Processo derivati, gli accusati usano Draghi come scudo

Dopo cinque ore di udienza, l’avvocato di Vittorio Grilli, ex ministro del Tesoro, tuona solenne: “E quindi chiedo alla Corte l’assoluzione di Draghi!”. Silenzio. Il lapsus non scuote l’aula della Corte dei conti, dove ieri si è tenuto il processo a Morgan Stanley e ai dirigenti del Tesoro per i derivati sottoscritti con la banca Usa. Nessuno corregge il legale, nessuno si stupisce: da cinque ore i principi del foro assoldati dagli imputati chiamavano in causa il presidente della Banca centrale europea.

È il colpo a sorpresa per indebolire un processo delicato. La Procura contabile del Lazio, con un’inchiesta del pm Massimiliano Minerva, contesta un danno erariale di 4 miliardi, 2,7 alla banca e 1,2 ai dirigenti del ministero che gestirono i contratti: l’ex responsabile del debito pubblico Maria Cannata, il direttore generale Vincenzo La Via e gli ex ministri Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli. Al centro dell’accusa i derivati chiusi a fine 2011, quando il Tesoro versò 3,1 miliardi a Morgan Stanley in forza di una clausola (Ate) ottenuta nel 1994, quando direttore generale del Tesoro era Draghi.

Proprio nel farsi scudo del numero uno di Francoforte le difese, già molto simili, si cesellano. Esordisce il collegio di Morgan Stanley guidato da Antonio Craticalà, una vita da grand commis di Stato che era a Palazzo Chigi come sottosegretario nel 2011: “La possibilità di usare la swaption è stata inserita nel nostro ordinamento da Draghi e ha tutte le caratteristiche di legittimità”, anche perché “consigliata da una persona che ha così grandi meriti per la Repubblica”. Le swaption sono i contratti più contestati dai pm contabili. Opzioni vendute alla banca che le permettevano di entrare in un derivato a certe condizioni e che Morgan Stanley avrebbe esercitato solo se le fosse convenuto. Uno strumento “speculativo”, secondo l’accusa, quindi non adatto a proteggere il debito. “Il dottor Draghi è il padre dell’utilizzo di queste operazioni”, continua un secondo legale di Ms. Tutti gli avvocati ripetono il concetto. Quello di Grilli va oltre: “È lui l’autore di questi derivati, almeno due in modo specifico”; “non lo dico perché dovrebbe essere qui, ma per l’autorevolezza”. Quello della Cannata cita, insieme ai colleghi, il contenuto di un appunto del 26 febbraio 2001 al ministro Vincenzo Visco in cui Draghi ne consiglia l’uso (“potrebbero ridurre la spesa per interessi di circa un punto percentuale”). Stessa linea del legale di Siniscalco. Tutti e tre i collegi richiamano più volte anche la figura di Carlo Azeglio Ciampi, che autorizzò il contratto quadro del ’94. Il solo a non citare Draghi è il legale di La Via, l’unico dirigente ancora in carica: “Quando ha lasciato la Banca Mondiale – annota sibillino – il mio assistito non è andato in Goldman Sachs o in Morgan Stanley, ma a Intesa. E lì non ha sottoscritto derivati col Tesoro…”. In Goldman è approdato Draghi prima di andare in Bce, mentre in Ms ci è finito proprio Siniscalco.

Le uscite suggeriscono la strategia comune degli imputati: le swaption erano legali e anche utili a gestire i rischi sul debito, al punto da essere consigliate dall’attuale presidente della Bce. Uno scudo simbolico (insieme a Ciampi) che si vorrebbe far pesare al processo. Linea respinta dal pm Minerva: quello di Draghi è solo “un appunto generico al ministro”, e soprattutto non poteva sapere dell’esistenza della clausola del ‘94 – perché la stessa Cannata l’ha scoperta solo nel 2006 – e che il Tesoro non si sarebbe coperto dai rischi usando delle garanzie pubbliche come “collaterale”. Minerva ha ribadito che usare le swaption per ristrutturare il debito è illecito oltre che insensato. E che la gestione di quei contratti è stata caratterizzata da gravi imprudenze e irregolarità con il Tesoro che ha “ignorato e sottovalutato” i rischi gestendo il denaro pubblico “come fosse privato”. E contestare quei contratto, poi, non avrebbe “devastato il mercato finanziario”, come sostenuto dagli imputati. Che a loro volta contestano il difetto di giurisdizione: la tesi è che spetti alla giustizia civile e non a quella contabile. Su questo la Corte si pronuncerà entro 45 giorni. Se venisse respinto, si andrebbe a sentenza, che potrebbe richiedere tempi lunghi se il collegio dei giudici chiedesse una consulenza tecnica (indizio di una decisione non scontata). Gli avvocati archiviano l’udienza di ieri ostentando soddisfazione, ma lo scudo Draghi svelta i timori che serpeggiano.

