Piazza San Carlo, la Appendino ai pm: “Non ne sapevo nulla”

Tre ore dai pm per dire che non sapeva nulla dell’organizzazione del maxischermo in piazza San Carlo il 3 giugno scorso, dove avvenne un disastro che provocò un morto e più di 1.500 feriti. Era tutto delegato all’ex capo di gabinetto Paolo Giordana, all’ente Turismo Torino e altri ancora. Lo ha detto la sindaca di Torino Chiara Appendino, indagata in concorso con altre 14 persone per omicidio colposo, lesioni e disastro, durante l’interrogatorio del 20 novembre . “Non compete al mio ruolo di sindaco vedere e vagliare concessioni e autorizzazioni – ha detto ai pm -. Non sono mai entrata nel merito dell’iter burocratico dei provvedimenti che erano adottati per consentire l’organizzazione (della proiezione della finale di Champions League, ndr). Vi erano dei funzionari preposti a tali compiti”. Sui venditori abusivi di bottiglie ha spiegato che “vi erano altri organi preposti che avrebbero dovuto intervenire, in particolare la Commissione provinciale di vigilanza e la questura. Nessuno mi segnalò la necessità di provvedere in tal senso”.

Renzi e la Chiesa costringono i sardi agli ordini della Sceicca

Forse il vero legame tra la Sardegna e l’emirato del Qatar è l’inclinazione al matriarcato. Sarà per questo che pochi nell’isola sembrano notare la sottomissione alla sceicca Mozah bint Nasser al-Missned, imposta da Matteo Renzi (soprattutto) e dal Vaticano. La Sceicca è riverita su entrambi i lati del Tevere. Lunedì scorso il senatore di Rignano è andato a Doha per l’inaugurazione della National Library voluta dalla signora, madre dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani. Ma già nel 2007 il presidente Giorgio Napolitano l’ha nominata Cavaliere di gran croce al merito della Repubblica. Papa Francesco la riceve abitualmente in udienza privata. Batte tutti il sindaco di Olbia Settimo Nizzi che due mesi fa ha deciso di intitolarle (da viva) una scuola.

Tutti impegnati per gli interessi del Qatar in Sardegna, pietosamente chiamati investimenti anche se il conto lo paga la Sardegna. Si intrecciano la storia di un ospedale e quella della Costa Smeralda, entrambe scandalose. Il nuovo ospedale Mater Olbia è stato fatto passare per regalo all’isola bisognosa, come se fosse una regione dell’Africa nera, ma è solo una clinica privata convenzionata, cioè un affare. Era un’iniziativa del San Raffaele di don Verzè, poi andato a gambe all’aria. La Qatar Foundation Endowment è subentrata. Il general manager della Qfe Lucio Rispo ha dichiarato a Repubblica: “Ce lo chiese nel 2012 l’allora presidente Giorgio Napolitano”.

Avrebbe dovuto aprire i battenti tre anni fa, forse non vedrà la luce nemmeno per l’estate 2018, nonostante le assicurazioni fornite nell’ultima visita a Olbia dall’ambasciatore qatariota Abdulaziz Bin Ahmed Al Malki Al Jehani e le analoghe dichiarazioni del direttore amministrativo dell’Università Cattolica Sacro Cuore, Marco Elefanti, che con l’ospedale Gemelli dovrebbe assumere al 40% la gestione del nuovo ospedale, dopo la misteriosa uscita di scena del Bambin Gesù, sponsorizzato dall’esponente della segreteria di Stato Vaticana Angelo Becciu, sardo di Pattada. Tutto fermo. Eppure il governo Renzi a settembre 2014 aveva infilato un articolo apposito nel decreto Sblocca Italia: “Al fine di favorire la partecipazione di investimenti stranieri per la realizzazione di strutture sanitarie, per la regione Sardegna, con riferimento al carattere sperimentale dell’investimento straniero da realizzarsi nell’ospedale di Olbia…”. Già, prima ancora che l’ospedale fosse costruito è stata fatta una legge per consentire al governatore renzianissimo Francesco Pigliaru di ignorare la legge del governo Monti sul controllo della spesa sanitaria. Pigliaru annunciò che il Qatar avrebbe investito un miliardo in dieci anni, senza dire che in realtà 600 milioni glieli avrebbero dati i sardi: la spesa regionale per cliniche convenzionate passerà di colpo da 100 a 160 milioni, con severi tagli alle strutture sanitarie pubbliche.

