Sull’iscrizione all’anagrafe dei figli delle coppie omosessuali la sindaca di Torino Chiara Appendino “forza la mano”. Saranno registrati dal Comune, anche se la legge ancora non lo consente. Lo fa dopo il caso sollevato dalla consigliera comunale Pd Chiara Foglietta che, con la compagna Micaela Ghisleni, non ha registrato il figlio Niccolò Pietro all’anagrafe: essendo stato concepito con la fecondazione assistita fatta con un gamete maschile proveniente da un donatore anonimo, la madre avrebbe potuto iscriverlo all’anagrafe soltanto dichiarando che il bambino è nato dopo un rapporto sessuale con un uomo ignoto, un falso che Foglietta non voleva commettere. Così ieri la sindaca ha dichiarato di avere “la ferma volontà di dare pieno riconoscimento alle famiglie di mamme e di papà con le loro bambine e i loro bambini”: “Da mesi stiamo cercando una soluzione compatibile con la normativa vigente. Dopodiché la nostra volontà è chiara e procederemo anche forzando la mano, con l’auspicio di aprire un dibattito nel Paese”, ha annunciato ieri su Facebook. Era stata proprio la consigliera dell’opposizione a chiederle di fare qualcosa di più: “Tanti sindaci l’hanno fatto in questi anni di fronte a matrimoni registrati all’estero, di fronte a figli di coppie omogenitoriali – aveva scritto Foglietta sul social network martedì -. Sono stati proprio sindaci coraggiosi ad aprire varchi nella legge. Sono stati amministratori aperti e lungimiranti a metterci la faccia, a prendersi la responsabilità di scardinare il sistema”. E Appendino ha recepito il messaggio. “Finalmente la nostra città adegua la burocrazia alla vita reale, quotidiana – ha commentato la presidente di Arcigay Torino Francesca Puopolo -. Finalmente le cittadine e i cittadini possono riconoscersi in una buona pratica che tutela ogni forma di famiglia”.
Di Maio, gli sms con Salvini. “Ma ora strappi col Caimano”
Contrordine cittadini, il Nemico è ancora nemico. Perché nel giorno in cui 5Stelle e Lega si riavvicinano, e parecchio, su tutto piomba la sentenza di Palermo. Ovvero uno spartiacque, “una pietra tombale” secondo i grillini tutti. Sufficiente per spazzare via una volta per sempre la grande tentazione per il candidato premier a 5Stelle: quella di accettare l’appoggio esterno di Silvio Berlusconi, a cui Luigi Di Maio aveva assicurato per giorni che con lui il problema “era politico, non personale”.
La pioggia di condanne, che tocca anche il co-fondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, ha cancellato ogni possibile stratagemma: dall’appoggio esterno di Forza Italia a un governo tra Lega e M5S, fino a ministri più o meno d’area forzista infilati nell’esecutivo, altra ipotesi di cui si era ragionato. “Con le condanne di oggi muore definitivamente la Seconda Repubblica” twitta Di Maio a decisione ancora calda. Ed è già un’altra fase, rispetto al difficile giovedì in cui il capo politico aveva ammesso di essere stato disponibile ad accettare il sostegno esterno di Fi e Fratelli d’Italia, facendo infuriare la base e parecchi parlamentari, anche di rango.
Ma da ieri tutto è cambiato, e un dimaiano doc come Riccardo Fraccaro scandisce: “La sentenza politicamente è una pietra tombale sull’ex Cavaliere, ora Salvini decida”. Ovvero tocca al leghista che sembra sempre sul punto di rompere con il Caimano, e invece no. Ma che per i 5Stelle rimane sempre il primo forno, per formare un governo. Quel Salvini che ieri si è sentito più volte, da mattina a sera, con Di Maio. E a cui il M5S chiede di rompere con Berlusconi, in fretta, “perché è un mese che arrivano segnali, ma ora servono fatti concreti”. Adesso più che mai, dopo la decisione del tribunale siciliano. Però Salvini ancora non strappa. E dopo la sentenza rimane zitto. Neanche un fiato, da lui e da tutto il Carroccio: una linea decisa dal segretario, che dimostra l’imbarazzo.