L’Italia è l’unica nell’Eurozona ad averci rimesso con i derivati, usati per proteggersi da un rialzo dei tassi che non è avvenuto. Le swaption sono servite per abbattere il rapporto tra deficit e Pil e far entrare l’Italia nell’euro e, dopo, a sostegno di una certa finanza creativa. Poi è arrivato il conto. Dal 2013 al 2016 i derivati hanno avuto un impatto negativo sul bilancio pubblico di 24 miliardi.

Orso muore durante la cattura nel Parco. Il Wwf accusa

L’operazione di cattura, poi la morte dell’orso bruno marsicano nel Parco nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, in territorio di Lecce nei Marsi (L’Aquila). E subito il Wwf va all’attacco sul sistema adottato per prendere esemplari confidenti o problematici: “Rivedere i protocolli e standard di sicurezza più cautelativi, bisogna sospendere o ridurre a casi inevitabili la cattura e la sedazione”. “Fare chiarezza”, chiede il Movimento Animalista che parla di “inquietanti somiglianze con l’uccisione dell’orsa Daniza, in Trentino, nel settembre 2014. Anche in questo caso la morte dell’animale, uno degli esemplari cosiddetti confidenti, potrebbe essere stata causata da una dose eccessiva di anestetico”. A dare la notizia della morte dell’orso lo stesso Parco d’Abruzzo. Si tratta di un giovane maschio mai marcato né dotato di radiocollare. L’operazione, spiega l’Ente, rientrava tra le attività autorizzate dal ministero dell’Ambiente per il controllo di orsi confidenti o problematici. “La squadra – riferisce il Parco – ha effettuato le procedure per anestetizzarlo e metterlo in sicurezza. Subito l’animale ha manifestato problemi respiratori”. Nonostante le manovre di rianimazione, l’orso è morto in poco tempo.

Campi rom, il Campidoglio ora pensa anche ai rimpatri assistiti

Il campidoglio pensa ai rimpatri assistiti. È la nuova misura – lo ha riferito ieri in serata l’agenzia AdnKronos – stabilita dal Comune di Roma per il superamento dei campi rom nella Capitale. Si tratta di uno strumento inizialmente non previsto nel piano lanciato dalla giunta Raggi per affrontare il problema degli insediamenti. All’indomani del blitz dei vigili nel Camping River, uno dei campi della Capitale che avrebbe dovuto essere chiuso il 30 settembre dello scorso anno ma dove di fatto vivono ancora oggi circa 380 persone, l’amministrazione, in ritardo sulla tabella di marcia per le difficoltà incontrate nell’applicazione delle misure di accompagnamento sperimentate proprio nel campo di via Tiberina, cerca di correre ai ripari.

Lo conferma Marco Cardilli, delegato alla Sicurezza del Campidoglio: “È in via di definizione una delibera che amplia le possibilità di estendere i progetti inclusivi del piano per il superamento dei campi rom anche ad altre forme di aiuto, tra le quali il rimpatrio assistito, che inizialmente non era previsto. Una misura, quella dei rimpatri assistiti, che riguarderà tutti i campi a partire da quanto abbiamo sperimentato nel Camping River”.

Via Chiatamone addio, “Il Mattino” dovrà trasferirsi

Secondo un ex componente del comitato di redazione de Il Mattino “è l’anticamera della chiusura”. Speriamo di no, ma per esprimere i propri sentimenti l’assemblea di redazione usa un verbo manzoniano: “Attonita per questa scelta”. Tutto è successo all’improvviso, nel pomeriggio del 18 aprile, anche se i rumors si inseguivano da almeno due anni: il capo dell’amministrazione Massimo Garzilli ha convocato il Cdr per informarlo che entro gennaio la sede del giornale verrà trasferita da via Chiatamone al Centro Direzionale, quasi certamente in un altro immobile di proprietà dell’editore, Torre Francesco. L’editore è il costruttore romano Francesco Gaetano Caltagirone e la decisione è l’epilogo di una politica di tagli, ridimensionamenti dell’organico, prepensionamenti e cassa integrazione a rotazione, che di fatto hanno impoverito il principale e più autorevole quotidiano napoletano fino a trasformarlo in una sorta di succursale de Il Messaggero, il giornale di punta del gruppo, con sede a Roma. Nel 2009, quando dichiarò il primo stato di crisi, il Mattino contava oltre 100 giornalisti. Oggi arriva a stento a una sessantina e le vendite in edicola sarebbero scese sotto le 30.000 copie, peraltro vendute a 1.20 euro. Poche settimane fa ha prepensionato due tra le sue firme più prestigiose, Pietro Treccagnoli e Rosaria Capacchione, la cronista di giudiziaria che vive sotto scorta per le minacce del clan dei Casalesi, che era appena rientrata in organico dopo l’esperienza da parlamentare Pd. Capacchione ha così iniziato a collaborare su testate web, l’Huffington Post e Fanpage. La scelta di ‘sfrattare’ il Mattino dall’immobile di via Chiatamone, che si trova a pochi metri da Chiaia e dal lungomare liberato, è forse funzionale a ridestinarne i locali in usi più remunerativi. Tre anni fa Iustitia, un sito ben informato sul mercato giornalistico-editoriale locale, anticipò il trasferimento del Mattino al Centro Direzionale ipotizzando a Napoli un’operazione simile a quella già compiuta a Roma al piano terra del Messaggero: utilizzare il piano terra di via Chiatamone per una attività commerciale (a Roma ci aprirono un negozio di valigie di lusso). Ma con il trasferimento del Mattino dal salotto buono di Napoli “si mette in discussione la centralità sia geografica che culturale del quotidiano, e quindi il suo rapporto con la città”, si legge nella nota dell’assemblea di redazione che dichiara all’unanimità lo stato di agitazione permanente. Ieri però sulle agenzie non si è letta nessuna voce delle istituzioni locali a difesa della storia de Il Mattino, che si è radicato a via Chiatamone nel 1962, una sede diventata nel tempo un punto di riferimento stabile nel dibattito culturale e politico campano. Non ha parlato nemmeno Luigi de Magistris, il sindaco che ha con Caltagirone un rapporto conflittuale che deriva dagli interessi dell’editore nell’ex area industriale di Bagnoli, dove si è consumato un durissimo scontro tra il sindaco e il governo Renzi sulle colpe della mancata bonifica e sul commissariamento. Tutto questo accade mentre Caltagirone fa la spesa in borsa ed è salito al 4% di Generali.

