusconi ha abiurato: “Non ho mai detto di voler fare un governo coi voti del Pd, e non c’è nessun contatto con i dem”. Ed è la conferma che l’ex Cavaliere teme lo smarcamento di Salvini.

Nell’attesa, Di Maio semina frasi al rosolio: “So bene il momento politico che vive la Lega, ma ho avuto modo di testare la sua affidabilità quando abbiamo eletto le cariche in Parlamento e sono sicuro che se firma un contratto di governo terrà fede ai patti”. Per poi celebrare: “Con il Carroccio possiamo fare un buon lavoro, e cose importanti”. Però non bisogna sbilanciarsi troppo. E allora, ostenta fiducia nel Fico esploratore: “Di lui posso dire solo cose buone”. Ovvero, il Pd non potrà strumentalizzarlo contro di lui. Poi ribadisce come il contratto alla tedesca sia un’ipotesi che vale ancora sia per la Lega che per il Pd: “Ho incontrato il professor Giacinto Della Cananea, che ha concluso il lavoro istruttorio per trovare i punti di contatto con i programmi di Lega e dem”. Quindi ora si potrà passare al contratto, da tarare a seconda dell’interlocutore. Su Facebook Di Maio promette: “Ci saranno aiuti alle famiglie con figli, misure per il lavoro, più sicurezza, sburocratizzazione”. Ma non si è ancora passati alla redazione del testo. Nel quale ci sarà la riforma dei centri per l’impiego, base essenziale per il reddito di cittadinanza, per cui servirà almeno un anno. “Un punto che va bene a tutti” dicono dal M5S.

Sul reddito invece c’è discussione: perché preoccupa la Lega, portabandiera della flat tax, e non convince il Pd. Così nel Movimento riflettono se “sfumarlo”, rendendo la sua introduzione più graduale, quindi meno onerosa (“ma resta un pilastro” ). Poi c’è il tema sicurezza, e su questo il contatto con il Carroccio si troverà puntando innanzitutto “sull’aumento di 10mila unità delle forze dell’ordine”, già previsto nei 20 punti di programma del M5S. Dove si parlava anche di superamento della legge Fornero, con l’entrata in pensione dei “quota 100” (somma di età e anni di contributi). Misura quasi identica nel programma del Carroccio. Poi però ci sono anche gli Esteri. E su questo tema le distanze tra l’ormai atlantista Di Maio e il filo-russo Salvini, che pochi giorni fa ha formulato gli auguri al rinnovato presidente ungherese Orban (quello del muro anti-migranti), si fanno larghe. Tanto che il capo dei 5Stelle non vi fa cenno. “Bisogna venirsi incontro, e io ce la metterò tutta per andare incontro alle esigenze di chi ci può dare una mano” chiosa. Ecumenico e fiducioso.

Pakistana sgozzata da padre e fratello: voleva sposare un italiano

Sana Cheema aveva solo 25 anni, veniva da Gujrat, in Pakistan, e da qualche anno viveva a Brescia. Qui ha frequentato le scuole, per poi lavorare in un’autoscuola. Aveva un sogno: sposare il compagno italiano. Per questo un paio di mesi fa è tornata in Pakistan, a fare visita ai propri parenti, anche per ribadirgli la propria decisione. Ma il viaggio è stato di sola andata: nella sua città di origine è stata sgozzata dal padre e dal fratello, entrambi ora arrestati. Una storia tragica, rivelata dal Giornale di Brescia, che ha sollevato un’ondata di polemiche. “Quanta tristezza – scrive su Facebook Matteo Salvini – quanta rabbia. (…) In Italia nessuno spazio per chi viene a portare questa ‘cultura’”. Per la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, Sana è “vittima di un fondamentalismo tribale che considera la donna un essere inferiore all’uomo, da uccidere come fosse carne da macello”. “Da queste ‘culture’ che piacciono tanto alla sinistra – aggiunge – non abbiamo nulla da imparare”. L’episodio ricorda l’omicidio di Hina Saleem, uccisa nell’agosto del 2006 dai familiari a Ponte Zanano (sempre nel Bresciano), e seppellita nel giardino di casa. La famiglia non accettava la sua volontà di vivere e vestire “all’occidentale”.

