Montalto, il giudice che ora lo condanna nel 2001 liberò il dirigente di Forza Italia

L’omaggio più lusinghiero glielo tributò un anno fa il presidente del Tribunale di Palermo, Salvatore Di Vitale: “Io dico sempre che se dovessi scegliermi un giudice, mi farei giudicare dal presidente Alfredo Montalto, un collega professionalmente attrezzato, che sa dirigere la ‘musica’ in maniera eccellente”. E di certo nell’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo, il presidente del processo sulla trattativa Stato-mafia ha dovuto utilizzare tutta la sua esperienza per gestire con autorevolezza un dibattimento durato cinque anni e fitto di battibecchi tra accusa e difesa, ma anche di puntuti siparietti nelle sale ovattate del potere istituzionale. Che lui, lo schivo Montalto, ha affrontato sempre con senso della misura. E un pizzico di ironia.

Memorabile lo scambio di cerimonie nel 2014 fra il presidente e l’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano il giorno dell’udienza “a domicilio” fra gli stucchi e gli arazzi del Quirinale. “Lei è il dominus e noi ci atteniamo alle sue indicazioni”, disse complimentoso Montalto a Re Giorgio che aveva chiesto una pausa. L’uomo del Colle prima ci scherzò su: “Io sono dominus, ma ho bisogno solo di dieci minuti”, e poi, con altrettanta deferenza, lo ringraziò: “Le sono molto grato per la costruttiva interlocuzione che c’è stata tra noi in preparazione di questa udienza”. La stessa cortesia istituzionale il magistrato riservò due anni dopo al nuovo capo dello Stato Sergio Mattarella, quando il Quirinale inviò alla Corte d’assise di Palermo stralci delle agende di Carlo Azeglio Ciampi. “Ringrazio pubblicamente il presidente Mattarella – puntualizzò Montalto nell’aula bunker – per la collaborazione assicurata al fine di consentire l’acquisizione di documenti utili per l’istruttoria, ma non accessibili al pubblico”.

L’uomo, dicono i tanti colleghi che a Palazzo di Giustizia hanno condiviso con lui la più incandescente stagione dell’antimafia palermitana, è fatto così: “Preparatissimo, acuto, ma soprattutto dotato di un alto senso delle istituzioni”.

Chi è questo giudice che rifugge dai clamori della stampa, che è riuscito per tutta la durata del processo sulla trattativa a non concedere un’intervista, a schivare salotti e passerelle, e soprattutto a non pronunciare una parola fuori posto? Della sua vita privata si sa poco o niente. Solo che è sposato con un’insegnante, che ama il tennis e che ha un figlio magistrato. Alto, una barba folta, il riservatissimo Montalto è un magistrato che comincia la carriera come pretore a Corleone per approdare negli anni Ottanta all’ufficio istruzione di Palermo e poi diventare, negli anni Novanta, uno dei giudici di punta dell’ufficio gip. Quando in Procura arriva Gian Carlo Caselli, è Montalto, considerato un esponente “storico” di Magistratura Democratica, che insieme al collega Gioacchino Scaduto segue le inchieste più scottanti su mafia e politica: è lui ad arrestare per concorso in mafia nel 1995 l’ex presidente della Provincia Francesco Musotto, FI, e a inviare ai domiciliari per lo stesso reato l’ex senatore di An Filiberto Scalone. Entrambi poi saranno assolti. Ed è sempre lui che nello stesso anno respinge la richiesta di libertà avanzata dai legali dell’ex ministro dc Calogero Mannino, in carcere con l’accusa di concorso in mafia, suscitando una feroce polemica. Contro quel provvedimento, infatti, il leader radicale Marco Pannella protestò: “È un documento di sgangherata ignoranza”.

Anche Mannino molti anni dopo fu assolto, dopo un tormentato iter processuale. Un lancio Ansa ricorda, infine, che nel 2001 è ancora Montalto a revocare l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Marcello Dell’Utri, per calunnia e tentata estorsione. Restituendo la libertà a quello stesso imputato che molti anni dopo avrebbe condannato a 12 anni per la trattativa Stato-mafia.

“Riina voleva papà morto, ma così fece un favore ad altri”

Il primo pensiero di Fiammetta Borsellino, dopo aver saputo delle condanne per il generale Angelo Subranni e per gli altri, è stato per la madre Agnese Piraino, scomparsa nel 2013 dopo una lunga malattia.

Sua madre riferì ai pm quel che suo padre le aveva detto poco prima di morire sul comandante del Ros Angelo Subranni: che era punciuto, cioè in qualche modo legato alla mafia. Allora fu attaccata duramente e poi Subranni fu prosciolto a Caltanissetta per concorso esterno in associazione mafiosa. Ora è stato condannato per la Trattativa a 12 anni.

