I pm: “Ostacoli contro di noi. Ci accusavano di eversione”

L’incursione a casa del pm Roberto Tartaglia, la sparizione di una pen drive con gli atti di una nuova indagine segreta sulla trattativa, gli anonimi recapitati al palazzo di Giustizia con le minacce di morte al pm Nino Di Matteo, gli intralci alla sua carriera con le ripetute bocciature del Csm alle sue richieste di trasferimento in Dna. E poi gli attacchi mediatici, violenti, ripetuti sulla tenuta giuridica del capo d’imputazione, il famigerato articolo 338 che punisce la violenza o minaccia a corpo politico dello Stato: una contestazione inconsistente secondo il giurista di area Pd Giovanni Fiandaca, autore di un pampleth che il Foglio, parafrasando Fantozzi, pubblicò con il titolo beffardo: “Il processo sulla trattativa è una boiata pazzesca’’. E infine le manovre del Quirinale di Giorgio Napolitano, sollecitato dalle lamentele di Mancino, per “scippare” l’inchiesta al pool di Palermo, culminate nel conflitto di attribuzione sollevato davanti alla Consulta che ha segnato lo scontro più alto tra le istituzioni nella storia repubblicana. Un’escalation che ha indotto Di Matteo a conclusione della requisitoria, a denunciare “una scia infinita di veleni e polemiche’’.

Ieri l’ha ripetuto: “Il processo ha subito in questi anni dei gravi ostacoli. Ci sono stati dei momenti – ha detto Di Matteo – in cui siamo stati accusati di essere politicizzati e, addirittura, di seguire finalità eversive. Nessuno ci ha difeso, la Corte d’assise evidentemente pensa che non sia così”.

Dieci anni di indagini e processo vissuti pericolosamente in un clima oscillante tra la polemica continua e il silenzio indifferente dei media nazionali, in quella che il sostituto Vittorio Teresi definì una “guerra psicologica’’ che mai però ha fiaccato l’impegno dei pm, a partire da Antonio Ingroia, oggi avvocato e considerato “il padre’’ del processo, che ieri è stato citato da Di Matteo davanti alle telecamere subito dopo la lettura della sentenza. “Sono orgoglioso di aver avviato per primo questa indagine – ha detto ieri il leader di Azione Civile –, avevamo un debito enorme di verità e di giustizia nei confronti dei tanti che per colpa di quella trattativa hanno perso la vita e quella dei loro cari. Mi sento di ringraziare i pm del dibattimento, a cominciare da Di Matteo, che nonostante le enormi difficoltà, la continua opera di delegittimazione e l’indecente ostruzionismo di buona parte della politica e delle istituzioni fino ai più alti livelli, hanno saputo raccogliere i frutti dell’indagine condotta insieme’’.

Anni di tensione sciolti in un abbraccio dei quattro pm alla fine degli otto minuti di lettura del verdetto, i più lunghi dell’intero processo: “Questo processo e questa sentenza sono dedicati a Paolo Borsellino, a Giovanni Falcone e a tutte le vittime innocenti della mafia”, ha detto Teresi. “Va analizzato attentamente il dispositivo che in linea di massima ha confermato la tesi principale dell’accusa sull’ignobile scambio, chiamato semplicemente ‘trattativa’, ma che nascondeva il ricatto fatto dalla mafia allo Stato e a cui si sono piegati alcuni elementi delle istituzioni – ha aggiunto –. È un processo che bisognava fare a tutti i costi”. Come dice, con altre parole, il più giovane del pool, Roberto Tartaglia, prima di lasciare l’aula bunker: “Il dispositivo parla da solo, è molto chiaro e dimostra una cosa importantissima, cioè che questo processo doveva essere assolutamente fatto e che abbiamo lavorato bene, con serietà al di là di ogni polemica o critica”.

“Nella nostra impostazione accusatoria – ha detto Di Matteo – l’ipotesi è che Dell’Utri sia stato la cinghia di trasmissione tra Cosa nostra e l’allora da poco insediato governo Berlusconi. La Corte ha ritenuto provata questa cosa. La Corte intanto ritiene provato il fatto che anche dopo il 1991 non si ferma il rapporto a Berlusconi imprenditore ma anche al Berlusconi politico”. E l’ultima polemica è arrivata, puntuale, anche ieri con l’annuncio di una querela dell’avvocato Niccolò Ghedini per le parole di Di Matteo. Concetti che il pm, applicato dalla Dna insieme al collega Francesco Del Bene, ribadisce in serata: “Ora abbiamo la certezza che la trattativa ci fu, la Corte ha avuto la consapevolezza che, mentre in Italia esplodevano le bombe nel ’92 e nel ’93, qualche esponente dello Stato trattava con Cosa nostra e trasmetteva la minaccia di Cosa nostra ai governi in carica. E questo è un accertamento importantissimo, che credo renda un grosso contributo di chiarezza del contesto in cui sono avvenute le stragi. Contesto criminale e purtroppo istituzionale e politico. ”.

