Russiagate, i Dem fanno causa a Mosca e Wikileaks

I nodi politici del Russiagate devono ancora venire al pettine (e non lo verranno di sicuro prima delle elezioni di midterm del 6 novembre) ma intanto il partito democratico si porta avanti, avviando una causa potenzialmente multi-milionaria di fronte alla corte federale di Manhattan, chiamando a rispondere il governo russo, la campagna del candidato Trump e Wikileaks, collusi nella presunta cospirazione che avrebbe influito sull’esito delle elezioni 2016, favorendo il magnate e danneggiando Hillary Clinton, la candidata democratica.

L’azione ora intentata riecheggia, negli obiettivi e nella tempistica, quella lanciata dai democratici nel 1972 contro il comitato per la rielezione del presidente Richard Nixon: la causa, legata all’incursione repubblicana negli uffici democratici al Watergate, non impedì a Nixon di essere rieletto, ma fece da pesce pilota alla procedura d’impeachment che, nell’agosto 1974, avrebbe poi condotto alle dimissioni del presidente. Il Russiagate pesa su Trump: lo si capisce dall’insofferenza per l’inchiesta, che lo ha già spinto a licenziare l’ex capo dell’Fbi James Comey e che gli fa sopportare a stento il procuratore speciale Robert Mueller. Ai giornalisti che gli chiedono se intenda licenziare Mueller o il suo referente, il numero due del Dipartimento della Giustizia Rod Rosenstein, Trump risponde: “Sono ancora lì”, tornando però a smentire ogni collusione con i russi, e auspicando che l’indagine si concluda in fretta, “Voglio andare oltre, lasciarmela alle spalle”. Il presidente non è, al momento, indagato, mentre lo sono molti personaggi del suo ‘cerchio magico’.

Trump sta riorganizzando la squadra degli avvocati, dopo essersi disfatto di John Dowd, che gli dava consigli sgraditi, ed avere perso per strada il suo legale personale Michael Cohen, sotto inchiesta per avere comprato con soldi ‘neri’ il silenzio della pornostar Stormy Daniels.

Nel team di giuristi che segue il Russiagate per conto del presidente ora c’è pure Rudolph Giuliani, un fedelissimo da sempre candidato a un posto nell’Amministrazione, ma rimasto a bocca asciutta.

Se Comey gira l’Unione pubblicizzando il suo libro fresco di stampa e ‘sparando a zero’ su Trump, i memo confidenziali dell’ex direttore dell’Fbi sulle telefonate e le conversazioni con il presidente sono stati trasmessi al Congresso nelle loro duplici versioni, classificata e non classificata. Mueller deve averli già visti. Nella causa dei democratici in cerca di risarcimenti, Trump non è mai nominato. Sono invece citati il figlio Donald jr, il genero Jared Kushner, l’ex manager della campagna elettorale Paul Manafort e il suo vice Rick Gates, tutte figure a vario titolo già coinvolte nel Russiagate, con l’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale, Michael Flynn. La tesi dei democratici è che la campagna del candidato repubblicano cospirò con il governo russo e l’intelligence russa per danneggiare la Clinton e aiutare Trump, hackerando i computer del partito e diffondendo il materiale così sottratto. Nel complotto, avrebbe avuto un ruolo pure Wikileaks.

La Casa Bianca fa spallucce, proprio come nel 1972. Allora, però, la causa civile ebbe successo: si concluse con un risarcimento ai democratici proprio nel giorno che Nixon si dimise. Fra tante notizie cupe, un fiocco rosa: la senatrice democratica dell’Illinois, Tammy Duckworth, pilota d’elicottero in Iraq, abbattuta e amputata di entrambe le gambe, divenuta da pochi giorni la prima senatrice Usa a partorire in carica, è stata ieri la prima a votare tenendosi accanto in una culla la piccola Maile, entrata in aula grazie a una legge varata il giorno prima.

“Non s’è ravveduto”. Così il bel Renè rimane in carcere

Renato Vallanzasca deve restare in carcere. È questa la decisione presa dal tribunale di Sorveglianza di Milano, che ha respinto le richieste di liberazione condizionale e di semilibertà presentate dal difensore dell’ex boss della Comasina, l’avvocato Davide Steccanella. Della stessa idea è anche il sostituto pg Antonio Lamanna, contrario alla scarcerazione dell’ex bandito della “ligera”, la malavita milanese degli anni Sessanta e Settanta, perché, a suo parere, non ha mostrato segni di un vero “ravvedimento”. Condizione che, invece, il codice indica come necessaria per poter riguadagnare la libertà. Il difensore di Vallanzasca, per supportare la sua richiesta aveva presentato una relazione degli operatori di Bollate, dove il “bel Renè” è attualmente detenuto. Secondo l’equipe di esperti dell’istituto, negli ultimi anni in lui si è verificato un “cambiamento profondo, intellettuale ed emotivo” che pone le basi perché “possa essere ammesso alla liberazione condizionale”. Questo “cambiamento”, dicono gli esperti, “non potrebbe progredire” se continuasse a stare in cella.

