Girolamo Svampa, frate inquisitore che non crede a streghe e diavoli

Girolamo Svampa è un frate domenicano ed è un inquisitore della Chiesa.

Roma, nell’estate del 1625.

Svampa però non è un inquirente ottuso e furente, alla ricerca del Male da bruciare su un rogo. È scettico su streghe e diavoli ed è pessimista sulla natura umana. Fa fatica a credere ai crimini soprannaturali e quando si trova di fronte al cadavere di un cavaliere di Santo Stefano, reduce dalle battaglie contro gli infedeli, mostra più di una perplessità al racconto dell’unica testimone: “È stata una donna con la faccia di capra, tutta nuda”. Perdipiù l’uomo è stato ammazzato da due misteriose punture. Il punctum diabolicum.

La testimone è una ragazza bellissima di nome Leonora Baroni. Era inseguita da un damerino nelle catacombe di Domitilla, a Roma, quando ha trovato il cavaliere stecchito e l’assassina, poi fuggita. La mamma e la zia di Leonora sono le sorelle di Giambattista Basile, il famoso letterato del Cunto de li cunti. La famiglia è nella Capitale ed è protetta dai Gonzaga di Mantova. In particolare, Margherita Basile è ossessionata dal potere e la sua bellezza è la strada migliore per carpire segreti e conoscere potenti. Svampa rientra dalla Toscana e indaga con l’ausilio del suo confratello Francesco Capiferro, segretario della Congregazione dell’Indice, dalla prodigiosa memoria, un sorta di archivio vivente. Tra scienze occulte e divinità blasfeme come il simil-Bafometto adorato dai Templari, anche con la serie di Svampa (al secondo volume) Marcello Simoni si conferma un rigoroso “costruttore” di gialli storici, dalla scrittura impeccabile.

 

 

Don Giovanni è un povero cristo

Si parla di sesso, sì, ma di quello degli angeli: ci voleva Valerio Binasco per interrompere il telefono senza fili che ha imbalsamato Don Giovanni nel (solo) ruolo di sciupafemmine. Una volta scongelatolo dal freezer dello stereotipo, il regista l’ha riportato in vita in un allestimento materico, cupo, losco, sporco, non erotico né tantomeno eretico.

Prodotto dallo Stabile di Torino, questo Don Giovanni di Molière si “allontana dalla tradizione”, spiega il regista. “Cerco (il protagonista) nella vita, più che nel testo… Se lo cerco nella realtà, è un autentico delinquente”.

Per questo ha scelto un primattore apparentemente privo di physique du rôle: Gianluca Gobbi, un omone in giubbotto di pelle, un criminale che si rifà al “Falstaff dell’Enrico IV” ma ricorda tanto i tipacci di Gomorra e Ammore e malavita. Le scene e le luci ricreano poi un’atmosfera pompeiana, da basso impero senza dèi o cielo. Solo la luna si vede, ma è giusto l’astro delle fattucchiere e dei bigotti, tipo il servo Sganarello.

Eppure, anche questo Don Giovanni si conferma abile seduttore: la voce fondissima di Gobbi ci ricorda che la seduzione passa per l’orecchio, non dagli occhi, come il veleno in re Amleto. È un bulimico Don Giovanni, non solo nell’aspetto: ha appetiti smisurati, voracità rapace di donne e altri pericoli. Nel gorgo del vizio ingordo trascinerà tutti, compresa Donna Elvira, e non si porrà molti dubbi nemmeno di fronte al “convitato di pietra”.

L’operazione regge: è intelligente e coerente con il canovaccio, anche grazie ai bravi interpreti. Tuttavia, senza l’altro (l’eros) e quell’Altro (dio), non si capisce più a quale libertà aneli il libertino, da quale catena intenda emanciparsi, ridotto com’è a canaglia qualunque.

Questo “è un dramma sacro all’incontrario, di uno che crede di essere l’anticristo, ma in fondo è solo un povero cristo”. E se non si ha fede nel paradiso, sarà difficile finire all’inferno.