Mia madre raccontò ai magistrati solo quello che mio padre le aveva detto. Fece il suo dovere ma fu attaccata duramente. Mi fa fatica anche ricordare.

Il generale Subranni, 80 anni, nel 1992 era il capo del Ros. Venerdì scorso è stato considerato colpevole di avere veicolato con il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno, la minaccia della mafia allo Stato. Sua madre potrebbe essere stata ritenuta attendibile?

Bisogna aspettare le motivazioni però ricordo le parole di Subranni. Disse che mia madre era malata di alzheimer e non era vero. Né lui né gli avvocati né alcuni commentatori ebbero la minima forma di rispetto verso di lei.

Questa sentenza è importante?

Certo che è importante. Attesta il coinvolgimento a un altissimo livello di soggetti dello Stato con comportamenti che hanno esposto mio padre davanti alla mafia quale bersaglio da eliminare.

Pensa che ci possa essere stata una relazione tra la trattativa avviata dal Ros dei carabinieri dopo la strage di Capaci e la strage di via D’Amelio il 19 luglio 1992?

C’è un intero capitolo del processo Borsellino quater dedicato alla Trattativa come possibile movente dell’accelerazione dell’uccisione di papà. Non sono solo io a pensarlo.

Pensa che suo padre sia stato eliminato perché era un ostacolo per il dialogo tra pezzi dello Stato e la mafia?

Certamente Totò Riina era determinato a uccidere mio padre, ma penso che l’accelerazione sia stata utile anche per altri apparati non appartenenti a Cosa Nostra che avevano interesse a eliminarlo. Il depistaggio, che è ormai acclarato, delle indagini sulla strage di via D’Amelio, potrebbe essere letto come la continuazione di un modo di operare che si intravede già nella Trattativa. E poi rimane il grande dubbio sulla sparizione dell’agenda rossa. Non dimentichiamo che a prendere la borsa di mio padre, il 19 luglio in via D’Amelio, sono state sempre persone appartenenti ai carabinieri.

La Procura di Caltanissetta sta valutando se sia il caso di riaprire le indagini sulle stragi del 1992 e sui “mandanti esterni” alla mafia. Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi sono già indagati a Firenze per le intercettazioni in carcere del boss Graviano. Secondo i pm e la Dia di Palermo, Graviano in carcere parlerebbe di qualcuno che gli ha chiesto una “cortesia” e in quel contesto nominerebbe Berlusconi. La condanna di Dell’Utri potrebbe spingere a riaprire l’inchiesta anche a Caltanissetta?

La sentenza sulla Trattativa condanna Dell’Utri perché avrebbe avuto un ruolo nei riguardi del governo Berlusconi nel 1994 e anche io ho letto le intercettazioni in carcere di Giuseppe Graviano che sembra fare riferimenti a Dell’Utri e Berlusconi. Anche su questo punto penso che debbano essere fatte tutte le verifiche del caso. Penso che dopo tanto tempo è stato sistemato solo un primo tassello. È importante ma deve essere letto insieme agli altri per comprendere il quadro complessivo. Certo una cosa è sicura: lo Stato esce a pezzi da questa sentenza.

La sentenza fotografa uno Stato che ha trattato con la mafia, però a fare la foto oggi c’è uno Stato che ha avuto il coraggio di fare un processo difficile…

C’è uno Stato che ha fatto il proprio dovere. Questo processo non è una cosa strana. In uno Stato normale, fondato sul principio di legalità, questa sentenza dovrebbe essere considerata normale.

Un grande esperto di diritto penale come il professor Fiandaca ha sostenuto che i carabinieri del Ros, anche se avessero cercato il contatto con la mafia per far cessare le stragi, potrebbero avere agito nell’ambito del lecito se non addirittura del “doveroso”. Lei che ne pensa?

Non credo affatto che questo modo di porsi rispetto alla mafia sia lecito. Uomini come mio padre ritenevano di doversi opporre alla mafia fermamente. Non avrebbe mai accettato una cosa simile.

Dopo la lettura del verdetto, il procuratore Vittorio Teresi ha dedicato questa sentenza a Paolo Borsellino e a Giovanni Falcone.

Sono morti per il loro alto senso di fedeltà allo Stato, si meritavano questo e altro. Però questa sentenza è un punto di partenza, non di arrivo. Mi auguro che i magistrati continuino a lavorare per giungere a una verità non solo storica ma anche giudiziaria. Non ci voleva una sentenza per capire che questi comportamenti erano riprovevoli moralmente. Questa sentenza è il primo passo per stabilire che sono anche reati gravi.