Il cardinale “eretico” che nel ’68 riempiva le piazze dell’Emilia rossa

Nessuno è profeta in patria, insegna il Vangelo. Figuriamoci un uomo di Chiesa che faceva della povertà e del dialogo il proprio motto negli anni della Guerra Fredda e dei blocchi contrapposti e che arrivò a condannare pubblicamente l’attacco Usa al Vietnam. Correva l’anno 1968, simbolicamente evocato ora nel suo 50ennio. Non il ’68 degli studenti di Berkley o del Maggio francese, bensì quello del cardinal Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna. Espulso allora dalle gerarchie, celebrato oggi presso la Santa Sede, nel centro della cristianità, ai tempi di Papa Francesco.

La vita dell’ecclesiastico nato a Genova a fine ‘800, vescovo della rossa Ravenna prima e della rossissima Bologna dopo tra il 1952 e il 1968 è il tema del documentario “Secondo lo Spirito” che sarà trasmesso domani sera da Tv2000, la rete della Conferenza episcopale italiana (Cei), visibile sul canale 28 del digitale terrestre. All’anteprima presso la Filmoteca vaticana erano presenti l’arcivescovo del capoluogo emiliano Matteo Zuppi e monsignor Ernesto Vecchi, testimone diretto dell’apostolato sociale di Lercaro di cui fu emblema l’ospitalità ai ragazzi nei palazzi sempre aperti dell’arcivescovado: “Se condividiamo il pane celeste, come non condivideremo quello terreno?” citazione incisa sull’altare di San Petronio.

Firmato dal documentarista Lorenzo K. Stanzani, “Secondo lo Spirito” ricostruisce basandosi su filmati e audio inediti, la vita e l’insegnamento di un uomo di Chiesa fuori dal comune. A partire dall’approccio verso i comunisti, scomunicati nel ‘49, che Lercaro avversava ma non condannava a livello personale e che voleva in qualche modo “superare a sinistra”, Lo dimostra la candidatura a sindaco di Bologna, da lui caldeggiata, di un esponente del cattolicesimo sociale come Giuseppe Dossetti. L’arrivo nel 1958 di Giovanni XXIII e l’avvio del Concilio Vaticano II, di cui lo stesso Lercaro è uno dei protagonisti, rende la sua missione, se possibile, ancor più marcata.

Chiesa povera e dialogante con il resto del mondo è per Lercaro anche quella che opta per la pace sulla scena internazionale. In piena guerra del Vietnam, mentre l’arcivescovo cattolico di New York Francis Spellman benedice le truppe Usa che bombardano i vietcong, Lercaro a Bologna pronuncia un’omelia contro l’opzione bellica in occasione della giornata mondiale della pace il 1 gennaio 1968. Il testo è stato preparato da Dossetti, estensore dell’articolo 11 della Costituzione (“…ripudia la guerra…”). Al prelato costerà le dimissioni da capo della Chiesa bolognese e la marginalizzazione da parte delle gerarchie ecclesiastiche.

“Le immagini recuperate mostrano la sorpresa di una Bologna ‘comunista’ con le piazze riempite di eventi della Chiesa negli anni ‘50 e ’60”, commenta Stanzani: “L’apporto della cattolicesimo al comunismo emiliano è un tema ancora tutto da elaborare”.