In vista delle regionali 2019 ai politici sardi fanno gola i mille posti di lavoro promessi. Ma la clinica non parte. La Regione doveva includere l’ospedale di Olbia nel complesso riordino della rete ospedaliera. Ma se il Bambin Gesù puntava tutto su chirurgia e pediatria, ora pare che sarà l’oncologia la specializzazione del nuovo ospedale. Programmazione sanitaria à la carte, decisa dal privato. Però la procedura di accreditamento del Mater Olbia, quella che accompagna l’assegnazione dei posti letto, è ferma. Per questo il 19 ottobre scorso il Consiglio Regionale ha deciso di posticipare a fine 2019 l’assegnazione dei posti letto, consentendo al Mater di restare in partita. Per ora si sa solo che all’ospedale di Olbia dovrebbero essere assegnati 204 posti letto rispetto ai 242 inizialmente previsti.

Dicono i maligni che gli uomini del Qatar prima di partire con le assunzioni vogliano l’approvazione della nuova legge urbanistica regionale. Nel 2012 il fondo sovrano Qatar Investment Authority ha comprato la Costa Smeralda dall’americano Tom Barrack. Chiede di aumentare del 25 per cento la cubatura dei quattro alberghi di lusso a meno di 300 metri dal mare. Mario Ferraro, ad di Smeralda Holding, un anno fa ha detto al consiglio regionale che senza nuove cubature non potrà dare ai giovani sardi nuovi posti di lavoro da cameriere. Detto fatto. Il disegno di legge urbanistica include all’articolo 31 l’aumento della cubatura anche per gli alberghi che già sono cresciuti del 25 per cento grazie al “piano casa” del berlusconiano Ugo Cappellacci. Dice Ferraro: “Sulle aree incontaminate ci mettiamo una riserva naturale. Ma se costruisco un albergo a Porto Cervo, dove ci sono già case e hotel, che cosa sto compromettendo?”. Per gli ambientalisti nuove volumetrie entro i 300 metri dal mare sono vietate dal Codice Urbani, una legge dello Stato che la Regione non può aggirare se non con una provvedimento a rischio di incostituzionalità.

L’assessore all’Urbanistica Cristiano Erriu, convinto che la norma serva all’economia della regione soprattutto fuori della Costa Smeralda, tira dritto. Il governatore Pigliaru tentenna come ormai tradizione del suo mandato. La legge non marcia, i lobbysti del Qatar sono nervosi come lo stesso ambasciatore a Doha Pasquale Salzano, che ieri ha festeggiato il suo primo anno di mandato dichiarando il Qatar sua “seconda patria” (dopo solo un anno). Il Mater Olbia è arenato e le gerarchie vaticane appaiono disamorate. Come se Renzi, con il suo entusiasmo da neofita del lobbysmo, avesse ficcato la politica sarda in un guaio da cui non sa come uscire.

La ferita fatale del piccolo Silvio

Antichi sonoi fantasmi che deve fronteggiare in queste ore, il povero Silvio B. che oltrepassate le porte della sua quarta età, si è drammaticamente ritrovato nella prima, la sua triste infanzia, quando i cattivi compagni dei Salesiani gli dicevano che per lui non c’era posto in squadra, troppo magro, troppo piccolo. Ferita che gli sceneggiatori chiamano fatale e che nei romanzi fa muovere l’eroe – ostacolo dopo ostacolo, nemico dopo nemico – lungo la verticale del riscatto.

