Crisi senza fine, il marchio dell’Unità ora finisce all’asta

Scomparsadalle edicole dallo scorso giugno, ora l’Unità finisce all’asta. Il Tribunale di Roma ha incaricato un perito di procedere alla valutazione della testata fondata da Antonio Gramsci nel 1928, organo ufficiale del Pci dalla sua nascita allo scioglimento nel 1991. Una volta depositata la perizia, il giudice potrà procedere alla vendita del quotidiano. È la conclusione di un iter avviato dagli ex giornalisti a seguito della cessazione delle pubblicazioni e del mancato pagamento degli ultimi stipendi (maggio e giugno 2017). Ed è la parabola finale, dopo il mai realizzato rilancio del “brand” annunciato da Matteo Renzi nel 2015, quando l’ex premier affidò la testata all’imprenditore edile Massimo Pessina. L’ultimo atto è dunque la vendita dell’Unità al migliore offerente: chiunque sia interessato al marchio del giornale potrà presentare la sua offerta per acquistarlo; non c’è più nessuna garanzia del rispetto della storia di sinistra del quotidiano. Gli ex dipendenti sperano almeno che il giudice faccia in fretta, perché la testata rischia di perdere ulteriormente il suo valore economico.

Renzi punta sullo stallo e si organizza col Caimano

Ieri sera, al termine del giro di consultazioni di Maria Elisabetta Alberti Casellati, l’intento numero 1 della batteria renziana era far passare il messaggio che “Di Maio sdogana Berlusconi”, per dirla con il capoguppo a Palazzo Madama, Andrea Marcucci. Anche a fine giornata i renziani continuavano ad accreditare un accordo vicino tra 5 Stelle e Lega. Renzi ha passato la giornata nel suo ufficio a Palazzo Giustiniani e ha pure mandato una delle sue e-news. Per ribadire “tocca a loro” e per lanciare la nuova Leopolda. La data? 19-21 ottobre. Abbastanza lontana nel tempo da lanciare il messaggio che lui rimane in campo. “La prova del nove”, il titolo. Una specie di rilancio, non è abbastanza chiaro da ottenere come, neanche al protagonista.

Le trattative parallele nel Pd sono andate avanti anche in questi giorni. Da una parte Dario Franceschini, Carlo Calenda, Paolo Gentiloni, Andrea Orlando, Maurizio Martina, ma anche, seppur defilati, Graziano Delrio e Lorenzo Guerini che lavorano per un governo Cinque Stelle – Pd, magari con Roberto Fico premier. Vorrebbe dire anche ministeri per tutti e la presidenza di Montecitorio per Franceschini. Giusto ieri la minoranza orlandiana ha chiesto di convocare la Direzione per discutere la linea.

Dall’altra parte c’è Renzi, fermamente deciso a tenersi fuori, che continua a tenere un filo diretto con Berlusconi. Il piano B al quale sta riflettendo sarebbe dire sì a una richiesta di “responsabilità”, ove arrivasse da Mattarella, proponendo però di stare tutti fuori. Un governo di minoranza, magari persino con Di Maio premier, garantito dai (non) voti del Pd, con l’ex premier che avrebbe la possibilità di decidere quando staccare la spina. Renzi si porterebbe dietro in questo “giochino” anche un drappello di azzurri. Un modo per garantire l’ex Cavaliere.

“Ci avevano detto che Silvio ci stava, ma non è finita: ci proveremo ancora”

“Il nostro sforzo non finisce qui”. Al termine di una giornata nera, Riccardo Fraccaro, eletto coi Cinque Stelle questore della Camera e molto vicino a Luigi Di Maio, ancora va predicando ottimismo. E promette che non passerà.

La trattativa con Salvini non è ancora chiusa?

Oggi si è concluso il terzo giro di consultazioni, che ha raggiunto l’obiettivo di fare chiarezza da entrambe le parti. Ci ha permesso di comprendere le intenzioni del centrodestra: loro vogliono un governo con quattro forze politiche, guidato da un premier non votato da nessuno e in cui le poltrone dei ministeri si distribuiscono secondo una logica spartitoria. Uno schema in stile quadripartito, tipico della Prima e Seconda Repubblica che nessuno rimpiange.

I numeri però vi costringono a trattare.

Noi vogliamo un governo di cambiamento che ci proietti verso la Terza Repubblica, fatto da due forze politiche, senza ammucchiate e con un programma chiaro e alla luce del sole. L’incarico esplorativo finora non ha delineato una condivisione sul futuro.

Mi sembra ottimista: c’è ancora una possibilità?

Il nostro sforzo non finisce qui. Andrà avanti anche stanotte, domani mattina…

Nel suo discorso Di Maio si è detto disposto a compromessi un tempo impensabili.