Il nome di Berlusconi scritto nella sentenza. È la vittoria dei “matti”

Se la sentenza della Corte di assise di Palermo fosse una canzone sarebbe The fool on the hill dei Beatles. Se fosse un libro sarebbe L’ordine del tempo di Carlo Rovelli (Adelphi, 2017), dove si racconta come spesso la società dei benpensanti giudichi folle l’unico uomo che vede chiaro il confine tra il vero e il falso, il giusto e lo sbagliato.

Come il folle sulla montagna di Paul Mc Cartney, i pm Vittorio Teresi, Antonino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, per sei lunghissimi anni hanno continuato a sostenere le loro tesi nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone.

Da soli. Fisicamente e culturalmente. Politici e giornalisti berluscon-renziani hanno potuto ignorarli, irriderli e persino impunemente sostenere che a Palermo era in corso una messinscena con fini politici. I grandi giornali (con l’eccezione di Salvo Palazzolo di Repubblica) hanno seguito distrattamente il processo.

Come il matto sulla montagna che ogni giorno vede il sole andare giù e – a differenza degli altri – intuisce che è la terra a girare, così Di Matteo e colleghi hanno continuato a sostenere tesi “folli” nel clima culturale dell’Italia dei “saggi”.

Sulla prestigiosa rivista Giurisprudenza Penale Giovanni Fiandaca, il principe dei penalisti italiani, pubblicava un saggio ri-titolato da Il Foglio con un sobrio “Il processo sulla trattativa è una boiata pazzesca”. Mentre il presidente della Repubblica in carica, Giorgio Napolitano, chiedeva e otteneva dalla Corte Costituzionale la distruzione delle telefonate nelle quali si occupava del caso di un suo amico che non gradiva i pm di Palermo.

Ci vogliono davvero robusti attributi per andare avanti come se nulla fosse in questo clima. L’autore del manuale di diritto sul quale si sono formati generazioni di magistrati (compresi quelli della Trattativa) ammetteva sul piano del fatto che ci fossero ombre di trattativa (“elementi di forte ambiguità e interessi non sempre nobili”). Però poi sul piano del diritto assolveva tutti. La sua domanda retorica era: “Ma ciò basta a modificare il carattere di intrinseca liceità (se non di doverosità) dei tentativi di arginare il rischio stragista, trasformando i negoziatori istituzionali in una cricca privata in combutta con la mafia per il perseguimento di interessi egoistici e ignobili? Verosimilmente, non basta”.

E invece basta. Basta eccome. Basta a condannare a dodici anni Marcello Dell’Utri e i carabinieri del Ros di allora: Mario Mori e Angelo Subranni. “Basta!” hanno continuato a gridare per sei lunghi anni, soli e folli sulla loro collina i pm.

Basta! Ha detto ieri la Corte di assise di Palermo presieduta da un giudice di grande esperienza come Alfredo Montalto. Bisognerà attendere le motivazioni per capire meglio ma una cosa già si può dire: anche in un paese come l’Italia per essere condannati basta che un politico o un carabiniere veicoli la minaccia della mafia tesa a far flettere lo Stato ai suoi voleri.

E aggiungiamo noi che questa tesi, come quella della terra che gira, è meno assurda di quella del professore Fiandaca che arriva a ipotizzare che la condotta dei carabinieri possa essere addirittura “doverosa”. È folle pensare che un pezzo dello Stato non possa andare a trattare con la mafia che sta uccidendo altri pezzi dello Stato? È folle pensare che debba essere condannato chi tratta all’insaputa di altri che rischiano e perdono la vita? La Corte d’Assise di Palermo ieri ha affibbiato a Dell’Utri e ai carabinieri l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. È folle pensare che chi tratta debba essere espulso per sempre dallo Stato? Per la Corte non è folle.

Marcelllo Dell’Utri è responsabile del reato di minaccia a corpo politico dello Stato solo per il periodo del primo governo Berlusconi, 1994. Mentre i carabinieri sono ritenuti colpevoli fino al 1993. Dell’Utri insomma avrebbe preso la staffetta della Trattativa dai carabinieri nel passaggio alla Seconda Repubblica.

Dopo la sentenza ieri è ripartito il gioco del pazzo sulla collina.

La sentenza secondo gli “addetti ai lavori” citati dall’Ansa sarebbe “anomala” perché riporta espressamente il nome dell’allora premier Silvio Berlusconi. Non potevano i giudici – si chiedono pensosi gli addetti ai lavori – fare un verdetto in cui il terminale delle minacce veicolate da Dell’Utri era un fantasma? Non potevano coprire il nome di Berlusconi con una foglia di fico?