 

L’ex James Bond fa Hemingway tra gli alberi del trentino

L’ex James Bond Pierce Brosnan, la spagnola María Valverde, Laura Morante, Giancarlo Giannini e Matilda De Angelis saranno gli interpreti principali di “Across the River and Into the Trees”, la trasposizione dell’omonimo romanzo di Ernest Hemingway del 1950 che l’esperto neozelandese Martin Campbell (“GoldenEye”, “La maschera diZorro”, “Casino Royale”) dirigerà a partire da fine aprile nei centri storici di Venezia, Trieste e Padova oltre che a Nervesa della Battaglia, Lignano e Bevazzana. Sceneggiato da Michael Radford e frutto di una co-produzione tra Stati Uniti, Canada e Ungheria “Di là dal fiume e tra gli alberi”, racconta le vicende di un colonnello di fanteria americano cinquantenne, Richard Cantwell, che viene assegnato nel 1946 a Trieste, la città in cui aveva combattuto durante la prima guerra mondiale dove tra ricordi giovanili e struggimenti troverà spazio anche per l’amore grazie all’incontro con una nobile veneziana ventenne.

Dopo il pluripremiato “Fuocoammare” Gianfranco Rosi ha iniziato a dirigere “Nocturne” il suo quinto lungometraggio su un viaggio notturno tra Libano, Siria, Iran ed Egitto. Un’immersione totale in quelle regioni per sviluppare un punto di vista libero dai preconcetti sul Medio Oriente. Producono 21 Uno Film, Donatella Palermoper Stemal Entertainment, Rai Cinema, lstituto Luce e partner francesi.

“Alibi.com”, la commedia francese campione di incassi avrà un remake italiano realizzato da Picomedia e Medusa, diretto tra Roma e Salento da Volfango De Biasi e interpretato da Giampaolo Morelli, Massimo Ghini, Carla Signoris e Paolo Ruffini. La storia: una società che fornisce qualsiasi tipo di alibi e il panico di uno dei tre soci che al momento di incontrare i genitori della donna che sta per sposare riconosce nel futuro suocero uno dei suoi migliori clienti.

 

Il Genius supera il film: Banderas vale un Picasso

Albert Einstein, e ora Pablo Picasso. Ça va sans dire, il minimo comune denominatore è il genio, anzi, il Genius: dopo la prima dedicata al premio Nobel reso da un eccellente Geoffrey Rush e in attesa della terza votata a Mary Shelley, la seconda stagione della serie antologica approderà il 10 maggio su National Geographic (Sky, 403) con protagonista Antonio Banderas. Figura, quella del pittore spagnolo, da sempre cara all’attore: ne condivide i natali a Malaga, e già per Carlos Saura avrebbe dovuto incarnarlo, e non è detto non lo faccia (Picasso y el Guernica, dato in pre-produzione).

Non di sola passione vive un interprete, eppure aiuta: capello metà leccato e metà riportato, maglioni striminziti ed estro multi-semantico, Banderas dà al Nostro somiglianza fisica e verosimiglianza artistica e vieppiù esistenziale. Può già essere annoverata tra le sue prove migliori. Produce con Fox Ron Howard, nel cast gli italiani Valentina Bellè e Andrea Scarduzio, di Picasso nei primi due – in totale sono dieci – episodi che abbiamo visto vengono interlacciate tre storie, ovvero altrettante età: bambino a Malaga, che imputa a un fioretto mancato – mollare la pittura – la morte della sorellina per difterite, apprende dal padre José Ruiz Blasco i primi rudimenti e si fa sostenere dallo zio facoltoso, il dottor Salvador Ruiz (Jordi Mollà); ragazzo (Alex Rich, quello di Glow, altrettanto bravo) tra Malaga, Barcellona, Madrid e Parigi, che affina la propria arte, vende i primi quadri, stringe un’amicizia con il catalano Carles Casagemas (Robert Sheehan, irritante) e inizia a giostrare e giostrarsi tra donne e ancora donne; adulto nella Parigi occupata, si divide tra la mite e ordinaria Marie Thérèse Walter (Poppy Delevingne), madre di sua figlia Maya, e la tosta fotografa Dora Maar (Samantha Colley), che documenterà la creazione di Guernica. Ma all’orizzonte è già una terza, Françoise Gilot, artista: 40 anni di differenza, lei ne ha 21, due occhi notevoli, una bocca che può tutto (Clémence Poésy, incanto) e la proverbiale acqua cheta, come potrebbe Pablo astenersi?