Però per buona parte della giornata Salvini se le dà a distanza con un Berlusconi loquace e furibondo, che prima della sentenza dal Molise evoca un sostegno “da gruppi misti ed esponenti dem” a un governo del centrodestra. E Salvini la prende male: “Piuttosto che riportare al governo il Pd faccio tre passi in avanti io, chi guarda a sinistra si tira fuori dalla coalizione”. Parole che evocano uno strappo prossimo venturo. Invece per il capo del M5S il leghista ha parole di miele: “Con i 5Stelle proverò fino in fondo, con Di Maio mi sono messaggiato padiglione per padiglione”. E in effetti lo scambio di sms è fitto, con il segretario della Lega che invita il grillino a tenere ancora apertissima la trattativa. Nel frattempo però Berlusconi entra a gamba tesa: “Nella mia azienda i 5Stelle li manderei a fare i fattorini ed a pulire i cessi, un esecutivo con loro è impossibile”. Sillabe per minare il dialogo tra Carroccio e Movimento. Ma Di Maio sfrutta l’occasione. Copia l’agenzia con l’attacco del Caimano, e la invia tramite WhatsApp a Salvini. “Come si può fare un governo con uno così?” gli scrive in sostanza il capo del Movimento. Poco dopo, arriva la sentenza. E Di Maio e i suoi urlano ovunque che con Fi è finita e Salvini deve decidersi a strappare. Lui però tace. Mentre Berlusconi ritrova toni istituzionali, e ribadisce che “il centrodestra è unito”.
Un’altalena di mosse e contromosse che irrita il Quirinale. Dove ora si pensa a un incarico esplorativo, da assegnare lunedì al presidente della Camera Roberto Fico, il grillino con il cuore a sinistra. E con lui tornerebbe in gioco l’altro forno, il Pd. Dal Movimento ostentano tranquillità: “Per noi un mandato a Roberto va benissimo, è un uomo leale e in linea con noi”.
Tradotto, non lavorerà contro un successivo pre-incarico a Di Maio per Palazzo Chigi. Ipotesi a cui ieri sera molti nel M5S credevano. Però prima potrebbe arrivare l’esplorazione di Fico. E i 5Stelle si augurano che nel suo giro di consultazioni possa tenere dentro sia la Lega che il Pd. Ergo, l’ultimatum dato da Di Maio a Salvini (“ci risponda entro domenica”, ossia domani) pare dilatarsi. Intanto in serata Di Maio e Di Battista si ritrovano su un palco a Campobasso, nel Molise dove domani si vota. Berlusconi parla in contemporanea, a pochi metri di distanza. Ma Di Battista lo snobba: “Non lo commentiamo, voliamo alto: certo, lui è nervosetto…”. Mentre Di Maio confessa: “Con che faccia sarei venuto qui dicendo che ho fatto l’accordo con Silvio Berlusconi dopo tutto quello che è successo a Palermo?”. Ed è l’ammissione di un errore: sfiorato.
