L’Italia è un paese garantista: non c’è bisogno di altri bavagli

Il Cdm ha approvato un decreto legislativo, sulla scia di una direttiva Ue del 2016, per rafforzare la presunzione di innocenza. Ce n’era proprio bisogno? Forse no. Siamo un Paese fra i più garantisti al mondo: giusto processo con relativa presunzione di innocenza consacrati e garantiti fin dalla Carta costituzionale; tre gradi e oltre di giudizio che nessun altro sistema accusatorio si sogna; agli imputati il diritto di non rispondere e se rispondono quello di mentire impunemente; la prescrizione (alias improcedibilità) che cancella tutto consentendo a fior di “galantuomini” di sfangarla…

Ogni attività pubblica deve assoggettarsi a un rigoroso controllo sociale circa la sua correttezza, coerenza e affidabilità. Più di tutte l’attività giudiziaria, perché si esercita “in nome del popolo italiano”. Può accadere che alcuni pm “sbandino” nel fornire all’opinione pubblica elementi di valutazione del proprio lavoro. Checché se ne dica, succede di rado: anche i magistrati infatti praticano il self restraint. Ma non è un giusto rimedio alle disfunzioni mettere un bavaglio (o quasi) a magistrati e giornalisti, costringendoli a dosare ogni parola col bilancino del farmacista, con inevitabili ricadute negative sul loro lavoro.

Vladimiro Zagrebelsky ha parlato di “riforma irragionevole nella sua assolutezza e nella pretesa di limitare le forme di comunicazione… che va oltre la necessità di rispettare la presunzione di innocenza, investendo e limitando tutta la informazione sui procedimenti penali”. Di più. Se i pm non parlano o possono parlare solo in casi eccezionali indossando una specie di camicia di forza, per giornali, radio e tv l’alternativa sarà chiudere i servizi di cronaca o trovare altre fonti, facendo suonare campane anche non trasparenti o interessate.

Mi viene in mente l’arresto di un tal Carnelutti (omonimo del grande giurista), emigrato dal Lodigiano a Torino per farsi operaio Fiat e così raccogliere dati per i “diari di fabbrica” delle Brigate rosse. Ero stato educato alla riservatezza “sabauda” che non prevedeva rapporti coi giornalisti (proverbiale il “correte correte, tanto non mi prenderete mai ”, rivolto ai giornalisti dal procuratore Caccia uscendo dalla casa di Sossi appena “rilasciato” dalle Br). Perciò, avvicinato da un cronista che mi chiedeva dell’arresto, rifiutai ogni informazione. Lui, seccato, se ne andò annunziandomi che avrebbe comunque pubblicato quel che aveva. Il giorno dopo ecco in bella evidenza un comunicato di sedicenti parenti del Carnelutti che mi accusavano di sequestro e torture! Fu da allora che Caccia e io decidemmo di tenere regolari conferenze stampa, perché in tema di indagini di terrorismo non suonasse – stonando – soltanto una campana.

La logica necessità di più campane è ancor più evidente nel caso (esaminato da Mittone-Gianaria nel libro L’avvocato necessario) che l’indagato sia “molto più interessato a vedere soddisfatti i propri interessi che a vedere riconosciuti i propri diritti”, tanto da richiedere al legale non solo un impegno “tecnico” ma anche un aiuto per arginare ciò che può colpire la sua immagine nell’opinione pubblica. Una “committenza forte”, che contiene anche una forte richiesta di “aiuto” nei rapporti con l’informazione.

Dunque, si dica pure “basta con la spettacolarizzazione dei processi; gli indagati sono presunti innocenti e non debbono essere bollati come colpevoli”. Ma è sbagliato non fare i conti anche con la realtà concreta: evitando forzature e strumentalizzazioni (magari per ansia di propaganda politica); nonché squilibri che ancora una volta si risolverebbero in privilegi per chi può e conta; andando ben oltre i confini del classico e logoro “ce lo chiede l’Europa”.

