“Niente Gay Pride”. La politica omofoba (non solo a Novara)

“Un’inutile ostentazione”. Così il sindaco leghista di Novara, Alessandro Canelli, ha definito il gay pride per motivare il suo no al patrocinio. E quando gli sono piovute addosso le critiche, soprattutto da esponenti del Pd locale che hanno parlato di “una decisione anacronistica e discriminatoria”, il sindaco è riuscito a dire pure peggio: “Una manifestazione folkloristica, che non serve a rilanciare il tema della tutela dei diritti perché, al contrario, accentua le battute da caserma”.

Per il Torino Pride, l’associazione a cui fa capo il coordinamento del Piemonte Pride e che, oltre a Novara, quest’anno prevede altre due parate ad Alba e a Torino, il sindaco di Novara è “omofobo e discriminatorio”: “Non ci aspettavamo molto da un sindaco che si è vantato di non celebrare le unioni civili perché ‘questo Paese ha tanti altri problemi urgenti da affrontare’. Un sindaco che mostra con perseveranza tanto bigottismo non rappresenta una città ma una sua piccola parte”. Ma Canelli respinge ogni accusa e sull’evento in programma nella sua città il 26 maggio sostiene che “tutti hanno il diritto di manifestare, e infatti lo faranno liberamente. Allo stesso modo, però, l’amministrazione comunale ha il diritto di non sposare una causa che non condivide”.

Un caso, quello di Novara, che segue altri niet sbattutti in faccia nell’ultimo periodo alla comunità arcobaleno. Per esempio in Lombardia, dove il neo governatore Attilio Fontana ha parlato di “manifestazione divisiva e quando le manifestazioni sono divisive non sono mai da sostenere”. E ancora: “Io sono eterosessuale, ma non è che faccio una manifestazione per accreditare la mia eterosessualità. Le scelte in questo campo devono rimanere personali, sbandierarle è sbagliato”. Per passare a Genova, dove anche il sindaco di centro destra Marco Bucci ha usato la definizione di “manifestazione divisiva”.

Tutte decisioni che Franco Grillini, presidente onorario di Arcigay e direttore del quotidiano online gaynews.it, riconduce “a scelte polico-culturali che a destra hanno come protagonista una Lega che mostra la sua faccia feroce e omofoba. Una destra fascio-leghista che si permette di offendere decine di migliaia di persone definendo folklore degli eventi a cui partecipano tantissimi giovani. Scelte che però trovano spazio anche in un’area catto-dem all’interno del centrosinistra”. Già, perché a negare il patrocinio al Dolomiti Pride è stato il presidente della provincia autonoma di Trento, Ugo Rossi. Un politico di centrosinistra che ha usato le stesse parole dei leghisti: “Folklore ed esibizionismo”. Tanto da prendersi dell’“omofobo istituzionale” dall’Arcigay. Non ha invece mai usato espressioni sconvenienti il renziano Dario Nardella, sindaco di Firenze. Ma il risultato non cambia, visto che il suo Comune non dovrebbe dare per il terzo anno di fila alcun patrocinio al Toscana Pride: non l’ha dato nemmeno l’anno scorso, quando la manifestazione si è tenuta per le vie di Firenze, e non l’ha dato per l’evento organizzato quest’anno a Siena. Mentre a Udine, le polemiche le ha fatte sorgere una consigliera comunale del M5S, la quale ha attaccato l’università cittadina per il sostegno al FVG Pride.