Abbiamo parlato dell’appoggio esterno proprio per chiarire che da parte nostra non c’è mai stato l’obiettivo di dividere. Noi seguiamo il metodo del contratto di governo. E per noi la garanzia è rappresentata dal leader che ha preso più voti: se altri ci sostengono non ci possiamo, né vogliamo, opporre.

Quel leader “garante” potrebbe anche portare al vostro tavolo nomi che provengano dai suoi alleati?

Non ci siamo mai interessati alla provenienza delle idee di buon senso. A noi non interessa da quale sensibilità partitica provengano. Noi le valutiamo sulla base della loro utilità per il Paese e della loro coerenza con i nostri principi.

Salvini ieri cantava vittoria. Poi cos’è successo?

Non so cos’è successo nel centrodestra, non so se c’è stato un cambio di orientamento al loro interno.

Voi avevate avuto informazioni diverse?

Tutto sembrava presagire che il centrodestra avesse capito l’importanza del momento.

Salvini vi aveva rassicurato che Berlusconi avrebbe fatto il famoso passo di lato?

Per noi non si tratta di una rassicurazione, piuttosto il segnale che la nostra linea era stata percepita. Il cambio di umore lo spieghi chi lo ha fatto, non chi è rimasto coerente con ciò che aveva detto.

Avevate discusso anche del candidato premier?

Per noi è una questione che non si pone: non c’è nessun altro oltre Luigi Di Maio. Una terza figura sarebbe il tradimento della volontà degli italiani. Lo ha sempre detto anche Salvini.

Pensate di incontrarvi?

La nostra agenda non è ancora definita. Dovrà rispettare i prossimi passi del presidente della Repubblica, che dovrà trarre le sue conclusioni.

Mattarella vi ha messo fretta. È stato un danno?

Ha voluto far arrivare i nodi al pettine: c’è l’esigenza concreta di far partire il Parlamento. Fa bene a mettere al primo posto l’interesse del Paese.

Lunedì potrebbe aprirsi l’altro forno, quello con il Pd.

Il “contratto” può funzionare con entrambi gli interlocutori che abbiamo individuato. Il dibattito è aperto.

Vi spaventa l’ipotesi di un incarico a Roberto Fico?

No. Ci conosciamo, sappiamo come siamo fatti e come è coeso il gruppo. Siamo franchi e trasparenti.

Finora avete sempre detto che Salvini è leale. Lo pensate ancora o vi ha deluso?

La delusione non ce la possiamo permettere, dobbiamo continuare ad essere determinati. Questo non è il momento di dare giudizi: dobbiamo stimolare i nostri interlocutori a capire che c’è un’occasione di cambiamento. Io tra la gente sento un’energia che ha voglia di sprigionarsi. Spetta a noi liberarla.

Di Maio ammette i negoziati col Cav: “Ma più di così no…”

La sincerità, come noto, non è dote comune, né richiesta, in politica. E un “grandissimo politico” come Luigi Di Maio (copyright Beppe Grillo) nei cinque anni della sua breve e tumultuosa carriera politica, non ne aveva mai fatto particolare sfoggio, bravo com’è a usare l’oratoria e a controllare la mimica facciale. Dev’essere per questo che vederlo ieri, di fronte alle telecamere di stanza a Palazzo Giustiniani, elencare senza sosta tutte le condizioni a cui era disposto a dire sì, è il sintomo che qualcosa è andato storto, ma storto davvero.

All’incontro con l’esploratrice Maria Elisabetta Alberti Casellati, il capo politico dei Cinque Stelle è arrivato quaranta minuti più tardi del previsto. E quando ne è uscito, tre quarti d’ora dopo, ha l’aria di quello a cui hanno bucato il pallone. Al telefono, in mattinata, aveva ricevuto il via libera di Matteo Salvini: “Berlusconi ha capito, si fa da parte”, era il senso della conversazione. Gli prometteva, il leader della Lega, un tavolo “a due” in cui discutere di programma, non di premier e ministeri. La si prendeva larga, insomma, ma era pur sempre un bello scossone allo stallo delle ultime settimane. Poi, invece, quando si è seduto sul divanetto della presidente del Senato si è visto scorrere davanti tutto un altro film. Il tavolo è a quattro (vogliono sedersi anche Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni), il premier lo scelgono loro e buona parte dei ministri pure, sul reddito di cittadinanza bisogna andare cauti. Uno sfacelo.

Così, fuori dallo studio della Casellati, Di Maio sciorina tutto il suo disappunto. E lo condisce di una serie di ammissioni, una particolarmente sorprendente: “Siamo disponibili anche a considerare non ostile un sostegno da Forza Italia e FdI”. Tradotto, se Berlusconi ci appoggia, non possiamo impedirglielo. Un passo avanti che gli stessi Cinque Stelle rivendicano come decisivo.