Intanto dal Veneto rimbalzano altre notizie di tagli in uno dei giornali del gruppo, Il Gazzettino. Dal 13 aprile una trentina di collaboratori della testata fondata nel 1887, corrispondenti da Belluno, Venezia, Pordenone e Rovigo, hanno smesso di scrivere per protesta contro la decisione dell’editore di ridurre i pagamenti del 10, 15%, innalzando a 4000 battute la soglia per ottenere il compenso massimo per un articolo: 19 euro. Piccoli segnali, meno gravi di quelli che arrivano da Napoli. Ma indicativi dei ‘disinvestimenti’ del gruppo Caltagirone nel segmento editoriale.

Doccia, parrucche e Sisde: sceneggiata in via Gradoli

Per Eleonora Moro la notte del 17 aprile 1978 dovette essere più tormentata del solito perché ambienti vicini alla famiglia ricevettero quel giorno una strana telefonata anonima: “Va bene avete vinto, ve lo restituiremo impacchettato”. A turbare ulteriormente la donna era la coincidenza l’indomani con l’anniversario del 18 aprile, il trentennale della vittoria democristiana del 1948 contro il Pci. Sempre la sera del 17 aprile nel covo di via Gradoli, Mario Moretti, dopo avere mangiato con Barbara Balzerani uno spezzatino con carote, andò a dormire senza lavare i piatti che lasciò sporchi nel lavandino della cucina. L’indomani la sveglia sarebbe suonata presto perché il capo delle Br doveva prendere il treno per recarsi alla riunione del Comitato esecutivo. Moretti ha sempre dichiarato che la mattina del 18 aprile uscì di casa verso le 7.00 con la Balzerani. Intorno alle 7.30 un trapestio di passi frettolosi svegliò l’inquilina del piano di sotto che alle 8.00 si accorse di un’abbondante perdita d’acqua presente nel proprio appartamento. La donna contattò l’amministratore, questi l’idraulico che provò senza successo a entrare dalla porta corazzata della casa e alle 9.47 vennero chiamati i vigili del fuoco che riuscirono a entrare nell’abitazione rompendo una finestra del terrazzo.

Nel frattempo, alle 9.30, una telefonata anonima fece ritrovare nel quartiere romano di Trastevere un comunicato brigatista, che si sarebbe rivelato falso, in cui si annunciava la morte di Aldo Moro nei fondali del lago della Duchessa.

Il capo squadra dei vigili del fuoco Giuseppe Leonardi, il primo pompiere a entrare nel covo di via Gradoli, si diresse subito verso il bagno. Lì trovò il telefono della doccia aperto con un gettito forte appoggiato su un manico di scopa sistemato di traverso nella vasca in modo da far penetrare l’acqua dentro una fessura del muro che era l’evidente origine dell’infiltrazione. Chiuse l’acqua e ricollocò nella sua sede il telefono della doccia, che in seguito la polizia scientifica avrebbe fotografato in quella tranquillizzante posizione, avendola così ritrovata.

La sequenza descritta da Leonardi è decisiva perché se è possibile, per quanto difficile, dimenticare aperto con getto forte il telefono di una doccia, il fatto che esso fosse sostenuto dal manico di una scopa con la funzione di indirizzare l’acqua in una fessura del muro rivela in maniera inequivocabile l’intenzionalità della situazione.