“Dio è risorto”: Guccini da Bergoglio

Appoggiato alle transenne in piazza san Pietro, come un pellegrino qualunque. Unica barriera, gli occhiali da sole per proteggere gli occhi malandati. A mezzo secolo dall’uscita di Dio è morto e dalla rivoluzione del Sessantotto, Francesco Guccini è “sceso” a Roma dal suo appennino tosco-emiliano per stringere la mano a papa Francesco e scambiare due chiacchiere con lui.

Piazza san Pietro, ieri mattina. Bergoglio accoglie 12 mila pellegrini provenienti dalle diocesi di Cesena e Bologna, che così “restituiscono” la recente visita del pontefice nella loro terra, nello scorso autunno. C’è Guccini, politici come Prodi e Casini ma anche Gianni Morandi e a un certo punto, per tutta la piazza, risuona Piazza Grande di Lucio Dalla, cantata dallo stesso Morandi. Il vescovo di Bologna è don Matteo Zuppi, romano e “prete di strada” proveniente dalla comunità di sant’Egidio.

L’incontro tra Guccini e Bergoglio è avvenuto intorno a mezzogiorno ed è al centro di una lunga cronaca dell’Osservatore Romano.

Per l’occasione, il quotidiano della Santa Sede ha ricordato la tormentata storia di Dio è morto, la canzone che Guccini scrisse nel 1965 e fu poi portata al successo dai Nomadi nel 1967, diventando uno degli inni dell’imminente Sessantotto. Il testo fu infatti censurato dalla Rai democristiana, spaventata dal fatto che il titolo richiamasse il celebre aforisma di Friedrich Nietzsche. Probabilmente non lessero neanche la parte del testo improntata invece alla speranza. Meglio, la lessero ma si fermarono alle strofe contro il potere o che evocano i campi di sterminio.

Lo stesso Guccini, in seguito, spiegò che l’ispirazione gli era venuta dal poeta americano Allen Ginsberg Howl. E così, alla fine, a trasmettere il brano e a rompere la censura democristiana della tivvù di Stato fu addirittura Radio Vaticana, che al contrario dell’ottusità della Rai, colse lo spirito della strofa finale.

Questa: “Ma penso/ Che questa mia generazione è preparata/ A un mondo nuovo e a una speranza appena nata/ Ad un futuro che ha già in mano/ A una rivolta senza armi/ Perché noi tutti ormai sappiamo/ Che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge/ In ciò che noi crediamo, Dio è risorto/ In ciò che noi vogliamo, Dio è risorto/ Nel mondo che faremo, Dio è risorto”.

Guccini definì Dio è morto come la “sua unica canzone politica” e l’ha sempre suonata in decenni di concerti. Quattro donne l’hanno poi interpretata nel tempo come cover: Caterina Caselli, Fiorella Mannoia, Gianna Nannini, Ornella Vanoni.