Poi Di Maio si rivolge a Salvini, chiedendo comprensione: “Abbiamo dei limiti in ciò che possiamo accettare”. Cita gli attivisti e gli elettori del Movimento: “Capirete che è molto complicato per noi digerire questo scenario”. Gli ricorda i tempi andati: “Abbiamo avuto sintonia su vari temi”. E non chiude la porta: “Per me nulla è perduto, nulla si chiude”. Lo implora: “Avanti ma senza colpi di scena”.

È quasi irriconoscibile, Di Maio. E appena esce da Palazzo Giustiniani telefona di nuovo al leader della Lega. L’ipotesi di incontrarsi non è tramontata, a meno che dal Quirinale non arrivino segnali differenti. Ha sentito anche Beppe Grillo, ieri. E ha condiviso con lui tutta la preoccupazione per questa rapida involuzione delle cose.

È nervoso, Di Maio. Anche perché per la prima volta da quando è cominciata questa storia, nella pancia del Movimento comincia a serpeggiare la suggestione che alla fine, il passo di lato, dovrebbe farlo lui, se servisse a far partire il governo e a togliere ogni alibi a Berlusconi. Ieri sera, dopo le consultazioni, il capo dei Cinque Stelle è tornato alla Camera e poi si è chiuso nel suo studio con due fidati consiglieri, Vincenzo Spadafora e Alfonso Bonafede.

A un certo punto, il presidente della Camera Roberto Fico ha provato a unirsi al vertice. Ha fatto retromarcia perché ha trovato un muro di telecamere ad attenderlo, ma l’incontro per forza di cose si farà. Lunedì, salvo colpi di scena, Mattarella gli affiderà un incarico esplorativo. È a lui, molto probabilmente, che toccherà certificare che, bloccato sul nascere (finora) il governo con la Lega, è fallito pure lo schema dell’intesa col Pd.

Nuova sceneggiata di Salvini che fa infuriare B. e il Colle

Il dubbio squassa, alle otto di sera, due palazzi non distanti tra di loro. Il Quirinale e Grazioli. Il capo dello Stato e il Condannato.

Il dubbio è: “Ma Salvini a che gioco sta giocando, questo è modo di fare politica?”. Il dubbio implica un sospetto: “A Salvini del governo non importa nulla, pensa solo a sé e alla Lega”.

È lo stesso identico film della settimana scorsa al Colle, al secondo giro di consultazioni del presidente Sergio Mattarella. Salvini che dice a Di Maio che “è fatta” sul fatidico passo di lato di B., Di Maio che lo riferisce al capo dello Stato e poi Berlusconi che fa saltare tutto con la nota pantomima alla Totò e Peppino.

Di qui dubbi e sospetti sulla vera strategia del leader leghista, che nel tardo pomeriggio di ieri, al bis dell’esplorazione di Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato, ribalta la scontata prospettiva funebre e promette “spiragli”. Luce. Ottimismo. Che sarà successo?

Questo.

Prima scena, secondo il racconto di alcune fonti azzurri. Salvini che tenta di rassicurare l’ex Cavaliere: “Silvio, i grillini stanno facendo cadere il veto su di te, vedrai che ce la faremo”. Testuale. Berlusconi, che nei momenti topici raddoppia crudelmente diffidenza e pragmatismo, risponde: “Mah, io la vedo ancora impossibile. Loro non reggeranno mai me e io non potrò mai reggere l’appoggio esterno, vediamo”. Il cauto “vediamo” di B. è racchiuso poi all’uscita dallo studio di Casellati. A mani giunte e un passo indietro rispetto a Salvini che parla ai giornalisti. Niente gesti, niente esternazioni non concordate. Una posizione di attesa, meno di rottura.

Seconda scena. Salvini che si “gioca” Di Maio per la seconda volta in sette giorni: “Luigi è fatta, Berlusconi fa il passo di lato”. Tra i due, comunque, resta sospesa una cruciale zona d’ambiguità: chi fa il premier? Per varie fonti, infatti, Salvini non promette Palazzo Chigi all’altro “vincitore”.

Ed è su queste basi che Salvini recita la seconda sceneggiata dopo quella al Colle. Stavolta a Palazzo Giustiniani, da Casellati. A quel punto, nel tardissimo pomeriggio di ieri, diventa decisivo l’incontro tra la delegazione grillina e la presidente del Senato.

Alla fine è Di Maio a fotografare i retroscena di questi giorni: “Se Forza Italia vuole dare il sostegno lo faccia ma io non tratto con loro”. È lo smascheramento del secondo bluff salviniano.