La cronista Angeli: “Preso di mira anche mio figlio: ha 8 anni”

“Hanno provato in tutti i modi a privarmi della mia libertà e sono riusciti a privarmi di quella fisica perché ho la scorta ma sicuramente io alle regole degli Spada non ci sto”. La giornalista di Repubblica Federica Angeli ieri ha testimoniato in aula al processo che vede imputati per tentato duplice omicidio Carmine Spada e il nipote Ottavio. In aula, la Angeli ha ricordato i fatti che avvennero sotto casa sua la notte del 16 luglio 2013, quando durante uno scontro tra esponenti della famiglia Spada e membri del clan rivale dei Triassi sentì due colpi di pistola e si affacciò alla finestra, riconoscendo Carmine e Ottavio Spada. Così sono iniziate le minacce e quindi le è stata assegnata una scorta: “Ho ricevuto minacce dirette e indirette, insulti sui social, avvertimenti – ha detto al cronista – Anche mio figlio di 8 anni, è stato preso di mira da Carmine Spada che gli fece il segno della croce. Sono anche venuti sotto casa mia a brindare due imputati di questo processo che erano stati scarcerati”. Presente ieri Virginia Raggi: “Le istituzioni non devono mai lasciare soli i cittadini soprattutto quando si tratta di lottare contro la mafia – ha detto il sindaco di Roma –. Gli Spada sappiano che Roma non ha paura”.

Consip, il teste: “Woodcock non minacciò mai Vannoni”

Si affloscia l’accusa di Fillipo Vannoni, ex consulente di Palazzo Chigi, di aver subito pressioni dai pm di Napoli Henry John Woodcock e Celestina Carrano, finiti sotto procedimento disciplinare al Csm anche per averlo ascoltato come testimone e non come indagato nell’ambito dell’inchiesta Consip.

A demolire le dichiarazioni di Vannoni, davanti ai giudici disciplinari, è stato il capitano della Guardia di finanza Sebastiano Di Giovanni, presente all’audizione del 21 dicembre 2016 insieme all’allora capitano del Noe dei carabinieri Giampaolo Scafarto e al maresciallo Brachetti. “Woodcock ha indicato a Vannoni il carcere di Poggioreale che si vedeva dalla finestra e gli ha detto” che poteva finire lì se non avesse parlato? Chiede Marcello Maddalena, difensore del pm. E il capitano: “Assolutamente no. Woodcock non ha mai pronunciato una frase del genere. Né in quella occasione né in altre. Anzi, da lui ho imparato l’assoluto rispetto per i testimoni e gli indagati”. Sulla presunta conduzione dell’interrogatorio da parte della pg, chiede un chiarimento il giudice Nicola Clivio. Di Giovanni è netto: “Non abbiamo fatto alcuna domanda. L’80% delle domande le ha poste Woodcock, le altre la dottoressa Carrano, che era sempre in sintonia con Woodcock”. Il sostituto pg Mario Fresa, che rappresenta l’accusa, chiede come Vannoni arrivi a dichiarare non solo che fu il ministro Lotti a dirgli che c’era un’indagine su Consip ma che Matteo Renzi gli disse “stai attento a Consip”. Per il capitano Di Giovanni “non c’è stata alcuna sollecitazione. Il nome di Renzi l’ha fatto lui ”. E racconta del momento in cui Woodcock si arrabbia: “Vannoni quando gli viene ricordato l’obbligo di dire la verità esclama che dirà tutto quello che vogliamo. Woodcock ribatte che deve dire solo la verità, che i pm registreranno come un notaio”.

Il nazi-parricida che parlò alla Leopolda

 

Pubblichiamo un estratto dal libro di Paolo Berizzi NazItalia (Baldini+Castoldi)

La prima edizione della Leopolda è andata in scena dal 5 al 7 novembre 2010. (…) In quegli stessi giorni (…) a Milano, in una cella del carcere di Opera, c’è un ragazzo di 25 anni che aspetta l’ora d’aria. (…)