Per cancellare quel triste passato, Silvio B. non ha più smesso di comprarsi tutto il futuro che poteva, dai terreni alle ville, dalle femmine ai senatori. Ma la sua perenne condanna è che non può smettere di farlo. Per questo – suscitando in molti sorpresa, ma anche una piccola pena – non può andare a prendere il sole tra gli atolli come un qualunque miliardario alla sua età, ma è costretto a condividere l’ombra dei suoi giorni con gente come Letta, Tajani, Ghedini, coccolando il solo tesoro che ancora lo tiene vivo, essere solo lui il capoclasse. Lui l’arbitro e il campo da gioco. Lui tutto, naturalmente anche il pallone gonfiato. Il fischio finale non lo ammette. E di restituire il fischietto non se ne parla.

Lazio, Lombardi “appoggia” il Pd di Zingaretti

Già lo chiamano “laboratorio”, almeno quelli che sperano che il modello possa replicarsi anche a livello nazionale: parliamo del Lazio, dove – dal 4 marzo – va in scena una inedita e proficua collaborazione tra il Pd e Movimento Cinque Stelle. Protagonisti due che fino all’altro giorno erano acerrimi nemici: Roberta Lombardi e Nicola Zingaretti.

Ieri, l’esponente M5S – capogruppo in consiglio regionale – ha diffuso una nota in cui annunciava: “Abbiamo guardato i programmi, e abbiamo visto che ci sono dei punti in comune”.

Buona notizia per il governatore Pd che è stato rieletto alle elezioni di un mese fa, ma ha bisogno di un voto per avere la maggioranza dell’aula. “Noi ci siamo – ha detto ieri la Lombardi – anche col rischio di far fare bella figura a Zingaretti, questo rischio lo corriamo volentieri pur di fare il bene dei cittadini”. Zingaretti ovviamente ha apprezzato e, ringraziandola, ha aggiunto: “Aprire una fase nuova e pragmatica per cambiare e migliorare la nostra Regione sarebbe un esempio di buona politica”.

Vitalizi, lo schiaffone dell’ex ministro Landolfi al giornalista di Giletti

La scena, benché violenta, conserva una certa efficacia comica: l’ex ministro delle Comunicazioni Mario Landolfi, incalzato sul tema dei vitalizi dall’inviato di Non è l’Arena Danilo Lupo, si allunga con gesto repentino e un po’ goffo e allunga una zampata a mano aperta sulla guancia del povero giornalista, sbigottito. Non c’è la virilità brutale, criminale, della testata di Roberto Spada a Daniele Piervincenzi di Nemo, tuttavia lo schiaffone di Landolfi – avvenuto in piena strada, tra turisti e romani, a poche traverse da Montecitorio – si candida a diventare un’icona del tramonto definitivo di una stagione politica. Gli ex parlamentari si sentono sotto assedio: la prossima settimana i Cinque Stelle dovrebbero presentare in ufficio di presidenza alla Camera le delibere per tagliare i ricchi vitalizi maturati prima della riforma del 2012 (quella che ha sancito il passaggio al calcolo contributivo). Dopo di che agli ex onorevoli resterà l’ultima spiaggia dei ricorsi alla Corte costituzionale. Nel breve video divulgato da La7 – il filmato integrale andrà in onda domenica sera – si vede l’ex ministro (governo Berlusconi II, anni 2005-2006) in ebollizione di fronte alle domande del giornalista sui vitalizi, prima dell’improvviso ceffone. In serata Landolfi si è scusato, a suo modo, per il gesto: “Ho commesso un bruttissimo fallo di reazione e me ne assumo piena responsabilità”. Giletti ha commentato: “Queste immagini ci raccontano di come, purtroppo, il tema dei vitalizi per gli ex parlamentari continui ad essere un nervo scoperto”.

Apertura dei renziani: governo politico coi grillini, ma con un premier “terzo”

“Ma Renzi che cosa ha veramente in testa? Dove vuole andare a parare?”. La domanda rimbalza giorno dopo giorno anche tra i fedelissimi. “Tocca a loro” o no, l’ex premier è abituato a giocare su più tavoli. Anche in questi giorni, nei quali sembra che tutto accada tra centrodestra e Cinque Stelle, i dem continuano a trattare con il Movimento. Per essere precisi, pure i renziani mantengono aperte delle linee di dialogo. Lorenzo Guerini e Graziano Delrio, prima di tutto.