Al Quirinale le reazioni mischiano sgomento e preoccupazione. È un film già visto, appunto. In ogni caso, oggi Mattarella riceverà Casellati per il resoconto ufficiale del mandato esplorativo affidatole mercoledì dopo quattro giorni di riflessione intensa.

A Palazzo Grazioli, invece, prevale di nuovo la rabbia. Questa volta B. è stato silenzioso “ma quello lì mi ha preso lo stesso a schiaffi dopo”. “Quello lì”, ovviamente, è Di Maio. In base a valutazioni provenienti da Forza Italia il retropensiero è che “Salvini voglia continuare a guadagnare tempo in vista delle regionali in Molise e in Friuli Venezia Giulia”. Cioè la fine del mese. È la strategia dell’annessione “morbida” di Forza Italia per invertire ancora di più i rapporti di forza nel centrodestra. Allo stesso tempo, “Di Maio vuole tenere lontana il più possibile l’ipotesi di un mandato esplorativo a Fico”. Insomma, lo schema Lega-Cinquestelle, e non centrodestra, non sarebbe del tutto spirato. E per capirlo, fanno notare da più ambienti, l’unico modo è dare un pre-incarico a Salvini o Di Maio. È lo stesso leader leghista a farlo capire: “Scendo in capo direttamente io”.

Ipotesi estrema ma che in teoria può essere un’opzione del Colle, anche se c’è da tenere conto che il giudizio su Salvini lassù è molto negativo, per le questioni di politica estera e per il doppiogiochismo manifestato nelle consultazioni. Non solo. Un pre-incarico implicherebbe la rottura tra B. e Salvini se lo schema è “tra i due soltanto”, almeno a sentire gli azzurri che hanno parlato con l’ex Cavaliere ieri sera.

Ascoltata Casellati, Mattarella si prenderà un altro weekend di riflessione e poi affronterà la prossima settimana con le due carte ancora a sua disposizione. Il mandato esplorativo a Roberto Fico, presidente della Camera, per rispettare la simmetria ed esplorare l’altro perimetro possibile, Pd e Cinquestelle, oppure il nome terzo per cominciare la discussione su un governo di transizione che porti non prima di un anno il Paese alle urne.

Vado al Tg1

Speravo di tenere la notizia nascosta ancora per un po’, ma purtroppo il sempre autorevole Il Giornale di Alessandro Sallusti l’ha spoilerata e diversi siti web l’hanno rilanciata: sono favoritissimo per la direzione del Tg1. La cosa non è ancora ufficiale perché –uso sempre le parole del prestigioso quotidiano della famiglia Berlusconi – sul mio nome si sta consumando uno “scontro interno tra le due anime del Movimento 5Stelle. Il sogno dei duri e puri, il gruppo che si riconosce nella leadership del presidente della Camera Roberto Fico, porta al nome di Marco Travaglio: il direttore del Fatto sarebbe la soluzione ideale per trasferire sulla prima rete della tv italiana le campagne antiberlusconiane e giustizialiste. Ipotesi su cui Luigi Di Maio non è d’accordo: le due opzioni su cui vuole puntare l’ala governista e moderata sono Gianluigi Nuzzi ed Enrico Mentana, ospiti fissi all’evento di Ivrea di Davide Casaleggio”. Dove, aggiungo io, quest’anno non ero invitato, dunque devo essere caduto un po’ in disgrazia, almeno nell’Eporediese. Però Fico e i duri e puri mi vogliono, quindi sto in pole position, e sono soddisfazioni.

È per questo -spiega l’influente testata – che lunedì il Fatto ha aperto la prima pagina con la notizia che Salvini vuole il Tg1: non per dare una notizia, ma per tenere libera per me l’ambita poltrona. Ora che sono a un passo dall’agguantarla, manca solo che arrivi il primo leghista che passa per la strada e me la soffi. Dai, su, non scherziamo. È una vita che ci lavoro. Nel marzo 2001, per dire, tutti sapevano che B. avrebbe stravinto le elezioni e io, come captatio benevolentiae verso il nuovo padrone dell’Italia e dunque della Rai, mi feci invitare da Daniele Luttazzi per parlare – per la prima volta in tv – dei suoi rapporti con la mafia. Speravo che mi fosse riconoscente, magari non proprio con la direzione del Tg1 (ero ancora troppo giovane), ma almeno del Tg2 o del Tg3. Invece l’ingrato Cavaliere fece proprio in modo che in Viale Mazzini (come pure in Mediaset, ça va sans dire) non mettessi più piede, estendendo il simpatico ostracismo a chiunque avesse osato invitarmi (Biagi, Santoro, Luttazzi, Freccero e così via). Allora mi dissi: mi saranno grati quelli del centrosinistra. Per invogliarli a prendermi in considerazione, criticai – per giunta sull’Unità, oltreché ad Annozero – per due anni le magagne del secondo governo Prodi. Purtroppo, chissà perché, non funzionò neanche con loro: al Tg1 mi preferirono Riotta. Nel 2008 tornò B. e io, furbo, mi feci subito amico il neopresidente del Senato, Renato Schifani.