Dell’Utri “garante” e “tramite” del “patto” di B. con i boss

Finora è formalmente una vittima, in bilico tra due omertà: quella da imprenditore, per non avere denunciato le minacce mafiose che lo costrinsero a versare per 18 anni centinaia di milioni a Cosa Nostra, e adesso quella da politico, venuta a galla venerdì scorso con la condanna di Marcello Dell’Utri a 12 anni per aver veicolato il messaggio mafioso (mai denunciato da B.) nel ’93 essendo, secondo il pm, anche “il garante delle richieste di Cosa Nostra”. Ma dopo la sentenza di venerdì il passaggio da vittima a complice del ricatto allo Stato, per Silvio Berlusconi, è appeso, come ha detto Antonio Ingroia, alla valutazione delle parole in carcere del boss Giuseppe Graviano: “Se la cortesia di cui parla Graviano, che Berlusconi gli avrebbe chiesto poco prima di scendere in campo, fosse da collegare con le stragi – aveva detto il leader di Azione Civile – sarebbe difficile affermare che l’ex Cavaliere è stato solo una vittima del ricatto allo Stato; se fosse stato addirittura complice delle stragi che furono strumento della trattativa, Berlusconi dovrebbe essere considerato complice anche della trattativa’’.

Un potenziale cambio di ruolo legato sempre al rapporto a filo doppio con il senatore palermitano, conosciuto a Milano durante l’università e trascinato nell’avventura prima imprenditoriale e poi politica, con la sua “dote” siciliana, Cosa Nostra, già ben inserita tra gli imprenditori meneghini più rampanti: “Incontrai Mimmo Teresi a Milano e mi disse che stava cercando di far riappacificare Dell’Utri e Ligresti”, ha rivelato il boss pentito Gaetano Grado, che ha detto di avere incontrato Dell’Utri (che non gli era simpatico) al ristorante “I quattro mori” a Milano, insieme a Mangano, Cinà e suo fratello Nino. E sebbene l’uomo di Arcore l’abbia definita “un’infamia” di questo giornale (chiamandolo “il Falso Quotidiano”), il dato che ha pagato Cosa Nostra per diciotto anni, dal ’74 al ’92, per il tramite di Dell’Utri ha ormai il bollo della Cassazione. È il senatore azzurro a organizzare un giorno di maggio del 1974, “tra il 16 e il 29”, con il mafioso Gaetano Cinà, un incontro che precede di poco nel proprio ufficio a Milano l’assunzione di Vittorio Mangano ad Arcore.

Quel giorno, davanti ai boss palermitani Stefano Bontate, Mimmo Teresi e Francesco Di Carlo, lo sconosciuto Berlusconi sigla un “patto di protezione con Cosa Nostra”, “mediante l’esborso di somme di denaro che quest’ultimo versa a Cosa Nostra per mezzo di Dell’Utri”. Tutto questo è accaduto “negli anni in cui furono uccise decine di persone delle istituzioni’’, come ha ricordato il pm Nino Di Matteo.

Condannato a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa, è il senatore a garantire “la continuità dei pagamenti di Silvio Berlusconi in cambio della protezione”. Accordo che non cambia per il mutamento nel vertice di Cosa Nostra, con la morte di Stefano Bontate e l’irruzione sulla scena mafiosa dei corleonesi di Totò Riina: “La sistematicità nell’erogazione delle cospicue somme di denaro da Marcello Dell’Utri a Gaetano Cinà – scrive la Cassazione – sono indicative della ferma volontà di Berlusconi di dare attuazione all’accordo al di là dei mutamenti degli assetti di vertice di Cosa Nostra”. Fino agli anni delle stragi del ’92-’93, passati ai raggi X dai pm della Trattativa: quando “nell’estate del ’94 Pino Guastella (pentito, ndr) tornando euforico da un incontro con Mangano, disse che aveva incontrato Dell’Utri che aveva dato assicurazioni che la situazione si stava sistemando”.

La prova? Per il pm Francesco Del Bene “in quel periodo sulle reti di Berlusconi andavano in onda programmi come quello di Sgarbi che attaccavano i collaboratori di giustizia. Si tratta quindi di assicurazioni su interventi legislativi date tramite Dell’Utri’’. A confermarlo, per Del Bene, anche le parole captate in carcere da Totò Riina (“Brusca e mio cognato… dovevano andare a parlare con ’sto stalliere, col senatore, per arrivare a Berlusconi, perché questo è amico di Berlusconi’’) che nei suoi colloqui con il compagno di cella Alberto Lorusso ha citato pure un incontro di Provenzano con il fondatore di Forza Italia a Como: “Come gli passava di andare a trovare a quello a Como? …quello… Marcello… Era un imbecille!”. “Io fino a oggi un esponente mafioso di primo piano che stava a Como e si chiamava Marcello non l’ho trovato”, ha chiosato il pm.