“Il palazzo stava crollando”. Ma nessuno evitò la strage

Salvatore è vivo perché alle 3 di notte, tre ore prima del crollo, se ne andò a pesca. Ma prima di uscire di casa si accorse che una crepa si era allargata a tal punto “che vi aveva infilato un coltello e la lama era penetrata per 2/3 centimetri”. Giuseppina invece è rimasta schiacciata sotto le macerie. Qualche settimana prima si era sfogata con un’amica: “A casa mia si sono create crepe così grandi che posso infilarci una mano”. Il giorno prima di morire aveva urlato al telefono di aver visto sul muro “un animale che si arrampica”. Poi guardò meglio. Era “una spaccatura nel muro della camera da letto”. Un operaio ha riferito di aver visto due giorni prima del crollo “crepe lunghe 50 centimetri e larghe mezzo centimetro” nell’appartamento al secondo piano dove si stavano svolgendo i lavori più invasivi. Un altro operaio ha aggiunto che le crepe “erano visibili anche all’esterno”. E per giorni si era ascoltato il fracasso di un martello pneumatico in azione diverse ore al giorno. Il palazzo di via Rampa Nunziante a Torre Annunziata (Napoli), dove erano in corso interventi di profonda ristrutturazione al secondo piano, e altre opere al primo piano, si stava sbriciolando sotto gli occhi di inquilini e passanti preoccupati. Nelle case gli infissi non si chiudevano e le porte strisciavano. La sorella di una delle vittime ha messo a verbale che “dieci giorni prima del crollo il balcone che affacciava sul giardino del secondo piano si era talmente inclinato verso il basso che nell’uscire fuori ebbi un senso di disagio e di paura”. Ma nessuno è intervenuto. Nessuno ha denunciato il pericolo. Nessuno ordinò lo sgombero.

Così otto persone hanno perso la vita all’alba del 7 luglio 2017 nel crollo di una palazzina di cinque piani che guardava la spiaggia di Torre Annunziata. Si chiamavano Giacomo Cuccurullo, Adele Laiola, Marco Cuccurullo, Giuseppina Aprea, Pasquale Guida, Anna Duraccio, Francesca Guida e Salvatore Guida. Sono vittime – scrive la Procura di Torre Annunziata – di lavori abusivi al secondo piano del fabbricato che ne hanno scarnificato le mura attraverso la demolizione dei tramezzi, fino a indebolire irrimediabilmente la struttura. È la sintesi di una perizia di 133 pagine dei professori Nicola Augenti e Andrea Prota, corredata dai verbali di interrogatorio della polizia giudiziaria. Il fabbricato, affermano i periti, era a sua volta urbanisticamente illegittimo: cinque piani eretti con una licenza del giugno 1957 per una villetta bifamiliare. Erano gli anni del boom del mattone. Nei giorni scorsi i pm Andreana Ambrosino e Silvio Pavia, coordinati dal procuratore aggiunto Pierpaolo Filippelli, hanno notificato sedici avvisi di conclusione delle indagini verso chi ordinò le opere senza le autorizzazioni e verso i tecnici accusati di aver certificato il falso. E ora gli indagati, difesi da alcuni dei migliori avvocati locali – Elio D’Aquino, Gabriele Di Maio, Vincenzo Maiello – hanno in mano le carte di una battaglia processuale difficile. I verbali che pubblichiamo sono stati raccolti da polizia e carabinieri nei giorni immediatamente successivi alla strage. Parlano i sopravvissuti degli appartamenti rimasti in piedi. Parlano gli amici e le amiche di chi ci ha lasciato la vita. Parlano alcuni professionisti che trafficarono intorno ai lavori. Il racconto complessivo di un disastro preceduto dalla paura e dalla consapevolezza che qualcosa stava andando storto. I giornali locali scrissero che il proprietario del secondo piano, Gerardo Velotto (indagato), lo stava rifacendo da capo per trasformarlo in bed and breakfast. Ma gran parte della palazzina era stata modificata o era in corso di modifica. Il pomeriggio prima del crollo ci fu un summit di tecnici a casa Velotto, alla presenza del proprietario. Videro le crepe. Sapevano. Partecipò anche Giacomo Cuccurullo, architetto del Comune, settore edilizia privata. Abitava al quinto piano con la sua famiglia. Sterminata. Se fosse sopravvissuto, i pm avrebbero indagato anche lui.