Tra quelli che stanno cercando di portare l’ex premier a un’apertura ai Cinque Stelle ci sarebbe anche Luca Lotti, e dunque il Giglio Magico. Premesso che ogni ipotesi richiede la chiusura della trattativa con la Lega, il passo indietro di Luigi Di Maio e una serie di paletti programmatici, le soluzioni messe in campo in questi giorni sono più di una. Un governo politico con Roberto Fico premier (ma su questo lavorano solo i non renziani); un monocolore 5 Stelle che si mantiene con i voti del Pd; un governo politico M5S- Pd con un premier terzo (né Di Maio, né Fico). Sarebbe quest’ultimo il dossier che stanno verificando Lotti, Guerini e Delrio. Il ministro dello Sport è anche – da sempre – l’uomo del dialogo con FI. La linea tra Renzi e Silvio Berlusconi non si è mai interrotta, il Pd al governo garantirebbe anche alcuni interessi dell’ex Cav. Prima si dovrebbero verificare una serie di condizioni: oltre al tramonto dell’asse Lega- Cinque Stelle, il fallimento del mandato esplorativo di Fico. Tutte pre-condizioni che consentirebbero a Renzi di presentarsi come l’uomo della responsabilità (e al Pd di mantenere il suo potere).

“Berlusconi sogna se pensa di prendersi dei parlamentari del Pd e sogna ancora di più se pensa a un governo con il Pd, Salvini e Meloni”, rispondeva così ieri Ettore Rosato all’ex Cavaliere che chiamava i Dem. Da notare la scelta dei “cattivi”, ovvero Salvini e Meloni. E il silenzio del Pd sulla sentenza sulla trattativa Stato-mafia. Nessuna difesa di Silvio Berlusconi, ma neanche nessun attacco. Se non si dovesse realizzare quella che resta la sua prima speranza, ovvero che Salvini molli Berlusconi e faccia il governo con Di Maio, Renzi troverà il modo di entrare in gioco.

L’incazzatura di Sergio e le trame di B.&Matteo

Questo diario è facilmente impressionabile, così quando ho letto, ieri mattina, su Repubblica il titolone: “L’ira del Colle”, ho immaginato qualcosa di indicibile, veramente choccante, una scena che non avremmo mai voluto vedere. Per averne conferma ho cercato sul dizionario Treccani il significato esatto della parola ira, e con qualche brivido ho letto: “Sentimento per lo più improvviso e violento che tende a sfogarsi con parole concitate, talvolta con offese, con atti di rabbia e risentimento, con una punizione eccessiva o con la vendetta, contro chi lo ha provocato”.

Ora, è indubitabile che il “comportamento” dei gemelli diversi Di Maio- Salvini, con tutti quei sì, no, ma, forse, grugniti e boccucce storte farebbe perdere la pazienza a un santo. Ma, onestamente, figurarsi Sergio Mattarella che dà fuori di matto, schiuma rabbia, insulta l’incolpevole Casellati, e magari prende a calci il prezioso mobilio dello Studio alla Vetrata, lascia veramente sgomenti.

Chi l’avrebbe mai detto? Sembrava una personcina così posata e silenziosa? E quale vendicativa punizione presidenziale starà meditando per la coppia di molestatori? L’incarico alla Meloni? Per riprendere fiato il diario si è concentrato su qualcosa di più adatto ai giochi di palazzo, che egli segue con eccitata curiosità (e quanto più sordidi ancora meglio). Ha trovato molto promettente il titolo del Fatto all’articolo, come sempre informato, di Wanda Marra: “Renzi punta sullo stallo e si organizza col Caimano”.