“È la bellezza degli ultimi”. Il Papa incorona don Tonino

Qui, ad Alessano, a pochi chilometri da Santa Maria di Leuca, lembo estremo del Salento dove i due Mari, Adriatico e Ionio, si separano dando vita a uno spettacolo mozzafiato dove è nato Don Tonino Bello, il Vescovo di Molfetta che non si è mai fatto chiamare monsignore, ieri Papa Francesco, accolto da 20 mila persone, ha celebrato i 25 anni dalla sua morte. Lo ha fatto pregando sulla sua tomba: un anfiteatro in miniatura, al centro, un’aiuola dove è adagiata una grande pietra: “Don Tonino Bello, terziario francescano, vescovo di Molfetta-Ruvo-Terlizzi-Giovinazzo. Nato ad Alessano il 18 marzo 1935, morto a Molfetta il 20 aprile 1993”. Intorno grandi massi con scolpite alcune delle frasi più significative del Vescovo visionario: “Ama la gente, i poveri soprattutto… In piedi, costruttori di pace”. Quella Pace che, per Don Tonino, non era solo assenza di guerra, ma ricerca costante di giustizia sociale. “Un’emozione unica: è stato l’incontro fra il Cielo e la Terra, nel suo sguardo ho rivisto quello di zio Tonino”, racconta il nipote Stefano Bello. “Mi sono commosso quando mio figlio, 7 anni, gli ha consegnato la stola, che era stata regalata a zio in occasione del suo viaggio in Salvador per l’anniversario di Romero (il vescovo degli ultimi assassinato sull’altare) e il grembiule confezionato da artigiani locali, simboli di quella ‘Chiesa del grembiule contro la Chiesa delle Stole’.

“Lui era solito ricordare: ‘Gesù nella celebrazione eucaristica non indossava i paramenti sacri ma un semplice grembiule’. Papa Francesco, accarezzando mio figlio, gli ha chiesto come si chiamasse e, quando, con la spontaneità di un bimbo, ancora ignaro di essere unico erede di tanto nome, ha risposto: Tonino Bello, il Papa ha avuto un’espressione di meraviglia”.

Il Pontefice ha citato a memoria la prima omelia del Vescovo di Molfetta: “Grazie terra mia, piccola e povera che mi hai fatto nascere povero come te e mi hai dato la ricchezza di capire i poveri e di potermi oggi disporre a servirli”. Lo ha chiamato profeta, ricordando che era allergico ai poteri forti, un uomo da imitare.

“Zio – continua il nipote Stefano – già gravemente malato, solo 4 mesi prima di morire, partecipò alla ‘marcia dei 500’, pacifisti che violarono il divieto di entrare nella Sarajevo assediata e nel diario di quei giorni si chiedeva: ‘Il semente della nonviolenza attecchirà? Sarà possibile cambiare il mondo col gesto semplice dei disarmati quando le istituzioni non si muovono? E il popolo si potrà organizzare per conto suo e collocare spine nel fianco a chi gestisce il potere? E quale è ‘il tasso delle nostre colpe di esportatori di armi in questa delirante barbarie?’”.

Il Pontefice si è fermato a pregare anche sulla tomba di Maria, mamma del vescovo di Molfetta che, rimasta vedova, sfamava i 3 figli con le verdure che raccoglieva nei campi e con quei pochi denari che racimolava ricamando e facendo la domestica. E in nome della povertà, Don Tonino non perdeva occasione per bacchettare i politici di non fare nulla o, di fare poco, per contrastarla tant’è che smisero di partecipare al consueto appuntamento per gli auguri natalizi per non “subire” le sue prediche-ramanzine. Chissà come avrebbe apostrofato Matteo Salvini che sventola il Vangelo mentre urla prima gli italiani, lui che agli immigrati scriveva parole di fratellanza, grande assente alla tavola della modernità: “Dimmi, fratello marocchino ma sotto quella pelle scura hai un’anima pure tu? Quando rannicchiato nella macchina consumi un pasto veloce, qualche volta versi anche tu lacrime amare nella scodella?… Perdonaci se, pur appartenendo a un popolo che ha sperimentato l’amarezza dell’emigrazione, non abbiamo usato misericordia verso di te.

Anzi ripetiamo su di te, con le rivalse di una squallida nemesi storica, le violenze che hanno umiliato e offeso i nostri padri in terra straniera. Perdonaci, se non abbiamo saputo levare coraggiosamente la voce per forzare la mano dei nostri legislatori… Un giorno, quando nel cielo incontreremo il nostro Dio, questo infaticabile viandante sulle strade della terra, ci accorgeremo con sorpresa che egli ha il colore della tua pelle. P.S. Se passi da casa mia, fermati”. Ultima tappa del Papa, il porto di Molfetta dove si svolsero i funerali del vescovo, prossimo alla santificazione, a cui parteciparono 60mila persone. Ieri ce n’erano quasi altrettante alla celebrazione della messa a ribadire che l’utopia di Don Tonino resiste oltre la morte e vive nelle viscere della terra oltraggiata e nel sangue dolente degli ultimi.

Che influencer la fiancata della Ferrari di Lapo!