Diversa la reazione di un gruppo di cittadini comuni raccolti nell’associazione Agende Rosse, quella nata su input di Salvatore Borsellino per chiedere la verità sulle stragi di mafia. Ieri erano tutti schierati con la loro maglietta da “scorta civica” del pm Di Matteo, il magistrato più minacciato dalla mafia e più “dimenticato” dalle istituzioni.

Per loro la stranezza non è il verdetto con il nome di Berlusconi ma è Berlusconi al Quirinale. “Dopo questa sentenza il presidente Mattarella, fratello di una vittima della mafia – ci dicono in coro – non dovrebbe più ricevere Berlusconi per le consultazioni”. Il sole splende sul piazzale dell’aula bunker del carcere Pagliarelli. Uno li guarda con le loro magliette colorate e le agende rosse in mano. Per un attimo i pazzi non sembrano loro.

Falsa testimonianza, Mancino assolto “Non cancella sette anni di sofferenze”

L’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino è stato assolto dall’accusa di falsa testimonianza relativa al suo insediamento al Viminale al posto di Vincenzo Scotti. I pm lo sospettavano anche di aver tentato di inquinare le indagini. Lo intercettarono e ascoltarono anche telefonate con Loris D’Ambrosio, l’ex consigliere giuridico di Giorgio Napolitano che morirà poco dopo. Quelle telefonate, irrilevanti per l’indagine, furono poi al centro di uno scontro tra la Procura e il Colle e nel 2012 la Consulta ne decise la distruzione, perché non dovevano essere ascoltate. Mancino è stato l’ultimo a parlare in aula prima della sentenza, ieri però l’ex ministro 86enne è rimasto a casa: “Siamo molto soddisfatti – ha detto il suo avvocato, Massimo Krogh – . Nicola Mancino è stato assolto con la formula appropriata. Però questo non cancella le sofferenze vissute in sette-otto anni di indagini e processo”.

La pensione da 15 mila euro al mese per il generale che guidò Ros e Sisde

Tra gli uomini di Stato condannati, il più conosciuto è Mario Mori, ex vice comandante del Ros dei carabinieri ai tempi della prima trattativa Stato-mafia, con una carriera sfolgorante. Generale, Prefetto, Direttore del Sisde. Oggi è un pensionato d’oro con oltre 15 mila euro al mese. L’ultimo periodo l’ha passato a fare tour per l’Italia per presentare il libro “Servizi e Segreti” e il docu-film “Mario Mori. Un’Italia a testa alta”, scritto da un altro condannato per la trattativa, l’ex colonnello dei carabinieri Giuseppe de Donno, alter ego di Mori, tanto da essere il suo capo di Gabinetto al Sisde e dall’ex segretario dei radicali Giovanni Negri. Regia, Ambrogio Crespi. Mori è stato consulente per la sicurezza di Gianni Alemanno dal 2008 al 2013, stava anche per candidarsi alle politiche del 4 marzo con la lista di Stefano Parisi, ma poi è saltata così come la candidatura alla presidenza della regione Sicilia. Sia Mori che de Donno nel 2009 furono chiamati alla Regione Lombardia da Roberto Formigoni per far parte del “Comitato per la legalità e la trasparenza delle procedure regionali”. Nel 2014, quando de Donno era già amministratore delegato di una società di sicurezza privata, la G-Risk, l’ex ufficiale fu tra gli indagati per appalti truccati.

Ai tempi della trattativa con Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo (giugno 1992) il comandante generale del Ros dei carabinieri era il generale Antonio Subranni, anche lui condannato ieri a Palermo. È in pensione. La vedova di Paolo Borsellino, Agnese, nell’ultimo periodo di vita aveva raccontato ai magistrati, che non hanno potuto trovare riscontri, su quanto gli disse il marito “sconvolto”, il 15 luglio 1992: “Ho visto la mafia in diretta perché mi hanno detto che Subranni era punciuto”. Il generale è stato indagato anche per il depistaggio sulla morte di Peppino Impastato. Nel 2016, invece, è scoppiata una protesta dei sindacati di polizia per il doppio stipendio della figlia Danila, portavoce di Angelino Alfano sia come ministro della Giustizia che dell’Interno: “150 mila euro all’anno” come portavoce, denunciò il Consap e come capo della segreteria del ministro, allora al Viminale. Il condannato “eccellente” per essere stato l’eminenza grigia di Silvio Berlusconi è Marcello Dell’Utri in carcere per la condanna a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Tutti i suoi ricorsi per la scarcerazione per motivi di salute o la revisione del processo sono stati respinti. L’ultimo no lo ha incassato dalla Corte europea per i diritti dell’Uomo il 5 aprile. Dell’Utri, per motivi di salute, dal carcere di Rebibbia è stato trasferito a febbraio al Campus Biomedico di Roma.