Dj Avicii, l’Apollo dell’elettro-dance muore a 28 anni in Oman
Avicii, il re svedese dell’elettronica, si è spento ieri all’età di soli 28 anni. Era in viaggio in Oman e nel pomeriggio il suo corpo è stato ritrovato senza vita. La sua carriera ha avuto inizio quando aveva 16 anni, scrivendo, remixando e pubblicando i suoi brani gratuitamente prima in un blog di musica elettronica svedese, poi nel suo profilo di Myspace. Influenzato da artisti come Daft Punk, Tiësto e Axwell, il ragazzo cresce artisticamente molto in fretta. Nel 2008 viene scoperto da Ash Pournouri, regista iraniano-svedese, propietario dell’agenzia At Night Management, che diventerà il suo manager e gli farà firmare un contratto con la sua agenzia. Viene poi il momento di scegliere un nome d’arte: il suo vero nome è infatti Tim Bergling; decide allora di chiamarsi Avicii, che in sanscrito vuol dire letteralmente senza onde e rappresenta, nel buddhismo, l’ultimo livello dell’inferno. Percorso in ascesa per questo prodigio dei mixer e dei sintetizzatori: un primo successo planetario arriva nel 2010, con il singolo Levels. Poi Hey Brother, Wake Me Up, e le nomination ai Grammy Awards. Tutti cantano Avicii, specie in estate, periodo in cui sforna le hit migliori. Una vita frenetica, forse anche troppo. In un’intervista del 2017 a Rolling Stone, il giovane svedese ha riflettuto sulla sua decisione di interrompere il tour, dopo i fatti del 2016 che lo avevano visto ritirarsi dalle esibizioni dal vivo per motivi di salute, avendo sofferto di pancreatite acuta dovuta, in parte, a bere eccessivo. Nel 2014 aveva anche rimosso cistifellea e appendice per gli stessi problemi. “Nessuno di noi oggi riesce a gestire le emozioni, la maggior parte di noi si sta comportando in modo reattivo”, aveva dichiarato. “Ecco perché ho dovuto interrompere il tour, perché non potevo leggere le mie emozioni nel modo giusto.”. E aveva aggiunto: “Il tutto riguardava il successo per il successo. Non ho più avuto alcuna felicità”. Ma, pare, abbia guadagnato 28 milioni di dollari.
Scuola, la sorte dei diplomati magistrali: “Aspettare sentenze”
È arrivatoieri al ministero dell’Istruzione il parere dell’Avvocatura di Stato sulla esclusione dalla Graduatorie a esaurimento dei diplomati magistrali. In sostanza, restano fermi i diritti acquisiti di coloro che sono risultati destinatari di una sentenza già passata in giudicato (circa 2mila docenti) mentre in tutti gli altri casi – la stima totale è di 50mila docenti – la decisione di dicembre non ha comunque effetti immediati. Bisognerà attendere le sentenze di merito che, dice il ministero, “con ogni probabilità, si uniformeranno alla decisione del Consiglio di Stato”. Si pensa quindi a una soluzione di tipo parlamentare per “salvaguardare, innanzitutto, il diritto delle studentesse e degli studenti alla continuità didattica e a un insegnamento di qualità e che possa contemperare le attese dei diplomati magistrali coinvolti dalle sentenze con quelle dei laureati in Scienze della formazione primaria”. A chiederlo sono tanto il Miur che i sindacati, che ipotizzano un concorso riservato. È comunque già stata programmata una prima riunione tecnica di approfondimento con le Organizzazioni sindacali il 3 maggio.
Gli spagnoli non sono più “ricchi” degli italiani
Negli ultimi 4 anni, con la ripresa economica dopo la lunga e intensa recessione, il Pil della Spagna è cresciuto cumulativamente dell’11,5%, mentre quello italiano appena del 3,4%. Nell’analizzare i dati del World Economic Outlook rilasciati dal Fondo Monetario Internazionale, il Financial Times ha evidenziato che il Pil pro capite spagnolo nel 2017 ha superato quello italiano e la tendenza proseguirà in futuro. Il titolo dell’articolo finito sul sito “Spanish now richer than Italians, IMF data show” – subito ripreso dalle principali testate nazionali nostrane – è, però, fuorviante per due motivi.