Tutti sono capaci di sfasciare una Ferrari in movimento, lanciata a tavoletta, ma trovatene uno che sappia sfasciarla da fermo. Eppure quell’uno esiste. Mac Rooney? Acqua. David Copperfield? Acqua. Lapo Elkann? Fuoco, fuochissimo. Lui c’è riuscito davvero e senza il minimo sforzo, nel centro di Milano; parcheggia, spalanca la portiera senza controllare lo specchietto retrovisore e centra in pieno una incolpevole utilitaria. Addio alla fiancata della fuoriserie personalizzata e verniciata di un particolare tipo di azzurro, il colore dei veri romantici (c’è il fiore azzurro di Novalis, e c’è l’Azzurro Lapo della sua Ferrari). Morale: tutti sono capaci di spendere mille euro per un coccio, Lapo arriva a 30mila d’emblée. Un momento però. Siamo sicuri che questo gesto così prepotentemente mediatico sia stato casuale? Lapo è un influencer che la sa lunga e lo sfascio da fermo cade alla vigilia del Salone del Mobile, quando Milano viene invasa da torme di creativi, blogger e influencer a caccia di eventi in grado di lasciare il segno. Ecco dunque un evento capace di riportarci “all’energia degli anni 50”, come Lapo ha appena dichiarato al Financial Times. Pensandoci bene: cosa c’è di più energico di una Ferrari che per sfasciarsi non ha nemmeno bisogno di mettersi in moto? Ma sì: quell’incidente da fermo era in realtà un evento che lascia il segno (fanno 30 mila euro); e quella Ferrari azzurro Lapo è un pezzo di design da ammirare, rampante eppure immobile metafora del Paese.

Ma i giornalisti non fanno parte della Casta

“La megalomania dei giornalisti è quasi sopportabile nella sua ingenuità”.

(da “È la stampa, bellezza!” di Giorgio Bocca – Feltrinelli, 2008 – pag. 75)

 

Resa celebre da Humphrey Bogart nell’indimenticabile finale del film “L’ultima minaccia” di Richard Brooks (1952), la battuta “È la stampa, bellezza!” chiude l’epico scontro fra il direttore di un giornale che sta per essere licenziato e un minaccioso gangster locale. Ma riassume più in generale il perenne conflitto in difesa della libertà di stampa dalle interferenze di tutti i poteri, politico, economico e giudiziario. Quella stessa frase dà titolo al pregevole saggio citato all’inizio, pubblicato nel 2008 da Feltrinelli, in cui già allora Giorgio Bocca rifletteva sulla crisi del giornalismo: tanto più attuale mentre quotidiani e settimanali, tranne rare eccezioni, vanno perdendo sempre più copie e autorevolezza.

Dalla battuta di Bogart, prende spunto ora un curioso libretto di Cesare Lanza, giornalista di lungo corso e bastian contrario di vocazione, intitolato “Ecco la (nostra) stampa, bellezza” (Edizioni La Vela) che raccoglie, come recita il sottotitolo, “ritratti di giornalisti di oggi, alcuni di ieri, grandi e meno grandi”. Un centinaio di “medaglioni” della carta stampata e della televisione, tra cui anche il fondatore e il direttore di questo giornale, fino al sottoscritto. Con il “graffio” che lo contraddistingue, Lanza descrive e racconta i personaggi da lui scelti, per offrire in realtà una “foto di gruppo” e passare in rassegna il giornalismo italiano, con i suoi vizi e le sue virtù, “confidando – come lui stesso scrive nell’introduzione – di stimolare la curiosità di chi legge, suscitare ricordi, provocare confronti”.

I ritratti dei colleghi, più o meno benevoli, sono divisi per categorie. E naturalmente, anche qui si tratta di una scelta del tutto arbitraria e opinabile: si va dai “giornalisti leggendari”, come certamente sono Arrigo Benedetti e Indro Montanelli, ai “direttori di potere” (ma quale direttore non lo è?); dai “politicamente intransigenti” ai “maestri del gossip”, fino alle “grandi firme femminili”, tra le quali figurano più che legittimamente Camilla Cederna e Oriana Fallaci. Una galleria di “mostri sacri”, insomma, all’interno della quale compaiono anche alcuni mostri e basta: di bravura, di abilità, di furbizia e perfino di opportunismo. E nella quale, come riconosce l’autore, mancano diversi colleghi che lui non ha avuto modo di incontrare nella sua vita professionale e che invece avrebbero meritato senz’altro una citazione.