Tale ricostruzione dei fatti è chiarita in modo univoco dalla testimonianza giurata del vigile del fuoco Leonardi, rilasciata il 22 settembre 1982 davanti al magistrato (“nel bagno c’era una doccia con il rubinetto aperto. La doccia era messa in modo che l’acqua andava verso il muro e vi si infiltrava”). Essa merita di essere messa in risalto in quanto, nel corso dei quarant’anni successivi, autorevoli esponenti del governo come Giulio Andreotti e Francesco Cossiga, alti dirigenti di polizia come Giuseppe Parlato ed Emanuele De Francesco, noti brigatisti come Mario Moretti, Valerio Morucci, Adriana Faranda, Antonio Savasta e celebri giornalisti come Indro Montanelli e Rossana Rossanda hanno tutti sostenuto o avallato una tesi opposta, accreditando cioè l’idea di una perdita d’acqua casuale. Di conseguenza, per tutti costoro la caduta del covo di via Gradoli non sarebbe stata un’operazione volontaria, coordinata al minuto con la contemporanea scoperta del falso comunicato del lago della Duchessa, ma un inaspettato colpo di fortuna sia per le forze di polizia che avrebbero così scoperto, a causa di una fuga d’acqua accidentale, la principale base romana delle Br, sia per Moretti sfuggito per un soffio alla cattura. Alla luce della sequenza di questi eventi, l’annosa polemica da molti sollevata sulla presunta imperizia della polizia italiana, che avrebbe dovuto tenere riservata la notizia della scoperta del covo per provare a catturare al loro rientro i brigatisti, appare infondata.

Infatti, chi fece cadere la base con queste modalità aveva un duplice obiettivo che soltanto così avrebbe potuto centrare: avvertire minacciosamente Moretti senza però provocarne l’arresto (esattamente come già era avvenuto con la soffiata del 2 aprile 1978 che aveva dato origine alla seduta spiritica sul nome di Gradoli in provincia di Viterbo), ma soprattutto divulgare al massimo la scoperta della base presso le forze dell’ordine e l’opinione pubblica nazionale e non certo occultarla. Appunto per questo motivo chi agì utilizzò lo stratagemma della fuga d’acqua, invece che la solita telefonata anonima alla polizia, in modo che i primi a intervenire fossero i vicini, eventualmente un idraulico o i vigili del fuoco, come di fatto avvenne, e perciò la notizia diventasse immediatamente di dominio pubblico. Accanto alla testimonianza di Leonardi anche una seconda prova logica rivela l’intenzionalità e non la casualità della scoperta del covo di via Gradoli. In effetti, i verbali e le foto della polizia descrivono a ogni passo, secondo prassi, lo stato in cui il covo venne da loro ritrovato. Se quella mattina nell’appartamento non fosse avvenuto nulla di anomalo è inconcepibile ritenere che Moretti e Balzerani, contravvenendo alle più normali regole di sicurezza, avessero lasciato la casa nelle condizioni in cui i pompieri la ritrovarono. Difatti è impossibile che in una normale notte della loro militanza brigatista avessero dormito con bombe a mano, cartucce e detonatori elettrici sparsi “nello spazio compreso tra i piedi del letto e la porta del bagno”, con un cassetto rovesciato sul letto contenente pistole, mitragliatrici e tutta una serie di attrezzi del mestiere (parrucche, baffi finti, palette della polizia, manette, targhe false) sparsi in disordine per la casa affinché il primo che vi entrasse avesse la certezza di trovarsi proprio dentro un covo brigatista e quindi avvertisse soltanto in seconda battuta la polizia.

Quei verbali e quelle foto costituiscono la prova che il covo di via Gradoli subì un’attenta ispezione tra le 7.30 (l’ora in cui l’inquilina di sotto ebbe la percezione di apertura-chiusura della porta del covo e di udire un rumore di passi frettolosi proveniente dall’appartamento) e le 8.00 (il momento in cui la donna si accorse dell’infiltrazione d’acqua).

A questo proposito è utile ricordare che nell’appartamento adiacente a quello del covo risiedevano un’informatrice delle forze dell’ordine e il suo compagno, il quale dichiarò di essere domiciliato presso lo studio di un commercialista, sito in via Ximenes 21. Oggi sappiamo che questo appartamento era di proprietà della società Monte Valle Verde srl e il 21 aprile 1978, tre giorni dopo la caduta dell’attiguo covo delle Br, proprio quel commercialista fu nominato amministratore di quella società intestataria di altri 8 appartamenti siti in via Gradoli 96.

Egli sostituiva il precedente amministratore che era stato il fondatore, il 1° marzo 1975, della Sofigen Società fiduciaria generale spa, mutata il 28 giugno 1984 in Nagrafin spa, da cui a sua volta, l’11 aprile 1989, sarebbe scaturita la Capture Immobiliare srl, che l’11 gennaio 1994 venne messa sotto sequestro dalla magistratura per lo scandalo dei cosiddetti “fondi riservati” del Sisde. Un’inchiesta giudiziaria irrituale, certamente non preventivabile nel 1978, che soltanto allora rivelò questa genealogia sommersa che collegava i proprietari di quell’appartamento attiguo al covo di via Gradoli con dei fiduciari del servizio segreto civile.

Questi dati sono importanti perché le modalità di caduta della base di via Gradoli. implicano la presenza di un punto di osservazione sicuro e stabile in prossimità del covo. Una postazione che permettesse di controllare, senza essere visti, i movimenti degli occupanti in ingresso e in uscita così da cogliere il momento giusto per potervi accedere quando era certamente vuoto, oppure avvertire chi fosse stato preposto a compiere quella delicata operazione di controguerriglia psicologica.