È in carcere anche Massimo Ciancimino, figlio di Vito, controverso teste d’accusa, tanto che sono stati gli stessi pm di Palermo a indagarlo e a farlo arrestare. Ciancimino junior è tornato in carcere a gennaio 2017 per due condanne definitive: una per riciclaggio e una per detenzione di esplosivo. Ieri è stato condannato per calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. I boss di Cosa Nostra condannati sono Leoluca Bagarella, cognato stragista di Totò Riina, al 41 bis dal 1995, e Nino Cinà, medico di Riina e Provenzano.

Condannati Stato e mafia: 12 anni a Dell’Utri e Mori

Non era giuridicamente una “boiata pazzesca” e nemmeno un “processo-farsa”: il governo Berlusconi del ’94 è frutto di una trattativa Stato-mafia condotta negli anni precedenti dagli ufficiali dei carabinieri Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, i primi due condannati a 12 anni, il terzo a 8. E di minacce veicolate da Marcello Dell’Utri che dopo le stragi siciliane si è trasformato in un messaggero politico di Cosa nostra: anche per lui una condanna a 12 anni. Dopo cinque anni di polemiche, attacchi, e sfottò a buon mercato nei confronti del processo più bersagliato dai media, la Corte d’assise di Palermo ribadisce un principio elementare, ma spesso ignorato: con la mafia non si tratta, come hanno insegnato con il loro sacrificio Falcone e Borsellino.

Alle 16,04 nell’aula bunker di Pagliarelli il presidente Alfredo Montalto legge in quasi otto minuti il verdetto che dà corpo alle ombre che da Portella delle Ginestre si allungano sulle relazioni pericolose tra pezzi dello Stato e Cosa nostra, aprendo probabilmente una nuova stagione investigativa: la Corte ha infatti ritenuto che la trattativa condotta dagli ufficiali dei carabinieri è arrivata sino al ’93 (per il periodo successivo Subranni, Mori e De Donno sono stati assolti “per non aver commesso il fatto”), periodo che comprende la cattura di Riina con tutti i misteri collegati, compreso il ruolo di Bernardo Provenzano così come lo ha raccontato Massimo Ciancimino, fino alla stagione delle bombe che fece temere un golpe allo stesso premier Carlo Azeglio Ciampi. E anche per Dell’Utri, assolto solo per la minaccia veicolata nei confronti del governo Andreotti e dei governi tecnici Ciampi e Amato, precedenti al governo Berlusconi, la sentenza lascia intravedere nuovi scenari: il pronunciamento, infatti, appare in contrasto con la condanna definitiva (a 7 anni) per concorso in associazione mafiosa che delimitava la sua condotta illecita fino al ’92, riattivando tutti gli interrogativi sul suo ruolo di leader di Forza Italia negli anni successivi e sui legami tra l’uomo di Arcore e il generale Mori, nominato nel 2001 capo del Sisde proprio da Berlusconi.

La pena più alta, 28 anni, è stata inflitta al boss Leoluca Bagarella; 12 anni per il medico Antonino Cinà, il postino del “papello”, e 8 anni (3 più della richiesta) anche a Ciancimino jr, ritenuto colpevole di calunnia nei confronti dell’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro ma assolto dall’accusa di associazione mafiosa. Tutti sono stati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici e condannati a risarcire le parti civili, a partire dalla Presidenza del Consiglio per 10 milioni di euro. Assolto, invece, “perché il fatto non sussiste” l’ex ministro Nicola Mancino, imputato per falsa testimonianza, e che ieri ha dichiarato: “Non ho atteso invano, ma che sofferenza!”

Conclusa la lettura del dispositivo, da dietro le transenne è partito un timido applauso: davanti all’obiettivo della fotografa Letizia Battaglia, hanno esultato gli attivisti di Scorta Civica accorsi con un cartello appeso al vetro blindato: “Siamo tutti Nino Di Matteo”. “È stato un applauso liberatorio”, dirà poco dopo il più anziano dei pm Vittorio Teresi, che durante la lettura ha scambiato una veloce pacca sulle spalle con i colleghi Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, i soli a rappresentare la Procura nell’assenza del capo Francesco Lo Voi.

La sentenza, dunque, ha ritenuto provato che, all’indomani delle stragi di Capaci e via D’Amelio, lo Stato scese a patti con la mafia, e ha illuminato ancora una volta il ruolo omertoso di Berlusconi di fronte alle minacce di Cosa nostra: “Non risulta che il governo Berlusconi abbia mai denunciato le minacce subite attraverso Dell’Utri – commenta Di Matteo – eppure Dell’Utri gli aveva veicolato tutto”.