Fatto sta che il “ritratto di famiglia” proposto da Lanza riflette le luci e le ombre di una professione in declino, e non solo in Italia, per effetto della concorrenza televisiva e soprattutto di quella – spesso sleale – di Internet. Ma anche a causa dei propri errori, delle proprie debolezze e dei propri ritardi. Molte di queste colpe, per la verità, sono imputabili più agli editori e ai loro top manager che ai giornalisti. E non a caso all’origine della decadenza, c’è la progressiva estinzione del cosiddetto “editore puro”, immune da interessi estranei di natura imprenditoriale o finanziaria.

Proprio da questa mutazione genetica deriva la conseguenza che ormai i giornalisti vengono omologati alla famigerata Casta e considerati parte dell’establishment, mentre dovrebbero svolgere un ruolo di contropotere: cioè di controllo dei poteri costituiti, alla maniera anglosassone del watch dog, ovvero del cane da guardia. La verità è che, al di là dell’avvento dei nuovi media e dei social network, quella della stampa è in primo luogo una crisi di fiducia e di credibilità.

Bullismo: ridiamo valore agli insegnanti

Merita una riflessione l’episodio del prof bullizzato a Lucca e la violenza sempre più diffusa a scuola. Il bullismo dilaga, dopo Lucca è esploso il caso Velletri: “Ti faccio sciogliere nell’acido, professore”. Aspetti comuni: idiozia, rozzezza e “genialità” di postare l’impresa in rete autodenunciandosi. L’importante è esser “visti”, anche in situazioni non edificanti, conta avere molte visualizzazioni. Effetti perversi di una terribile sinergia: imbecillità e tecnologia. Ma non vengono bullizzati solo i prof: nel nord est una ragazza esasperata dagli insulti s’è gettata dalla finestra. Il fenomeno riguarda anche i licei e gli strati sociali medio alti, checché ne dica Michele Serra nella sua amaca incredibilmente classista (Repubblica, 20 aprile).

La mia memoria va a uno studente giovanissimo, apparentemente tranquillo, di buona famiglia, viso d’angelo, sveglio, ma praticamente un “demonio”; a vederlo, non dimostrava la perfidia, simulava, e la scena la attraversava senza il passo spavaldo degli spacconi. Sembrava mite e questo lo rendeva più pericoloso. Fu la collega di Fisica a parlarmene: un ragazzo viene costretto a fare cose sconce nei bagni. Ma al di là dei dettagli. Il dato è che in un liceo, luogo deputato all’istruzione, un alunno di famiglia benestante, torturava un coetaneo per sentirsi forte. Quali modelli educativi lo ispiravano? Quali erano gli ideali di riferimento? Si dice: la colpa è della scuola che non trasmette valori. Ma quando i ragazzi arrivano così, in classe, con giudizi (e pregiudizi), ben definiti, con turbe mentali e immondizia televisiva/modaiola/Kitsch ben radicata, è davvero possibile alla scuola fare qualcosa? Mi è capitato a volte di assistere alla mia sconfitta, quando, per dire, anche i film più noti sul bullismo scolorivano di fronte alla cruda realtà che avevo di fronte.

È una vecchia questione, Don Milani (adorabile) ha la sua “responsabilità”. Sono davvero troppe le situazioni di bullismo a scuola; ho visto anch’io prof molto deboli derisi dagli alunni. E comunque è vero la scuola è un ginepraio in cui accade di tutto, vero specchio della nostra società in crisi. Perché il docente di Lucca non ha reagito? I docenti hanno strumenti adeguati? E le famiglie, non peccano forse di giustificazionismo?

Quante volte abbiamo assistito a genitori che aggrediscono i docenti? Ci vorrebbero più interventi d’informazione e formazione culturale, per alunni, docenti e famiglie. Molti pensano ancora, davvero, che il bullismo sia “un rito di passaggio”. Espressione che non dice nulla. Nasconde. Il bullismo non sarà sconfitto fino a quando i valori fondamentali – tolleranza e solidarietà – non penetreranno nella coscienza di tutti. Mi chiedo – senza avere una risposta che convinca me stesso – il bullismo dilaga anche perché troppi tacciono? È un’ipotesi. Non ci si spende più per gli altri, per difendere un prof preparato ma debole; un compagno di classe fragile. Anzi si tace. Si ride. Si prende il telefonino e si filma.