Diamine, l’avevamo sempre sospettato che quei due tramavano qualcosa. Fin da quando avevano fortemente spinto per una legge elettorale (il famoso Rosatellum, dal nome del prestanome) disegnata apposta per non fare vincere nessuno, visto e considerato che il gatto e la volpe già sentivano puzza di sconfitta. Adesso, in piena tarantella populista, non stentiamo a immaginare la loro goduria.

Bullo: “Ah ah grandissimo Silvio hai rintronato Salvini a furia di qui lo dico e qui lo nego, ora vuole perfino candidarsi a premier è proprio fuori di testa”. Caimano: “Grazie Matteo ti è piaciuta la battuta sui cinquestelle a cui non farei neppure pulire i cessi? Colpiti e affondati. Adesso tocca a te, se danno l’incarico esplorativo a quel Fico lì e quello viene da voi mi raccomando fallo impazzire con la solita tecnica: apri, chiudi, socchiudi, apri di nuovo e infine digli di attaccarsi al forno”. Bullo: “Ovvio compare, li faremo cuocere a fuoco lento dimostrando che sono degli inconcludenti. E quando si voterà, se mai si votasse di nuovo, leghisti e grillini ormai spompati verranno presi a pomodorate dagli elettori. Avanti così: io li tengo e tu li meni”. Caimano: “Alla fine Mattarella preso per disperazione ci darà il governo di tutti e di nessuno, un inciucione tale che a confronto il Nazareno sarà sembrato un dialogo tra Crozza e Benatia”.

Forse esageriamo o forse ha ragione il grande Guido Ceronetti (citato da Filippo Ceccarelli) che definisce quello in atto “un balletto di ombre che ha paura di confessare al Capo dello Stato la propria leggerezza, la propria inconsistenza, la propria fuga di fronte all’abominevole eredità lasciata dai loro predecessori democratici, che ne sghignazzano al riparo della loro provvida sconfitta con un mucchio di voti merdosi inservibili”.

Parole naturalmente scritte prima delle condanne di Palermo, che confermano l’esistenza della trattativa tra pezzi dello Stato e della politica (Dell’Utri) e Cosa nostra. Una sentenza senza appello per il governo che sarà: i voti dati ai Cinque Stelle e quelli raccolti dal centrodestra berlusconiano sono mondi che non potranno mai incontrarsi.

P.s. Mi dicono: guarda che nei titoli la parola ira di tre sole lettere è perfetta, provaci tu a fare entrare in una riga leggera incazzatura del Colle.

Arriva lo stipendio (e agevola le trattative)

“Be’, sì, fa un certo effetto…”. Un senatore neo letto sbircia sulla mail la prima busta paga da parlamentare appena ricevuta e non nasconde lo stupore. Non che non sapesse a quanto ammonti lo stipendio da membro di Palazzo Madama, ma un conto sono le chiacchiere e un altro è vedersi accreditare la cifra sul conto corrente. Parliamo di più di 13 mila euro, paga superiore a quella normale perché va conteggiata anche una settimana di marzo. Così suddivise: 5.767 euro di indennità (maggiorata, altrimenti è 5.000), 3.500 di diaria, 2090 come rimborso per le spese di mandato e 1650 come rimborso forfettario delle spese di mandato.

Insomma, una bella cifra, specialmente per chi, con le precedenti attività, non si avvicinava lontanamente a numeri simili. A fine mese arriverà lo stipendio anche ai deputati, così suddiviso: circa 6.000 euro di indennità (anche questa maggiorata), 3.500 euro di diaria, 3.690 euro per il rimborso dei collaboratori, più altre conteggi trimestrali e annuali per i trasferimenti dall’aeroporto e le spese telefoniche. Totale: circa 14 mila euro. Denari che rendono difficile pensare a un ritorno al voto. “A parole sono tutti disponibili a tornare alle urne, poi, quando si riceve il primo stipendio, le cose cambiano…”, sussurrava qualche giorno fa nel bel mezzo del Transatlantico di Montecitorio Luca D’Alessandro, ex forzista poi transitato in Ala di Denis Verdini e quindi non rieletto.