Il ragazzo si chiama Luigi Celeste (…), ha i capelli rasati a zero, il corpo ricoperto di tatuaggi: sul collo, all’altezza della gola, la scritta “vendetta”, incisa sulla pelle con inchiostro rosso e nero; sulle braccia gonfiate dalla palestra il tatuatore ha disegnato un fascio littorio, dei simboli runici, una mano destra tesa nel saluto romano, e poi crani, date, nomi, la testa di un diavolo che sprigiona delle fiamme. (…) Passa il tempo alternando sedute di sollevamento pesi – utilizza bottiglie di plastica riempite con acqua come usano i carcerati per tenersi in forma – alla lettura di manuali di informatica. Oltre alle lettere che gli scrivono la madre e il fratello. Le missive partono dalla casa di via dei Gigli, al Lorenteggio, quartiere popolare a sud-ovest di Milano. In quell’appartamento due anni prima la vita di Luigi Celeste infila la curva più brusca: è la sera del 20 febbraio 2008. (…) Il clima in casa è intossicato dalla violenza: quella che Francesco Celeste riserva abitualmente alla moglie, Lucia, la madre di Luigi. Una violenza “quotidiana, morbosa, persecutoria”, racconterà lo skinhead. (…) Alle botte che Francesco Celeste, infermo di mente al 75 per cento, dava alla moglie, erano costretti ad assistere, fin da piccoli, Luigi e il fratello. Anche su di loro si accaniva il padre. (…) Celeste fredda il padre vuotandogli addosso il caricatore di una Beretta calibro 7,65.

Quello che va in scena il 25 novembre 2017 tra Luigi Celeste e il popolo della Leopolda8 è un incontro straordinario: in senso letterale. Da una parte la platea dem, di centrosinistra, che dopo la narrazione “rottamatrice” di sette anni prima, sceglie ora, in linea con la parabola politica del suo leader, toni più morbidi. Dall’altra un uomo che a 32 anni vuole lasciarsi alle spalle un passato scomodo e incendiario. Segnato certo dall’evento più grave e drammatico della sua vita – l’omicidio del padre per “difendere la mia famiglia” – ma anche da una lunga scia di violenze, brutali aggressioni, odio politico e razziale. È l’intensa militanza naziskin di Celeste. (…)

Matteo Renzi avanza sul palco della Leopolda mentre il pubblico applaude. Gli applausi sono tutti per lui, Luigi Celeste, che ha appena concluso il suo intervento a sostegno delle donne e contro la violenza. Il segretario Pd va incontro all’ospite, si abbracciano calorosamente: Renzi sembra quasi emozionato. Forse lo è davvero. “Ciao Matteo!” gli fa Celeste. Chi è seduto nelle prime file non può non notare alcuni dettagli di quell’abbraccio tra il leader politico e un ragazzo, ormai uomo, di dieci anni più giovane: balza all’occhio l’avambraccio di Celeste, istoriato di tatuaggi. Il più visibile è quello della mano destra tesa nel saluto romano: uno dei disegni più diffusi tra i naziskin. Quanto sa Matteo Renzi del passato di Celeste? Non quello segnato dal parricidio, ma quello politico. (…)

“Mentì in aula”, rischio processo per la Campana

Per un democratico che si salva, l’altro rischia il processo. La Procura di Roma ha chiuso il filone di indagine nato dal processo “Mondo di Mezzo” sulle presunte false testimonianze rese in aula, quando era in corso il primo grado. E così rischiano il processo Micaela Campana, deputata e responsabile nazionale del Pd per il welfare, Filippo Bubbico (Leu), ex viceministro degli Interni, e altri 16. Per tutti, i pm hanno chiuso l’indagine, atto che di norma prelude a una richiesta di rinvio a giudizio.