Perché il ragazzo che ha bullizzato il prof di Lucca non è stato bloccato dai compagni? Capisco la paura, ma entro certi limiti: odio gli indifferenti, diceva Gramsci. Tuttavia c’è anche un problema di programmi, di educazione civica alla responsabilità: senza rispetto delle regole non c’è convivenza civile. E c’è il problema di ridare dignità – anche economica – al docente: aumentare lo stipendio dei prof significa (anche) aumentarne l’autorevolezza. C’è ancora molto da fare. Intanto, alunni e prof continuano a essere bullizzati mentre i benpensanti tacciono. “Dio ci guardi dalla cosiddetta gente per bene”. È una frase di Benedetto Croce. Sapeva quel che diceva. Il bullismo non è una caratteristica del popolo, degli ultimi, è presente anche tra i borghesi ai Parioli; Michele Serra è andato davvero fuori tema. Urgono piuttosto risposte adeguate. La politica, passate queste infinite consultazioni, batta un colpo.

La dignità passa da un reddito

È obbligo della Repubblica ed è nostra corresponsabilità costruire e promuovere soluzioni e strumenti che rispondano all’urgenza di garantire a tutti e tutte il “diritto all’esistenza”. Siamo partiti da qui cinque anni fa, quando l’aumento della povertà e delle disuguaglianze nel nostro Paese iniziava a raggiungere livelli mai visti nella storia repubblicana. La proposta di introdurre anche nel nostro Paese una forma di sostegno al reddito, che abbiamo chiamato “Reddito di Dignità”, risponde a questa esigenza irrinunciabile.

Quella proposta è stata costruita insieme a centinaia di associazioni, cooperative, parrocchie, comitati, istituzioni locali, centri di ricerca, cercando di valutare le esperienze migliori, i limiti ed i vantaggi. Sulla nostra proposta convergevano nello scorso Parlamento il gruppo del Movimento Cinque Stelle, gli ex Sel ed una parte minoritaria del Pd. Nonostante questo, il Parlamento e i governi di questi ultimi anni hanno accuratamente evitato di discuterne in aula. I risultati sono senza precedenti: quasi 5 milioni di persone in povertà assoluta, 9 in povertà relativa, oltre 18 a rischio esclusione sociale, 12 che hanno smesso di curarsi, 5 working poor, più di un milione di minori in povertà assoluta, il 48 per cento di analfabeti funzionali, il 17,6 per cento di dispersione scolastica. Eppure, con la crisi il numero dei miliardari è triplicato mentre le mafie continuano a fare affari ancor più di prima.

I soldi per il reddito di dignità ci sono. Abbiamo calcolato, incrociando i dati Istat con quanto stabilito dall’articolo 34 della Carta di Nizza, che la cifra necessaria sia intorno ai 15 miliardi. Per finanziarlo possiamo usare i 9,1 miliardi di euro utilizzati per gli 80 euro, che non sono andati agli incapienti e non hanno avuto impatti sulla domanda aggregata. Così come i 12,5 miliardi di decontribuzione fiscale regalati per il Jobs Act, non hanno creato buona occupazione e potrebbero essere utilizzati diversamente. Senza nuove tasse e attraverso la fiscalità generale possiamo investire, come in altri Paesi, la somma necessaria per restituire dignità a milioni di cittadini, rilanciando domanda aggregata e coesione sociale. Reddito e lavoro possono e devono essere coniugati insieme.

C’è una relazione tra aumento delle disuguaglianze, politiche di austerità, rafforzamento delle mafie, aumento della corruzione, crescita delle paure e della xenofobia. Quello che deve preoccuparci è che chiunque andrà al governo continui con le politiche di austerità, con i tagli al sociale, con il rientro ottuso sul debito senza porsi domande del perché sia esploso proprio nel 2011. Il governatore Ignazio Visco lo scorso 10 febbraio ha confermato in conferenza stampa che “nessuno toccherà il vangelo delle riforme che serve a garantire la crescita”. L’austerità serve dunque a garantire un tipo di crescita che è la più bassa d’Europa, ci fa produrre solo per le esportazioni, ci impedisce di immaginare una nuova base produttiva ecologicamente orientata, arricchisce quelli già ricchi e continua a impoverire ceti medi e popolari.

Se si vuole fare il reddito minimo garantito o iniziare a introdurre forme di reddito di base, bisogna distaccarsi dalle politiche di austerità e riformare in maniera innovativa il welfare, rimettendo al centro le politiche sociali. L’Italia è l’unico Paese nell’Ue a non avere una misura di sostegno al reddito. Il Reddito di inclusione (Rei) introdotto dal governo Renzi seleziona soltanto una parte dei poveri assoluti senza peraltro garantire loro un’esistenza libera e dignitosa.