Il più deluso è il difensore di Mori, che dopo due assoluzioni (per la mancata perquisizione del covo di Riina e per la mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso nel 1995) subisce oggi a Palermo la prima condanna. In serata, l’avvocato Basilio Milio, che nella sua arringa aveva definito il giudizio sulla trattativa proprio un “clone” del processo sulla mancata cattura su Mezzojuso, ha dichiarato a denti stretti: “È una sentenza dura che lascia sbigottiti, e che non sta né in cielo né in terra, non sono stati ammessi 200 documenti alla difesa e 20 testimoni. Questo è stato un pre-giudizio, speriamo nell’appello’’.

È Stato la mafia

Quella di ieri, 20 aprile 2018, è una data storica, come la sentenza che l’ha segnata. La sentenza che chiude il processo di Norimberga allo Stato italiano. Riscrive la storia della fine della Prima Repubblica e l’inizio della Seconda. E condanna per lo stesso reato – violenza o minaccia a corpo politico dello Stato – tanto gli uomini di mafia (Leoluca Bagarella e Antonino Cinà, unici picciotti superstiti fra gli imputati dopo le morti di Provenzano e Riina) quanto gli uomini dello Stato (i capi del Ros Subranni, Mori e De Donno e l’inventore di Forza Italia Marcello Dell’Utri). La Corte di Assise di Palermo ha messo nero su bianco, in nome del Popolo Italiano (rappresentato da sei giudici popolari con la fascia tricolore), quello che noi del Fatto e pochi altri avevamo sempre detto e scritto sul patto neppure tanto occulto fra Stato e mafia che edificò la Seconda Repubblica sui cadaveri di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, degli uomini e donne delle scorte e dei 10 caduti inermi (più 30 feriti) nelle stragi di Firenze, Roma e Milano. Ma un conto sono le ricostruzioni giornalistiche, facili da spacciare per opinioni od ossessioni, un altro sono le sentenze, sia pur di primo grado.

Merito dei pm Ingroia, Di Matteo, Teresi, Delbene e Tartaglia che ci hanno creduto, contro tutto e contro tutti (capi dello Stato, governi, pezzi dell’Arma e dei Servizi, magistrati tremebondi o collusi, giuristi della mutua, storici senza memoria, giornalisti da riporto), fornendo alla Corte le prove non solo per accertare la verità processuale (sempre di molto inferiore a quella storica), ma anche per punirne i colpevoli. E merito dei giudici togati Alfredo Montalto e Stefania Brambille e di quelli popolari che per cinque anni non hanno mai piegato la schiena dinanzi a pressioni altissime e potentissime, e ieri hanno osato compiere fino in fondo il proprio dovere: rendere giustizia a un Paese dove – come diceva Leonardo Sciascia – “lo Stato non processa se stesso”. In attesa delle motivazioni, il dispositivo già consente di ricostruire come andarono le cose nel biennio nero 1992-’94, quando tutto sembrò cambiare e poi tutto tornò come prima. Anzi, peggio. È una ricostruzione che i nostri lettori conoscono bene, perché a noi bastano i fatti, le testimonianze, i documenti. Ora però c’è il timbro della Corte di Assise. E quelle verità indicibili, che tutti nei palazzi del potere conoscevano da anni ma non osavano ammettere, si possono dire. Con tanti saluti ai negazionisti e agli azzeccagarbugli. Ricordare come andarono le cose è utile non solo per capire la sentenza.