Il primo è che utilizzando il Pil come misura di confronto, non si può parlare di ricchezza ma di reddito prodotto. Si tratta di una confusione tra stock (la prima) e flusso (il secondo), che non sfugge agli analisti, ma che può indurre i lettori in interpretazioni non corrette della realtà. Il secondo errore, ben più grave, è la traslazione del confronto dai Paesi ai suoi abitanti, che non è affatto scontata. Il Pil misura la produzione che avviene all’interno dei confini economici di uno Stato, ma non è detto che siano i suoi abitanti a beneficiarne. Un caso emblematico è quello dell’Irlanda, sede legale di numerose multinazionali che godono di agevolazioni fiscali, che ha fatto registrare negli ultimi anni un’impennata del Pil, il 20% del quale finisce, però, all’estero. Per confrontare il benessere economico degli abitanti di uno Stato, occorre fare riferimento non al Pil, ma al reddito disponibile delle famiglie (misurato al netto di imposte e contributi), meglio ancora se aggiustato per i trasferimenti in natura ricevuti dallo Stato (principalmente in istruzione e sanità) e per le imposte indirette che gravano sui consumi (Iva e accise). Si tratta di quanti soldi finiscono effettivamente nelle tasche delle persone, che possono utilizzarli per le loro spese (consumi) o metterli da parte (risparmio). Nel 2016, il reddito disponibile degli italiani era di 18.754 euro pro capite, mentre quello degli spagnoli di 15.061 euro. Bisogna, tuttavia, considerare che il costo della vita nei due Paesi è diverso. Il livello dei prezzi in Italia è in linea con la media dell’Eurozona, mentre in Spagna è inferiore di quasi il 10%. A parità di potere d’acquisto, come si dice in gergo statistico, il reddito disponibile degli italiani è di 18.666 euro, mentre quello degli spagnoli è di 16.457 euro, con una differenza di oltre 2.200 euro pro capite, che superano i 2.500 se si tiene conto dei trasferimenti in natura da parte dello Stato, che in Italia sono più generosi.
Sebbene negli ultimi anni il divario si sia ridotto per la brillante crescita economica spagnola contrapposta a quella asfittica italiana, si può tranquillamente affermare che il sorpasso dei nostri cugini iberici, in termini di standard di vita, ancora non è avvenuto, né avverrà nei prossimi anni, in cui si spera che il trend dell’economia italiana si riallinei a quello degli altri partner europei.
Il paradosso dei musei siciliani: pochi custodi, chiusi nei festivi
Pirandello ne riderebbe e ne farebbe un’altra novella, se potesse vedere cosa accade nella terra del Caos che gli diede i natali. Quella al confine tra Agrigento e Porto Empedocle rimarrà sempre terra foriera di storie che hanno tutti i caratteri essenziali che ispirarono la poetica di uno dei più grandi scrittori del Novecento: il paradosso. Proprio il busto dello scrittore che guarda imperscrutabile i turisti che arrivano alla casa natale del premio Nobel non sarà visibile per le festività prossime del 25 aprile e del primo maggio. “Chiuso per ferie” è il cartello che potrebbero trovare i visitatori che affollano nei giorni di primavera questo e altri musei siciliani, approfittando del lungo ponte delle festività imminenti.
Rimarranno infatti chiusi allo stesso modo, oltre a tutti i musei della provincia di Agrigento, anche quelli di Trapani e molti di quelli di Palermo, Capitale italiana della Cultura 2018, dove ad accogliere i turisti resteranno poche strutture. E solo di mattina.
Il nodo della questione sta tutto nella carenza di personale e nell’impossibilità per gli operatori di superare il tetto massimo delle ore di lavoro nelle festività stabilito dal contratto, che oggi resta fissato a un terzo di quelle totali. Paradosso vuole quindi che nelle giornate di maggior afflusso di turisti nelle città siciliane, chiunque volesse visitare nel pomeriggio lo splendido museo archeologico Naxos a Taormina, meta turistica per antonomasia, troverebbe le porte sbarrate, così come i visitatori che arrivano dall’Asia per vedere la valle dei templi di Agrigento potranno sì vedere il parco, ma non potranno entrare dentro il museo “Pietro Griffo” che ospita il grande Telamone, oltre a reperti storici di enorme valore: rimarrà chiuso. Stessa sorte toccherà al Museo Pepoli di Trapani e al Lillibeo di Marsala.