 

Draghi&Amato, premiata ditta da più di trent’anni

Con Silvio Berlusconi candidatosi per succedere al presidente Sergio Mattarella era chiaro che chiunque si sarebbe sentito di poter correre per il Quirinale. Così è rispuntato l’immarcescibile ex craxiano Giuliano Amato, che a 83 anni stavolta conterebbe sul suo storico e poco noto asse con il premier Mario Draghi, cioè il candidato largamente più accreditato per il dopo Mattarella. Come ce la può fare? Si legge su varie testate che Amato, detto “dottor Sottile” per la cavillosa furbizia, pur essendo vicepresidente della Corte costituzionale, sorvolerebbe sulla Costituzione e ridurrebbe a un biennio il suo mandato al Quirinale. Terrebbe calda la poltrona per il premier “amico” fino al termine della legislatura.

Amato iniziò a fare da sponda a Draghi nel Psi craxiano a fine anni 80. Da “braccio destro” del leader Bettino Craxi era diventato ministro del Tesoro. Il giovane e ambizioso Mario, all’epoca alla Banca mondiale di Washington, gli si avvicinò aggiungendolo agli appoggi nella Dc garantitigli dai suoi sponsor del giro Bankitalia, Guido Carli e Carlo Azeglio Ciampi (quest’ultimo vicino anche a Romano Prodi). Il “dottor Sottile”, da quando Draghi è a Palazzo Chigi, fa trapelare negli ambienti che contano la loro antica sintonia. Non si sa da quali operazioni nacque – tra Roma e Washington – nel primo dei due periodi misteriosi nella carriera dell’attuale premier (l’altro fu nella banca privata Usa Goldman Sachs). Entrambi apprezzavano le lobby “a porte chiuse” delle élite economico-finanziarie, tipo Bilderberg, Trilateral o Aspen Institute. Draghi però, conoscendo bene il “dottor Sottile”, si fiderebbe sulla staffetta per il Colle?

Craxi, che miracolò il poco noto professore Amato imponendolo in ruoli di governo, se fosse vivo forse gli consiglierebbe di diffidare. Quando esplose Tangentopoli e il Psi sembrò una impresa di tangenti politico-affaristiche, il “dottor Sottile” divenne premier come fiduciario del suo capo ormai impresentabile. Appena Craxi perse ogni potere, ne prese le distanze, aggravando i danni procurati dal craxismo. Amato da premier, nel luglio del ’92, mise le mani nelle tasche dei comuni cittadini, prelevando una tassa “una tantum” dai loro conti in banca. Nel settembre ’92 spinse la Banca d’Italia, guidata da Ciampi, in una inutile difesa della lira sui mercati, che bruciò riserve valutarie per circa 48 miliardi di dollari: arricchendo il super-speculatore George Soros, banche d’affari estere e quanti parteciparono (anche in Italia) all’attacco alla nostra moneta. In quel disastro finanziario Draghi, direttore generale del Tesoro, operava da “ufficiale di collegamento” tra il suo capo e ministro dc Piero Barucci, il premier “amico” Amato, il suo sponsor Ciampi e il vice in Bankitalia Lamberto Dini. Questo quintetto fu soprannominato ironicamente “dream team” da cambisti che avevano tanto guadagnato speculando contro la lira. Solo Craxi criticò pubblicamente Amato, sospettando guadagni anche di grandi imprese e banche italiane. Il “dottor Sottile” negò fughe di notizie riservate sulla sua difesa suicida della lira.
Ciampi presentò le dimissioni. Amato, Draghi, Barucci e Dini avrebbero dovuto seguirlo a ruota, chiudendo lì la loro carriera nelle istituzioni pubbliche. Iniziavano però le inchieste di Tangentopoli. I partiti, il Quirinale e l’establishment economico-finanziario, che controllava i principali giornali, attuarono un benevolo silenzio. Non solo salvarono il “dream team”. Se si esclude Barucci, che preferirà lucrosi affari finanziari, gli altri diventeranno tutti premier (Amato per la seconda volta). Ciampi salirà anche al Colle. Ora tocca a “Giuliano & Mario”?