“Storia d’Italia riscritta”

 

La sentenza della Corte d’assise di Palermo “ha stabilito in primo grado che la trattativa tra l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra e gli uomini delle istituzioni non solo c’è stata, ma ha anche toccato i massimi vertici dello Stato italiano. E questo proprio mentre venivano assassinati i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e le loro scorte, nonché cittadini inermi, vigili del fuoco e agenti di polizia, nelle stragi di Firenze e Milano, e venivano fatte esplodere bombe nel cuore di Roma”. Lo sottolinea L’Osservatore Romano di ieri in un servizio dedicato alla sentenza nella quale sono stati condannati venerdì in primo grado tre ex alti ufficiali del Ros e l’ex senatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri. “Una sentenza – evidenzia il quotidiano del Vaticano – che riscrive una fase importante della storia italiana, quella a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, e che ha visto il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica”

Sul Tempo è “onore a Mori”. Vittorio Feltri non la mette in prima

La sentenza che scrive una pagina di storia d’Italia per alcuni quotidiani non vale nemmeno una pagina di cronaca. Sulla prima di Libero, per esempio, la trattativa Stato-mafia non c’è, ancora non esiste: il giornale diretto da Vittoria Feltri si occupa di “Scemocrazia” – singolare definizione dello stallo politico –, di Vallanzasca che resta in carcere, del 25 aprile e la Liberazione che “non tira più”, della “Vita agra e morte atroce dei maiali”. Qualsiasi cosa pur di non citare il processo di Palermo, di cui si parla a pagina 6. Solo per ridicolizzarlo: “Che tempismo. Sulla trattativa di governo irrompe quella Stato-mafia”.

La rimozione e l’ironia sull’argomento sono la cifra costante – non da ieri – di tutti i giornali berlusconiani e di destra. Giuliano Ferrara ne ha fatto una bandiera del suo Foglio: l’inchiesa di Di Matteo per l’elefantino era “una spaventosa messinscena” (articolo del 22 gennaio 2014). La linea è sempre quella. Il titolo sulla prima pagina di ieri ne è un’ennesima declinazione, fantasiosa: “Sentenza grillina sulla Trattativa”, scrive il quotidiano diretto da Claudio Cerasa, “La Corte d’assise di Palermo condanna Mori, Subranni e Dell’Utri e apre una nuova stagione d’assedio contro il Cav. Le sentenze ignorate, il mistero del pataccaro Ciancimino, il trionfo del circo mediatico, il populismo dei giudici popolari”.

Il Tempo in prima la tocca piano: “Onore a Mori”, a caratteri cubitali e a tutta pagina. Più sobrio paradossalmente – e si fa per dire – è lo stesso Giornale della famiglia Berlusconi, che titola: “Il teorema della trattativa, condannati Dell’Utri e Mori”. E nell’occhiello: “Sentenza assurda a Palermo”.

A La Verità di Maurizio Belpietro va riconosciuta una soluzione del tutto originale: in prima pagina c’è giusto un vago accenno al processo nell’occhiello del titolo di apertura (“Sulle trattative piomba anche la sentenza Stato-mafia”). Nel corpo del giornale invece non c’è nemmeno un articolo di cronaca che racconti cosa è successo a Palermo, o un pezzo storico che spieghi almeno di cosa si stia parlando, ma solo un commento, piazzato per caso in pagina 7 (“Lo Stato ha condannato sé stesso a passare da zerbino della mafia”). Inizia così: “Clamorosa e durissima sentenza di primo grado sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia”.

Proprio così: la “cosiddetta trattativa”. Il riflesso di negare ogni fondamento storico ai fatti accertati a Palermo resiste senza un graffio alla sentenza di primo grado. Non solo nei giornali berlusconiani o filo berlusconiani. Ovunque si assiste a esebizioni di garantismo a oltranza. Su La Stampa, a fianco dell’intervista a Nino Di Matteo c’è quella a Nicola Mancino, l’ex ministro assolto dall’accusa di falsa testimonianza, che nel titolo afferma: “Sono stato vittima di un teorema che doveva mortificare lo Stato”. Insomma: in una pagina del giornale torinese si scrive “La trattativa ci fu”, in quella accanto – per bocca dell’ex ministro – si torna a parlare di “teorema”.

Le parole di Mancino peraltro sono state ben valorizzate dalla maggior parte dei giornali e da tutti i telegiornali Rai (il Tg1 nel comparto Stato-mafia ha mandato in onda una sua intervista di un minuto. E poco più tardi ha riportato la “dura polemica” di Forza Italia e lo sdegno di Berlusconi: “Assurdo e ridicolo accostare il mio nome alla trattativa Stato-mafia”).