Arte-vita, la sua, fatta di umori messi su tela, a partire da quel periodo blu innestato dalla morte di Casagemas; di atrocità pittoricamente denunciate, vale a dire il capolavoro Guernica; di donne fatte colori, e viceversa.

Non ogni cosa funziona, giacché gli effetti speciali per il bombardamento di Guernica sono palesemente a buon mercato, stile cartapesta CGI e, dal punto di vista narrativo, la parabola di Casagemas è puerile e stucchevole, ma complice la bravura degli interpreti e ancor prima la roboante biografia del protagonista Genius: Picasso non sfigura, anzi, rischia di avvincere. Artista esigente, amante instancabile, creatore (50mila opere) indefesso, questo era Pablo Diego Jose Francisco de Paula Juan Nepomuceno Maria de los Remedios Cipriano de la Santisima Trinidad Ruiz y Picasso: in breve, genio e sregolatezza.

 

Da Carabba a Levi, da Petrignani a Malaj: la dozzina del Premio

Marco Balzano, Resto qui , Einaudi. Carlo Carabba, Come un giovane uomo, Marsilio. Carlo D’Amicis, Il gioco, Mondadori. Silvia Ferreri, La madre di Eva, NEO Edizioni. Helena Janeczek, La ragazza con la Leica, Guanda. Lia Levi, Questa sera è già domani, Edizioni E/O. Elvis Malaj, Dal tuo terrazzo si vede casa mia, Racconti Edizioni. Francesca Melandri, Sangue giusto, Rizzoli. Angela Nanetti, Il figlio prediletto, Neri Pozza. Sandra Petrignani, La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg, Neri Pozza. Andrea Pomella, Anni luce, ADD Editore e Yari Selvetella, Le stanze dell’addio, Bompiani. È questa la dozzina di titoli candidati al Premio Strega scelta dal Comitato del premio tra le 41 proposte degli Amici della domenica, come da nuovo regolamento. Il 13 giugno alla Fondazione Bellonci saranno annunciati poi i 5 finalisti, votati dai 400 Amici, 200 votanti all’estero scelti da 20 Istituti italiani di cultura, 40 lettori forti dalle 20 librerie ALI, e da 20 voti collettivi di biblioteche, università e circoli. Il vincitore lo conosceremo al Museo Etrusco di Villa Giulia il 5 luglio.

Salone del Libro: ricco come se fosse l’ultimo

I numeri assediano il Salone internazionale del Libro di Torino, che dal 10 al 14 maggio metterà in scena la sua trentunesima edizione, presentata ieri al Sermig-Arsenale della Pace. Sono cifre contrastanti. Da una parte, come ha ricordato Nicola Lagioia, direttore editoriale della kermesse, ecco quelli felici relativi agli editori che saranno a Torino.

La superficie commerciale affittata degli spazi del Lingotto cresce del 28 per cento. Un “positivo overbooking”, sottolineano a Librolandia, “determinato non soltanto dal ritorno dei grandi gruppi e di molti nuovi editori, ma anche dal considerevole aumento della superficie espositiva media richiesta da molti di espositori”.

Ritornano anche i big che nel 2018 avevano disertato, da Mondadori al gruppo Mauri-Spagnol e ad altri associati dell’Aie (Associazione Editori Italiani), per dare vita a “Tempo di Libri” a Milano.

Ieri al Sermig, del resto, era presente Ricardo Franco Levi, presidente dell’Aie e promotore di “Tempo di Libri”. Non ha accennato allo scontro fra Milano e Torino. Ha detto, invece, che gli editori non possono che essere felici della moltiplicazione degli eventi che hanno per protagonisti i libri. “Tempo di Libri”, comunque, proseguirà per la sua strada, come sta facendo il Salone di Torino. Verrà preinaugurato, mercoledì 9 maggio, da un reading alle ex Officine Ferroviarie (Ogr) dello scrittore Paolo Cognetti sul tema di Librolandia 2018: le cinque domande sul presente e sul futuro declinate sotto il titolo “Un giorno, tutto questo”; seguirà una lettura-spettacolo che Fabrizio Gifuni ha voluto dedicare al Aldo Moro.

