Il cacciatore, la mafia al tempo della trattativa

Ci sono due modi per sprovincializzare una serie a sfondo mafioso, il made in Italy per eccellenza. Si può rappresentare il male, mostrare che l’inferno esiste qualunque cosa ne pensi Scalfari, e abita proprio qui, sotto casa; la via che tanti riconoscimenti internazionali e tante polemiche di ballatoio ha procurato a Gomorra. Oppure si può sfumare il bene senza rinunciarvi, mostrare il braccio di ferro tra giustizia e criminalità in chiaroscuro come ha fatto Il cacciatore (mercoledì Rai2 e Raiplay). C’è un eroe che però non è inventato, e si vede, o meglio, si sente: il giovane pm Saverio Barone approdato nel ’93 alla procura di Termini Imerese e poi cooptato nel pool di Palermo, dove darà la caccia ai massimi boss di Cosa Nostra. Tutto questo ha il suono della realtà, date, luoghi, nomi e cognomi (Leoluca Bagarella, Bernardo e Giovanni Brusca eccetera), mentre il personaggio di Barone è dichiaratamente ispirato all’esperienza siciliana di Alfonso Sabella. Azione e tensione civile calate in una delle pagine più oscure della nostra storia recente, la trattativa Stato-Mafia vista da vicino con solo qualche cedimento di troppo al fotoromanzo. La bambina e la compagna trascurate dal troppo lavoro, l’amico d’infanzia divenuto picciotto, il capo del pool burbero benefico, il collega-coraggio rivale a biliardino e testimone di nozze. Temevamo che il matrimonio di Barone venisse celebrato da don Matteo, ma Il cacciatore si è concluso un attimo prima. La provvidenza esiste.

Il cacciatore del bene che scopre i Giusti nel mondo

Secondo il Talmud, ogni generazione conosce 36 “zaddiqim nistarim”, i “Giusti nascosti” che, con le loro scelte quotidiane, impediscono la distruzione del mondo. Gabriele Nissim, giornalista, storico, saggista, si è specializzato nella “caccia ai giusti”. Tenace come i cacciatori di nazisti, li cerca nel mondo e nella storia, li scova, li rivela, li racconta nei suoi libri. Convinto che siano più di 36 a generazione. Ha cominciato (nel volume L’uomo che fermò Hitler) a raccontare Dimitar Pesev, che salvò gli ebrei di una nazione intera: da vicepresidente del Parlamento bulgaro, nel marzo del 1943, informato dell’imminente deportazione di 48 mila ebrei che vivevano nella Bulgaria filonazista, convinse re Boris III e il governo bulgaro a ordinare che i treni per Auschwitz non partissero.

Nel libro La lettera a Hitler narra invece la storia di Armin T. Wegner, che nel 1933, da Roma, manda al Führer e a centinaia di indirizzi in Germania una lunga lettera in difesa degli ebrei e contro le leggi antisemite. Da giovane, Wegner aveva servito nell’esercito tedesco in Turchia, come ufficiale medico durante la Prima guerra mondiale, ed era stato testimone del genocidio degli armeni del 1915-16. Per le sue denunce, dagli armeni è riconosciuto come Giusto, per essere stato uno dei primi a denunciare il dramma del loro popolo.

Nel libro Il tribunale del bene, invece, Nissim racconta la storia di Moshe Bejski, l’uomo che creò il Giardino dei Giusti a Gerusalemme, nel quale ogni albero ricorda la vita di un uomo che ha salvato almeno un ebreo dalla persecuzione nazista durante la Shoah. Bejski era uno degli scampati al genocidio grazie alla lista di Schindler: era stato salvato dalla deportazione grazie all’intervento di Oskar Schindler, a cui ha poi dedicato uno degli alberi del Giardino.