Va invece verso l’archiviazione la posizione di Nicola Zingaretti, anche lui finito nella lista dei testimoni sui quali la X sezione del Tribunale aveva chiesto ai pm di chiarire se avessero detto la verità. Il presidente della Regione Lazio è stato sentito in aula il 21 marzo 2017: quel giorno, senza autorizzare le riprese, conferma di avere ricevuto dalla 29 giugno “come raccolta per le elezioni regionali del 2013 in favore del mio comitato elettorale, 5 mila euro, denaro iscritto al bilancio”. Spiega anche di non aver parlato della gara Recup (Centro unico di prenotazione delle prestazioni sanitarie), con alcune persone (tutti poi archiviati o assolti) indicate dall’ex capo della 29 giugno Salvatore Buzzi, come intermediari. I pm devono avergli creduto: starebbe per arrivare l’archiviazione, come pure per il presidente del Consiglio regionale del Lazio Daniele Leodori. Diversamente è andata per la sua compagna di partito, Micaela Campana, che a Buzzi fornì l’iban con il quale finanziare regolarmente il Pd nazionale. Per i pm “affermava il falso, ovvero taceva, in tutto o in parte, ciò che sapeva sui fatti sui quali era interrogata” il 17 ottobre 2016. In particolare, “negava reiteratamente di ricordare numerose circostanze della sua vita politica e personale”, fra le quali: le “ragioni per le quali Buzzi doveva rivolgersi a Bubbico e, in particolare, se fosse per l’accoglienza di immigrati a Castelnuovo di Porto”, la “richiesta a Buzzi di curare il trasloco per il cognato” o l’aver “interloquito con il sottosegretario Bubbico per la presentazione di una interrogazione parlamentare” sul Cara di Castelnuovo di Porto.

Agli atti dell’inchiesta madre finì anche un messaggio inviato il 21 marzo 2014, in cui la Campana salutava Buzzi scrivendo: “Domani mattina ti chiamo e ti dico. Bacio grande capo”. Questa frase è stata spiegata in aula così: “È un modo rispettoso di rivolgersi ad una persona con un’età più grande della mia e perché a capo di una cooperativa che io ho sempre ritenuto importante”.

Come riportato nelle motivazioni della sentenza di primo grado con la quale è stato condannato l’ex Nar Massimo Carminati a 20 anni e Buzzi a 19 per associazione a delinquere semplice (l’accusa di mafia è caduta), la deputata non ricorda il perché Buzzi le chiese di fissare quell’incontro, ma “dette indicazioni alla sua segreteria per prenotare l’appuntamento. Il collaboratore della teste accompagnò Buzzi da Bubbico. Il collaboratore le riferì poi che Buzzi fu ricevuto non da Bubbico ma dal suo segretario (…). Dunque la teste ha ribadito di non conosce l’esito dell’incontro, ma di sapere che Bubbico non intervenne”.

Anche l’ex viceministro è indagato per falsa testimonianza. Secondo l’accusa, non avrebbe detto tutta la verità per esempio quando ha sostenuto “di non aver conosciuto o incontrato Buzzi, escludendo di averlo incontrato l’11 giugno 2014”. Tra i 18 indagati, c’è l’ex capo segreteria dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, Antonio Lucarelli, perché “affermava, contrariamente al vero, di non conoscere Carminati; di non esser mai stato contattato dallo stesso (direttamente o per interposta persona)” quando era al Campidoglio e di “non aver subìto da Carminati alcuna intimidazione”.

Gli indagati hanno 20 giorni di tempo per depositare nuove memorie o farsi interrogare. Poi la Procura deciderà se chiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione.

Spettacolo Molise: nell’urna pendoli, tronisti e morsicati

Il canino volitivo di Massimiliano Scarabeo, capogruppo del Pd al consiglio regionale, era sul punto di arpionare il lobo dell’orecchio destro di Domenico Di Nunzio, suo collega di partito, e macinarlo tutto, e poi magari pure inghiottirlo. Come manco neppure San Pietro quando stacca l’orecchio a Malco, il servo del terribile Caifa, l’accusatore di Cristo.

Il confronto svoltosi nella sala delle adunanze del Molise meno di due anni fa finì dunque a morsi e giustamente il morsicato Di Nunzio valutò che il dissidio “squisitamente politico” non dovesse esondare in tribunale. Il tempo ha fatto il resto e sia Scarabeo che Di Nunzio, con pari gioia, si ripresentano all’elettorato scegliendo, per dare soddisfazione alle esigenze del pendolarismo, le file del centrodestra.