Per capire cosa si cercasse all’interno del covo è sufficiente leggere, esattamente come poterono fare gli inquirenti dell’anti-terrorismo in quei giorni traendone le dovute conseguenze, l’ultimo comunicato dei brigatisti del 15 aprile in cui si annunciava la fine dell’interrogatorio di Moro, la sua condanna a morte e la diffusione delle “informazioni” acquisite con il sequestro “attraverso la stampa e i mezzi di divulgazione clandestini delle organizzazioni combattenti”. Quindi, chi quella mattina entrò in via Gradoli – non sappiamo se un brigatista dissidente, un esponente dell’area dell’autonomia collaborativo con lo Stato o un agente dell’antiterrorismo – aveva anzitutto l’obiettivo di provare a recuperare gli scritti di Moro che sperava fossero ancora nell’appartamento.

In secondo luogo, non puntava alla cattura di Moretti, verosimilmente temendo le tragiche e immediate ricadute che ciò avrebbe comportato sull’incolumità dell’ostaggio, il quale ovviamente era tenuto in un luogo separato dalla produzione dei suoi scritti, ma era interessato a fargli capire che l’operazione Moro, sul piano militare, era fallita. Di conseguenza, sarebbe stato meglio liberare il prigioniero dopo un’opportuna trattativa segreta, riguardante anche il recupero del memoriale e l’eventuale documentazione sensibile entrata in possesso dei sequestratori dopo l’apertura di un canale di ritorno riservato a partire dal 29 marzo 1978, dagli stessi brigatisti imposto e tutelato. Bisognava cioè provare a spezzare, anche logisticamente, la catena che legava la dimensione del sequestro di persona a quella spionistico informativa attivata dai brigatisti medesimi, esercitando una decisa pressione su di loro.

Moretti, e in scia tutti i brigatisti interessati alla vicenda di via Gradoli, hanno fatto di tutto per accreditare la falsa versione della scoperta casuale del covo. Il motivo è presto detto: Moretti ha ragione quando ha sostenuto, intervistato da Rossana Rossanda nel 1994, che era assurdo ridurre “questa storia, che per molti versi è una tragedia, a una faccenda di tubi di scarico, di docce, di cessi”, aggiungendo di essersi ormai rassegnato a dover rispondere per il resto dei suoi giorni alla domanda sul perché quella doccia sgocciolava proprio il 18 aprile e concludendo, con l’alterigia di un vecchio leone ormai in gabbia: “Non lo so, lo giuro, avrò lasciato aperto un rubinetto, oppure l’ha fatto Barbara Balzerani, che è una donna straordinaria, ma di mattina è sempre insonnolita. Accetto qualunque ipotesi, purché si smetta di chiedermelo”. In questo modo, però, egli preferiva fare finta di non capire, forte della compiacenza dell’intervistatrice, che il problema non era tanto costituito dall’acqua che filtrava, ma dalle modalità con cui ciò era avvenuto.

Peraltro, se si confronta il testo dell’intervista pubblicata nel 1994 con la bobina della registrazione del colloquio effettuata di nascosto dai servizi segreti in prigione nell’estate 1993, traspare in modo evidente il travaglio, anche a livello psico-linguistico, del capo dei brigatisti al riguardo della caduta di via Gradoli e il fatto che egli preferisca rimuovere quell’episodio dal suo vissuto e dall’esperienza politico-militare dell’organizzazione, a cui, effettivamente, la vicenda appartiene soltanto in parte e in modo indiretto e passivo. Com’è comprensibile egli è soprattutto interessato a difendere l’onorabilità sua e delle Brigate rosse dal sospetto che a provocare la scoperta della base potesse essere stato lui, ufficialmente l’ultimo a uscirvi, o dei brigatisti dissidenti che vi avevano abitato in passato o avevano effettuato turni di guardia all’esterno durante il sequestro Moro e dunque ne conoscevano l’ubicazione.

Peraltro, se Moretti affermasse di avere subito capito, o almeno sospettato, le effettive modalità della caduta del covo di via Gradoli, sarebbe conseguentemente costretto ad ammettere che Moro, per elementari norme di sicurezza, dopo la giornata del 18 aprile, cambiò il luogo della sua prigionia.