“Santi ed eroi esistono solo nella nostra fantasia, mentre è stimolante scoprire che uomini normali, con gli stessi nostri difetti, sono stati capaci di compiere atti di coraggio in modo sorprendente e inaspettato”: così dice Gabriele Nissim, che continua la sua avventura di cacciatore del Bene. Ha inventato Gariwo (Gardens of the Righteous Worldwide), l’associazione che promuove i Giardini dei Giusti nel mondo per ricordare gli uomini e le donne che hanno in un momento cruciale della loro vita scelto il bene. Ne ha fatto nascere uno a Milano, poi tanti altri in molte città d’Italia e del mondo, in Armenia, Stati Uniti, Giordania, Russia, Tunisia, Polonia…

È riuscito a far dichiarare dal Parlamento europeo la Giornata dei Giusti, celebrata in Italia e in tutta l’Unione ogni anno il 6 marzo. In quel giorno ricorda e premia i nuovi Giusti che scova nella sua caccia. Come il colonnello sovietico Stanislav Petrov, che scongiurò una guerra atomica con gli Stati Uniti a costo di inimicarsi il suo stesso Paese, o Hamadi ben Abdesslem, la guida tunisina che nel 2015, durante un attacco terroristico, ha scortato verso l’uscita del Museo del Bardo 45 turisti italiani.

Nel suo ultimo libro, Il bene possibile (Utet), Nissim racconta alcune storie dei nuovi Giusti, alternate con le parole di Socrate, Marco Aurelio, Hannah Arendt, Etty Hillesum, William Shakespeare, Baruch Spinoza. Il bivio che taglia le vite non è quello tra abiezione ed eroismo, ma quello tra indifferenza e piccole scelte “normali” che rendono possibile salvare non il mondo, ma almeno una vita, anche una sola.

È questo il “bene possibile”, anzi necessario non soltanto per dirci umani, ma per restarlo nei momenti più difficili della storia.

 

Kyenge, figurina dell’antirazzismo su modello Pd

“L’ho scelta io, per fermare il razzismo di ritorno”, dichiarò sobriamente Enrico Letta nel 2013 chiamando a far parte del suo governo la oculista italo-congolese Cécile Kyenge, allora amministratrice del Pd in Emilia Romagna.
Come si sa, Letta è talmente riuscito nel suo intento che Kyenge, ministro dell’Integrazione in quanto integrata (come se per fare il ministro dell’Istruzione bastasse essere istruiti), da allora è il bersaglio preferito di tutti i razzisti d’Italia, compreso quel Calderoli senatore della Repubblica che la chiamò “orango” meritandosi l’omaggio di svariate casse di banane da parte di entusiasti militanti della Lega.
Erano inconsapevoli, i leghisti, dei riti che intanto papà Kyenge, capo-tribù in un villaggio del Katanga, officiava insieme a un circolo di iniziati per liberare Calderoli dallo spirito malvagio che gli aveva messo in bocca gli insulti alla figlia (un reportage di Oggi dal Congo ritrae papà Clement in abiti sacri mentre pronuncia l’esorcismo).

Oggi Kyenge torna sulle pagine dei giornali per aver denunciato “atti vandalici” cioè “d’odio” dunque “razzisti” ai danni delle mura di casa sua che però, è risultato da successive indagini, sarebbero stati compiuti dal vicino di casa stanco delle deiezioni del cane della famiglia Kyenge, cane che il marito della ex ministra, tale Ingegner Grispino, ha definito “stitico”, consegnando alla trasmissione radio La zanzara la sua dichiarazione di voto (“Il Pd è bollito. Ho votato Lega e M5S”) e la definitiva opinione sulla moglie: “Razzismo? Cécile poteva contare fino a cinque prima di parlare, era meglio se stava zitta” (intanto il vicino si costituiva al comando della polizia municipale di Castelfranco, ribadendo la causa canina).

Purtroppo, come quasi tutte le idee del Pd, la trovata di Letta si rivelò fallimentare (tanto che ci chiediamo come mai Matteo Renzi non l’abbia fatta propria), un misto di provincialismo e furbizia basato sul presupposto che se il razzismo è fondato sulla stolida teoria di una superiorità antropologica dovuta all’assenza di melanina nella cute, allora la presenza di melanina basta e avanza per essere dei buoni ministri, e non occorre invece cultura politica, spirito di sacrificio, volontà. Qualità che Kyenge non dimostrò ad esempio quando ci fu da riportare a casa 52 genitori italiani bloccati coi figli adottivi proprio in Congo, nel pieno di una guerra civile, con le mamme che denunciavano: “Abbiamo chiamato il ministero più volte, ma la Kyenge non ci ha mai dato ascolto” (fu poi il ministro delle Riforme Boschi a portare in Italia alcuni dei pargoli, dal che s’immagina quanto fosse ardua la missione).