I furbi fessi

Icasi sono due: o Di Maio e Salvini sono molto furbi, o sono molto fessi. Sarebbero molto furbi se fossero già d’accordo per un governo 5Stelle-Lega (senza B.), con tanto di ministri e programma (reddito di cittadinanza e flat tax, oppure flat reddito, o magari tax di cittadinanza), e inscenassero questa quotidiana pantomima dei forni aperti, chiusi, socchiusi, accesi, spenti, tiepidi, per arrivare alle elezioni friulane di fine aprile col divorzio definitivo della Lega da FI. Sarebbero molto fessi se davvero pensassero di poter governare insieme senza rompere il centrodestra, cioè con l’appoggio esterno, anzi il concorso esterno di un Berlusconi miracolosamente pronto al “passo indietro” o “di lato”. Cosa che pare Salvini abbia garantito prima a Di Maio e poi a Mattarella, salvo venire sbugiardato a stretto giro dal Caimano a suon di insulti e minacce. Facendo fare la figura del pollo al primo e mandando su tutte le furie (compatibilmente col personaggio) il secondo. Nel primo caso, i due leader vincitori (parziali) delle elezioni non avrebbero bisogno di consigli, se non quello di spiegarci al più presto come intendono colmare le distanze abissali che li separano in politica interna, estera, economica, giudiziaria, migratoria, fiscale, sociale, scolastica, sanitaria e così via. Nel secondo, invece, ne avrebbero bisogno eccome, essendo ignari delle dieci leggi che da ben 82 anni regolano l’esistenza di Silvio Berlusconi e ne rendono prevedibile ogni mossa.

1. Legge di Montanelli/1. “Berlusconi mente ogni volta che respira”.

2. Legge di Montanelli/2. “Berlusconi è un bugiardo sincero, perché finisce col credere alle sue menzogne”.

3. Legge di Biagi. “Se avesse una puntina di tette, Berlusconi farebbe anche l’annunciatrice”.

4. Legge di Cecchi Gori. “Berlusconi, se gli dai un dito, ti si prende il culo”.

5. Legge del Tribunale. “Berlusconi ha una naturale capacità a delinquere”.

6. Legge di Confalonieri. “La verità è che, se Berlusconi non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremmo sotto un ponte o in galera con l’accusa di mafia”.

7. Legge di Ferrara (Giuliano)/1. “Berlusconi è entrato in politica per salvare la roba”.

8. Legge di Ferrara/2. “Il punto fondamentale non è che tu devi essere capace di ricattare, è che tu devi essere ricattabile… Per fare politica devi stare dentro un sistema che ti accetta perché sei disponibile a fare fronte, a essere compartecipe di un meccanismo comunitario e associativo attraverso cui si selezionano le classi dirigenti”.

9. Legge di Renzi (o di Bossi, o di D’Alema, o di Veltroni). Chiunque si sieda al tavolo con Berlusconi per trattare, muore. I cimiteri sono lastricati di lapidi degli ex leader che pensavano di metterlo nel sacco.

10. Legge di Fini (o di Boffo, o di Di Pietro, o di Montanelli, o di molti altri). Berlusconi conosce solo tre approcci umani e politici: o ti compra, o ti massacra, o sei Dudù.

Se Salvini e Di Maio hanno ipotizzato anche per un istante che B. si ritirasse in buon ordine, regalando i suoi voti senza contropartite a un governo dominato da due leader che lo vogliono (politicamente) morto, c’è da dubitare della loro sanità mentale. Ora, la storia insegna che il Caimano era uso scegliersi e poi a telecomandare almeno i ministri della Giustizia e delle Comunicazioni anche quando stava all’opposizione, figurarsi nell’ipotesi di un appoggio esterno. Che, a quanto abbiamo capito, non sarebbe un voto gratuito dato motu proprio senza contropartite, che nessuno potrebbe impedire: sarebbe il frutto di un programma concordato con lui da Salvini e poi portato al tavolo con Di Maio. Programma che, ovviamente, escluderebbe qualunque intervento su conflitto d’interessi, mafia, corruzione, evasione fiscale, prescrizione, sistema televisivo, affollamenti pubblicitari. Una mega-truffa nascosta sotto una piccola foglia di fico, che cancellerebbe le ragioni sociali dei 5Stelle per tutelare quelle di FI, anzi di Mediaset, salvando la faccia a Salvini e facendola perdere a Di Maio. Però l’idea che nel 2018 esista ancora qualcuno – Salvini – che crede alla parola di B., è già affascinante. Ma che esista pure un altro – Di Maio – che crede alla parola di Salvini che crede alla parola di B., è straordinario. Poi, si capisce, c’è anche l’ipotesi che davvero Salvini trovi la forza e il coraggio di mollare B., al costo di ridursi a fare il leader della Lega al 17% anziché il capo del centrodestra al 37%. Ma, visti i precedenti, sarebbe uno spettacolo che non ci perderemmo per nessuna ragione al mondo. Prepariamo i pop-corn.