Andai a raccontare a Che tempo che fa le sue liaisons dangereuses (tanto per cambiare con la mafia): credevo che per il Tg1 fosse fatta, invece mi attaccò persino Repubblica, mentre al tg-ammiraglia andò Minzolini. E io lì ad arrovellarmi: cos’avrà Minzo che io non ho? Mah. Nel 2013, appena il Pd arrivò primo alle elezioni, non aspettai neppure che facesse il governo: litigai subito in tv col nuovo presidente del Senato, Piero Grasso. Poi scrissi quel che pensavo del governissimo di Letta jr.. Con Napolitano non c’erano problemi: l’avevo già sistemato prima. Così, mi dissi, stavolta il Tg1 è mio. Invece, sorpresa: il centrosinistra vi piazzò un tal Maccari. Venne Renzi, e io giù a criticarlo, sperando in un minimo di riconoscenza. Invece quello mi antepose Mario Orfeo. Ora però, con 5Stelle e Lega, è il mio momento. Siccome Di Maio e Salvini muoiono dalla voglia di governare insieme, scrivo ogni giorno che quel matrimonio non s’ha da fare, così i due vincitori magari mi notano e mi mandano al Tg1. Tra populisti ci si intende, no? Invece scopro che Salvini vorrebbe Gennaro Sangiuliano (ma come: un leghista che preferisce un napoletano a un torinese come me? Non c’è più religione) e Di Maio predilige Nuzzi o Mentana. Però mi resta il presidente della Camera, che è già qualcosa, anche perché con quella del Senato, vabbè, è andata com’è andata.

A voi, cari lettori, lo posso dire: tengo così tanto al Tg1 che ho già messo giù un piano editoriale coi fiocchi, improntato a quel “giornalismo costruttivo” (o, per dirla col dg Orfeo che è madrelingua, “constructive journalism”) che una non meglio precisata “Rai Academy” sta insegnando a giornalisti, autori e programmisti registi per farla finita con gli assalti all’arma bianca che ci sorbiamo ogni sera in tutti gli ansiogeni e ipercritici tg; e per favorire “un approccio alla professione giornalistica centrato sul mettere maggiormente in luce soluzioni” e “aspetti positivi”, “rispetto agli aspetti negativi e problematici”. Io, che il constructive journalism lo pratico da una vita, mi sono già portato avanti col lavoro nel piano editoriale per il mio Tg1 prossimo venturo: cinque punti molto semplici e, soprattutto, molto costruttivi.

1. La mia direzione durerà 24 ore. 2. Il mio Tg1 si aprirà ogni giorno con una rubrica fissa dedicata a un protagonista delle trattative Stato-mafia o della corruzione nazionale (uno spazio ovviamente improntato a sottolineare le soluzioni e gli aspetti positivi: gli arresti sfusi o, meglio ancora, le retate di massa). 3. Il mio Tg1 parlerà dei politici, passando ogni giorno ai raggi X quello che dicono e fanno; ma non farà parlare politici, se non per chiedere conto delle loro azioni, e solo quando lo decideranno la direzione e la redazione, non i politici stessi. 4. Al Tg1 lavoreranno solo giornalisti assunti per concorso in base al curriculum, mentre saranno licenziati in tronco tutti i raccomandati, a cominciare dunque dal direttore, che infatti – come detto – si autolicenzierà dopo 24 ore. 5. Un istante prima, firmerò il contratto di assunzione ventennale del mio successore: Milena Gabanelli.

Febbre da Roma-Liverpool: biglietti esauriti, bagarini scatenati

Gente accampata davanti ai botteghini, server in tilt, resse fisiche e virtuali per accaparrarsi i biglietti di Roma-Liverpool. Tanto preziosi quanto introvabili: dopo tre ore e mezza erano già esauriti. I circa 35 mila fortunati che ce l’hanno fatta si preparano all’appuntamento, agli altri non resta che l’amarezza di una notte in coda per nulla, qualche polemica sulle falle del sistema e la speranza di un maxi-schermo allestito in piazza per tifare insieme. Il 2 maggio lo Stadio Olimpico sarà pieno come non mai per spingere i giallorossi verso la finale. E il presidente James Pallotta già si frega le mani per l’incasso da record, visti i prezzi tutt’altro che popolari.