Ma anche per orientarsi nella crisi politica di questi giorni, che vede l’Italia – oggi come allora – in bilico fra speranze di cambiamento e pericoli di restaurazione. Nel gennaio del 1992 Salvatore Riina, “tradito” dai suoi referenti Andreotti & C. che non avevano bloccato le condanne dei boss al maxiprocesso in Cassazione, decise di “fare la guerra per fare la pace” con lo Stato, ricattandolo a suon di bombe e delitti politici. Uccise Lima, il “traditore”. Uccise Falcone, il simbolo del “maxi” e della svolta antimafia del governo Andreotti. Sbarrò al Divo Giulio la strada del Quirinale. E si mise in attesa. Risposero i vertici del Ros, la triade Subranni-Mori-De Donno: andarono a trattare con Vito Ciancimino perché facesse da tramite col Capo dei Capi le cui mani grondavano del sangue di Capaci. E continuarono a trattare dopo via d’Amelio. Sapremo dalla sentenza se i giudici hanno ritenuto provata l’ipotesi più probabile: e cioè che Borsellino sia stato assassinato a distanza così ravvicinata da Falcone perché indagava sui rapporti Mangano-Dell’Utri-B. e perché aveva saputo della Trattativa e stava per smascherarne gli autori. Sia come sia, è per questo che i tre carabinieri sono stati condannati insieme a Bagarella e Cinà: per avere trasmesso ai governi Amato e Ciampi il messaggio ricattatorio di Cosa Nostra (il “papello” con le richieste di Riina in cambio della fine delle stragi) perché lo Stato si piegasse ai mafiosi. E lo Stato si piegò. Prima con la mancata perquisizione del covo di Riina (arrestato, anzi venduto da Provenzano) da parte del Ros, che consentì ai picciotti dello Zu Binu di portar via indisturbati le carte dalla cassaforte. Poi con la rimozione degli uomini della linea dura (il ministro dell’Interno Scotti e il direttore del Dap Niccolò Amato, mentre il ministro della Giustizia Martelli se ne andò per Tangentopoli) per rimpiazzarli con quelli della linea molle (dal nuovo Guardasigilli Conso al nuovo capo del Dap Capriotti) che, pressati dal triplice messaggio stragista di Firenze, Milano e Roma fra maggio e luglio del ’93, revocarono il 41-bis a ben 330 mafiosi detenuti. A riprova del fatto che le stragi pagavano e la Trattativa, lungi dal frenarle, le incoraggiava. Fu quello il primo di una lunga serie di regali a Cosa Nostra, proseguiti per vent’anni sotto i governi di centrodestra e centrosinistra, ma purtroppo non punibili penalmente.

In pieno terremoto Mani Pulite, le elezioni del 1994 si avvicinavano, col rischio per l’Ancien Régime di un vero rinnovamento. Fu così che l’eterna politica mafiosa trovò in Dell’Utri, e dunque in Berlusconi, i suoi vindici e salvatori. Nel giugno ’92, subito dopo Capaci, Dell’Utri capì che i vecchi protettori del suo mondo di mezzo fra mafia e Fininvest stavano per defungere. E incaricò il consulente Ezio Cartotto, di studiare un partito della Fininvest. B. ne fu informato all’inizio del ’93, quando aveva già le aziende sull’orlo della bancarotta e sotto inchiesta, e tutti i manager indagati o in galera: mancava solo lui. Il Cavaliere sposò il progetto, che gli avrebbe risparmiato il crac e il carcere, portando in politica il patto personale e aziendale stipulato nel 1974 con i boss Bontate, Teresi, Di Carlo, Gaetano Cinà e Mangano. I dubbi delle “colombe” Gianni Letta, Fedele Confalonieri e Maurizio Costanzo furono spazzate via dall’autobomba di via Fauro contro Costanzo, illeso per miracolo.

Mangano, sopravvissuto alla guerra tra la vecchia mafia palermitana e la nuova mafia corleonese perché detenuto, appena uscito si era salvato grazie al suo rapporto privilegiato con Marcello&Silvio. Infatti prima Riina e poi Provenzano lo mandarono spesso a Milano2 a fare la spola fra Dell’Utri e Cosa Nostra, per testare lo stato di avanzamento lavori di Forza Italia. Rassicurato, nell’autunno del ’93 lo Zu Binu sciolse il partitino regionale e secessionista “Sicilia Libera”, appena fondato da Cosa Nostra, per puntare tutto sul partitone di Silvio & Marcello. Poi, tra fine ’93 e inizio ’94, Mangano tornò più volte ad avvertire Dell’Utri e, per suo tramite, il neopremier Berlusconi che le stragi, bruscamente interrotte col fallimento e poi la revoca della mattanza di carabinieri allo stadio Olimpico a Roma, sarebbero riprese se il nuovo governo non avesse mantenuto i patti. Fu allora che Giuseppe Graviano, al bar Doney di via Veneto a Roma, confidò al suo killer Gaspare Spatuzza che B. e Dell’Utri “ci stanno mettendo l’Italia nelle mani”.

Per questo anche Dell’Utri è stato condannato, pure lui in concorso col boss Bagarella: per aver portato il messaggio ricattatorio di Cosa Nostra al suo amico premier (che ora puzza ufficialmente di mafia non solo come imprenditore, ma anche come politico e capo del governo). Cioè per aver traghettato il Grande Ricatto dalla Prima alla Seconda Repubblica. E condannato quest’ultima, con quell’indelebile peccato originale, a restare in mano a Cosa Nostra.

Ps. Si spera che ora i 5Stelle rinuncino definitivamente all’insano proposito di governare col concorso esterno di un partito nato dalla trattativa con la mafia. E prendano molto sul serio quella che ieri pareva l’ennesima battutaccia di B.: “I grillini li prenderei a pulire i cessi nelle mie aziende”. Siccome i bagni di Publitalia, negli anni 90, li pulivano le cooperative di due amici e delle tre figlie di Mangano, quella non è una battutaccia. È un messaggio.