Insomma, sono proprio i neo eletti che potrebbero trasformarsi nella fascia di garanzia per non tornare al voto. Quel cuscinetto che si frappone tra la XVIII legislatura e le urne. “Dopo il primo stipendio si fanno anche accordi Kamasutra…”, diceva qualche giorno fa la giornalista Luisella Costamagna in tv. Ed è proprio sull’opposizione alle urne dei neo eletti che fanno affidamento i leader politici. In primis, Silvio Berlusconi. Il quale non ha mai negato che il suo schema preferito – un accordo tra centrodestra e Pd – si può reggere in Parlamento sulla ricerca di voti nel gruppo misto e tra coloro che non vogliono tornare al voto. E i contatti con i nuovi, possibili, responsabili sarebbero già avviati.

“Quando vedono il primo stipendio, s’iniziano a intravedere alleanze e coalizioni di governo dove prima non cresceva nemmeno l’erba…”, scherzano, ma non troppo, i cronisti sui divanetti di Montecitorio in queste convulse giornate di consultazioni.

Ecco, ora la prima busta paga è arrivata, anche maggiorata. A fronte oltretutto di un lavoro pressoché nullo. L’aula di Montecitorio, infatti, dal 4 marzo in poi si è riunita 7 volte, prevalentemente per distribuire cariche, a partire dall’elezione dei due presidenti Fico e Casellati. Non sono state istituite nemmeno le commissioni permanenti, che necessitano di sapere chi sta in maggioranza e chi all’opposizione, ma solo le commissioni speciali.

E ora, complice il lungo ponte dal 25 aprile al primo maggio, la Camera si prende due settimane di vacanza: si riprenderà il 7 maggio. Il Senato non è da meno: qui si è lavorato 12 ore e 56 minuti. E anche qui si farà il ponte. Due mesi di lavoro in sordina, per usare un eufemismo, che ci costeranno oltre 26 milioni solo per le retribuzioni degli eletti.

Il Colle e “i due ladri di Pisa”. Per lunedì si prepara Fico

I“due ladri di Pisa”. È un’immagine classica del teatrino della politica. Di giorno si litiga. E di notte si tratta. Indi, ricomincia tutto daccapo, provocando rabbia ed esasperazione tra chi assiste a questo spettacolino stucchevole. I “due ladri di Pisa” è una metafora che riecheggia soffusa anche al Quirinale, dove siede lo spettatore più autorevole e paziente di questo teatrino. I “due ladri” sono Luigi Di Maio e Matteo Salvini e le loro “furbizie tattiche” hanno stancato il capo dello Stato ben oltre una soglia ragionevole di comprensione. Al Colle l’umore volge decisamente al nero già da giovedì sera, come registrato dal Fatto di ieri, a maggior ragione dopo un pesantissimo venerdì, in cui il flop dell’esploratrice Elisabetta Casellati è stato accentuato dalle nuove tensioni tra Berlusconi e Salvini. Il primo che apre al Pd e insulta i grillini, il secondo che si dice pronto a “trarne le conseguenze”.

Dichiarazioni, non fatti. Annotano con scrupolo al Colle.

Del resto non è la prima volta che i due hanno fatto parlare di “centrodestra frantumato”. È accaduto sulle presidenze delle Camere, in una notte in cui prima B. dichiarò guerra alla Lega in difesa della candidatura di Paolo Romani alla presidenza del Senato. Poi fece pace con Salvini sul nome di Casellati.

Anche su questo, il presidente della Repubblica rifletterà da oggi a lunedì, quando ci sarà lo spoglio delle regionali in Molise, la prima “tappa” dei tatticismi salviniani nella trattativa con il M5s.

In ogni caso sul tavolo di Mattarella non ci sarebbe più l’opzione del pre-incarico a Salvini o a un altro esponente del centrodestra. Questo schema è morto, ormai. Vale sia per il leader leghista, che giovedì sera ha annunciato di voler “scendere in campo”. Sia per l’ex Cavaliere che ha pubblicamente aperto al Pd.