La febbre da Champions League non è mai stata così in alta nella Capitale. La semifinale contro il Liverpool sarà la partita più importante degli ultimi 35 anni di calcio romano. E la caccia al biglietto è stata quasi selvaggia, come nemmeno l’anno scorso in occasione dell’addio di Totti contro il Genoa: 21 mila ticket erano già stati staccati per la prelazione riservata agli abbonati di Champions; per gli altri 35 mila si è scatenato il caos.

I tifosi le hanno provate praticamente tutte, mettendosi in fila davanti ai botteghini addirittura con 36 ore d’anticipo, dormendo in auto e in tenda, o tentando l’acquisto online con due o tre dispositivi diversi. Presi d’assalto, i 16 AsRoma store sparsi per la Capitale si sono organizzati un po’ come potevano, tra chi distribuiva bigliettini di carta fatti a mano, e chi disponeva un meccanismo di prenotazione con appelli ogni sei ore per consentire agli appassionati di tornare a casa a riposare. Il sistema non poteva reggere. E infatti è andato in tilt quasi subito, tra terminali bloccati e mail d’attesa con tanto di errori d’ortografia: gli altri rivenditori autorizzati sono riusciti a emettere pochissimi biglietti, anche in quelli ufficiali a volte il terminale si è fermato per ripartire solo quando era troppo tardi; su Internet, invece, neanche a parlarne, la coda virtuale è durata a lungo per poi concludersi nella beffa di un nulla di fatto. E che qualcosa non abbia funzionato lo dimostrano anche i tanti biglietti subito rimessi in vendita sui vari siti di “bagarinaggio” online. A cifre astronomiche e prezzi più che decuplicati: addirittura 400 euro per la curva, oltre mille per la tribuna.

Il sold out è stato annunciato già alle 13:36: appena tre ore e mezza dal via (col Barcellona ce n’erano volute otto). In realtà il tutto esaurito era solo “tecnico”: la società ha scelto di chiudere la vendita web in modo da privilegiare le persone in fila da ore. Per la gara d’andata a Liverpool, invece, è stata premiata la fedeltà degli irriducibili: soltanto i pochi che avevano assistito alla partita in trasferta contro il Qarabag, nelle zone più sperdute dell’Azerbaijan, hanno potuto esercitare il diritto di prelazione e assicurarsi uno dei pochi ingressi per Anfield Road. Sui social network e forum i tifosi si sono divisi tra i fortunati che ce l’hanno fatta, e i tanti delusi che dovranno accontentarsi di guardare la partita in televisione, ma sono pronti a stringersi tutti attorno alla squadra: alla doppia sfida non manca molto, Roma-Liverpool è già cominciata.

Baby squillo e criminali. La cronaca si fa serie

Baby-squillo, streghe, fatine e criminalità: nel ricco menu del servizio Netflix, presentato al See What’s Next di Roma, c’è spazio per le produzioni originali italiane. Appena iniziate le riprese della seconda stagione di Suburra, con Alessandro Borghi che riprende il ruolo di Aureliano, ci sono anche i primi ciak di Baby, la serie che trae spunto dal caso di cronaca delle giovanissime prostitute dei Parioli.

Regia di Andrea De Sica e Anna Negri, nel cast Benedetta Porcaroli, Alice Pagani, Riccardo Mandolini, Isabella Ferrari, Claudia Pandolfi e Paolo Calabresi, De Sica sterza dal dato di realtà, parla di “trasfigurazione, ragazzi che cercano amore, ma trovano trasgressione e si perdono: cerchiamo di dare complessità e profondità ai teenager, cosa abbastanza insolita nel panorama italiano”. Inedito anche il milieu, “non quello basso-criminale alla Gomorra e Suburra, ma il dark side dei ricchi”, e lo stile, con “alcune riprese col telefonino affidate alle stesse ragazzine”. Sull’esempio di Tredici, l’intenzione è di “un close-up sugli adolescenti, oltre la claustrofobia di scuola e famiglia, ma senza indugiare troppo sul traffico del sesso”.

Formato seriale pure per Luna Nera, che racconta la storia un gruppo di donne accusate di stregoneria nell’Italia del XVII secolo: creata da Francesca Manieri, Laura Paolucci e, a partire da un proprio scritto, Tiziana Triana, verrà prodotta da Fandango. Diversamente magico il registro di Winx Club: le fatine ideate da Iginio Straffi troveranno carne e ossa in una serie live action per giovani adulti.

Tra le novità internazionali, la terza parte de La casa di carta (2019; la terza stagione di Stranger Things, con le new entry Jake Busey e Cary Elwes; la seconda di Tredici; la serie Maniac di Cary Fukunaga con Emma Stone e Jonah Hill; dal 4 maggio, la danese The Rain; da oggi, il giallo ottocentesco L’alienista, con Luke Evans e Dakota Fanning; dal 1° giugno, il documentario 13 novembre, sull’attacco terroristico a Parigi del 2015.