Il contratto oggi in vigore impone ai dipendenti dei musei siciliani di poter lavorare soltanto 17 domeniche l’anno, più un terzo dei cosiddetti “super festivi”, giorni come appunto il 25 aprile e il primo maggio, nei quali l’apertura è garantita solo per quattro volte.
Pasqua e pasquetta erano già state archiviate con un campanello d’allarme e adesso arrivano i problemi per i musei che hanno esaurito le ore di lavoro disponibili e non possono assumere nuovi dipendenti.
“Il problema nasce per la carenza di personale sia degli operatori, sia della vigilanza – spiega Giuseppe Di Paola della Sidaras, uno dei sindacati di categoria – I musei sono già ampiamente sotto organico e quindi sono costretti a usare sempre lo stesso personale, esaurendo così le ore a disposizione per i turni festivi”. La carenza di personale si vede nei numeri: secondo i sindacati, oggi servirebbero 6-700 dipendenti in più rispetto ai mille oggi impiegati per evitare il blocco nei week end e nei super festivi.
La strada della modifica al contratto dei dipendenti pubblici non sembra una strada percorribile, e così dalla Regione lavorano invece per trovare una soluzione immediata attraverso spostamenti di personale, con la promessa di mettere in cantiere nuove assunzioni. Sì perché mentre oggi alcuni musei si trovano con un numero spropositato di impiegati – anche rispetto al numero di visitatori annuali che accolgono – dall’altro lato molte strutture piangono le carenze. Questa anomalia è stata rilevata anche dal nuovo assessore regionale ai Beni Culturali, Sebastiano Tusa, che ha sostituito Vittorio Sgarbi, dimessosi non senza polemiche pochi mesi dopo la sua investitura: “Il problema potrebbe essere affrontato in vari modi – spiega al Fatto – ad esempio con una ripartizione più equilibrata del personale, quella oggi in vigore è anomale e va corretta. In molti casi c’è un numero di dipendenti superiore rispetto alle necessità del museo. Sono convinto che con l’aiuto dei sindacati potremo risolvere questo problema. Ci sono comunque altre vie che possiamo seguire – spiega il neo assessore che ha incontrato le sigle la settimana scorsa – come la possibilità di realizzare i piani di lavoro, o inserire risorse per nuove assunzioni nel prossimo bilancio”. Nel frattempo, un’unica certezza regna nella terra del caos: molti turisti si troveranno di fronte a cancelli chiusi e a porte serrate. Mentre Pirandello, dall’alto, se la ride.
Inviato di Report aggredito dal capo della Federbalneari
Un inviato di “Report”, Giorgio Mottola è stato aggredito ieri mattina dal presidente della Federbalneari Renato Papagni, al termine di una conferenza stampa che si è svolta ad Ostia. Lo documenta un video postato sul sito del programma di inchiesta di Rai3. “Il giornalista stava svolgendo l’inchiesta che Report sta realizzando sui balneari di Ostia – si legge sul sito – e sulla regolarità delle concessioni negli anni. Al termine della conferenza stampa di Federbalneari, dopo che l’inviato si era regolarmente accreditato, specificando testata e nome, il giornalista ha chiesto a Renato Papagni, titolare di una concessione demaniale per una delle più importanti e grandi spiagge di Ostia, Le Dune, come sia possibile che nonostante gli abusi e le irregolarità accertate rispetto alla gestione del suo stabilimento balneare non gli sia stata revocata la concessione. Papagni ha prima strattonato Mottola, poi lo ha aggredito verbalmente e nel momento in cui l’inviato di Report gli ha mostrato un foglio recante la fotografia satellitare dello stabilimento balneare che dimostrava le irregolarità e gli abusi commessi, il presidente gli ha strappato di mano il foglio e ha cercato di infilarglielo in bocca”.