Craxi, contestando la disastrosa difesa della lira, fece capire di sentirsi tradito da chi aveva miracolato. Nel decennio 1983-1992 Amato, grazie al leader del Psi, fu sottosegretario a Palazzo Chigi, vicepremier, ministro del Tesoro e premier. In quei ruoli fu tra i maggiori responsabili dell’esplosione del debito pubblico da 443 mila miliardi di lire a oltre un milione e 600 mila miliardi (dati Bankitalia). Il rapporto debito-Pil salì dal 65% (vicino al 60% consigliato dall’Ue) a oltre il 107% con sfondamento dell’obiettivo di deficit quasi tutti gli anni. Quella devastante politica di bilancio craxiana e della Dc, dilatando la spesa pubblica, moltiplicava anche le opportunità di tangenti.
Il “dottor Sottile”, invecchiando, avrà moderato un po’ la sua ambizione sfrenata? O, con Draghi a Palazzo Chigi, si sente ringalluzzito? Il premier sa che, se lo aiutasse per il Quirinale, genererebbe curiosità sul tanto non noto nel loro ultratrentennale asse “confidenziale”. Rischierà un eventuale effetto boomerang, ora che viene celebrato da tanti giornali e gode di larghi consensi nei partiti?

Uomini neri e trans bianche: una relazione impossibile (per Dave)

I sei show del comico Dave Chappelle su Netflix hanno suscitato le proteste della comunità Lgbtq+ e delle associazioni per i diritti civili a causa delle loro gag transfobiche e omofobiche. Stiamo dunque passando in rassegna quelle gag, prima di osservarle al microscopio. La questione ci riguarda: guardate le destre al Senato che esultano per la bocciatura del Ddl Zan: bit.ly/3mjnNfQ.

CHAPPELLE: “Chiunque di voi mi abbia visto sa che non ho mai avuto problemi con le trans. Se ascoltate quello che dico, chiaramente tutti i miei problemi sono sempre stati con i bianchi. Litigo coi bianchi da tutta la mia carriera. Proprio quando pensavo di avervi in pugno, cambiate le regole. (Fa la voce profonda) ‘Davvero?’. (Voce normale) Sì, figlio di puttana. (Voce profonda) ‘Be’. Adesso sono una donna e devi trattarmi come tale. Chiamami donna, negro’. (Voce normale) È seccante, cazzo. (Una ragazza urla qualcosa) No, no. Guardate tutti gli show che ho fatto su Netflix. Ascoltate tutto quello che ho detto sulle trans. Ho detto: ‘Quanto devo partecipare alla tua immagine di te?’. Ho detto: ‘Non dovresti parlare di queste cose davanti a un nero’. Ho detto: ‘Ci sono negri a Brooklyn che portano i tacchi per sentirsi più sicuri’. Ho chiesto: ‘Perché è più facile per Bruce Jenner cambiare genere, che per Cassius Clay cambiare il suo nome?’. Se ascoltaste quello che dico! Non parlo neanche di loro, sto parlando di noi. E loro non ascoltano. È seccante. Hanno cancellato gente molto più potente di me. Hanno cancellato J.K. Rowling… Sono d’accordo con lei: il genere è un fatto”.

“Caitlyn Jenner, che ho conosciuto. Una persona meravigliosa. Caitlyn Jenner è stata eletta donna dell’anno. Il suo primo anno da donna. Notevole, no? Batte ogni stronza di Detroit. È migliore di tutte voi. Non ha mai avuto il ciclo. Non è così? Sarei furioso, se fossi una donna. Sarei furioso se fossi me, seduto ai Bet Awards, e dicessero: ‘E il vincitore per la categoria ‘Negro dell’anno’… Eminem!’”.

“Non dico che le trans non sono donne. Dico solo che le passere che hanno… Capite cosa intendo? Non dico che non sia una passera, ma è Oltre la Passera o una Passera Impossibile. Sa di passera, ma non è quel che è, no? Quello non è sangue, è succo di rapa. Oh, adesso sono nei guai”.