Poi, a cascata, il consueto Barnum: dalla lezione, giovedì 10, di Javier Cercas sull’Europa a Hertha Müller, dal nuovo premio Pulitzer Andrew Sean Greer a Michelangelo Pistoletto, da Roberto Saviano a Javier Marías, a Petros Markaris e a Roddy Doyle. E passando per Edgar Morin e Jeremy Rifkin, la nazione ospite, la Francia, che rievoca il Maggio 1968, e il cinema di Bernardo Bertolucci e Giuseppe Tornatore; fino ad Alicia Giménez Bartlett e a Paco Ignacio Taibo II, Niccolò Ammaniti e Fernando Aramburu, Andrea Carandini e i genitori di Giulio Regeni, i 40 anni della legge Bassaglia e i vincitori del Premio Strega europeo.

Fin qui le note positive, i numeri lieti, della gran saga del Lingotto. Giustamente, Lagioia ha voluto affermare che “senza una grande volontà di guardare al futuro di questo straordinario evento culturale italiano e un clima di fiducia reciproca, non sarebbe stato possibile fare nulla di tutto questo. Sarà una edizione straordinaria, di grande ricchezza, con un tema, ‘Un giorno, tutto questo’, che vuole aiutare tutti noi a guardare il futuro”. Accanto a questo ottimismo della volontà, e a oscurarlo per il futuro, incombono le cifre della crisi finanziaria che ha investito la Fondazione per il libro che generava il Salone, ora in liquidazione.

Sette-otto milioni di debiti, fornitori non pagati da anni, dipendenti del Salone senza stipendio da un paio di mesi, ritardi sul varo del nuovo ente misto pubblico-privato che dovrà gestirlo. Al Sermig tutti si sono dichiarati fiduciosi, dal presidente della cosiddetta cabina di regia Massimo Bray alla sindaca Chiara Appendino, al presidente della Regione Sergio Chiamparino. Ma proprio ieri, sui quotidiani, c’era la notizia di un altro rosso di bilancio di un’istituzione culturale cittadina: il Teatro Regio. Oltre tre milioni di euro. Torino vorrà pure dire fiducia, come i formaggi della pubblicità.

All’ottimismo della volontà, però, Antonio Gramsci univa sempre il pessimismo dell’intelligenza.

Russi e siriani lanciano le fake news contro l’Opac

A spararle troppo grosse, i lealisti siriani e i russi loro alleati finiscono con il perdere credibilità sull’attacco chimico a Douma il 7 aprile, che avrebbe provocato decine di vittime. La tesi è che sarebbe stata tutta una messinscena anti-regime. Ma, intanto, loro creano ostacoli agli ispettori dell’Onu sul campo.

La portavoce del ministero degli esteri russo Maria Zakharova dice che, a Ghuta Est, altro sobborgo di Damasco recentemente ripreso dai lealisti ai ribelli, sono stati trovati “contenitori di cloro” d’origine tedesca e addirittura “candelotti fumogeni” prodotti a Salisbury, la località nel sud dell’Inghilterra dove sono stati ‘avvelenati’ l’ex spia russa Sergei Skripal e sua figlia Yulia. Che coincidenza!

Ma c’è di più (e di peggio). La Russia intende mostrare al Consiglio di Sicurezza Onu un video in cui un ragazzino di 11 anni, Hassan Diab, racconta, alla tv Rossiya 24, d’aver preso parte alla messinscena di un attacco chimico a Douma. Il video vorrebbe essere una prova della manipolazione denunciata a più riprese da Mosca e Damasco, ma assomiglia troppo ai video costruito.

Il ragazzino ricorda che una voce urlò a tutti di correre all’ospedale e che lì, appena arrivato, venne irrorato d’acqua per apparire come la vittima di un attacco chimico in un video dei Caschi bianchi, l’ong che denunciò. Il presunto padre di Hassan, Omar Diab, racconta che i militanti jihadisti organizzatori della pantomima regalarono alla famiglia datteri, dolci e riso.

‘Fake news’ a parte, la verità su quanto avvenuto a Duma il 7 aprile appare sempre più lontana e più difficile da accertare: il lavoro degli ispettori Opac, l’agenzia dell’Onu anti-armi chimiche, non riesce neppure a cominciare, tra misure di sicurezza da garantire e intoppi burocratici.