Per il cinema, non per le sale. E il film finisce su Netflix

Destino beffardo, il primo film italiano originale Netflix è intitolato Rimetti a noi i nostri debiti. E come non intenderlo l’accorata preghiera del cinema tricolore tutto al colosso di intrattenimento online? Anche perché la simmetria evangelica non è contemplata: quel “come noi li rimettiamo ai nostri debitori” significativamente latita. Uno scambio mancato su cui il regista Antonio Morabito ha costruito diegeticamente il nuovo film, scritto a quattro mani col produttore Amedeo Pagani, interpretato da Claudio Santamaria e Marco Giallini.

Ma di debito ce n’è prima uno strutturale, sistemico, e riguarda appunto il cinemino nostro: prodotto da La Luna, con Lotus Production (Marco Belardi) e Rai Cinema, il film ha faticato a trovare distribuzione, e la sala effettivamente non la vedrà, giacché infine se l’è assicurato la società di Reed Hastings. Spacciato quale film originale Netflix, sebbene sia più corretto parlare di esclusiva distributiva, nondimeno segna uno spartiacque: dal 4 maggio sarà disponibile sulla piattaforma streaming in 22 lingue e, stante la difficoltà del theatrical nazionale, chissà Netflix quanti altri debiti dovrà rimettere al comparto.

Qualcosa è davvero cambiato, e i primi a rendersene conto sono gli attori: “È nato per il grande schermo, ora viaggia attraverso altri canali, ma il cinema non deve scomparire: è un momento di aggregazione ineludibile”, osserva Santamaria, mentre Giallini affonda il dito nella piaga: “Oggi un film in sala ha vita breve, brevissima: quanto può durare, due settimane nel migliore dei casi? Certo, io credevo uscisse al cinema, non ero preparato a Netflix, ed è un’esperienza diversa, una terza via”. Sulla stessa lunghezza d’onda Morabito, che stigmatizza l’involuzione dell’offerta: “Oggi il ventaglio è molto ridotto, viceversa, fino a qualche anno fa anche italiani non allineati, iraniani, altri orientali e via dicendo potevano avere vita dignitosa in sala. Non più, è cambiato tutto, drasticamente, e le responsabilità sono diffuse: distributori, esercenti, i registi stessi. Netflix non è un distributore classico, ma ci ha creduto, come non esserne contenti?”.

Mantenendo la cifra ideologica del precedente Il venditore di medicine (2014), j’accuse rivolto a Big Pharma interpretato da Santamaria, Morabito mette nel mirino il recupero crediti, mutuando ancora qualche topos della commedia all’italiana, stavolta la costruzione e l’utilizzo di una coppia di antonimi: l’esperto, cinico e squaliforme esattore Franco, affidato a Giallini, e il pivello, ribattezzato Willy (sì, il Coyote) Guido, cui Santamaria sa dare l’intesa ritrosia e refrattarietà.

Non sappiamo perché Franco si sia dato alla professione, per Guido invece sì: perso il lavoro da magazziniere, assediato dai debiti, viene aggredito fisicamente dai creditori, e capisce che l’unica via di salvezza è proprio passare al lato oscuro della forza, l’esazione. È solo, Guido, fraintende per amicizia il rapporto con Franco, forse per amore quello con la barista Rina (Flonja Kodheli), ma un amico vero l’ha sul serio, un vecchio professore (Jerzy Stuhr, bravo) che gli passa qualche soldo, gli insegna economia politica sul tavolo da biliardo (bella sequenza) e consiglia da Grillo parlante.

Se lo scafato Franco agisce da carnefice senza remora alcuna, l’apprendista Guido incarna la guerra dei poveri, togliendo ad altri povericristi: fino a quando?

Per questi due esattori togati Morabito ha tratto ispirazione dallo spagnolo El cobrador del frac, di nero vestito con marsina e cilindro, che insegue ovunque il debitore, il resto l’ha demandato alla scomoda, persino conflittuale alchimia tra Giallini e Santamaria, che rispolvera l’exemplum de Il sorpasso: “Il personaggio di Marco è istrionico, ironico, te la racconta, ma il mio non gli dà corda. È una sorta di duello, come ha notato il direttore della fotografia Duccio Cimatti io non permetto a Giallini di essere quello che è di solito, e viceversa”.

Parola di prof: palleggiate anche se avete i piedi di ghisa

Da oggi in libreria “Tutta la vita che vuoi”, il secondo romanzo di Enrico Galiano. Qui il prof ci racconta la sua storia: a volte è meglio non fidarsi dei cattivi maestri.