Infine, è proprio il più autorevole e il più letto dei quotidiani italiani quello che sceglie la posizione più prudente, per usare un eufemismo. Il Corriere della Sera piazza l’articolo in pagina 10. Il titolo in prima, su due righe, si mantiene equidistante: una è per la sentenza (“Per i giudici ci fu la trattativa Stato-Mafia”), la seconda è per l’ex Cavaliere (“Berlusconi: realtà falsata, denuncio il pm”). Nell’attacco del pezzo di cronaca, la solita vecchia formula: “Dopo cinque anni di processo sulle cosiddette trattative fra Stato e mafia”…

I profeti della non-Trattativa: “Zero prove, boiata pazzesca”

Madonna che silenzio c’è stasera. E dire che fino all’altroieri, di trattativa Stato-mafia, ovviamente “presunta”, “supposta”, “cosiddetta”, parlavano e straparlavano tutti. In attesa che le presunte Istituzioni (a parte il presidente della Camera, Fico) e il supposto Pd ritrovino la favella per pigolare qualcosa su una sentenza che descrive pezzi dello Stato, della politica e dell’Arma complici del ricatto mafioso a suon di stragi nel 1992-’94, riproponiamo le migliori profezie dei Nostradamus italioti. Che avevano capito tutto.
Povero Mori. “Su queste indagini c’è una guerriglia tra poteri. Mori è soltanto una delle vittime” (Emanuele Macaluso, Corriere della Sera, 9.3.2012).

Ma B. non c’entra. “Finito il fango. La sentenza per le stragi di Firenze smonta il teorema manettaro: Forza Italia non c’entra” (il Giornale, 13.3.2012).

Due lire. “Quelle centomila firme del Fatto sulla storia da due lire di Ingroia. Per i pm negli anni 90 ci fu una combutta tra Stato e mafia per salvare la criminalità. La solita scorciatoia per leggere la tragedia italiana, sottoscritta da Travaglio & C.” (Giampiero Mighini, Libero, 15.8.2012).

Viva viva la trattativa. “Quando è in corso una guerra la trattativa tra le parti è pressoché inevitabile per limitare i danni… Qual è dunque il reato che si cerca, la verità che si vuole conoscere?” (Eugenio Scalfari, Repubblica, 19.8.2012).

Populismo giuridico. “Un blocco che fa capo al Fatto, a Grillo, a Di Pietro, che sta reindirizzando il reinsorgente populismo italiano… Il blocco punta sulla Procura di Palermo perché a Palermo si ipotizza, vedremo quanto fondatamente, che uomini politici, peraltro non individuati, abbiano negoziato con la mafia… Il populismo giuridico usa le Procure come clava politica e punta al Quirinale per abbattere Monti” (Luciano Violante, Pd, La Stampa, 20.8.2012).

Grottesco. “Per dirla molto brevemente… questa inchiesta non sta in piedi… Tutto questo è particolarmente grottesco” (Enrico Deaglio, In Onda, La7, 23.8.2012).

Minchiate. “La trattativa Stato-mafia è una minchiata. Non c’è niente di niente. E invece gli Ingroia ci propinano queste sciocchezze che i loro cani da guardia, come Travaglio, volgarizzano. Io però non mi faccio mettere l’anello al naso” (Giuliano Ferrara, il Giornale, 29.8.2012).

Roba da portinaie. “La trattativa Stato-mafia è una bufala, non sta in piedi, è un’inchiesta da portineria politica… non esiste il reato, non esistono le imputazioni, non esistono imputati… non c’è il movente, non ci sono testimoni, non ha nessuna possibilità di arrivare a condanna, se pure si arriverà al dibattimento” (Andrea Marcenaro, Il Foglio, 13.9.2012).