Intanto, l’irrilevanza militare dell’azione condotta da Usa-Gbr-Francia sui siti chimici siriani è confermata dagli sviluppi del conflitto. I raid governativi su postazioni a sud di Damasco tenute “dagli integralisti” continuano, mentre sarebbe stato raggiunto un accordo per la resa dei miliziani ancora in armi in un quartiere della periferia sud della capitale siriana. Secondo fonti di stampa iraniane, circa 1.200 miliziani “affiliati all’Isis”, da anni operativi in quel che resta del campo profughi palestinese di Yarmuk, hanno accettato di arrendersi a patto di potere lasciare la zona. Secondo fonti di stampa siriane, invece, i lealisti hanno dato loro un ultimatum di 48 ore.

A Dumair, prosegue l’evacuazione dei ribelli: 1500 insorti e 3500 loro congiunti lasceranno la città, nel Qalamun orientale, per recarsi a Jarablus, nel nord del Paese, controllato da ribelli filo-turchi. Segnali inequivocabili che i lealisti continuano a riprendere il controllo del Paese.

Secondo fonti russe 2 missili cruise “inesplosi” sono stati portati in Russia, dove gli specialisti intendono studiarli per “migliorare l’efficacia delle difese aeree” russe.

Da Istanbul arriva la voce che il presidente francese Macron voleva partecipare al vertice Erdogan-Putin-Rohani del 4 aprile: sarebbe dunque passato in 10 giorni dal tentativo d’intrufolarsi fra chi si sta spartendo la Siria in zone d’influenza a un ruolo di co-giustiziere a fianco di Trump e May.

Londra premia Abdallah il legale del caso Regeni

Verità per Giulio Regeni e per tutti i Giulio d’Egitto”. La foto del ricercatore italiano sequestrato, torturato e ucciso al Cairo a cavallo tra gennaio e febbraio del 2016, si alza dietro il palco dell’hotel Mayfair di Londra, a due passi da Piccadilly Circus, mentre Ahmad Abdallah, leader della Commissione egiziana per i diritti e la libertà (Ecrf), sta concludendo il suo intervento. L’associazione segue il caso di Giulio Regeni e collabora sotto varie forme, non ultima quella legale, con la famiglia dello studente universitario mandato al Cairo dall’università di Cambridge per una ricerca sui sindacati autonomi e sui lavoratori ambulanti.

Abdallah ieri sera ha ritirato il premio dell’Index of Censorship (Indice della censura), organismo internazionale che si occupa di diritti umani e libertà. L’Ecrf si è aggiudicata il premio per la sezione ‘Campagne anti-censura e libertà di espressione’, surclassando le altre tre associazioni finaliste, arrivate da Kenya, Iran e Russia. All’inizio del percorso le organizzazioni partecipanti erano oltre 400, ma la giuria, composta da avvocati, professionisti e giornalisti (tra cui Raiza Iqbal della Bbc), ha voluto puntare la sua attenzione verso la repressione in corso dal 2013 in Egitto sotto il regime di Abdel Fattah al-Sisi, recente trionfatore delle elezioni-farsa col 97% dei consensi. Tra il 2016 e il 2017 l’Ecrf ha seguito 387 casi di scomparse forzate. Nel suo discorso, Ahmad Abdallah ha dedicato il premio alla dottoressa Hanan Badeldin, da 5 alla ricerca disperata di suo marito, e a Ibrahim Metwaly, il legale della famiglia Regeni, arrestato l’anno scorso all’aeroporto del Cairo e da allora rinchiuso in prigione. Eppure il ringraziamento più grande Abdallah lo ha voluto tributare a Paola Deffendi, la madre di Giulio Regeni: “Penso a lei quando parlo di amore e speranza. In questi due anni lei ha diffuso amore e speranza tra Egitto e Italia per cercare giustizia sulla morte atroce del figlio”, ha detto Abdallah prima che l’immagine di Giulio strappasse un applauso al pubblico.