Proprio il caso di dire: “Porgi l’altro orecchio”.

I molisani hanno un particolare rapporto col tempo che passa, e se passa lento è meglio per tutti. Cosicché i loro dirigenti hanno scelto di chiamarli al voto con due mesi di ritardo rispetto alla scadenza naturale del 4 marzo.

Si vota domenica 22 aprile. Due mesi in più, due stipendi in più, tutta festa. E Vincenzo Niro, in consiglio regionale dal 2001, è chiamato affettuosamente l’onorevole Pendolo. Non mostra antipatia per l’appellativo giacché di suo ha scelto di confrontarsi con tutti quanti.

Uomo di sostanza, ha sempre vinto con chi era pronosticato vincitore. È stato nel centrodestra (2001) con Democrazia europea, passato nel 2006 con l’Udeur. Confermato da Mastella nel 2011, passato al centrosinistra nel 2013 e oggi trapassato con Popolari per l’Italia (centrodestra).

Il signor Pendolo, onorevolissimo, è tra i tanti molisani che si tuffano ovunque ci sia l’acqua. Uno di loro, il più forte di tutti, si chiama Aldo Patriciello, europarlamentare di larga esperienza, che un lago si è fatto fare per conto suo. E si capisce perchè.

Patriciello non è un politico, è una srl, un’azienda in transito, un governo autonomo. Patriciello è lepre e non coniglio. Sa con chi stare e chi lasciare. Lui abita a Pozzilli, ha in cura la Neuromed, la clinica che ha in cura i molisani, perché in Molise la sanità pubblica è privata, giustamente la politica ha fatto in modo che i posti letto scendessero dai duemila di un tempo ai 980 di oggi. Scomputando le cliniche, i letti assegnati agli ospedali non equivalgono a una corsia del Policlinico Umberto I di Roma. Ci si ricovera se si è fortunati, altrimenti si attende e si porta pazienza.

Giuseppe Bianchi – cantante, attivista del “Forum per la Difesa della Sanità Pubblica” – indica i 500 metri che dividono l’ospedale “Cardarelli” di Campobasso dalla “Fondazione Giovanni Paolo II”, una struttura di sanità privata ben sostenuta dai soldi dell’ente regione e la misura – ebbene, sì – è proprio colma. E ancora si sente il ruggito della manifestazione del 18 maggio 2016 quando un imponente corteo contestò quei 500 metri: “C’era bisogno di fare un ospedale per chi può pagare per ammazzare l’ospedale di chi non può pagare?”. Quella del “privato accreditato” è formula onnicomprensiva. Spiega un humus e un destino. “Rosy Bindi”, ricordano gli attivisti del Forum, “da ministro della Sanità, col Molise si fece venire i capelli dritti, da presidente della commissione antimafia, perfino peggio…”

Tutto è nel “privato accreditato”. Avendo bisogno di alleggerire il travaglio di un lavoro che stanca, il clinico Patriciello da tempo ha scelto di mettersi in proprio in politica e rifiutare il subappalto berlusconiano. Ogni cinque anni presenta un partito e si promuove rinnovandosi nel nome. C’era “Rialzati Molise” e oggi l’ha chiamato –pensiamo per puro sfizio, non volendo sospettare una cautela di marketing –“Orgoglio Molise”.

In ogni caso ha lasciato che i suoi due cognati, Vincenzo Cotugno e Mario Pietracupa, sviluppassero sulle fasce laterali della transumanza i loro talenti. L’orgoglio sta con il centrodestra, candidato Donato Toma presidente. Suo alleato il fu presidente della Regione Michele Iorio, che è in politica dalle guerre puniche –ma anche prima, già con Amilcare Barca – si ripresenta pure se sa che non potrà, ancorché eletto, sedere in consiglio causa condanna. Per tenersi in allenamento, e anche per vedere che effetto fa. Essendo il centrosinistra in ambasce, perduto il cavallo di razza e presidente uscente Frattura (naturalmente ex di Forza Italia) il Pd ha chiesto a un altro brav’uomo, Carlo Veneziale, di perdere con dignità.