Ruminanti. “Un’ipotesi di accusa scivolosa, un processo che nasce ruminando le carte di altri processi, con un vizio di origine logico prima che giuridico” (Elisabetta Cesqui, magistrato e membro del Csm per Md, Corriere della Sera, 8.10.2012).

Attentato all’Unità d’Italia. “Valutare tutti gli aspetti, compresi quelli giudiziari, di una vicenda, come la presunta ‘trattativa’ tra Stato e mafia, che ha posto in grave pericolo l’unità nazionale” (Piero Alberto Capotosti, presidente emerito della Consulta. Il Gazzettino, 13.10.2012).

Fantaromanzo. “Il fantaromanzo della trattativa. La trama non sta in piedi… Non dovrebbe valere neppure la carta su cui è scritta” (il Foglio, 7.11.2012).

Esagerati! “Nell’articolata memoria sulla trattativa Stato-mafia depositata dai pm nell’udienza preliminare colpisce la sproporzione tra i fatti accertati e le inadeguate conseguenze penali agli stessi collegate con la richiesta di rinvio a giudizio” (Giovanni Pellegrino, ex senatore Ds, l’Unità, 8.11.2012).

Pirandellismo. “Trattativa: un reato in cerca d’autore… Una trattativa postula uno scambio: dov’è la concessione alla mafia?” (Alessandro Bernasconi, Corriere della Sera, 3.12.2012).

Patacca. “Ingroia e quel potere basato su un’inchiesta pataccara” (il Foglio, 6.12.2012).

Tirata politica. “Leggo e rileggo carte giudiziarie da 30 anni e devo confessare che poche volte mi è capitato tra le mani un documento così scadente come la memoria dei pm di Palermo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Non si tratta infatti di un documento giudiziario, ma di una tirata politica” (Pino Arlacchi, eurodeputato Pd, l’Unità, 21.12.2012).

Profumo d’intesa. “Fra Stato e mafia ci fu una tacita e parziale intesa fra parti in conflitto, non una trattativa” (relazione della commissione Antimafia presieduta da Giuseppe Pisanu, 9.1.2013).

Niente di niente. “Tanto vale dirlo subito, meglio prima che dopo: non servirà a niente, non si capirà niente, non farà luce su niente, finirà in niente” (Filippo Facci, Libero, 28.5.2013).

De noantri. “A Palermo parte la Norimberga de noantri” (Giorgio Mulè, Panorama, 29.5.2013).

Boiata pazzesca. “Il processo sulla trattativa è una boiata pazzesca. Manca il movente, mancano le prove e non è chiara nemmeno la formulazione dei reati” (prof. Giovanni Fiandaca, ordinario di Diritto penale Università di Palermo, Il Foglio, 1.6.2013).

Panzana. “Mori assolto, il patto Stato-mafia è una panzana. Silurato il teorema Ingroia-Travaglio” (Pierangelo Maurizio, Libero, 18.7.2013).

Finito tutto. “Colpo di grazia al processo Stato-mafia” (Massimo Bordin, Panorama, 23.10.2013).

Che palle. “Antimafia, che palle. A Di Matteo… vittima potenziale di attentati che non esistono… daremmo un suggerimento morettiano: Nino, spostati, c’è da occuparsi di mafia” (Filippo Facci, Libero, 14.1.2014).

Messinscena. “Una spaventosa messinscena il cui obiettivo è mostrificare il presidente della Repubblica, calunniare Berlusconi e monumentalizzare il pm Di Matteo e il suo traballante processo” (Giuliano Ferrara, Il Foglio, 22.1.2014).

Allucinazione. “Il processo sulla ‘trattativa’ tra Stato e Cosa Nostra? Un’allucinazione dei carrieristi dell’antimafia” (Pino Arlacchi, Panorama, 26.2.2014).

Una frana. “Franati Ingroia e il suo teste-icona Ciancimino, ora anche le tesi d’accusa sulla presunta trattativa (con relativo processo) affondano” (Andrea Marcenaro, Panorama, 5.3.2014).