“Una delle persone più belle che abbia mai incontrato era una trans di San Francisco… Daphne Dorman… Una trans bianca che rideva di gusto a tutto ciò che dicevo. Soprattutto le battute sulle trans, molto sconcertanti… E lei continuava a parlarmi. E poi lo spettacolo è diventato qualcosa di più bello di uno spettacolo. È diventata come una conversazione tra un uomo di colore e una donna trans bianca e abbiamo iniziato ad andare in profondità. Tutte quelle domande che pensi di aver paura di fare, le stavo facendo e lei stava rispondendo, e le sue risposte erano divertenti. Il pubblico stava cadendo dalle sedie e alla fine dello spettacolo dico: ‘Bè, Daphne, è stato divertente. Ti amo da morire, ma non ho idea di che cosa cazzo stai parlando’. Tutti ridoro, tranne Daphne. Mi guarda come se non fossi più il suo amico, ma qualcosa di più grande, il mondo intero. Poi dice: ‘Non ho bisogno che tu mi capisca. Ho solo bisogno che tu creda che sto vivendo un’esperienza umana’. E tutto il pubblico ha un sussulto. E le do l’occhiata da Fight Club. Le dico: ‘Ti credo, stronza’. Perché non ha detto niente sui pronomi. Non ha detto nulla sul fatto che fosse nei guai. Ha detto: ‘Devi solo credere che sono una persona e sto cercando di farcela’. So che ti credo, perché tra simili ci si capisce”. (10. Continua)

 

Cosa dire in tv quando non si sa cosa dire

Prontuario su come buttare la palla in tribuna quando in tv (ma anche al bar) non si sa cosa diavolo dire.

Allora è meglio la vaccinazione obbligatoria. Non è più tanto semplice per il giornalismo sovranista (o a esso assimilabile) continuare a strizzare l’occhiolino ai No vax. Soprattutto dopo che Matteo ha ingoiato il Green pass

tutto intero, e senza neppure il ruttino mentre Giorgia, più sveglia, se ne tiene prudentemente a distanza. D’altra parte, come si fa ad appiattirsi sul Sì vax dal momento che i No tutto, pur se chiaramente fuori di testa, rappresentano comunque parecchi voti potenziali? Semplice: si fa Bingo e si sposa la tesi più estremista (possibilmente con l’aria ardimentosa di chi sta per dare l’assalto alla Bastiglia). Ben sapendo che, vista l’aria, per inseguire la gente con la siringa in mano si dovrebbe mobilitare l’esercito. Sarebbe una vera pacchia per il bastian contrario da talk

(e da vermuttino) che griderebbe al golpe. Ma, purtroppo, Draghi non è così scemo.

Ma l’Europa dov’è? Con la caduta delle foglie e le polemiche sugli arbitri, la ripresa dei salvataggi in mare pone al giornalista equilibrista l’annoso dilemma: con l’immigrazione clandestina in evidente crescita come non dare torto al governo e non dare ragione a Salvini? Alle brutte, prendersela con l’Europa “che non c’è” può essere un rimedio, anche se un po’ stantio come gli impacchi di basilico contro la calvizie. Prudente non spingersi oltre e chiedere dove sono finiti i tanto magnificati accordi con la Libia, che strapaghiamo. E come mai i Migliori di Roma e di Bruxelles mai sanzionino Malta che pure fa parte dell’Ue, ma che dei disperati alla deriva se ne strafotte.

Semipresidenzialismo, però di fatto. È la new entry

nella lista dei discorsi oziosi. Non dispiace al giornalista draghista anche perché è una trovata del Giorgetti pensata su misura per il Migliore di tutti. Risolverebbe secolari dilemmi sul dono dell’ubiquità: ovvero come essere nello stesso tempo al Quirinale e a Palazzo Chigi. Per la cui complessa attuazione sembrerebbe tuttavia necessario sospendere la Costituzione e mobilitare, anche qui, le forze armate. Quanto al “di fatto”, somiglia tanto allo sto con un’altra ma di fatto amo te. In genere non attacca.