I poteri di Alters: per cambiare sesso bisogna essere un supereroe

Negli anni Sessanta Stan Lee inventò gli X-Men, ragazzi che con l’adolescenza sviluppavano poteri che li condannavano all’emarginazione, metafora della pubertà. Negli anni Ottanta Chris Claremont li re-inventò come esponenti delle minoranze etniche di un’America sempre meno bianca. Paul Jenkins si spinge un passo oltre: indossare un costume, una parrucca, un mantello e dei tacchi non è forse una forma di travestitismo? Un modo per cambiare sesso dimenticando i limiti dell’anatomia. La serie, pubblicata ora in Italia da Saldapress e disegnata da Leila Leiz, si chiama Alters: gli alter sono un po’ come i mutanti della Marvel, ragazzi che scoprono di avere talenti. Tra questi c’è Charlie, che prende estrogeni di nascosto dai genitori perché ha deciso di correggere la natura che l’ha fatto nascere uomo invece che donna, ma quando rivela i suoi formidabili poteri “quantistici” (che nel gergo dei comics significa poter fare praticamente tutto) diventa Chalice, con tanto di parrucca bionda e minigonna inguinale. Solo lei sembra in grado di arginare il nichilista Matter Man, un altro “alter” ma malvagio e con troppo testosterone.

Per questa serie Jenkins, un grande scrittore di fumetti americani molto abile a dare profondità ai suoi personaggi, ha frequentato a lungo il mondo transgender, si è fatto raccontare storie che ha riversato in Alters per rendere credibili le dinamiche familiari, i rapporti con i compagni e quel desiderio di costruirsi una nuova identità che qui viene declinato attraverso la chiave dell’identità segreta da supereroe. È una serie che punta a catturare un pubblico che si immedisima, ovviamente, ma grazie al talento di Jenkis non rimane confinata in una nicchia.

 

Ely e Bea non pensavano che sarebbero mai state amiche

Anche se la mamma le chiedeva sempre di giocare con lei, prima di conoscere Ely, Bea (il vero nome è Beatrice Blu) non pensava proprio che sarebbero diventate migliore amiche, anche perché Bea aveva già tanti amici. Diciamo che erano opposte: Ely aveva sempre un libro mentre Bea non leggeva per niente, Ely si sedeva composta sui gradini di casa invece Bea saltava di qua e di là nel giardino. Ely si metteva sempre un vestitino e Bea… neanche per sogno! Per Bea era davvero impossibile che Ely diventasse sua amica. Ma un giorno cambiò completamente idea: facendo degli scherzi alla sorella Nancy di 11 anni si mise nei pasticci e si rifugiò con Ely nel suo nascondiglio segreto. Per fortuna Ely arrivò in suo soccorso con una bacchetta magica, con i colori per tingersi la faccia e con un secchiello pieno di vermi. E intanto alle ragazze venne un’idea che le farà diventare migliori amiche…

Così inizia l’avventura di Ely e Bea tra pozioni e incantesimi e con anche sorelle arrabbiate.

Il libro di Annie Barrows è strepitoso e intrigante con immagini bellissime e scritto molto bene. Ce ne sono altri: otto libri insieme alle due amiche e le loro avventure divertenti.

 

Luce dal cielo, ossessione del Canaletto

“L’Italia tutta è adorabile”, scrive Henry James in Ore Italiane, il taccuino di note di viaggio composto tra il 1872 e il 1909. Come per lui e molti prima di lui, la nostra penisola fu meta eletta nei secoli del Grand Tour. “Appena si mette piede in Italia,” prosegue James, si viene investiti da un “triste languore bellissimo”, come bellissimo è il suo paesaggio. E se il paesaggio italiano è stato ammirato nelle corti di tutto il mondo, è grazie alla corrente artistica del Vedutismo, nata inizialmente per esigenze squisitamente commerciali: non esistevano le cartoline. Ridurre tuttavia la bellezza dei capolavori vedutisti al mero souvenir non renderebbe loro giustizia.

Gliene rende, invece, molta l’esposizione “Canaletto 1697-1768” (a cura di Bozena Anna Kowalczyk, a Palazzo Braschi, Roma, fino 19 agosto), che celebra il duecentocinquantesimo anniversario della morte del maestro del Vedutismo, portando in un museo italiano il più grande nucleo di sue opere mai esposto: ben 42 dipinti, 9 disegni e 16 libri e documenti d’archivio, per una vera e propria biografia del grande pittore veneziano.