Ovvio che sul giochino cromatico il Pd, partito che ha visto esaurirsi ogni senso della sua missione, ci ha campato di rendita per anni (e però per ironia della Storia o eterogenesi dei fini il primo senatore nero, il 62enne di origini nigeriane Toni Iwobi, è stato eletto con la Lega), avendo preliminarmente pronta contro chiunque osasse criticare il non-operato della ministra l’accusa di razzismo (più tardi, quando ad essere giudicate saranno le scarsissime Boschi e Madia, si verrà tacciati di essere sessisti).

E scorrendo l’album delle figurine messe lì dal Pd per suggerire quasi letteralmente, come a dei bambini con ritardo mentale, che loro erano un partito anti-razzista e anti-sessista, c’è da sconcertarsi per l’incompetenza (alcune donne erano sceme quasi quanto i maschi), tanto che adesso suonano ipocrite le invettive terroristiche contro “l’avanzata degli incompetenti” e i non laureati al potere (si considerino non laureati quei parlamentari che a differenza della ministra dell’Istruzione Fedeli hanno dichiarato il vero).

Del resto era stato lo stesso marito serpente della Kyenge, nel 2013, a spegnere gli entusiasmi dell’Italia progressista e obamiana dichiarando a Libero: “La fortuna di Cécile è che Livia Turco l’ha segnalata a Bersani, altrimenti non sarebbe mai stata eletta”, e: “Mia moglie non ha alcuna capacità gestionale”, caratteristica della Kyenge che deve aver portato Renzi nel 2014 a valutare per lei una poltrona al ministero del Lavoro (poi è stato scelto Poletti, a ennesima riprova del fatto che il colore della pelle, qualunque esso sia, non è mai correlato, e in nessun modo, con l’intelligenza di una persona).

Una Consob da rifondare

La reputazione delle autorità di vigilanza sulla finanza in Italia non è mai stata così bassa come ora, dopo anni di scandali che hanno distrutto la fiducia dei risparmiatori (anche di quelli che non hanno perso soldi) e hanno prodotto l’imbarazzante spettacolo di un continuo rimpallo di responsabilità che è culminato nella commissione di inchiesta parlamentare sulle banche. Dopo qualche settimana di polemiche, si è arrivati alla conclusione che tutti erano colpevoli e, dunque, non lo era davvero nessuno.

I partiti hanno abbandonato il tema in campagna elettorale. Si è parlato molto del pericolo immaginario del fascismo, molto meno di quello reale di altre crisi bancarie con cattive sorprese per azionisti e obbligazionisti. In assenza di riforme delle leggi che regolano poteri e trasparenza dell’attività dei vigilanti, l’unica possibilità di cambiamento passa per le persone che ne occupano il vertice. A Banca d’Italia è rimasto Ignazio Visco, conferma causata dagli attachi di Matteo Renzi che ha provato a rimuoverlo, quindi continuità col passato. Alla Consob, l’autorità che vigila sulla Borsa, al posto di Giuseppe Vegas, ex deputato di Forza Italia che non viene rimpianto da nessuno se non dai vigilati su cui così poco ha vigilato, c’è un tecnico europeo come Mario Nava.

L’iter di nomina di Nava, che arriva dalla Commissione Ue, non è stato lineare: come ha raccontato il Fatto in questi giorni, la legge prevede che presidente e commissari Consob non possono “essere dipendenti di enti pubblici o privati, né ricoprire altri uffici pubblici di qualsiasi natura”, quindi i dipendenti pubblici “sono collocati d’ufficio in aspettativa”. Nava invece è stato distaccato dalla Commissione europea, senza aspettativa: resta dipendente di Bruxelles, con gli scatti di anzianità che ne conseguono. In un’intervista alla Stampa ha detto che non poteva chiedere l’aspettativa perché quella è per ragioni personali e dura un solo anno e che il distacco è frutto di “un accordo tra Commissione Ue e Stato italiano”. Tradotto: palazzo Chigi non voleva perdere la casella di direttore che Nava occupava nelle istituzioni Ue e ha preferito congelarla invece che lasciarla ad altri. Come capita spesso ai funzionari che vivono nella bolla di Bruxelles, Nava ha sottovalutato l’impatto di una scelta che a lui (e agli uffici giuridici che l’hanno validata, inclusa la Corte dei Conti) pareva legittima: può sembrare un attaccamento alla poltrona e agli scatti di anzianità, anche se in Consob guadagnerà meno che a Bruxelles. Le dimissioni dalla Commissione forse sarebbero state un azzardo personale (Nava ha 51 anni e una lunga vita professionale davanti) ma avrebbero fugato ogni dubbio ed evitato il rischio di ricorsi al Tar da parte di ogni azienda sanzionata o dipendente demansionato che proveranno a contestare l’incompatibilità del presidente. Comunque, almeno un effetto positivo di quella che continua a sembrare una forzatura c’è: a differenza di Vegas, Nava non passerà la fase finale del suo mandato settennale a cercarsi un altro lavoro o a regolare i conti con chi non gli garantisce una poltrona e quindi potrà interpretare il proprio ruolo con autonomia.