Il nuovo rinascimento con l’amato premier

Titolo: “Il nostro nuovo rinascimento con Draghi alla guida. Parla Illy”. Svolgimento: “Mi auguro che Mario Draghi resti a Palazzo Chigi e poi al Quirinale per molti anni a venire (…). Se c’è la volontà politica, il presidente potrà svolgere entrambi i ruoli al momento opportuno. Non sono un costituzionalista ma in politica si può tutto. (…) Viviamo un momento magico, come accade, di norma, all’indomani di una guerra (…). Solo il Rinascimento è paragonabile all’epoca che viviamo”.

 

“Mario Draghi deve restare a Palazzo Chigi perché è l’unico che può garantire la qualità delle riforme abilitanti per il Pnrr, altre soluzioni sarebbero di galleggiamento (…). Non credo che Mario Draghi si faccia condizionare dalle preferenze o dagli interessi elettorali di chiunque”.

Lo stop del Tesoro. Mps, Unicredit chiese 6,4 mld di capitale

A far fallire i negoziati tra Unicredit e il Tesoro per l’acquisto del Montepaschi è stata la richiesta della prima di un aumento di capitale monstre da 6,4 miliardi. La cifra è emersa ieri nell’audizione alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche dell’Ad di Unicredit, Andrea Orcel, che ha preceduto di due ore quella del collega di Mps, Guido Bastianini. La cifra non è stata resa pubblica ma, risulta al Fatto, è quella svelata dal manager nella parte “secretata” dell’audizione. Cifra superiore ai tre miliardi concessi dal Tesoro, che controlla il Monte dal 2017. Considerato il bonus fiscale da 2,5 miliardi previsto nella manovra 2021 e la pulizia dei crediti, il conto per il pubblico avrebbe sfiorato i 10 miliardi.

Il flop nella trattativa è arrivato nelle scorse settimane, dopo che a luglio Tesoro e Unicredit avevano sottoscritto un “term sheet” vincolante. “Ciò che è emerso dalle discussioni è stato che, al netto di normali scostamenti, l’ammontare di capitale necessario per l’operazione era più significativo di quanto il Mef si aspettasse e quindi considerato eccessivo – ha detto Orcel – D’altro canto una capitalizzazione inferiore avrebbe significato concludere l’operazione in termini diversi da quelli annunciati e sui quali c’era stato l’assenso degli stakeholder”. Cioè l’impatto zero sul capitale della banca milanese. Orcel ha anche indirettamente sollevato un dubbio sulle condizioni di Mps ricordando che l’operazione di fusione, a seguito di una dettagliata analisi dei conti (due diligence) “era possibile” con un “apporto significativo di capitale. Necessità non dovuta esclusivamente per i termini dell’accordo ma anche per le condizioni di Mps. A detta del manager romano, il teamTesoro, guidato dal dg Alessandro Rivera, non si aspettava una richiesta così alta. Eppure ha accettato una trattativa in esclusiva dandosi un termine temporale assai vincolante.

Dal canto suo, l’ad di Mps, Bastianini ha confermato che l’obiettivo è ora chiudere un piano industriale che permetta alla banca di ottenere il via libera dlel’Ue a un aumento di capitale “di mercato”, il cui ammontare non è ancora “definibile”, ma sicuramente verrà sottoscritto soprattutto dal Tesoro (che oggi ha il 64% dell’istituto). A ogni modo, Bruxelles chiedere nuovi tagli. Il piano abbozzato finora ne prevedeva 2500 (costo: 500 milioni), ma potrebbero salire a 4mila (costo 950 milioni), ha detto Bastianini.

Scuola, tornano i tagli: a rischio 30mila “Ata” senza un rinnovo

I primi di gennaio trenta mila Ata (collaboratori scolastici e amministrativi) verranno sostanzialmente licenziati e i presidi si troveranno con molti bidelli in meno sui quali avevano puntato per gestire l’emergenza pandemica. È l’ennesimo pasticcio del Governo Draghi sul tema scuola. A settembre il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi aveva annunciato in pompa magna che anche per l’anno scolastico 2020/2021 sarebbe stato assicurato il cosiddetto “contingente Covid” creato ai tempi del Conte II e dall’ex ministra Lucia Azzolina per andare in soccorso degli istituti.