L’insegnante fa gli auguri a Hitler su Facebook
Voleva far gli auguri di buon compleanno a Colmar Walter Hahn, artista e fotografo nato il 20 aprile 1889 a Berlino ma la data coincide con quella della nascita di Adolf Hitler e così si è ritrovato al centro di una bufera.
Tutto è nato da un post che il professor Felice Spicocchi, ex vice preside dell’istituto agrario “Ulpiani” di Ascoli Piceno ha fatto su Facebook in tedesco: “Centoventinove volte auguri di buon compleanno”. Sono bastate queste parole a scatenare quello che l’insegnante definisce “un pandemonio”.
A segnalare al ministero dell’Istruzione e al prefetto di Ascoli le parole del docente è stato il Comitato antirazzisti piceni. A restare convinto di quel post è Spicocchi che contattato dal Fatto spiega: “Sto vivendo un incubo. Hanno scritto che ho la foto di Hitler sul profilo ma non è vero. Pensi a come stanno i miei figli vedendo il padre sbattuto sui giornali e nei Tg come un criminale. Sono iscritto alla Lega Nord e la voto da anni perché ha superato il fascismo e il comunismo. Da ragazzo ho militato nel Fronte della Gioventù ma alla nascita del progetto federalista di Gianfranco Miglio mi sono appassionato a quell’ideale che prevedeva una Repubblica Federale”.
E in merito al post fatto esattamente nella data di nascita di Hitler spiega: “Non essendo un suo fan non so quando è nato perciò non potevo sapere che si trattasse di una coincidenza. Tra l’altro ho scoperto che Hitler è nato a Braunau am Inn mentre il fotografo a Berlino. L’unica svastica che era presente sul mio profilo è quella nel manifesto di Boccasile, pubblicato in occasione della memoria della battaglia di Pearl Harbor. Mi sono imbattuto in foto fatte da Hahn a Dresda prima e dopo il bombardamento; da lì è nata la mia passione per lui come per tanti altri personaggi dimenticati cui faccio gli auguri. A giugno li farò anche a quel colonnello tedesco che resistette all’invasione inglese in Tanzania”. Spicocchi, appassionato di storia e modellismo, è convinto di essere preso di mira da qualcuno in Facebook: “Qualche mese fa ho condiviso un articolo de Il Giornale dov’era pubblicata la notizia di una sentenza della Cassazione che dichiarava come il saluto romano in certe circostanze non fosse reato. Avevo commentato con un ‘Chissà che ne dicono Fiano, la Boldrini e tutti gli altri che la pensano come loro?’. Sono stato anche allora segnalato e bloccato per 3 giorni”.
Intanto ieri la dirigente dell’istituto dove insegnava il professore prima di assentarsi per una grave malattia ha preso le distanze: “È assente da mesi – spiega Maria Luisa Bacchetti –. Qualunque cosa abbia fatto è stato in maniera autonoma, la scuola non c’entra”. Non è la prima volta che si parla di docenti o dirigenti finiti nel mirino per aver ricordato o scritto di fascismo o nazismo. In Piemonte l’estate scorsa Alessandra Pettorusso fu segnalata all’Usr dopo aver pubblicato un post dichiarando di ringraziare Dio ogni giorno per averla fatta fascista. E a Roma a finire sotto i riflettori era stata Anna Maria Artioli che aveva organizzato per le medie “Alessi”, un ballo con “l’ambientazione fascista”.
“È stata uccisa dagli italiani”. Così parlavano di Ilaria Alpi
È un gioco di specchi, di testimoni falsi, di carte che spariscono e riappaiono. Sono passati 24 anni dal 20 marzo 1994, quando l’inviata Rai Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin rimasero uccisi in un agguato a Mogadiscio, in Somalia. Una montagna di carte raccolte nel corso di inchieste, processi finiti con la condanna di un innocente, un ginepraio di ipotesi e l’ombra del depistaggio, evocata apertamente dalla recente sentenza della corte di Appello di Perugia, intervenuta nella revisione della sentenza contro il somalo Hashi Omar Hassan, dichiarato innocente dopo 17 anni di carcere.