A Bruxelles, dalla direzione generale Finanza, ha seguito la crisi bancaria italiana, conosce nel dettaglio i casi Veneto Banca, Popolare di Vicenza e, soprattutto, Monte Paschi. Per la prima volta da molti anni, la Consob ha di nuovo un presidente che capisce di finanza e banche (per quanto bizzarro non è mai stato un requisito considerato rilevante). Nava potrà così superare una gestione confusa e soltanto procedurale della Consob che si è affermata negli anni di Vegas, con troppe decisioni delegate ai livelli inferiori a quello dei commissari. Si è visto anche nella commissione di inchiesta sulle banche che il direttore generale Angelo Apponi era il dominus.

In questi primi giorni di Consob nei suoi incontri con i dipendenti Nava ha promesso rivoluzioni: più trasparenza nelle decisioni, meno discrezionalità, l’impegno a prevenire le situazioni critiche invece che intervenire ex post con sanzioni poco più che simboliche. Nava è un tecnico che parla più inglese che italiano, non un uomo di relazioni romane come sono stati Vegas e il suo predecessore Lamberto Cardia e tanti commissari di questi anni. Una buona premessa.

Le occasioni per verificare se a tante lodevoli intenzioni seguiranno atti concreti non mancheranno. A cominciare dal caso Telecom Italia. Nello scontro per il controllo dell’azienda tra il fondo Elliot e i francesi di Vivendi, la Consob ha un ruolo delicato di arbitro e ci sono molti punti su cui Nava dovrà indagare. Per esempio gli acquisti di azioni Tim da parte della pubblica Cassa depositi e prestiti a sostegno di Elliot, con la notizia che filtra prima dell’operazione (o forse dopo che era già stata architettata anche se non ancora deliberata). Nava ha suscitato molte aspettative, meglio non deluderle.

Mail box

 

Il numero chiuso all’Università è deleterio per i giovani

In Francia gli studenti stanno protestando contro il numero chiuso per accedere alle università. In Italia nessuno interviene su questa cosa che è estremamente deleteria nei confronti dei giovani ai quali viene negato il diritto allo studio e a un futuro migliore. Ci si lamenta che siamo il paese con meno laureati in Europa ma si continua a lasciare migliaia di giovani senza alternative. Il numero chiuso non garantisce né una maggiore professionalità né una preparazione adeguata. Quanti ragazzi non potendo frequentare una determinata facoltà sono costretti a non soddisfare la loro passione per una professione e deviare verso un’altra soltanto per poter almeno laurearsi. La disoccupazione viene così alimentata costringendo i giovani fuori dalle università e da una possibilità in più per poter migliorare le chance di trovare un lavoro.

Massimo Cantarella

 

La scuola è in pericolo ma i politici non ne parlano

“Salvate la scuola” è il grido lanciato sui giornali in merito ai recenti episodi di violenza e teppismo che troppo spesso avvengono nelle nostre scuole. Ma nessuno dei futuri governanti parla di questi episodi.

Nicodemo Settembrini

 

Per Cucchi fu tortura: devono pagare anche i vertici

Ancora un caso di torture. Dopo quelle di Genova, escono – a fatica – le più recenti inflitte a Stefano Cucchi dalle forze dell’ordine. Dopo anni di testimonianze lacunose e rapporti falsificati, finalmente si disvelano, grazie alla tenacia dei familiari.