Domenica sceglieranno. L’attesa gara interna al centrodestra – Silvio Berlusconi che va a prendere un bagno rispetto all’onda vincente della Lega – sconfina negli equilibri del dopo.

Le liste di Forza Italia sono forti, e la preferenza conta, ma il voto d’opinione già risponde a chi –cercando voti – bussa casa per casa: “Io sono ottimista”, dice Pierluigi Lepore, “il centrodestra qui vince, ma una casalinga e non di chissà quale navigata esperienza, mi ha detto: io voglio votare a Salvini!”.

Senza più le clientele, col sistema pubblico che non è più in grado di dare posti e stipendio, è un tana libera tutti.

Il problema è che potrebbero vincere i Cinquestelle, il cui candidato presidente, Andrea Greco, che da giovane si narra cubista, nell’età matura tronista – avvistato nel casting più desiderato, quello di Maria De Filippi – e oggi finalmente attore, è molto avanti nel gradimento collettivo. Ed è un capolavoro del contrappasso quello di ritrovare un canone di Uomini & Donne alla presidenza del Molise, la terra che ebbe epica nella Cassa per il Mezzogiorno e oggi – è lo Spirito del Tempo – nel team di Rocco Casalino.

M5S, l’assenteista va al lavoro

Non poteva che andare così: la neo senatrice Vittoria Bogo Deledda sta per essere iscritta in commissione Lavoro. E dove, sennò? La parlamentare sarda infatti è diventata famosa – con un servizio de Le Iene – per le particolari circostanze della sua elezione: è giunta in perfetta salute al suo seggio di Palazzo Madama dopo la bellezza (si fa per dire) di 243 giorni di malattia consecutivi. Per 8 mesi filati, infatti, Bogo Deledda aveva disertato il suo impiego da dirigente del settore servizi sociali del comune sardo di Budoni. La ragione: stress da lavoro. Ora porterà le sue competenze proprio nella commissione parlamentare che si occupa del delicato tema. E per fortuna la salute adesso non le manca, come dimostra la guarigione arrivata contestualmente alla nomina parlamentare. L’approdo di Bogo Deledda in commissione Lavoro non è ufficiale, ma è stato annunciato su Facebook dal sindaco di Assemini Mario Puddu, responsabile dei Cinque Stelle in Sardegna. In modo piuttosto irrituale, Puddu ha comunicato sul suo profilo personale le assegnazioni dei vari parlamentari sardi. Non resta che attendere, è il caso di dirlo, l’inizio dei lavori.

Il doppio lavoro di Graziano Delrio

Il deputato Graziano Delrio è stato eletto capogruppo del Pd a Montecitorio lo scorso 3 aprile. “Che fa adesso, si dimette da ministro?”, chiedevano allora i giornalisti. “Ne parlerò con Paolo Gentiloni”, rispondeva lui, prendendo tempo. Delrio è alla guida del ministero delle Infrastrutture. Un dicastero pesante, dal punto di vista delle deleghe e dal punto di vista del potere da gestire. Come potete leggere nel pezzo in questa pagina. C’era entrato dopo le dimissioni di Maurizio Lupi, fortemente volute da Matteo Renzi, per la vicenda del figlio e del Rolex regalato. Dimissioni che soprattutto avevano liberato un posto chiave. Delrio era allora sottosegretario a Palazzo Chigi, in rotta perenne col collega Luca Lotti. Tanto è vero che il suo spostamento era stato per il “Giglio Magico” l’occasione di liberarsene, per lui quella di sottrarsi a una condizione sempre più difficile.