Resta però il filo sempre esile che porta a Lega e Cinquestelle, cioè ai “due ladri di Pisa”. Ovviamente tutto può succedere da qui a lunedì. Cioè che Salvini e Berlusconi rompano non solo a parole. Per il momento segnali concreti dalla Lega non ne arrivano in merito. Nonostante l’irruzione sulla scena politica della clamorosa sentenza sulla Trattativa tra Stato e Mafia e che conferma le tenebre inquietanti che avvolsero la nascita di Forza Italia. Su questo, ieri, Salvini non ha detto una sola parola. Né di solidarietà a Forza Italia, né nella direzione auspicata dai grillini.

Eliminata la possibilità di un pre-incarico – in base al colloquio avuto ieri con Casellati dopo la due giorni di esplorazione della presidente del Senato – e rimasto ancora in sospeso, a 48 giorni dalle elezioni, lo schema tra Cinquestelle e Lega, la carta su cui il capo dello Stato concentrerà la sua attenzione è il mandato esplorativo al presidente della Camera, Roberto Fico.

Dopo due consultazioni al Colle e il “giro” di Casellati, dovrebbe essere Fico l’uomo della quarta settimana dello stallo, a far data dal primo giorno di Mattarella a colloquio con i partiti, il 4 aprile scorso. La mossa del presidente della Repubblica è simmetrica a quella fatta con Casellati. A lei, espressione del berlusconismo e del centrodestra, è stato dato il compito di smuovere qualcosa tra i due schieramenti che l’hanno eletta.

A Fico, invece, che incarna l’anima di sinistra del grillismo, dovrebbe essere consegnato dal Colle un perimetro diverso: esplorare il nuovo terreno tra Pd e Cinquestelle. Ieri sera, però, al Quirinale è spuntata un’altra valutazione. Quella di inserire nel perimetro anche l’ipotesi dello schema M5s-Lega. In fondo chi meglio di un esploratore grillino può fare chiarezza sulla linea andreottiana di Di Maio con i cosiddetti due forni?

La prossima settimana, infatti, conduce all’ultima scadenza “regionale” indicata da Salvini a Di Maio: il Friuli Venezia Giulia. E senza dimenticare che solo l’accordo con la Lega darebbe a Di Maio la certezza di avere l’incarico per formare un governo e andare a Palazzo Chigi. Sempre che il capo del Carroccio rompa con l’ex Cavaliere.

Questi sono gli scenari esaminati al Colle, dove l’unica “consolazione” è che la fine di aprile rappresena la chiusura della finestra elettorale di giugno. Un problema in meno.

I water a Publitalia li puliva la coop cara a Mangano

I grillinia pulire i cessi di Mediaset? La battutaccia del fu Cavaliere in realtà, dalle parti del Biscione, sarebbe un upgrade: la “pulizia dei cessi“, infatti, è stata un tempo affare degli amici di Vittorio Mangano, ex “stalliere” di Arcore condannato per mafia e definito da Berlusconi “un eroe”, morto nel 2000. La storia è questa: negli anni 90 le pulizie a Publitalia – feudo di Marcello Dell’Utri, condannato per mafia anche lui – le faceva un gruppo di cooperative basate a Milano e gestite dai messinesi Natale Sartori e Antonino Currò, che da diverse inchieste risultano essere stati in rapporti di amicizia con Mangano. Un legame testimoniato anche dal fatto che le tre figlie dello “stalliere” – Cinzia, Loredana e Marina – erano amministratrici di una delle coop della galassia di Sartori. Quest’ultimo e Currò furono arrestati una prima volta per gravi reati nel 1999, ma l’inchiesta sfociò in due condanne per reati minori. Cinzia Mangano e il marito di sua sorella Loredana, Enrico Di Grusa, furono invece arrestati nel 2013 nell’ambito di un’indagine della Dda di Milano: nel 2014 la Mangano è stata condannata a 6 anni e 4 mesi per associazione a delinquere semplice, condanna confermata in appello l’anno dopo.