Una promessa mantenuta anche se con numeri diversi rispetto all’anno precedente: ventimila docenti e trenta mila Ata rispetto ai venticinque mila maestri e professori e cinquanta mila collaboratori scolastici dell’anno precedente. Non solo. Il Governo giallorosa aveva assunto queste persone fino a fine giugno mentre quello Draghi ha stilato contratti con scadenza 31 dicembre. Una scelta che ha mandato in tilt i presidi che fino a qualche settimana fa non sapevano se dopo le vacanze di Natale avrebbero potuto contare sullo stesso organico.

A fine ottobre è arrivata la buona notizia, almeno per i docenti: nel documento programmatico di bilancio è stata prevista la proroga fino a fine giugno per chi insegna. Nulla di fatto, invece, per bidelli e amministrativi. Una mattone sulla testa per i dirigenti scolastici che finora hanno gestito ingressi scaglionati; controlli dei green pass e tanto altro grazie a questi collaboratori scolastici.

Un vero e proprio pasticcio secondo i sindacati ma anche a detta dell’ex ministra Azzolina che aveva voluto a tutti i costi questo contributo di personale: “L’anno scorso fui costretta a battere i pugni sul tavolo per ottenere quel finanziamento, fondamentale per l’organizzazione e per la sicurezza all’interno delle scuole. Lo dico a malincuore ma appare sempre più evidente che oggi si sta semplicemente restaurando la stagione dei tagli”.

Furente è Francesco Sinopoli, segretario nazionale della Flc Cgil: “Siamo di fronte ad una decisione non solo vergognosa ma stupida. Già a settembre le risorse Covid erano state ridotte rispetto all’anno precedente nonostante avessimo chiesto di mantenerle tali ma ora arriviamo ad un ulteriore limite che metterà in ginocchio l’organizzazione dei plessi. L’emergenza sanitaria non è finita eppure il Governo taglia i collaboratori scolastici. Chiedano ai presidi se sono d’accordo prima di fare queste scelte”.

Una preoccupazione confermata dal presidente nazionale dell’Anp, l’Associazione nazionale presidi: “Abbiamo chiesto con insistenza la proroga. Semmai si cambi la modalità di attribuzione di queste risorse dando un budget ai dirigenti e lasciando a loro scegliere se assumere più bidelli o docenti”. Giannelli pensa a questa soluzione già a gennaio; una proposta che avrebbe come conseguenza la perdita di qualche posto di lavoro per qualcuno dei trentamila che hanno lavorato fino a oggi: “D’altro canto noi dobbiamo pensare – spiega – a ciò che serve ai nostri istituti”.

L’unica ad avere speranza è la segretaria della Cisl Scuola, Lena Gissi: “È in corso un ripensamento. Potrebbero esserci a breve delle sorprese ma non abbiamo ancora alcuna certezza”.

A decidere sull’ambiente più lobbisti che delegati

È iniziata l’ultima settimana di lavori della Cop26. E ieri a Glasgow è stato il giorno dell’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che ha aperto il suo intervento invitando a fissare obiettivi per il 2030, a fare di più, ammonendo la politica, ma soprattutto il suo successore Donald Trump. “Il tempo sta scadendo, non siamo neanche lontanamente dove dovremmo essere. La maggior parte dei Paesi non è riuscita a soddisfare i piani stabiliti sei anni fa”, ha detto Obama. A partire dagli stessi Stati Uniti. “Negli Usa, alcuni dei nostri progressi sulla lotta al cambiamento climatico si sono fermati quando Trump ha deciso di ritirarsi dall’Accordo di Parigi nel suo primo anno di mandato”. Critiche, poi, da Obama a Xi Jinping e Vladimir Putin: “È stato scoraggiante vedere i leader di due dei Paesi più inquinanti al mondo, Cina e Russia, rifiutare di presentarsi al summit, è una vergogna”.