La nostra proposta è coerente con le indicazioni sovranazionali e le esperienze nazionali perché pone al centro la valorizzazione e l’autonomia di scelta. Ma soprattutto salvaguardia i principi irrinunciabili che caratterizzano un regime di reddito minimo garantito, così come stabilito dalle istituzioni europee, a partire dalle risoluzioni e raccomandazioni che si sono succedute dal 1992. Tra questi principi irrinunciabili vi sono: 1) l’individualità della misura; 2) la non vessazione del beneficiario attraverso stringenti contropartite e forme di condizionamento; 3) l’accessibilità per coloro che ne hanno diritto; 4) la residenza e non la cittadinanza; 5) il diritto a servizi sociali di qualità oltre al beneficio economico; 6) la durata; 7) l’ammontare del beneficio.

Su questa proposta serve un grande dibattito dentro e fuori dal Parlamento, che sia innanzitutto non tecnico, ma su che idea di società, di civiltà e di Paese vogliamo costruire. Per leggere la complessità ma anche le opportunità della fase storica in cui siamo.

*coordinatore Rete Numeri Pari www.numeripari.org

Mail box

 

Si continua a preferire chi insulta a chi ragiona

L’editoriale di ieri del direttore Travaglio, che informa noi lettori su come non andrà a dirigere il Tg1, mi ha riportato a una riflessione che facevo fra me e me nei giorni scorsi. Sono sempre più convinto che “chi provi a ragionare”, anche al meglio delle proprie limitate possibilità, vada incontro con certezza a un rischio, quello di sbagliare; e con altrettanta certezza venga scartato dal novero degli interlocutori privilegiati dai media di tutte le famiglie culturali e politiche.

Come interlocutore è di gran lunga preferito chi insulta, gli odiatori, da usare come comodo paradigma contrario; o in alternativa si preferisca chi ossequia, i fedelissimi, dai cui complimenti si fa anche la bella e facile figura di schernirsi. Per altro siamo sempre più dinnanzi al sistematico piegare le parole e i voti di noi cittadini semplici nel loro contrario. “Derubato del significato di ciò che dicevo, ho preferito tacere”, ha scritto Alfredo Reichlin il 14 marzo 2017, prima di lasciarci. Ovviamente il confronto è impari, ma credo proprio che si voglia che anche a noi cittadini semplici resti solo la possibilità di tacere.

Vittorio Melandri

 

C’è un’impunità sistematica e non solo nell’educazione

I ragazzi che fanno i “guappi” nei confronti dei professori sono sempre esistiti. Una volta c’erano i metodi opportuni di correzione, in molte scuole non italiane non sono mai stati aboliti. Nelle scuole italiane invece non lo si può fare, sono lo specchio di una società degli adulti nella quale chi sbaglia non paga o, mal che vada, paga sempre e solo in minima parte.

Fuori dal mondo della scuola questa impunità sistematica si chiama indulto, svuota carceri, permessi premio, sostanziale cancellazione dell’ergastolo. Questo è solo l’inizio. Quando nelle scuole ci saranno i figli di coloro che in nome di una certa fede non accettano di essere educati e prendere ordini da una donna le cose si complicheranno ulteriormente.

Studenti che diventeranno adulti e che difficilmente si può sperare che la maturità porterà loro la saggezza, abituati come sono a non riconoscere alcuna forma di controllo o di autorità. Questi soggetti raggruppati in greggi accomunati dagli stessi ideali di insofferenza nei confronti della autorità costituita avranno davanti due possibili strade: diventare dei leader, trascinatori delle folle, oppure scadere nel disadattamento cronico e incanalarsi verso una strada che potrebbe portare a una vita da sbandati.

Wanda Lignoti

 

Famiglia, scuola e Stato: ecco la fine delle istituzioni

Le immagini rubate da uno smartphone, e passate in TV, della professoressa di scuola secondaria svillaneggiata, derisa e quasi aggredita fisicamente da un paio di studenti quindicenni, che pretendevano addirittura di darsi i voti da soli, è allucinante e rende l’idea dell’inadeguatezza del docente, ma anche soprattutto come siano finite due istituzioni fondamentali per un Paese: la famiglia e la scuola. La famiglia perché è la prima educatrice dei giovani, colpevole di comportamenti menefreghisti e incapace di dare una direzione precisa ai figli a livello di civismo e di educazione di base (un atteggiamento simile per me, ultrasessantenne, sarebbe stato al tempo inconcepibile), e ha ormai abdicato a dire dei sonori “no” e a punire con fermezza certi comportamenti da bulli; la scuola perché ha perso autorevolezza, colpevolmente affossata da riforme demenziali, e non sostenendo i propri docenti, rinunciando a selezionarli e a formarli adeguatamente. Lo stato è poi l’ultimo colpevole, perché considera pericolosa la cultura che può aprire le menti ai futuri elettori, e tratta i docenti come spazzatura senza dargli né i giusti strumenti educativi né uno stipendio decente. I risultati sono demenziali.