Ogni volta che si verifica una brutale violenza contro chi è già ristretto, mi viene in mente il fascismo. Nelle democrazie, questi eccessi non solo sono vietati, ma chi li commette viene allontanato e sanzionato.

Le torture sono vietate, ma non ben definite, per evitare che siano ben punite. E chi le commette viene persino promosso di grado, come è avvenuto per i responsabili delle violenze di Genova. Per il caso Cucchi, chiediamo rigore. Non basta provare le violenze; occorre risalire ai vertici che le hanno coperte per anni. E procedere con sanzioni esemplari. Per estirpare dalle forze dell’ordine i cultori marci della tortura.

Massimo Marnetto

 

“Guerra civile in Europa” ma non si sa ancora dove

È interessante notare come, parlando del rischio di guerra civile in Europa, dalla presidenza francese sia arrivato un avvertimento non di poco conto, uno di quelli che viene espresso per mezzo di termini fino ad ora mai usati. Incoscienza o timore da parte di altri leader, che hanno il terrore di parlare di guerra civile e anche solo a pensarci.

Da capire se il signor Macron avesse già in mente qualcuno in particolare. Se sa già quali sono i territori della Unione Europea più a rischio di insurrezione popolare. Se si tratterà di grane domestiche e a saltare per aria saranno le periferie delle città francesi e non dove ogni tanto le auto prendono fuoco, in una Bruxelles sempre più islamica, o se potrebbe essere una di quelle città del nord Europa dove la polizia non prova neanche più a entrare. L’alternativa potrebbe essere rappresentata dalla massa di italiani che sono stati annientati da questa Europa che ha basato la sua esistenza sulla difesa dei privilegi della finanza attraverso un rigore applicato solo contro chi non aveva alcun strumento per difendersi. Appoggiata da chi ha messo in atto i piani criminogeni che sono stati ordinati, senza farsi domande in merito all’irrealizzabilità di queste politiche. Persone che dopo aver lavorato una vita si sono trovate spogliate di tutto e non hanno più nulla da perdere. Inoffensivi fin quando si rimane sotto una certa massa critica, magari stabile, condizione che non si sta verificando anzi questa massa aumenta sempre più. Potrebbe diventare non più inerente il se si possa arrivare a una deriva simile, ma il quando e il dove potrebbe partire il processo di ribaltamento di una situazione sempre meno sostenibile.

Piero Sositivo

 

Giovani troppo sgarbati, serve l’educazione civica

Ho letto che una bozza di proposta di legge di iniziativa popolare, partita da Firenze, chiede di rendere obbligatoria (con voto) l’educazione civica come materia a sé nelle scuole. Potrebbe servire a migliorare gli italiani? Spero proprio di sì. Oggigiorno, ahimè, i giovani sono un po’ sgarbati. Esuberanza dell’età? Fatto sta che quando gli chiedi una cosa o non te la fanno, o la fanno con così cattive maniere. Questi virgulti, quasi sempre, danno il tu a persone che non conoscono. Ringraziare, per loro, è un’esagerazione. Sugli autobus non mi capita mai di vedere ragazzi alzarsi per cedere il posto ad anziani. Sarei curioso di sapere perché il sistema di una volta è stato infranto: in pratica tutto ciò che è reputato bello, buono, educativo, in conformità a giudizi generali di natura etico-morale?

Franco Petraglia

Stallo politico. Il mito della legge elettorale anti-governabilità e la pessima idea del Colle

L’accordo tra M5S e Lega si allontana. È incredibile che, a strillare più forte, accusando i “vincitori” delle elezioni di non essere capaci di dare un governo al Paese, sia il Pd, che d’accordo con Berlusconi, ha voluto e imposto una legge elettorale infame, studiata proprio per impedire al M5S di governare (…)

Massimo Cantarella

 

Come ex votanti Pd,e attuali simpatizzanti e votanti dei 5 Stelle, non riusciamo onestamente a capire questa insistente voglia di fidarsi degli eletti del Pd sostanzialmente scelti, in massima parte, da quella leadership renziana che tanti misfatti ha prodotto ed avallato nel corso del proprio governo (…).