Infatti, allorquando Moretti fu raggiunto anche dalla contemporanea notizia del comunicato del lago della Duchessa, dell’inautenticità del quale egli, a differenza dell’opinione pubblica italiana, era da subito necessariamente avvertito, come avrebbe potuto escludere che esso non era direttamente collegato alla parallela scoperta del covo di via Gradoli e non fosse quindi il minaccioso segnale di oscure manovre in atto nel fronte dell’anti-terrorismo? E da questa semplice constatazione, come avrebbe potuto continuare ad avere la certezza che il “carcere del popolo” fosse ancora sicuro ed escludere di non essere stato pedinato mentre lo raggiungeva muovendosi proprio da via Gradoli? Insomma, cedere proprio su questo decisivo aspetto, su cui, non a caso, le versioni e le propagande del fronte terrorista e di quello dell’antiterrorismo convergono in una medesima eterogenesi di fini, significherebbe essere costretti, ancora oggi, a contribuire al racconto di una verità storica credibile sul periodo del sequestro cominciato con la decisiva giornata del 18 aprile e terminato il 9 maggio 1978 con la morte dell’ostaggio, la scomparsa degli originali dei suoi scritti ed, eventualmente, dei documenti sensibili che l’antiterrorismo sospettava avessero varcato la soglia della prigione. Perché quella catena che unisce il sequestro di persona alla sua dimensione spionistico-informativa, proprio come la poesia di Eugenio Montale, ha “un anello che non tiene. Il filo da disbrogliare che finalmente ci metta nel mezzo di una verità”. L’anello è via Gradoli, il filo il falso comunicato del lago della Duchessa di pochi minuti successivo, su cui dovremo ritornare.

(6 – continua)

“Ha fatto bene a uccidere il piccolo Di Matteo”

Matteo Messina Denaro “è potuto essere stragista…”, ma la sua linea è quella del “mangia e fai mangiare” e va seguito “sino alla morte”. Oggi frequenta la Calabria, si muove “in zona” (nel trapanese), comunica sempre con i pizzini e – nonostante i suoi affiliati lo considerano il nuovo capo di Cosa nostra (dopo la morte di Riina) e a suo padre, don Ciccio, vogliono dedicare una statua “accanto a quella di padre Pio” – è costretto ad occuparsi della controversia tra due pastori per questioni di terreni confinanti di pascolo, la più arcaica delle liti sfociata spesso in omicidi: l’identikit più aggiornato del superlatitante Matteo Messina Denaro viene fuori dal fermo di 21 favoreggiatori di quattro famiglie mafiose del trapanese (Partanna, Castelvetrano, Mazara e Campobello di Mazara) compiuto dai carabinieri del comando provinciale di Palermo in collaborazione con il Ros coordinati dal pool della Dda di Palermo guidato da Paolo Guido che si occupa della cattura del superlatitante.

“Tutta la provincia è saldamente nelle mani di Messina Denaro” dice il generale Pasquale Angelosanto, comandante del Ros di Trapani che ha spedito in carcere anche i due cognati della primula rossa trapanese, Gaspare Como e Rosario Allegra, mariti, rispettivamente, delle sorelle del boss, Bice e Giovanna Messina Denaro, accusati di gestire gli affari del clan, dal condizionamento delle aste giudiziarie al controllo dei giochi e delle scommesse on line, alle estorsioni e alle onoranze funebri.

Dalle intercettazioni emerge la venerazione degli affiliati per il boss pari all’odio sprezzante nei confronti del pentito Santino Di Matteo, padre del piccolo Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido: “Hanno fatto bene, tu perché non ritrattavi tutte cose? se tenevi a tuo figlio… allora sei tu che non ci tenevi…’’, dice uno degli affiliati, Vittorio Signorello, che per il patriarca dei Messina Denaro, Francesco, propone la costruzione di una statua: “Gli devono fare… una statua… una statua allo zio Ciccio che vale… Padre Pio… ci devono mettere allo zio Ciccio e a quello accanto… quelli sono i Santi… i Santi…’’. E se un “comitato di liberazione continua” osa scrivere sulla parete di una cabina Enel poco fuori Castelvetrano “A morte il tiranno Messina Denaro”, due fedelissimi si armano di spray e vanno di notte a cancellare la scritta, avviando le indagini per individuare il responsabile.

I boss non tollerano il dissenso pubblico neanche su Facebook: un operatore ecologico che commenta con sollievo la morte di Riina rischia di essere preso a botte: “Signorello si chiama questo cornuto… minchia appena lo vedo lo battezzo… gli dico: senti vedi di tenerteli per te i commenti del cazzo”.

Arrestato un carabiniere al soldo del broker latitante della camorra e dei narcos

C’è una camorra che non spara e non fa estorsioni, ma tratta da pari a pari coi cartelli della criminalità colombiana attraverso un inafferrabile broker stanziato in Olanda, Bruno Carbone, inseguito da tre ordinanze di custodia cautelare, per acquistare droga a quintali con cui rifornire le piazze di spaccio. Una holding sgominata ieri grazie a una cinquantina di arresti chiesti e ottenuti dalla Dda di Napoli, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e dal capo Giovanni Melillo, ed eseguiti dal comando provinciale dei carabinieri di Napoli agli ordini del colonnello Ubaldo Del Monaco.