E ora, quando il Gip di Roma sta per decidere su una richiesta di archiviazione, appare una nuova pista. O meglio, l’ombra di nuovi indizi, che però arrivano con cinque anni di ritardo. Un tempo inspiegabile.
Quando il 17 aprile scorso si è aperta la camera di consiglio del Giudice per le indagini preliminari la Procura di Roma ha sorpreso tutti depositando nuovi atti. Si tratta di una informativa della Guardia di Finanza di Firenze del dicembre 2012, con la trascrizione di alcune telefonate tra somali. Tre sono i protagonisti. C’è il gestore di un money transfer di Birmingham, città inglese con una forte presenza delle comunità del Corno d’Africa, che chiama il suo corrispondente, anche lui somalo, gestore di un centro di trasferimento di fondi nel cuore di Firenze, a pochi passi dalla stazione di Santa Maria Novella. I due sono coinvolti in un’indagine ampia della Dda fiorentina, accusati di far parte di una organizzazione specializzata nel gestire immigrati irregolari. Gestiscono flussi finanziari delle comunità del Corno d’Africa, attraverso il sistema fiduciario Hawala.
C’è poi un terzo somalo, molto noto, l’avvocato Douglas Duale, uno dei tre difensori di Hashi Omar Hassan, prima condannato nel 2002 come componente del gruppo di fuoco che uccise Alpi e Hrovatin, poi assolto definitivamente nel 2017, dopo la conferma – venuta dalla trasmissione Chi l’ha visto – delle false accuse arrivate da un testimone fuggito in Inghilterra nel 1997, senza mai deporre in aula. A legare i tre è un passaggio di denaro, 40 mila dollari partiti dalla presidenza della Somalia all’inizio del 2012 e destinati all’avvocato Duale per il caso Hashi. Una prima tranche, affermano i due gestori dei money transfer, di una somma molto alta, 200 mila dollari. Nelle conversazioni uno dei due somali afferma, poi, che Ilaria Alpi “è stata uccisa da militari italiani”. Questi gli elementi nuovi che ora il Gip dovrà valutare, forniti tre giorni fa alla difesa della famiglia Alpi dalla Procura di Roma.
Riscontri, al momento, non ce ne sono. Le accuse agli italiani potrebbero essere semplicemente un sentito dire, una storia che si è ormai consolidata – anche grazie a tanti elementi ormai certi – nella cultura orale dei somali. Più concreto è quel passaggio di soldi, ma che, da solo, potrebbe essere non significativo.
Hashi Omar Hassan di certo nei suoi 17 anni in carcere non ha mai vissuto da detenuto ricco e di quella somma non sapeva nulla, ha assicurato. Poteva contare su 100 euro ogni tre mesi per le piccole spese. Quei 40 mila dollari – che vengono cambiati con 29.800 euro – potevano essere soldi raccolti tra le comunità somale o offerti dal governo di Mogadiscio – come si afferma nelle intercettazioni – per finanziare la sua difesa legale. “Sono senza parole – ha commentato Douglas Duale, sentito da Il Fatto –. Quei soldi, raccolti dalla famiglia di Hashi, sono serviti per spese della difesa”. L’avvocato poi aggiunge: “Conoscevo quelle intercettazioni, perché depositate in un processo di Catania dove difendevo dei somali. Non le ho mai considerate perché per me erano irrilevanti”.
C’è però di più. L’informativa risulta inviata per competenza alla Procura di Roma dalla Dda di Firenze alla fine del dicembre 2012. Il fascicolo, però, è ricevuto da piazzale Clodio solo cinque anni dopo, nel gennaio del 2018. Un tempo non spiegabile con le normali procedure giudiziarie. Cosa è accaduto in quei cinque anni? E dove si è fermato il fascicolo? Ora sarà il Gip a decidere che peso hanno queste nuove carte.