Andrea Vivi e Claudia Chiostri

 

Ho sempre pensatoche la maggior parte del tempo per fare il governo sia imputabile a Mattarella (…) La morale della favola è, secondo me, che Mattarella esita a dare l’incarico a Di Maio (forse è una cattiveria?) perché potrebbe riuscire nell’intento. Ma, tornando a Casellati, ci potrebbe essere nel presidente (anche questa è una cattiveria?) l’arrière pensée che, essendo costei legata strettamente a B., potrebbe lavorare tra le righe per lanciare un governo Renzusconi, magari a guida Tajani.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

E così alla fine avremo il peggior governo possibile, quello tra il gruppo arrivato secondo (il Movimento 5 Stelle) e il partito perdente su tutta la linea (il Pd) (…).

Gianluigi De Marchi

 

 

Cari lettori,abbiamo voluto “ritagliare” pezzi di alcune delle molte lettere arrivate su consultazioni, governo e dintorni per dare l’idea di quanto complessa sia la situazione e varie le interpretazioni e le aspirazioni dei cittadini. Un mito, però, va sfatato: la legge elettorale è di certo pessima, e per molti motivi primo dei quali l’assenza del voto disgiunto; è altrettanto certo che il “Rosatellum” sia stato pensato per “gonfiare” i risultati di Pd e Forza Italia e permettere l’accordo post-voto, intento vanificato dalla débâcle di entrambi nelle urne. Tra i suoi difetti, però, non c’è il fatto che di per sé non garantisca la mitica “governabilità”, a meno che non si pensi che le elezioni siano un’ordalia da cui una minoranza debba uscire vincitrice purchessia (“sapere la sera del voto chi ha vinto”, espressione dal sapore sportivo che piace tanto ai fan del maggioritario). L’attuale sistema elettorale è in sostanza proporzionale, persino meno del “Tedeschellum” (che a giugno 2017 aveva il consenso anche dei 5 Stelle) e più o meno come la legge presentata nel 2014 dal grillino Toninelli. E il proporzionale “esige” dai partiti che si mettano d’accordo dopo il voto rinunciando ognuno a qualcosa e, se non lo fanno, il capo dello Stato può fare ben poco. Ora pare che Mattarella voglia regalarci, nel caso, l’ennesimo “governo di nessuno”. Non è una buona idea: se non c’è maggioranza, meglio votare subito; al prossimo giro tutti sapranno che un’intesa politica è necessaria.

Marco Palombi

Scuola, dopo 10 anni arriva il contratto: aumenti e più diritti

Dopo quasi 10 anni arriva il contratto dell’istruzione e della ricerca per 1,2 milioni di lavoratori. Ieri Cgil, Cisl, Uil e Gilda hanno firmato il documento, contrario lo Snals. Oltre agli aumenti, tra le novità ci sono i congedi per le donne vittime di violenza, il “diritto alla disconnessione” e l’estensione delle norme per il matrimonio, anche alle unioni civili. Il diritto alla disconnessione riguarda email, messaggi whatsapp e telefonate da parte della scuola in qualsiasi ora del giorno e della notte: il nuovo contratto prevede che se il Dirigente scolastico dovrà inviare una mail al di fuori dell’orario di servizio, ciò dovrà essere previsto dalla contrattazione di istituto. Il nuovo contratto prevede un incremento stipendiale complessivo medio di 96 euro al mese per i docenti delle scuole (gli aumenti vanno da 80,40 euro a 110) e di 105 euro al mese per i docenti dell’Afam. Per gli Ata (personale amministrativo, tecnico e ausiliario) l’incremento medio è di 84,5 euro, per l’università di 82 euro, per ricercatori e tecnologi di 125 euro, per l’area amministrativa della ricerca di 92 euro, per l’Asi di 118 euro. Salvaguardato, per le fasce retributive più basse, il bonus di 80 euro.

Consulta “salva” il lavoratore: basta spese legali

Tocca ancora ai giudici porre rimedio ai danni compiuti da legislatori frettolosi e con scarse conoscenze giuridiche.

La Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale l’art. 92 del codice di procedura civile il quale, nella sua ultima formulazione – a seguito del decreto del 2014 del governo Renzi – impediva in via generale al magistrato di compensare tra le parti le spese di giudizio. Tale previsione era particolarmente punitiva per i lavoratori costretti ad andare in giudizio per rivendicare i propri diritti perché al rischio, sempre presente, di perdere la causa, si aggiungeva quello di dover pagare in caso di sconfitta le spese della controparte, ossia il datore di lavoro, così come stabilito dal giudice. Si tratta di una delle tante misure adottate dagli ultimi governi per disincentivare i cittadini a ricorrere alle aule di tribunale ed il crollo delle cause registrato negli ultimi anni dimostra che tale deterrenza ha funzionato: moltissimi lavoratori hanno rinunciato a chiedere giustizia per il timore di dover pagare migliaia di euro di spese anche all’avvocato della controparte oltre che al proprio.

Nella versione modificata nel 2014, la possibilità di compensare le spese era circoscritta a pochi e rari casi, la Corte estende ora questa possibilità anche all’ipotesi di “gravi ed eccezionali ragioni” quindi il giudice torna a poter entrare nel merito dei fatti che lo hanno persuaso a respingere le ragioni del lavoratore, come faceva prima del 2014, e decidere su quella base che ognuno si paghi le proprie spese legali. La Corte ha infatti riconosciuto che in molti casi il lavoratore deve “promuovere un giudizio senza poter conoscere elementi di fatto, rilevanti e decisivi, che sono nella disponibilità del solo datore di lavoro”. Questo elemento dunque, insieme ad altri, potrà ora essere valutato dal giudice sotto il profilo delle gravi ed eccezionali ragioni che gli consentono di esonerare il lavoratore dalla condanna alle spese legali.

L’eccezione di costituzionalità è stata sollevata dal tribunale di Torino e da quello di Reggio Emilia su input di alcuni avvocati lavoristi dell’associazione “Comma2” che avevano dubitato della legittimità costituzionale della norma, specie con riferimento al processo del lavoro, in quanto caratterizzato da una particolare “debolezza”, processuale e spesso economica, di una delle due parti in causa. La Corte non ha accolto la tesi sulla posizione di debolezza soggettiva e sostanziale del lavoratore, ma ha valutato la questione solo dal punto di vista processuale constatando che il lavoratore quando fa causa non ha in mano tutti gli elementi che invece ha il datore di lavoro, quindi la sua sconfitta legale è spesso incolpevole.

Un’altra sentenza che dimostra dunque che le riforme che i governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi hanno portato avanti per cancellare le tutele dei lavoratori violano e si scontrano con i principi fondamentali del nostro ordinamento giudiziario nazionale e sovranazionale, uno scempio giuridico cui i giudici tentano di rimediare con interpretazioni costituzionalmente orientate.

Ad esempio, la cancellazione dell’articolo 18, e quindi della possibilità della reintegra nel posto di lavoro, sta spingendo sempre più magistrati a calcolare i termini di prescrizione a partire dal momento della cessazione del rapporto visto che un lavoratore privo della tutela reale della reintegra difficilmente tenterà di esercitare i suoi diritti durante il rapporto di lavoro, come riconosciuto dal Tribunale di Firenze lo scorso gennaio.

I docenti bloccano gli esami Università, studenti contrari

Appelli estivi a rischio e sempre più proteste: lo sciopero indetto a febbraio dai docenti universitari ha ricevuto nei giorni scorsi il via libera della Commissione di Garanzia dell’esercizio del diritto di sciopero: a firmare la richiesta, 6.800 professori di tutti gli atenei che appoggiano il Movimento per la Dignità della docenza universitaria. La mobilitazione precedente, durante la sessione invernale, aveva registrato 5.400 firmatari e 12mila aderenti. Stavolta ci si aspetta quanto meno lo stesso. Ad essere penalizzata, la sessione di esami più importante e intensa, tanto che ieri il coordinamento degli studenti universitari Link ha chiesto la possibilità di presentare con riserva le domande per accedere alle borse di studio: “Lo sciopero – spiega Andrea Torti di Link – potrebbe compromettere il raggiungimento dei crediti per accedere al bando delle borse di studio e ai benefici di welfare studentesco”. Borse e no tax area, infatti, richiedono l’aver superato un numero minimo di esami.