Vergogna. “La mafia ha perso. Punto. Riflessioni a margine del libro di Lupo e Fiandaca sul ‘labirinto della trattativa’ (che non c’è stata) tra Stato e Cosa Nostra. Gli inquisitori militanti si vergognino” (Emanuele Macaluso, Il Foglio, 20.3.2014).

Seduta spiritica. “Falcone non avrebbe mai avviato l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia” (Marcelle Padovani, l’Unità, 5.6.2014).

Flop/1. “Il flop della trattativa” (Massimo Bordin, Il Foglio, 10.10.2014).

Commedia. “Stato-mafia? È una commedia, non un processo. Ha un impianto giornalistico che dal punto di vista tecnico-giuridico non regge” (Giuseppe Di Lello, ex magistrato, La Stampa, 12.10.2014).

Flop/2. “Giustizia show. L’inchiesta a rischio flop cerca diversivi… Il presunto ruolo di Napolitano è diventato la cortina fumogena dietro la quale nascondere l’implosione del dossier giudiziario” (Stefano Cappellini, Il Messaggero, 29.10.2014).

Smontata. “Re Giorgio smonta la trattativa e pure i magistrati” (Libero, 29.10.2014).

Danno. “Un danno al processo trattativa sentire Napolitano” (L’Espresso, 30.10.2014).

Matti. “Una trattativa con lo psichiatra” (Filippo Facci, Libero, 1.11.2014).

Fuori dai piedi. “A Palermo c’è un pm minacciato da non si sa chi (sicuramente non da quel vecchio rincoglionito di Riina) che è sostenuto dalla peggiore antimafia piazzaiola e che va raccogliendo un insuccesso dopo l’altro. Dottor Di Matteo, si dimetta. E subito” (Facci, Libero, 7.11.2015).

Eliminata. “Dal processo sulla Trattativa hanno eliminato la Trattativa” (Filippo Facci, Libero, 19.1.2016).

La resa. “S’arrende il procuratore Scarpinato, è la fine della religione complottista della Trattativa. Doveva essere un capolavoro: ha squinternato l’antimafia” (Giuseppe Sottile, Il Foglio, 20.1.2016).

La fuga. “L’inchiesta sulla trattativa è un flop. Il pm Di Matteo vuol scappare senza sembrare un fuggiasco” (Facci, Libero, 23.1.2016).

Relitto. “Il relitto della Trattativa. Mori, Mannino, Ciancimino, altre patacche… Un processo che sta definitivamente affogando” (Sottile, Il Foglio, 27.5.2016).

Tortura. “L’inutile tortura del processo al teorema. Anni di inchieste e testimonianze per un grande spettacolo giudiziario. L’obiettivo? Dimostrare l’esistenza della trattativa. Il risultato concreto? Il nulla. A parte le sofferenze dell’ex generale Mori finito nel tritacarne” (Annalisa Chirico, Panorama, 2.6.2016 ).

Disperazione. “La mossa disperata dei pm: il boss Graviano che accusa il Cavaliere” (Mariateresa Conti, il Giornale, 10.6.2017).

Trattativa che parla. “La famosa sedicente trattativa” (Bordin, Il Foglio, 16.7.2017).

Moritura. “Un ver-go-gno-so editoriale di Travaglio riciccia la moritura trattativa” (Facci, Libero, 21.7.2017).

Sconfitte. “Stato-mafia: i pm chiedono 12 anni per Dell’Utri. Ma in 10 anni hanno incassato solo sconfitte” (Facci, Libero, 27.1.2018).

Nulla. “Le risultanze processuali nulla hanno portato alle tesi dell’accusa” (Bordin, Il Foglio, 27.1.2018).

Farsa. “Il processo trattativa finisce in farsa” (Piero Sansonetti, Il Dubbio, 27.1.2018).

Infatti. La Corte d’Assise di Palermo condanna Dell’Utri, Mori, Subranni, De Donno, Bagarella, Cinà e Ciancimino, dichiara prescritto Brusca e assolve Mancino.