Sono passati 3 anni e Delrio è arrivato alla guida del gruppo dem, dopo che la prima scelta di Renzi era caduta su Lorenzo Guerini. Gli anti renziani hanno fatto muro: non volevano lasciargli la decisione sia per il capogruppo a Montecitorio che per quello a Palazzo Madama. E così lo stesso Renzi si è rivolto a Delrio, renziano della prima ora, autonomo, ma considerato comunque controllabile.

Fatto sta che il ministro non si è dimesso. Anche se in genere sull’argomento glissa.

Ha espresso l’intenzione di farlo, in pubblico. Ma sostiene che a Palazzo Chigi hanno troppi dossier da seguire, dopo che Gentiloni ha assunto anche gli interim di Maurizio Martina, che diventato Reggente del Pd ha lasciato l’Agricoltura. Delrio una lettera di dimissioni non l’ha mai presentata e neanche scritta. È a tutti gli effetti il capogruppo del Pd alla Camera e ministro delle Infrastrutture. Due mezze poltrone, però sempre due.

Renzi lobbista d’oro del Qatar. L’ultimo favore è per Air Italy

Il giorno dopo la visita di Matteo Renzi a Doha, Air Italy ha celebrato un accordo con la sua azionista Qatar Airways che le permetterà di vendere altri biglietti per mete lontane come l’Australia o le Maldive. È anche da questi dettagli di tempismo che si giudica il successo di un lobbista internazionale di prima categoria quale è diventato ormai Matteo Renzi, che segue le gesta di alcuni suoi idoli politici, Tony Blair e Gerhard Schroeder, da capi di governo a facilitatori d’affari. Non sappiamo ancora se le mediazioni di Renzi siano gratuite oppure – come nel caso di Blair e Schroeder – assai remunerate.

Il logo di Air Italy – erede di Meridiana – ha il rosso borgogna di Qatar Airways e un baffo verde per rievocare la Costa Smeralda, quel brandello pregiato di Sardegna svenduto già al minuscolo e opulento Stato dei monarchi al-Thani. Il fondo di Doha, per non violare le regole europee, detiene il 49 per cento di Air Italy, ma il “vecchio” 51 del principe Aga Khan è un iperbole, un numero eccessivo per l’influenza che esercita.

Così Air Italy aggredisce il mercato italiano con un progetto industriale che prevede una flotta da 50 velivoli, 1.500 assunzioni, 10 milioni di passeggeri – oggi sono 2,5 – e pure profitti entro cinque anni. E ancora una volta, non l’ultima, il 38enne Tamim bin Hamad al-Thani ringrazia l’amico Matteo Renzi, che nell’incauta parabola discendente in politica non s’è mai scordato del giovane emiro.

Al-Thani ringrazia Renzi – accolto con gli onori di Stato appena quattro giorni fa – perché l’ex segretario Pd nonché ex premier si è prodigato parecchio per agevolare la trasformazione di Meridiana da malandata azienda locale a compagnia area nazionale con base legale a Olbia e centro operativo a Milano Malpensa. Non ha esitato l’Enac – vigilata dal ministero dei Trasporti, cioè da Graziano Delrio – a concedere rotte internazionali disponibili da giugno verso India, Ghana o Senegal. Un tempo Meridiana operava sulla tratta Cagliari-Milano, adesso offre ai viaggiatori un comodo trasporto a Bangkok. In pochi mesi, dallo scorso autunno, sfruttando il sostegno attivo dell’ex premier, l’affare “sardo” è sbocciato.

E mentre Renzi brindava con al-Thani, tampinato da un’entusiasta Pasquale Salzano, ambasciatore d’Italia a Doha, a Roma Air Italy e Qatar Airways firmavano un accordo di collaborazione – codesharing – che consente a chi prende un biglietto degli “italiani” di raggiungere i paesi del Golfo o le Maldive usando anche aerei qatarini. Il primo esperimento di Qatar Airways s’è consumato nel 2016 – con un diretto per Doha – al “Galileo Galilei” di Pisa, gestito da Toscana Aeroporto che ha come presidente il renziano Marco Carrai. Lunedì a Doha, Carrai era con Renzi, motivazione ufficiale: inaugurare la biblioteca nazionale.