I cinque finalisti del Campiello Giovani: da Verona a Catania

Sono Alma Di Bello, 18 anni di Blevio (Como) con il racconto Blackout; Vincenzo Grasso, 20 anni di Catania, con il racconto Bestiario familiare; Alessio Gregori, 21 anni di Monterotondo (Roma) con il racconto Feromoni; Lorenzo Nardean, 20 anni di San Donà di Piave (Venezia) con il racconto Natura morta; Elettra Solignani, 17 anni di Verona con il racconto Con i mattoni, i cinque scrittori in erba finalisti della 23esima edizione del Campiello Giovani premiati con la pubblicazione dei racconti nella collana della Fondazione Campiello.

Il concorso letterario rivolto ai ragazzi tra i 15 e i 22 anni, organizzato dalla Fondazione Il Campiello-Confindustria Veneto, presieduta da Matteo Zoppas ha annunciato ieri a Verona i cinque selezionati per la finale.

I racconti sono stati scelti dal Comitato Tecnico composto da Giuliano Pisani, Giulia Belloni e Licia Cianfriglia.

Siamo così alla conclusione della seconda fase del Premio, dopo i primi 25 titoli scelti tra quelli pervenuti, dalla Giuria di Selezione, composta da specialisti di letteratura italiana contemporanea.

I cinque finalisti svelati ieri, entrano così ora nella terza e ultima fase del Campiello Giovani, quella che individuerà il vincitore che verrà selezionato dalla Giuria dei Letterati del Campiello e premiato a Venezia nel corso della Cerimonia conclusiva.

Walter Benjamin e le Mujeres libres sulla via dei Pirenei

“Il vero rischio sarebbe quello di non partire”. Non è una massima filosofica, anche se a pronunciarla fu uno dei più importanti filosofi del Novecento, Walter Benjamin, alla vigilia della traversata dei Pirenei lungo il sentiero che da Parigi, tardivamente, lo portava in salvo in Spagna. Quel rischio che a lui sarà fatale. Si suiciderà , infatti, al confine con la Catalogna, il giorno prima che ai suoi compagni verrà concesso di passare. Benjamin soffre di cuore, la sua non è una fuga, è un cammino lento e la decisione di allontanarsi dal suo Paese per non morire per mano dei nazisti è altrettanto estenuante e dolorosa. Almeno quanto quella che lo porterà a togliersi la vita quando pensa di non esserci riuscito.

A raccontare il suo passaggio, come quello di tutti coloro che quel sentiero l’hanno percorso nei due sensi di marcia è il film di Fabrizio Ferraro Gli indisederati d’Europa , accolto con grande successo all’International Film Festival di Rotterdam e in uscita il 24 in occasione delle celebrazioni per la Liberazione in un tour che partirà simbolicamente da Bardonecchia e si concluderà il 27 all’Apollo 11 di Roma. Al centro del film – in coproduzione Italia/Spagna (Passepartout, Eddie Saeta) con Rai Cinema – le lacerazioni dei territori di confine, ieri come oggi, che allora videro l’incontro lungo la cosiddetta “Route Lister”, tra la Catalogna e i Pirenei sudorientali nel febbraio del 1939, gli esuli francesi con profughi della guerra civile spagnola. Un anno prima di Benjamin, infatti, dalla Spagna scappano verso la Francia da Franco i miliziani antifascisti della Guerra civile. In direzione opposta, invece, viaggeranno gli antifascisti europei, stranieri ed ebrei scappati dai territori francesi occupati.

Uno di questi è Walter Benjamin, braccato dai nazisti. Con sé ha un carico speciale: la dose di morfina con cui metterà fine alla sua persecuzione. Il film di Ferraro riproduce ogni preoccupazione – compresa quella dei catalani in fuga di terminare scorte di cibo e acqua – restituendo la dura realtà degli “indesiderati” sulla lunga via della speranza. Un viaggio che per il filosofo significa anche ripercorrere le tappe della Storia: “Vi è un’assenza di progresso – scrive – questi sono sosia, esemplari dei mondi passati. Noi tutti rinasciamo prigionieri del tempo e del luogo che il destino ci assegna nella serie delle sue incarnazioni. La nostra eternità è un’appendice della sua”. Ma soprattutto è la rottura tra passato e futuro che colpisce l’apolide Walter Benjamin: “Finora per noi il futuro rappresentava la barbarie e l’avvenire significava progresso, scienza, felicità, illusione. Il passato ha visto su tutti i nostri globi-sosia sparire le civiltà più splendide senza lasciare traccia, e continueranno a sparire nello stesso modo”. Così profetizzava durante la sua fuga al lume di una candela il “flaneur”, il passeggiatore della storia. E così scopriremo che aveva ragione una volta finita la Guerra che lo coinvolse tutto.