Ma gran parte dell’attenzione di Obama è stata rivolta ai giovani. “Due anni fa, Greta Thunberg ha ispirato migliaia di giovani, oggi il mondo è pieno di tante Greta”, ha detto l’ex presidente. Ma se l’attivista ambientalista è già tornata in Svezia dopo avere guidato le proteste di Glasgow, un’altra attivista, l’ugandese Vanessa Nakate, si è rivolta direttamente a Obama criticandolo via Twitter: “Quando avevo 13 anni aveva promesso 100 miliardi di dollari per il clima. Gli Usa hanno infranto quella promessa, che costerà vite in Africa. Il Paese più ricco della Terra non contribuisce abbastanza ai finanziamenti salva-vita. Lei vuole incontrare i giovani della Cop26. Noi vogliamo azione”.

Intanto, mentre Obama stava finendo il suo discorso, è cominciata a circolare la prima bozza del documento politico finale di Cop26. Sono tre pagine in cui vengono elencati i punti principali di cui, in parte, si è già dibattuto negli scorsi giorni, ma dove non vengono mai citati i combustibili fossili. Il cuore del documento resta l’obiettivo degli 1,5 gradi centigradi di aumento medio della temperatura globale, mentre viene espressa “profonda preoccupazione” per il fatto che “l’obiettivo dei 100 miliardi di dollari” non sia ancora stato raggiunto, è per questo che è necessario “aumentare urgentemente i flussi finanziari per sostenere i Paesi in via di sviluppo”, per il “trasferimento tecnologico”, l’innovazione e la cooperazione internazionale.

A suscitare più di qualche perplessità sono stati anche altri numeri piombati ieri sulla conferenza: secondo il dossier pubblicato dalla Corporate Europe Observatory, Global Witness e Glasgow Calls Out Polluters, la delegazione più rappresentata alla Cop26 di Glasgow non è quella di un Paese: sono i 503 lobbisti di Big Oil. Uno squadrone che batte i 230 delegati britannici o i 479 brasiliani. “La Cop26 viene venduta come il luogo per aumentare le ambizioni, ma è piena di lobbisti dei combustibili fossili la cui unica ambizione è quella di rimanere in affari. Shell e BP sono all’interno di questi colloqui nonostante abbiano ammesso apertamente di aver aumentato la loro produzione di gas fossile. Se vogliamo seriamente aumentare le ambizioni, allora i lobbisti dei combustibili fossili dovrebbero essere esclusi dai colloqui”, ha commentato Pascoe Sabido, ricercatore e attivista del Corporate Europe Observatory.

Ghali-Salvini, litigio a San Siro Il leader leghista: “Io insultato”

Durantela partita fra Milan e Inter, giocata domenica sera, c’è stato un diverbio fra il rapper Ghali e Matteo Salvini, entrambi tifosi rossoneri. Il fatto è documentato da un video in cui si vede il musicista inveire in direzione del leader leghista, che risponde mandandogli baci a distanza. In una nota, il Carroccio ha fatto sapere che “Salvini è stato aggredito verbalmente da Ghali”. Sempre nello stesso comunicato, la Lega specifica come “la società rossonera si è scusata” con l’interessato dato che sul momento “non aveva compreso i motivi” della rabbia del rapper.

Omicidio Cella, luminol su scooter di 25 anni fa

C’è un nuovocolpo di scena nell’inchiesta sull’omicidio di Nada Cella, la giovane massacrata nel 1996 nello studio del commercialista dove lavorava a Chiavari. La polizia scientifica effettuerà il luminol sul motorino di Annalucia Cecere, l’ex insegnante indagata per omicidio aggravato. Lo scooter è custodito in un autosoccorso di Cuneo dopo che era stato sequestrato questa estate. La donna lo avrebbe portato da Chiavari a Boves, nel Cuneese, e lo teneva in un box. Oltre a Cecere, difesa dall’avvocato Giovanni Roffo, sono indagati il commercialista Marco Soracco e l’anziana madre. I due, difesi da Andrea Vernazza, sono accusati di false dichiarazioni per avere mentito sui reali rapporti tra il professionista e l’ex insegnante.