 

Ehi, qui il vostro prof. Oggi niente lezione. Niente verbi, niente biografie, niente capitali europee o barbabietole da zucchero. Oggi voglio far finta di non essere il vostro prof, di essere uno qualunque, e raccontarvi una storia. Una storia che è la mia storia. Vi avverto però: non sarà il classico racconto di quello che ce l’ha fatta e viene lì a farti i resoconti dei suoi successi. No, è quella di tutti gli errori che ho fatto in vita mia. Tutti, nessuno escluso. Come prima cosa, dovete sapere che gli errori non si fanno una volta sola. Quella vecchia favola che dice “Sbagliando s’impara”, sappiatelo, è una cazzata: sì, forse quelli piccoli, lasciare il latte troppo tempo nel microonde, o dimenticare le chiavi, ma gli errori peggiori, io, voi, tutti, li facciamo una, e due, e tre e mille volte nella vita, sempre gli stessi anche se sembrano diversi, quella stessa frase sbagliata nel momento sbagliato, quello stesso tirarsi indietro all’ultimo, quella telefonata non fatta o quel messaggio non mandato, scordatevi che vi capiti una volta sola. Succederà e risuccederà.

Poi forse arriverà il momento in cui non succederà più. Questa storia forse vi potrà servire a farlo arrivare prima, quel momento. Il mio errore, quello che poi ho ripetuto per tutta la vita, comincia un pomeriggio di trent’anni fa. Un bambino di nove anni, io, che gioca a pallone in garage, da solo. Vuole battere il suo record di palleggi, arrivare a farne dieci. Solo che il suo piede è un po’ di ghisa, e così ci mette un bel po’ a superare la soglia dei quattro palleggi. Ma non importa: è tenace, quel bambino, non molla, insiste, e così riesce a farne prima cinque, poi sei, poi sette. Arrivato a otto, si rende conto che insistendo, accidenti, forse non solo può arrivare a dieci, ma anche a quindici, a venti. E così riparte: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove… e lì, poco prima del decimo palleggio, fa la cosa più stupida del mondo: la palla scende, ma lui la butta via. La calcia lontano. Si ferma a dieci, perché dieci era secondo lui il massimo che un piede di ghisa doveva chiedere. Ecco cosa ho fatto, quel giorno, e poi in tutti gli altri giorni a venire. Sì, perché quando avevo quell’età succedeva ogni tanto che suonava il campanello di casa un signore che si chiama Ufficiale Giudiziario: un tizio che viene dentro casa tua, scrive una lista delle cose che hai, e poi si porta via quelle più costose. Un divano, un televisore, quello che trova. Succede perché magari i tuoi genitori hanno fatto un po’ troppi debiti. E sapete, se a nove anni ti vedi queste scene, poi è abbastanza normale che ti si formi in testa un pensiero tipo “Ok, dalla vita io non potrò avere molto”. Non lo fai apposta. Non è vittimismo. Hai nove anni, ti convinci che forse la tua vita sarà al massimo un sei meno meno. Una sufficienza risicata. Che più di dieci palleggi non potrai mai fare. E così eccomi, a diciassette anni, buttare via di nuovo la palla e dire alla ragazza che mi piaceva e a cui piacevo che potevamo essere solo amici; eccomi, nell’ufficio del mio professore dell’Università, quando mi disse “Lei Galiano non farà mai il professore!”, credergli, come uno stupido, credergli, e fare mille altri lavori, per dieci anni, il cameriere, il lavapiatti, il galoppino in un serra, di tutto, pur di non rischiare di andare oltre i dieci palleggi e realizzare il mio sogno di diventare insegnante.

E infine eccomi, di fronte al piccolo editore di provincia, che mi ride in faccia e mi dice di lasciar perdere i romanzi, e di scrivere roba umoristica, accontentarmi di quello, credergli e fare esattamente quello che mi ha detto, buttando via la palla al decimo palleggio per anni e lasciando le mie storie nel cassetto perché non credevo di meritare un sogno così grande. La mia fortuna è stata quella di trovare, quando ormai ero a un passo dal troppo tardi, qualcuno che mi ha guardato negli occhi e col suo amore mi ha detto che potevo farne cento, e mille, di palleggi. Questa è stata la lezione di oggi, ragazzi: perché verranno anche da voi. Anche a voi verranno a dire che non siete abbastanza, che non siete capaci, vi diranno di volare basso. Di buttare via la palla al decimo palleggio. Non fate il mio stesso errore. Chiunque sia a dirvelo, non credetegli. Qualunque sia il vostro pallone, potete fare molti più palleggi di quello che dicono e di quello che credete. Per cui andate e provateci, fino a che vi tengono le gambe. Non fate la mia stessa cazzata: non buttate via la palla.