Tra le persone finite in carcere c’è anche un brigadiere dei carabinieri, accusato di corruzione, impiego di capitali di provenienza illecita, intestazione fittizia di beni e concorso in traffico internazionale di stupefacenti con l’aggravante del metodo mafioso. Si chiama Lazzaro Cioffi, detto Marcolino, ha 56 anni e lavorava al nucleo investigativo di Castello di Cisterna. Le indagini del pm Mariella Di Mauro lo collegano al sodalizio di Pasquale Fucito, del clan Ciccarelli, acquirente abituale di quintali di cocaina presso il gruppo di Carbone. Fucito la importava dall’Olanda a cadenza settimanale per poi rivenderla “in esclusiva” nel famigerato parco Verde di Caivano, il quartiere devastato da orribili vicende di stupri e omicidi di bambini. La cosca avrebbe contato sull’aiuto e la protezione del brigadiere che avrebbe spifferato notizie riservate sulle indagini. Due collaboratori di giustizia hanno accusato Cioffi di essere a libro paga di Fucito “e tanto, almeno nell’immaginario criminale, gli aveva garantito l’impunità”, si legge in una nota investigativa. In cambio il carabiniere avrebbe ottenuto l’acquisto di una osteria a Caserta da parte di un prestanome di Fucito a 120 mila euro, più del doppio del suo valore di mercato. La moglie del militare è ai domiciliari: ha aiutato il marito nei suoi traffici. Il padre della donna ha scontato 23 anni per omicidio ed era ritenuto un referente del clan Belforte. L’Arma sapeva delle parentele di Cioffi. Ma lui è rimasto lì.

Il sindaco della Porsche in corsa per la Calabria

Il fratello Roberto è deputato di Forza Italia, così come la coordinatrice calabrese del partito Iole Santelli che è pure il suo vicesindaco. Con questo pedigree a Cosenza Mario Occhiuto può tutto: accendere un leasing di oltre 100 mila euro per una Porsche e non pagare le rate, ma anche non retribuire i propri collaboratori costretti a sventolare decreti ingiuntivi. Per non parlare del milione di euro che Equitalia fa fatica a recuperare perché il Comune di Cosenza, di cui è sindaco, non si è mai attivato per il pignoramento del suo stipendio. Il Tribunale ha condannato l’ente e, anche se per il suo avvocato è uno “scenario impossibile”, adesso saranno i cosentini, con le loro tasse, a pagare i debiti di Occhiuto.

Un passato nell’Udc e un presente in Forza Italia, a parte un breve periodo nel 2016 da sette anni Occhiuto è sempre sindaco. E architetto di successo grazie alle sue entrature con l’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini. Il loro rapporto risale al 2006, con Occhiuto intento a curare il masterplan per Huai Rou, città satellite di Pechino e punto centrale del programma di cooperazione ambientale italo-cinese attivato proprio da Clini. Era un periodo in cui i due, Occhiuto e Clini, sembravano una cosa sola. Grandi progetti per il sindaco, che nel 2010 ha curato addirittura una mostra all’Expo di Shanghai, e un posto di assessore a Palazzo dei Bruzi per Martina Hauser, la “zarina dei Balcani” un tempo moglie di Andrija Jovicevic (l’ex ministro della polizia del Montenegro, ndr) e oggi compagna proprio del potente Clini. Sono gli anni d’oro per Mario Occhiuto, lontani da quel luglio 1994 quando da giovane architetto e amministratore della Secop era finito in carcere assieme all’ex segretario regionale della Dc Franco Petramala, all’epoca potentissimo commissario straordinario dell’Usl di Cosenza. Per i pm l’appalto dei lavori di manutenzione e ristrutturazione dell’ospedale Annunziata era truccato: bando cucito addosso alla Secop che, in meno di un anno e mezzo, ha intascato circa 15 miliardi di lire. Accusati di concorso in abuso d’ufficio, turbativa d’asta e falso ideologico, Petramala e Occhiuto, tra un rinvio e un altro, nel 2002 brindarono alla prescrizione. Scampata la condanna Occhiuto nel 2011 fu eletto sindaco e, a detta del pentito Adolfo Foggetti, per lui la campagna elettorale la fece il boss della ’ndrangheta Claudio Perna.

Accuse che Occhiuto ha sempre respinto. Così come in questi giorni sta “respingendo” Nemo di Rai2: un servizio del cronista Nello Trocchia ha segnalato l’utilizzo di fondi regionali “Gescal”, destinati all’edilizia popolare, per la costruzione del ponte di Calatrava. Sono stati intervistati alcuni disabili che vivono in condizioni disagiate e che, dopo le testimonianze a Nemo, hanno ricevuto la visita di un vigile urbano il quale “armato” di telecamera, ha cercato di “far smentire” il reportage.

Ma a Cosenza la geografia dei partiti assomiglia agli stati di famiglia. Come i fratelli Pino e Tonino Gentile (ex Ncd) e come i coniugi Nicola Adamo ed Enza Bruno Bossio (Pd), anche Mario e Roberto hanno gestito, e gestiscono, un pezzo di potere che li ha consacrati nell’Olimpo della politica calabrese. Questo nonostante un Comune alla canna del gas per i debiti fuori bilancio e nonostante la “caporetto” del 4 marzo. Forza Italia ha blindato i seggi di Roberto Occhiuto e Iole Santelli. Ventimila voti a Cosenza sono però una miseria, ma Mario Occhiuto vuole andare avanti e parla di cambiamento: “Sono pronto a candidarmi a governatore della Calabria nel 2019”.