Siamo a Londra, Regno Unito. Un premio ritirato in una terra che, per certi versi, si è dimostrata ostile nei confronti della famiglia Regeni a causa dei sospetti ricaduti sulla prestigiosa università di Cambridge e sulla tutor di Giulio, Maha Abdelrahman: “Chi non conosceva il caso dello studente universitario italiano – ha detto Abdallah – adesso ne sa un po’ di più. È importante che sempre più persone siano informate su cos’è accaduto a Giulio al Cairo quasi due anni e mezzo fa. La platea era composta da personaggi influenti in Inghilterra e il messaggio uscito da questa sala ci aiuterà ad avvicinare la verità”.

Una cosa è certa: il presidente al-Sisi e il suo entourage non saranno contenti dei riflettori che si sono accesi sulla storia di Giulio e sugli altri scomparsi in Egitto. Non è improbabile che al suo ritorno in patria il regime chieda conto ad Abdallah che, l’aprile e l’ottobre del 2016, ha trascorso 6 mesi in cella.

“La rivoluzione continua. No al capitalismo”

Accompagnato da Raúl Castro, con i deputati dell’Assemblea nazionale scattati in piedi ad applaudire dopo la votazione (98% di voti a favore), Miguel Díaz-Canel si è seduto ieri mattina nello scranno del presidente (della Repubblica e del governo) di Cuba. La tv in diretta trasmetteva le immagini di questo passaggio di consegne “storico”, che segna l’inizio di un rinnovamento generazionale al vertice dello Stato. Una fase di castrismo senza che vi sia un Castro in prima fila. Ma di certo con Raúl come garante e controllore. Lo ha fatto capire l’ex presidente quando ha messo in chiaro che tutto il processo che ha portato Díaz-Canel al vertice è avvenuto sotto il controllo del partito comunista fino a quando si è dimostrato “il compagno più preparato” per continuare la linea socialista del governo.

Il nuovo presidente si è mostrato all’altezza delle aspettative. Il suo discorso è stato breve (circa 20 minuti) e chiaro. Commosso, ma senza retorica. Ha confermato una presidenza continuista: il partito comunista “è il garante dell’unità del popolo cubano” e Raúl – che rimarrà primo segretario fino al 2021 – è l’attuale leader della Rivoluzione”. Dunque è iniziato un processo di separazione dei poteri: Stato e governo progressivamente alla nuova generazione, partito e potere politico (e in buona parte l’economia) alla vecchia leadership – che resta anche al comando delle Forze armate.

Con questa premessa chiara, Díaz-Canel ha assunto la responsabilità che gli compete: quella di portare avanti le riforme – iniziate dall’ex presidente – per un “socialismo prospero e sostenibile”. E soprattutto l’impegno a impedire che “venga restaurato il capitalismo”.

Ma dietro gli slogan, il nuovo presidente ha dato mostra di aver recepito le richieste della popolazione, meno parole e più fatti per aumentare la produzione e soprattutto i salari, che oggi come oggi rendono difficile a parte della popolazione – soprattutto anziani – arrivare alla fine del mese: “Non promettiamo nulla, se non di lavorare con impegno” per far avanzare le riforme. In questo compito sarà appoggiato da un’Assemblea anch’essa rinnovata e che per età (media 49 anni), composizione sociale ,di genere e razziale (afrodiscendenti) “è più simile che mai alla società cubana”.

Perciò il nuovo presidente ha proposto che la formazione del nuovo governo venga posposta alla prossima riunione ordinaria dell’Assemblea nazionale (a luglio), in modo da avere tempo anche per preparare le riforme costituzionali ormai necessarie, come il limite massimo per occupare cariche statali e la separazione dei poteri – come ha detto Raúl nel suo chilometrico discorso, dovrà comportare anche la creazione di un presidente del governo separato da quello dello Stato.

A dimostrazione che il processo di rinnovamento sarà sotto la stretta sorveglianza della vecchia guardia, i grandi temi di politica internazionale – rapporto con la presidenza sempre più aggressiva degli Stati Uniti, appoggio ai governi bolivariani, soprattutto al Venezuela del “compagno presidente” Maduro, l’alleanza strategica col campo socialista – sono state affrontate dall’ex presidente. Come anche alcune questioni strategiche interne, specie la necessità del rafforzamento della piccola impresa privata, ancor oggi vista con sospetto dai “talebani” del regime.