La protesta riguarda comunque anche il diritto allo studio. “Il Movimento era nato per protestare contro il blocco degli scatti stipendiali – spiega al Fatto Carlo Vincenzo Ferraro, docente del Politecnico di Torino in pensione – oggi prova a rappresentare un mondo universitario che negli ultimi dieci anni ha subito il blocco del turn over, degli stipendi e della possibilità di carriera”. Quindi si sciopera: significa che potrebbero essere sospesi gli esami tenuti da almeno 6800 dal 1 giugno al 31 luglio. Agli studenti devono essere assicurati almeno cinque appelli in un anno e sono esclusi dal conteggio quelli per i fuori-corso o i laureandi.

Il primo movente dello sciopero è il blocco degli scatti stipendiali di cui si è discusso nell’ultima legge di bilancio, con effettive concessioni alle richieste dei professori. Gli scatti sono stati reintrodotti con cadenza biennale (e non triennale come prima del blocco) per permettere un recupero in dieci anni della decurtazione subita negli ultimi cinque. Ma solo a partire dal 2020. Il sistema crea una discriminazione tra i docenti: chi andrà in pensione quest’anno – tralasciando chi ci è andato negli ultimi anni che ormai ha perso qualsiasi diritto – per i prossimi quattro anni non si vedrà riconosciuto nulla, se non una tantum di 2500 euro nel biennio 2018 -2019 che però rappresenta il 40 per cento di quanto avrebbe dovuto ricevere. “Inoltre– spiega Ferraro – a partire dal 2020, chi andrà in pensione recupererà tutto gradualmente ma solo in dieci anni”. Chi sarà invece all’inizio avrà una sorta di carriera accelerata “di cui siamo contenti, va sottolineato, ma saremmo più contenti se non ci fossero difformità di trattamento”.

Il secondo punto riguarda i ricercatori a tempo indeterminato. “Sono 14mila – spiega Ferraro – e hanno una carriera bloccata. Sono stati lasciati in un limbo: eppure spesso hanno già l’abilitazione”. Problemi che già esistevano nel 2016, quando è nato il Movimento e che ancora non sono stati risolti. “Per quanto tempo bisognerà aspettare ancora?”

Inutile lo sblocco del turn over: negli anni in cui c’è stato, si sono persi più di 10mila docenti, da circa 62mila a 45mila. “C’è bisogno di personale nuovo: non è possibile dover aspettare l’autorizzazione del ministero per le cattedre. Se un’università ha le risorse economiche deve poter assumere e chiamare chi vuole”. Se quest’anno andranno in pensione 1500 docenti, saranno sostituiti tutti. “Ma quelli che sono andati in pensione negli anni scorsi? Non sono stati sostituiti. Resta un gap da colmare”. L’ultimo punto riguarda i ricercatori precari e gli studenti. Per loro vengono chiesti 80 milioni di euro (e non i 50 stanziati nel 2016) con l’obiettivo di coprire tutte le borse di studio degli idonei. “Il mondo dell’università deve muoversi unito – spiega Ferraro – non si può pensare di continuare a trattarlo come l’ultima ruota del carro”.

Dieselgate, controlli maggiori della Ue. Ma solo dal 2020

L’ultimo tassello per chiudere la pagina nera del dieselgate arriva, ma con anni di ritardo: l’Europarlamento ha dato l’ok definitivo al nuovo sistema europeo delle omologazioni auto, adottando il sofferto accordo raggiunto a dicembre con Commissione e Consiglio Ue, dopo più di due anni dalle rivelazioni delle emissioni truccate di alcuni modelli Volkswagen. Dal primo settembre 2020 scatteranno controlli a campione delle auto, test indipendenti dei servizi tecnici e audit Ue delle motorizzazioni nazionali, oltre alla facoltà di Bruxelles di compiere proprie verifiche, imporre multe fino a 30mila euro per veicolo non a norma e ordinare richiami di auto. Le nuove regole danno infatti a Bruxelles più poteri di supervisione e controllo, contro cui gli stati membri e la lobby auto si sono fortemente battuti facendo trascinare il processo legislativo per mesi. Ogni Paese dovrà effettuare almeno un controllo ogni 40mila veicoli immatricolati, e almeno il 20% dei test dovranno riguardare le emissioni. Per i Paesi con un basso numero di immatricolazioni, dovranno essere effettuati un minimo di cinque controlli l’anno in totale e i servizi tecnici saranno sottoposti ad audit regolari e indipendenti.