Un mondo che cambierà ancora, ma che prima di quel conflitto di cambiamenti ne aveva visti già tanti. Non ultimi quelli che proprio al di là del confine con la Spagna, le donne pioniere e rivoluzionarie avevano contribuito a mettere in moto: “Dal voto femminile esercitato per la prima volta nel 1931 alle rivendicazioni sul salario e la famiglia che ancora oggi ritornano”. Un #metoo che dalla Prima Repubblica spagnola abbraccia la Guerra civile, ripercorrendo il viaggio di Benjamin al contrario per scampare all’esercito franchista e arriva fino alle nuove conquiste del 1975. A raccontare le donne anarchiche spagnole è il libro di Eulalia Vega Pioniere e rivoluzionarie, pubblicato da Zeroincondotta. Diviso in cinque parti basate sulla vita delle protagoniste, dall’infanzia alla maturità, ripercorre la storia di Spagna attraverso il racconto delle “Mujeres Libres” che lottarono per la libertà e per la liberazione dal nazi-fascismo tra Spagna e Francia e che solo negli Anni 60 e dall’esilio riuscirono a ricostituirsi in Movimento. Come Benjamin, vissero gli anni della persecuzione e calpestarono quello stesso sentiero che le portava alla libertà. Aurora, Joaquina, Sara, Concha e Julia scapparono dai franchisti, ma non dovevano “allontanarsi troppo, perché torneremo in Spagna”, come scrive Julia. Alla frontiera con la Francia vengono accolte anche loro, come il naufrago del Novecento, da un sindaco socialista. Lavate, vestite e accolte nei piccoli paesini di frontiera, ma anche riunchiuse nei campi improvvisati dai collaborazionisti francesi. In un “territorio” sconnesso, fisicamente e storicamente.

“Sono donne allattate al seno della Repubblica, che scelgono di studiare e di lottare in prima persona per la libertà”, spiega l’autrice del libro che le ha raccolto la loro testimonianza orale.

“Pioniere anche fuori dal proprio Paese, dove si ricostituiscono in lotta affrontando tutte le difficoltà di un mondo in guerra. Per la maggior parte operaie, proletarie con rivendicazioni diverse dalle coetanee borghesi”. Donne la cui biografia ancora oggi stupisce, in epoca di nuovi femminismi. Personalità che interpretano perfettamente quel passaggio di secolo dentro al quale vive l’ebreo apolide Benjamin. E che con lui condividono la domanda di quel secolo che però diventa anche quella del nostro: “Come poteva una persona imprigionata in quel modo non tentare la fuga?…”.

Wenger, l’eterno Gunner va in pensione

Arsènexit. Prima o poi doveva succedere. L’altero, chic ed orgoglioso Arsène Wenger da Strasburgo, 68 anni, va in pensione. Lascia dopo 22 anni non tutti gloriosi la panchina dell’Arsenal, che ha guidato con stile rivoluzionario e scientifico, accomunando i ruoli di allenatore e di direttore tecnico, badando a far quadrare sempre i conti ma anche a modernizzare le infrastrutture ed a introdurre metodologie di allenamento innovative per il football inglese.

Non solo: importò talenti francesi e spagnoli e dimostrò che potevano adattarsi al gioco inglese, sgretolando un antico pregiudizio. Comunque, quale che sia il giudizio su Wenger, resterà nella storia del calcio la sua straordinaria longevità professionale: irripetibile e inimmaginabile, oggi.

Quando arrivò a Londra, nel 1996, non proprio da sconosciuto – aveva vinto lo scudetto francese col Monaco nel 1988 – i tabloid londinesi lo accolsero con sufficienza (e diffidenza): “Wenger Who?”. Wenger, chi è costui? L’ironìa si trasformò ben presto in ammirazione. La sua filosofia di gioco fruttò tre Premier League (1998, 2002, 2004), sfiorandone altre due. Il capolavoro fu la stagione 2004, quella dei Gunners “invincibili”: coppe e titoli a iosa. Il merchandising fatturava milioni di sterline: Arsène divenne “Wenger Knows”.

Il sogno s’infranse nella finale Champions del 2006, l’imbattibile Arsenal sconfitto dal Barcellona. Un cambio epocale: l’irruzione del tiki-taca.

Da allora, le cose peggiorarono. L’Arsenal imboccò una lenta discesa, interrotta da qualche sussulto (due delle sette FA Cup che Wenger vinse le conquistò nel 2015 e nel 2017). Costretto a vendere i gioielli del club (Van Persie, Fàbregas, Nasri) per equilibrare i bilanci e finanziare la costruzione dell’Emirates Stadium, Wenger è riuscito tuttavia ad assicurare sempre le lucrose coppe europee.