Grande viaggiatore, in giovinezza – alla stregua di Piranesi – subisce il fascino delle rovine romane: in mostra Santa Maria d’Aracoeli e il Campidoglio, Roma (1720) e Capriccio con rovine (1723) in cui si coglie già l’audace vivacità dei soggetti ritratti che si innalzano verso il cielo; si torna, poi, alla natia Venezia con Il ponte di Rialto da Nord, Venezia (1725), Il Molo verso ovest con la Colonna di San Teodoro a destra, Venezia (1738) e L’incoronazione del Doge sulla Scala dei Giganti di Palazzo Ducale, Venezia (1763-1766) che documentano l’addivenuto successo del pittore, dipinti in cui l’uso della luce diviene la cifra di Canaletto, l’unicità del suo sguardo: come il mare le rive della città, la luce lecca calma i palazzi e i corpi, donando un’ingenua serenità agli uomini e ai paesaggi raffigurati.

Ora piena e calma, come nei viaggi a Padova in Prato della Valle, con Santa Giustina e il monastero di benedettine, Santa Maria della Misericordia, Padova (1756) o durante il ritorno a Roma in La Basilica di Massenzio, Santa Francesca Romana e il Colosseo, Roma (1753-1754), ora umbratile e malinconica a Londra Il Chelsea College, la Rotonda, casa Ranelagh e il Tamigi, Londra (1751), la ricerca della luce perfetta sembra essere l’ossessione pittorica, ben intuita ed espressa da questa mostra romana, del maestro veneto che vuole portare sulla terra l’emozione del cielo.

 

Il poeta innamorato e i suoi sensi di colpa

Amore e morte, poesia e destino, odio e passione. Ted Hughes e Sylvia Plath sono la coppia maledetta della letteratura contemporanea: il loro amore tragico finisce nel 1963 con il suicidio di lei, a soli trent’anni, poco tempo dopo che lui le ha confessato l’improvviso amore per un’altra donna. Hughes, poeta laureato d’Inghilterra morto nel 1998, è stato per anni il bersaglio di chi lo riteneva colpevole della morte della moglie tradita e poi dell’amante, anche lei suicida.

Il romanzo olandese Tu l’hai detto, scritto da Connie Palmen e pubblicato ora in Italia dalla casa editrice Iperborea, cerca di raccontare un’altra verità: il punto di vista di Hughes è la storia di un uomo davvero innamorato, alle prese con i sensi di colpa e la lotta impossibile contro i demoni che per tutta la vita hanno infestato l’anima della moglie. Il risultato è un monologo in cui è facile dimenticarsi che la voce è quella della Palmen. Si legge un romanzo e si ha la sensazione di avere fra le mani un’autobiografia. Ma la storia è molto diversa, o almeno molto più complessa, rispetto allo stereotipo, diffuso soprattutto dalla critica femminista, di Hughes come l’uomo traditore che ha portato la moglie al suicidio: “Io ero convinto che il più grande atto d’amore sarebbe stato liberarla, come un cavaliere della tavola rotonda, dalle segrete di un animo oscuro”.

Connie Palmen, 62 anni, è oggi una delle scrittrici olandesi più famose ed è conosciuta soprattutto per Le leggi, il suo romanzo d’esordio edito in Italia nel 1993 da Feltrinelli. Non è la prima volta che s’ispira a personaggi reali per scrivere un romanzo. La storia d’amore di Ted Hughes e Sylvia Plath è piena di suggestioni letterarie e di ispirazioni che sembrano uscire dagli autori che entrambi leggono: Yeats, Blake, Lawrence e Dostoevskij. Lui vede in lei la sua musa e la trasforma nella fonte d’ispirazione che gli permette una brillante carriera di poeta. Lei vede in lui una possibile salvezza, un compagno che possa aiutarla nella battaglia contro i demoni e una psiche sempre a un passo dal tracollo.

Ogni episodio della loro storia è riletto con la consapevolezza di quello che sarà il tragico finale. I segnali avversi rafforzano però il loro legame: le diffidenze degli altri, le coincidenze della numerologia, la cabala e persino i segni astrali che lui dice di interpretare come se fosse “un indovino scettico”. Tutto quello che succede – compreso il successo di entrambi nella poesia – sembra una goccia che alimenta il fiume che sta per tracimare e che li travolgerà entrambi. L’incontro con Assia Wevill, la donna che diventerà la sua amante, è solo il culmine di una storia piena di fasi oscure. C’era davvero un modo per fermare il nubifragio? E soprattutto, c’è un colpevole in tutto quello che è successo? La Palmen in realtà non cerca delle risposte, si accontenta di sollevare dei dubbi nel lettore: “Uno di noi era spacciato fin dall’inizio. Era o lei o io. Nella furia divoratrice chiamata amore, avevo trovato la mia pari”.