Bulli in classe a Lucca e Velletri: “Prof, ti sciolgo nell’acido”

Un ragazzoche indossa un casco da motociclista, si avvicina al professore e finge di prenderlo a testate. E poi un altro studente che appoggia due cestini sulla cattedra con tanto di “buffone” in sottofondo e le risate dei compagni. È il contenuto di un altro video registrato in una classe dell’istituto tecnico commerciale Carrara di Lucca e postato sui social, dopo il filmato che mostrava un alunno aggredire lo stesso docente di italiano e storia urlandogli: “Mi metta sei, si inginocchi”. Episodi di bullismo che hanno portato la procura presso il tribunale dei minori di Firenze ad aprire un fascicolo, in cui risulterebbero al momento indagati almeno tre studenti. Intanto fatti analoghi sono avvenuti anche in altre città. Per esempio a Velletri, dove uno studente di un istituto tecnico è stato ripreso mentre minaccia l’insegnante che lo sta rimproverando: “Professore, te faccio scioglie’ in mezzo all’acido”. Casi su cui interviene il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli: “Serve una linea rigorosa e l’attuazione delle sanzioni già previste: i ragazzi vanno sospesi e devono essere sanzionati fino a non essere ammessi agli scrutini finali. Vanno presi provvedimenti anche nei confronti dei studenti che hanno girato i video”.

“Oltre 500 detenuti diventati jihadisti in carcere”

Le carceri sono sempre più luoghi dove tra gli stranieri possono attecchire derive terroristiche. I detenuti sotto osservazione per il rischio di radicalizzazione sono infatti aumentati in un anno del 39%, passando dai 365 di fine 2016 ai 506 del 2017. Detenuti di fede islamica che anziché essere inseriti in un efficace percorso di recupero e rieducazione, si votano alla jihad proprio all’interno delle patrie galere. Come probabilmente accaduto al tunisino Anis Amri, il responsabile dell’attentato di Berlino del dicembre di due anni fa e ucciso dalla polizia a Sesto San Giovanni, che in precedenza aveva trascorso gran parte dei suoi cinque anni in Italia in alcune carceri siciliane.

A crescere anche il grado di pericolosità delle persone monitorate dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: 242 sono classificati al più alto livello di allerta (erano 165 nel 2016), 150 sono ritenuti a livello medio (il doppio rispetto ai 76 di un anno fa), mentre sono 114 quelli considerati a basso pericolo (erano 124 un anno prima). Questi i dati del dossier sulle condizioni delle carceri italiane dell’associazione Antigone, che sottolinea come tra le cause del fenomeno ci sia la carenza di figure utili alla prevenzione. Non solo educatori e mediatori culturali, ma anche imam autorizzati a entrare in carcere: solo 17 per 7.194 detenuti che si dichiarano di fede islamica, nonostante il loro contributo sia considerato prezioso nel prevenire degenerazioni integraliste.

In tutto i detenuti in Italia sono 58.223, in aumento rispetto al minimo di 52mila toccato a fine 2015. E riguardo ai detenuti stranieri, Antigone sfata quello che chiama “bluff populista”: secondo quanto si legge nel report, “non c’è correlazione tra i flussi di migranti in arrivo in Italia e i flussi di migranti che fanno ingresso in carcere”. Negli ultimi quindici anni, infatti, gli stranieri residenti in Italia sono più che triplicati mentre il loro tasso di detenzione è diminuito di tre volte: se nel 2003, quando gli stranieri erano circa 1 milione e mezzo, finiva in carcere l’1,16%, oggi la percentuale si è ridotta allo 0,39% dei 5 milioni residenti. “Un dato che mostra come ogni allarme, artificiosamente alimentato durante la campagna elettorale, sia ingiustificato.”

Ancora attuale il problema del sovraffollamento, sebbene siano stati fatti passi avanti dopo la sentenza Torreggiani della Corte europea per i diritti dell’uomo, che cinque anni fa ha imposto al nostro Paese provvedimenti strutturali: a fine 2012 i detenuti erano 65.701 con una tasso di sovraffollamento, rispetto alla capienza ufficiale, del 140%. Tasso oggi sceso al 115,2%.

Antigone ha visitato 86 carceri su 189: in 10 istituti sono state trovate celle in cui i detenuti non avevano a disposizione la soglia minima di tre metri quadri, in 50 celle senza doccia e in quattro celle in cui il water non era in un ambiente separato. Condizioni che possono contribuire alla disperazione: 52 i suicidi registrati nel 2017, 7 in più rispetto all’anno precedente, 9.510 gli atti di autolesionismo. Di qui l’invito di Antigone perché il Parlamento metta mano a una riforma del sistema penitenziario: tra le innovazioni auspicate, “l’allargamento delle misure alternative, di gran lunga meno costose del carcere e più capaci di ridurre la recidiva e garantire la sicurezza della società”. E su quest’ultimo aspetto i dati non sono confortanti: il 39% delle persone uscite dal carcere nel 2007 vi ha fatto rientro, una o più volte, negli ultimi 10 anni. “Troppo spesso – rileva Antigone – il carcere non aiuta la sicurezza dei cittadini”.