Ma il tifo ha memoria corta e poca riconoscenza: così venne il tempo amaro del “Wenger Out”, il pubblico reclamava il suo licenziamento, i tifosi cominciarono a disertare lo stadio. A sancire il lento addio è stata l’umiliante doppia sconfitta (5-1; 5-1) dell’anno scorso col Bayern di Monaco. Un anno di riflessione. E di dolorose scelte. Ma sempre con dignità e fierezza. Il 1° luglio dovrà essere un divorzio consensuale, non una cacciata. I dirigenti gli hanno lasciato l’ultima parola: “Dopo una attenta valutazione e un dialogo col club credo sia il momento giusto per lasciare a fine stagione – ha scritto Wenger in una nota – sono grato per il privilegio di aver potuto servire questa società per così tanti e memorabili anni”. Per fortuna c’è, chi come Jeremy Corbyn, il leader laburista tifosissimo dell’Arsenal, a dargli il giusto ed onesto saluto: “Grazie per tutti i risultati, in un periodo così lungo, per la squadra che amo. Ha rivoluzionato il nostro calcio”.

Sarri contro Allegri. L’eretico all’assalto del solito padrone

In Francia, Germania e Inghilterra è già tutto finito, in Spagna quasi, da noi no. Da noi si comincia alle otto e trequarti di domani sera: Juventus-Napoli. L’abitudine contro il sogno, sei scudetti consecutivi contro i due di Maradona. Non proprio uno spareggio, ma quasi. Ci sarebbe voluta la penna di Salgari per descrivere il passaggio dalla prodezza di Donnarumma su Milik alla rovesciata di Simy sulla classifica. Righe di urla strozzate, pagine di burrascosi arrembaggi.

I punti da sei sono diventati nove per tornare ai quattro della settimana scorsa. Il Napoli è imbattuto in trasferta dal 29 ottobre 2016, quando Higuaín, l’ultimo dei cuori ingrati, lo trafisse sul più bello. Non solo: allo Stadium ha sempre perso. E perse anche all’andata, pugnalato da una letale congiura fra Douglas Costa, Dybala e Higuaín.

Se Allegri ha smarrito di nuovo Dybala, Sarri ha ritrovato Milik: l’arma in più. Decisivo con Chievo e Udinese, il polacco è un traliccio d’area, una pedina che offre muscoli alternativi al tridente leggero (Callejón-Mertens-Insigne).

La Juventus, già. Ma quale? La Signora con l’elmetto capace, al Bernabéu, di rovesciare Cristiano Ronaldo e portarlo a un rigore dai supplementari, o la Signorinella così sciatta da farsi disarmare dalla Spal e rimontare dal Crotone? Allegri vive di mosse, di scosse, di reticolati: il padrone è lui, anche se spesso lascia liberi i dipendenti di elaborarne le austere consegne.

Sarri è l’esatto contrario, un ex bancario che per imporsi ha dovuto credere in idee che sfiorassero l’eresia. Sacchi lo adora, e persino molti juventini vorrebbero ficcare un po’ della sua estetica dentro il severo pragmatismo del loro mister. Calcio più italianista, calcio più europeista: con le rose, in assenza di marziani, a tracciare i confini. In Italia, almeno.

In questi casi il pareggio è il male minore e, dunque, il risultato più probabile. Al fischio finale di Rocchi (auguri) mancheranno quattro giornate. Il calendario martella la Juventus: le trasferte sui campi di Inter e Roma, in piena lotta Champions, si annunciano più scabrose di quelle del Napoli nelle tane di Fiorentina e Sampdoria, in piena lotta Europa League. Ecco perché gestire potrebbe significare, in chiave sabauda, annettersi i confronti diretti con gli acerrimi rivali, sempre che il calcolo paghi, ma finire in balia di imboscate ad alto rischio (impegni casalinghi esclusi, abbordabili per entrambi).

Allegri riavrà Buffon, Chiellini, Khedira, Mandzukic, forse Pjanic, bussola del centrocampo, e deciderà quando giocarsi Dybala. Sarri è orientato a riproporre Mertens, con Milik pronto all’uso, e gli altri titolarissimi. La trama si coccola le sgommate di Douglas Costa, i tagli di Callejón, la carabina del Pipita e la vena di follia che scorta i gesti di Insigne. Senza trascurare il peso delle difese, dei portieri. E delle panchine.

La Juventus ha due punti in più di un anno fa, il Napoli addirittura dieci. Se siamo qui, in attesa di Liverpool-Roma, a parlare ancora di scudetto, il merito è del Napoli. Che ha sacrificato tutto, dall’Europa alla Coppa Italia, pur di sconvolgere i rapporti di forza, di potere, di consuetudine vigenti dal 2012. I duellanti vi arrivano non al massimo.