Enrico Costantini

 

Gli italiani premiati dal “Time” e l’opportunismo dei politici

La rivista Time ha confermato due grandi italiani fra i cento più importanti del mondo. Ovviamente sono contento e concordo sulla validità dell’astrofisica Marica Branchesi e del chirurgo Giuliano Testa. Quello che mi convince meno sono i peana dei politici nostrani che tendono ad intrufolarsi magari facendosi “selfieggiare” con loro nel momento del successo salvo poi dimenticarsene qualora si dovessero trovare dei fondi per la loro meritoria attività e magari riconoscergli il posto che dovrebbe loro spettare per la loro capacità, cosa che in altri stati sarebbe naturale. Ma il mio pensiero corre, anche se laicamente, agli “ultimi”. Sto pensando all’onorevole Rosato che ha dichiarato che non sarà, lui e i suoi sodali, la ruota di scorta di nessuno. Questo politico, che è riuscito a fare persino peggio della calderoliana legge porcata, dimentica che la ruota di scorta è in dotazione alle auto perché in certi frangenti può risultare utilissima. Ma lui imperterrito non accetterebbe nemmeno questa funzione.

Franco Novembrini

 

I NOSTRI ERRORI

Nel pezzo di ieri sul fermo dei favoreggiatori di Matteo Messina Denaro ho attribuito al comandante del Ros Pasquale Angelosanto l’incarico più riduttivo di guida del Ros di Trapani. Dell’errore mi scuso con il generale e con i lettori.

GLB

La patrimoniale. Quei consigli del Fondo monetario che non vogliamo sentire

FA UN CERTO EFFETTO sentir arrivare dal Fondo Monetario Internazionale il suggerimento di “tassare i ricchi e gli immobili”. È quantomeno singolare che un’istituzione totalmente scevra dal sospetto di bolscevismo chieda ai governi di prendere i soldi a chi ne ha tanti in modo da riequilibrare un poco l’immenso squilibrio sociale che la globalizzazione selvaggia degli ultimi decenni ha provocato. Ma se ci si pensa a fondo la cosa non è così strana come potrebbe sembrare. L’istituto presieduto da Christine Lagarde, come chiunque si intenda di economia, sa benissimo che continuando a impoverire una sempre maggiore massa di popolazione a vantaggio di pochissimi privilegiati, l’intero sistema sarebbe destinato a collassare provocando una crisi planetaria dagli esiti imprevedibili ma sicuramente drammatici. Invertire il trend attuale, ridando “potere d’acquisto” alle famiglie è l’unico modo per far ripartire in modo virtuoso l’economia scongiurando contemporaneamente il rischio di “esplosione sociale” che la situazione di povertà innesca inevitabilmente.

Mauro Chiostri

 

Troppo comodo così: in inglese questo si chiama “cherry picking”, pescare dal cesto dei consigli del Fondo monetario solo la parte che con cui uno è d’accordo. Nell’ultimo Fiscal monitor il Fmi ci suggerisce di fare esattamente quello contro cui gli italiani votano da anni: ridurre il debito con un “consolidamento fiscale ambizioso e credibile” (leggi: austerità) perché con un debito pubblico al 131,5 per cento del Pil l’economia è fragile e ogni shock può essere doloroso. E come si riduce il debito? Tagliando la spesa primaria – che in Italia significa sanità, dipendenti statali e, per quel che si riesce, acquisti della pubblica amministrazione – mentre si aumenta la spesa per investimenti, premessa della crescita futura. La ricetta fiscale è la stessa raccomandata da anni dalla tanto odiata Commissione europea: ridurre la tassazione dai fattori produttivi (imprese e lavoro) verso ricchezza, immobili e consumi, oltre ad allargare la base imponibile. In italiano: lasciar salire l’Iva, rimettere l’Imu sulla prima casa, introdurre una seria imposta di successione per avere le risorse con cui ridurre il cuneo fiscale. Almeno dal 2013 gli italiani votano in massa per partiti che promettono il contrario (a cominciare da Lega e M5S). Lei è d’accordo con questo programma, caro Mauro? Magari sì, e allora saremmo in due. Altri milioni di italiani la pensano diversamente. E non è colpa dei politici, è proprio colpa degli elettori.

Stefano Feltri