I due interventi hanno confermato che sia veramente iniziato il progressivo rinnovamento generazionale. Né Raúl, né l’ex numero due Machado Ventura e altri leader storici fanno parte del Consiglio di Stato, scegliendo di “ritirarsi” nel nucleo duro del potere, partito comunista e Forze armate. Queste ultime mantengono la presenza (3 membri) nel Consiglio di Stato ma non aumentano l’influenza nell’Assemblea.

Mariam e l’ultimo sfregio: il corpo è ancora all’obitorio

La vita di Mariam Moustafa si è interrotta a 18 anni, il 14 marzo, al Queen Mary Centre, l’ospedale di Nottingham dove era stata ricoverata il 21 febbraio, qualche ora dopo un violento pestaggio da parte di una gang di coetanee. Ma il suo corpo è ancora lì, in una cella frigorifera, gli organi interni espiantati per le necessarie procedure di analisi. La prima autopsia non ha accertato se a ucciderla siano stati quei colpi o se siano intervenuti altri fattori – l’aggravarsi della patologia cardiaca congenita o anche una possibile negligenza medica.

Gli investigatori britannici hanno chiesto altri approfondimenti. Per la famiglia, settimane infinite d’incertezza: un limbo di dolore insopportabile. In attesa della conclusione dell’inchiesta non vogliono lasciare Nottingham, la città per cui, in cerca di prospettive migliori, erano partiti da Ostia, dove Mariam, il fratello e la sorella, tutti con doppia nazionalità italiana ed egiziana, sono cresciuti. Ma Nottingham è, ormai, non solo il luogo di una tragedia assurda. È la città dove Mariam e sua sorella erano già state attaccate in passato, sempre dalle stesse bulle del quartiere. Uno dei quartieri più difficili. Le 6 autrici del pestaggio, identificate e interrogate dalla polizia, sono state rilasciate e girano libere, perché anche la loro incriminazione dipende dagli esiti dell’autopsia. Che abbiano partecipato al pestaggio è certo, ma sono responsabili di lesioni o di omicidio? Se la famiglia dovesse decidere di procedere per lesioni, non potrebbero più essere processate per il reato più grave. E Mariam non avrebbe giustizia, l’unica consolazione per la sua perdita. I Moustafa hanno anche il tormento di questa scelta.

“Non viviamo più. Mia moglie non fa che piangere. I miei figli hanno paura di uscire”, ci racconta Hatim Moustafa, il padre di Mariam. In questi giorni è a Ostia: chiede che sul caso si riaccendano i riflettori per sbloccare, almeno, la sepoltura. Vorrebbe dare pace a Mariam, portarla in Egitto, dove desiderava essere tumulata. Ma è paralizzato da difficoltà economiche e burocratiche. Le autorità egiziane si sono offerte di pagare per il rimpatrio del corpo e il viaggio della famiglia – ci spiega il suo avvocato Emad Abohossian – ma non i costi del funerale.

Quelle italiane, secondo quanto abbiamo potuto verificare, stanno già dividendo con quelle egiziane la parcella di un anatomo-patologo indipendente e sarebbero disposte a fornire un piccolo sostegno economico alla famiglia, ma non a pagare il funerale né il successivo trasporto in Egitto degli organi. La legge italiana prevede che lo Stato si faccia carico dei costi di rimpatrio solo verso l’Italia, non un paese terzo.

Sul sostegno dello Stato italiano Hatim Moustafa si incupisce: dice di aver chiamato il consolato a Londra nelle prime ore di ricovero di Mariam, di aver mandato diverse mail, invano, e di essersi poi rivolto, per disperazione, alle autorità egiziane, molto più sollecite. Secondo il consolato italiano, invece, il supporto è stato immediato, ma la famiglia ha preferito affidarsi agli Egiziani.

Sulle indagini c’è massimo riserbo. Abohossian spiega: l’ospedale non gli ha ancora messo a disposizione i referti medici decisivi, denuncia, e la polizia fa solo promesse. E poi, per far capire il clima, ci invia la foto di una lettera minatoria recapitata a mano a casa, a Leicester. C’è scritto: “One fucking muslim has gone. You are the next if you do not leave the case. Understood???”