Lo stesso Napoli non strangola più gli avversari come in passato. La Juventus li aspetta, talvolta li illude, spesso li doma.

“Ma d’altro canto, cos’è il talento se non equilibrio sul bordo dell’impossibile?”, scriveva Norman Mailer. Si riferiva ad Ali e Foreman, resta il messaggio. Troppo bello.

Lluch: “Ammazzarono mio padre nel 2000 non li ho perdonati, preferisco ignorarli”

Eulàlia Lluch è la figlia di Ernest Lluch, politico del Psc, ucciso dall’Eta nel novembre 2000.

Come considera il comunicato?

Non me lo aspettavo, mai avrei pensato che l’Eta avrebbe chiesto perdono, perciò mi fa piacere. Ma rifiuto completamente questa distinzione che fanno tra le vittime, domandando perdono a una parte, le vittime collaterali, e all’altra no.

L’Eta si dispiace per le vittime volute e chiede perdono per quelle accidentali.

Stanno dicendo che ci sono vittime che meritavano d’esser assassinate e altre che si trovavano nel posto e nel momento sbagliati: non lo accetto.

L’Associazione vittime del terrorismo contesta all’Eta di non aver fatto alcuna autocritica.

Otegi dice che l’hanno fatta, io questa autocritica non la vedo. Dicono che è un conflitto durato a lungo, che lamentano il danno causato e domandano perdono per quei casi in cui si sono sbagliati. È come chiedere perdono a metà, un po’ di nascosto.

Lei ha perdonato l’Eta per averle ucciso il padre?

Sono una persona che perdona, non sento rancore e non sono vendicativa. Li ho perdonati? Sicuramente no, quello che cerco è non pensare affatto a questa gente. Mi è successa una cosa 17 anni fa, la cosa peggiore finora nella mia vita che difficilmente sarà superabile. Avevo 33 anni, avevo un lavoro, una vita costruita e immagino che essendo una persona adulta ho potuto razionalizzare tutto meglio; non so il motivo per cui assassinarono mio padre, né so se voglio saperlo. E considero che qualsiasi motivazione diano per spiegare l’assassinio di qualunque persona non è giustificabile, nessuno merita di essere assassinato.

Che pensa della banalizzazione che si fa del terrorismo in Spagna, per cui tutto è Eta?

È incomprensibile: mi offende, non lo ammetto. Una cosa è il terrorismo etarra o jihaidista e l’altra è ciò che vogliono far passare come tale. Il concetto è diventato così generico che possono appigliarsi a quello che vogliono per accusare la gente di terrorismo.

Otamendi: “Annuncio atteso in vista del 5 maggio: sarà lo scioglimento dell’Eta”

Martxelo Otamendi è il direttore di Berria, quotidiano edito in lingua euskera che ieri ha pubblicato il comunicato diffuso dall’Eta nel quale il movimento terrorista separatista basco chiede “scusa per le vittime”.

È un passo “storico” come dice il leader separatista Arnaldo Otegi?

Era qualcosa che ci si aspettava, perché era stato richiesto da molte parti. È importante perché è la penultima decisione nella storia dell’Eta, l’ultima sarà la sua dissoluzione il 5 di maggio.

Nel comunicato non si parla di dissoluzione.

Non se ne parla perché è un comunicato esclusivamente sulle vittime e comunque l’Eta non annuncia mai ciò che farà.

E con la dissoluzione che faranno quelli che stanno nell’Eta?

Quelli che stanno in carcere continueranno a starci e quelli che sono in clandestinità vi rimarranno, perché se questa fosse stata una fine concordata e se nell’accordo ci fosse stato il reinserimento nella società com’è successo con le Farc in Colombia, o com’è accaduto in Irlanda… ma non è avvenuto, non c’è stato un negoziato e perciò dovranno continuare la clandestinità.

Ci son state critiche sulla distinzione tra le vittime.

In Irlanda l’Ira si rivolgeva solo alle vittime accidentali, invece le Farc chiesero perdono a tutte le vittime senza distinguo, l’Eta sceglie di dire alle vittime volute “ci dispiace molto” e chiede perdono alle vittime accidentali. Una distinzione sottile, su cui sicuramente hanno ragionato a lungo. Però la cosa importante è che l’Eta abbia pubblicato un intero comunicato sul dolore delle vittime.

Però non prende le distanze dalla lotta armata del passato, anzi rivendica le origini dell’organizzazione nell’antifranchismo.

L’abbandono della lotta armata è stato un percorso lungo: finora non aveva mai detto di essersi sbagliata nella strategia, questo è ciò che vorrebbero facesse il governo basco e quello spagnolo.