Gli emiri concorrenti, quelli di Abu Dhabi che hanno immesso miliardi di euro in Unicredit e Alitalia (con Etihad), si sono sempre domandati l’origine del rapporto speciale fra Renzi e il Qatar, un Paese isolato dai vicini del Golfo e dagli Usa per i suoi sospetti legami con il terrorismo islamico. Doha, sotto embargo, si è ridotta a rimpatriare 20 miliardi investiti all’estero e a valutare l’emissione di 12 miliardi di debito pubblico, un grosso smacco per un Paese abituato a stentare liquidità. E che ora più che mai apprezza i pochi amici rimasti, come l’Italia renziana.

Ad Abu Dhabi, gli emiri coinvolti nell’operazione Etihad, erano sorpresi e preoccupati dal ruolo del qatarino al-Thani in Italia, quello che Renzi ha sempre presentato (senza conferme o smentite) come il salvatore mancato del Monte dei Paschi di Siena.

Angelino Alfano, ministro degli Esteri da un mese e mezzo, il 7 febbraio 2017 ricevette al-Thani alla Farnesina suscitando un certo sconcerto negli ambienti diplomatici. L’incontro era stato organizzato da Renzi, che poi ha caldeggiato le missioni di Alfano a Doha: il ministro ci è andato ad agosto 2017 e nel febbraio scorso, a una settimana dal voto.

Nel 2017 Alfano ha tenuto a battesimo l’importante commessa qatarina per Fincantieri: 5,4 miliardi di euro, 1.000 posti di lavoro in Italia, per sette navi da guerra da fornire alla marina dell’emirato che si impegna anche ad affidare all’impresa italiana la manutenzione per 15 anni.

L’ordine riguarda anche Leonardo (ex Finmeccanica) per la parte armamenti. E proprio Leonardo, tramite la controllata Agusta, ha appena venduto al Qatar 28 elicotteri bimotori NH90. Una commessa, dicono fonti vicine al dossier, possibile grazie al “buon rapporto tra i due governi”.

Più che alla guerra, al-Thani pensa alla Costa Smeralda e ai turisti di Milano, Firenze e Roma: sposta miliardi di dollari con un cenno del capo e dall’alba del 2014 – cioè dall’alba del renzismo – acquista palazzi di vetro, alberghi di lusso, navi militari, pezzi di suolo sardo e si finge benefattore con l’ospedale di Olbia, ancora da costruire, ma finanziato già con denaro pubblico.

Napolitano continua a monitare. E torna in tv da Fabio Fazio

Giorgio Napolitano è senatore a vita nel vero senso del termine: il presidente emerito non ha alcuna intenzione di rinunciare alla sua influenza politica. E in questi giorni di stallo e confusione, si segnala il suo imperterrito, perdurante attivismo. Chi pensava che il suo discorso in occasione dell’elezione del presidente del Senato fosse una sorta di commiato – seppur pieno di rimproveri e consigli – si sbagliava. I giornali non smettono di riportare ogni suo sussulto: l’altro giorno non sono passati inosservati i suoi applausi convinti al discorso sulla Siria del grillino Danilo Toninelli, interpretati come l’apprezzamento dell’emerito nei confronti dei nuovi 5Stelle atlantisti. Ieri Napolitano era in prima fila al convegno politico organizzato da Enrico Letta e Carlo Cottarelli. A margine, interpellato dai cronisti, il presidente ha espresso la sua comprensibile “preoccupazione per lo stallo politico”. Ma a riprova del fatto che Re Giorgio non ha alcuna intenzione di abdicare, è in programma persino il grande ritorno televisivo: domenica sera sarà ospite d’onore (in collegamento) di Fabio Fazio e del suo “Che tempo che fa”, in prima serata su Rai Uno.