I numeri assediano il Salone internazionale del Libro di Torino, che dal 10 al 14 maggio metterà in scena la sua trentunesima edizione, presentata ieri al Sermig-Arsenale della Pace. Sono cifre contrastanti. Da una parte, come ha ricordato Nicola Lagioia, direttore editoriale della kermesse, ecco quelli felici relativi agli editori che saranno a Torino.
La superficie commerciale affittata degli spazi del Lingotto cresce del 28 per cento. Un “positivo overbooking”, sottolineano a Librolandia, “determinato non soltanto dal ritorno dei grandi gruppi e di molti nuovi editori, ma anche dal considerevole aumento della superficie espositiva media richiesta da molti di espositori”.
Ritornano anche i big che nel 2018 avevano disertato, da Mondadori al gruppo Mauri-Spagnol e ad altri associati dell’Aie (Associazione Editori Italiani), per dare vita a “Tempo di Libri” a Milano.
Ieri al Sermig, del resto, era presente Ricardo Franco Levi, presidente dell’Aie e promotore di “Tempo di Libri”. Non ha accennato allo scontro fra Milano e Torino. Ha detto, invece, che gli editori non possono che essere felici della moltiplicazione degli eventi che hanno per protagonisti i libri. “Tempo di Libri”, comunque, proseguirà per la sua strada, come sta facendo il Salone di Torino. Verrà preinaugurato, mercoledì 9 maggio, da un reading alle ex Officine Ferroviarie (Ogr) dello scrittore Paolo Cognetti sul tema di Librolandia 2018: le cinque domande sul presente e sul futuro declinate sotto il titolo “Un giorno, tutto questo”; seguirà una lettura-spettacolo che Fabrizio Gifuni ha voluto dedicare al Aldo Moro.
Poi, a cascata, il consueto Barnum: dalla lezione, giovedì 10, di Javier Cercas sull’Europa a Hertha Müller, dal nuovo premio Pulitzer Andrew Sean Greer a Michelangelo Pistoletto, da Roberto Saviano a Javier Marías, a Petros Markaris e a Roddy Doyle. E passando per Edgar Morin e Jeremy Rifkin, la nazione ospite, la Francia, che rievoca il Maggio 1968, e il cinema di Bernardo Bertolucci e Giuseppe Tornatore; fino ad Alicia Giménez Bartlett e a Paco Ignacio Taibo II, Niccolò Ammaniti e Fernando Aramburu, Andrea Carandini e i genitori di Giulio Regeni, i 40 anni della legge Bassaglia e i vincitori del Premio Strega europeo.
Fin qui le note positive, i numeri lieti, della gran saga del Lingotto. Giustamente, Lagioia ha voluto affermare che “senza una grande volontà di guardare al futuro di questo straordinario evento culturale italiano e un clima di fiducia reciproca, non sarebbe stato possibile fare nulla di tutto questo. Sarà una edizione straordinaria, di grande ricchezza, con un tema, ‘Un giorno, tutto questo’, che vuole aiutare tutti noi a guardare il futuro”. Accanto a questo ottimismo della volontà, e a oscurarlo per il futuro, incombono le cifre della crisi finanziaria che ha investito la Fondazione per il libro che generava il Salone, ora in liquidazione.
Sette-otto milioni di debiti, fornitori non pagati da anni, dipendenti del Salone senza stipendio da un paio di mesi, ritardi sul varo del nuovo ente misto pubblico-privato che dovrà gestirlo. Al Sermig tutti si sono dichiarati fiduciosi, dal presidente della cosiddetta cabina di regia Massimo Bray alla sindaca Chiara Appendino, al presidente della Regione Sergio Chiamparino. Ma proprio ieri, sui quotidiani, c’era la notizia di un altro rosso di bilancio di un’istituzione culturale cittadina: il Teatro Regio. Oltre tre milioni di euro. Torino vorrà pure dire fiducia, come i formaggi della pubblicità.
All’ottimismo della volontà, però, Antonio Gramsci univa sempre il pessimismo dell’intelligenza.