“Giudici condizionati per troppi anni da Napolitano e B. Ieri un’eccezione”
“Ipilastri della Seconda Repubblica sono costruiti nel sangue delle stragi del 1992 e 1993: è accertato”. Brinda l’avvocato Antonio Ingroia, l’ex pm del processo durato cinque anni: “La trattativa tra Stato e Cosa nostra non è più presunta”.
Dell’Utri era il tramite, secondo la sentenza, tra i boss e il primo governo Berlusconi. Si scrive Dell’Utri e si legge Silvio Berlusconi?
È una sentenza storica. Convalida anche la mia ricostruzione nel processo Dell’Utri, dove l’ex senatore è stato condannato come mediatore tra la mafia e l’imprenditore Berlusconi per i fatti precedenti alla nascita di Forza Italia. Adesso il cerchio si è chiuso. La condanna penale di Dell’Utri diventa condanna etico-politica per Berlusconi, che non è stato incriminato non perché estraneo alla Trattativa. Da premier subisce le minacce della mafia, attraverso Dell’Utri, ma ne asseconda i risultati. Non si oppone, non denuncia alla Procura di Roma né a quella di Palermo.
La Seconda è stata una Repubblica eversiva?
La Seconda Repubblica è stata edificata sulla Trattativa dello Stato con Cosa nostra.
Massimo Ciancimino: condannato a otto anni per calunnia, ma assolto dall’accusa di concorso esterno. Un cattivo o un buono?
Il suo contributo all’accertamento della verità è stato prezioso. L’indagine è iniziata molti anni prima della collaborazione di Ciancimino, ma le sue rivelazioni hanno dato spessore e sostanza. Gli italiani sono in debito con questo signore: pur con i suoi limiti e i suoi pasticci ha riscattato la triste fama del cognome di suo padre don Vito, il sindaco dei Corleonesi.
Non è una bella giornata per l’Arma dei carabinieri.
L’Arma non sempre è stata fedele nei secoli con la parte giusta dello Stato. Ma voglio ricordare anche che, proprio per la Trattativa, due carabinieri, Vincenzo Garofalo e Antonino Fava, sono stati uccisi nel 1994 a Scilla, come stiamo dimostrando nel processo “’ndrangheta stragista” in corso a Reggio Calabria.
Nicola Mancino, invece, è stato assolto.
Sono curioso di leggere le motivazioni. Resta la sensazione che sapesse più di quanto ha raccontato ma, da collega, faccio i complimenti al legale Massimo Krogh.
In tanti, giornalisti e anche magistrati, hanno detto che era un processo basato sul nulla…
Sono orgoglioso di aver fatto parte di quella minoranza di magistrati che non hanno paura di affrontare verità scomode. Processo spettacolo e senza prove? Lo sosterranno ancora, vedrà.
È il primo grado, però. Pronostici per l’appello?
Dipende da cosa accadrà nel nostro Paese.
Che cosa intende dire?
Il clima politico crea un condizionamento nella magistratura.
Allora è successo anche per questa sentenza?
No, è una felice eccezione. Negli scorsi anni soprattutto Berlusconi e Giorgio Napolitano hanno lasciato la loro impronta in una magistratura sempre più prudente.
Sono accuse gravi.
Non sono più un pm, me ne prendo la responsabilità.
Questa sentenza è un assist per Salvini? Per mollare Silvio Berlusconi e fare il governo con Luigi Di Maio?
Salvini dovrebbe avere gli occhi foderati di prosciutto per ignorare il verdetto.
Farebbe il ministro in un governo M5S-Lega?
Se fossero garantite le condizioni per una politica coraggiosa della giustizia sì.
Dall’estrema sinistra di Rivoluzione civile al governo con la Lega lepenista?
Sull’irresponsabile attacco alla Siria ho condiviso le parole di Matteo Salvini.
Ingroia meglio come pm o come politico?
Come pm ho vinto i processi Contrada, Dell’Utri e Trattativa. Come politico per ora… malissimo.